Cosa ci regala la settimana appena trascorsa? Molti spunti di riflessione e qualche dubbio. Proviamo a sgomberare la mente dalle perplessità. O almeno immergiamoci in questo esercizio nella speranza che eventuali riflessioni possano cosi trovare un terreno meno ostile.

Era esagerato l’appiattimento in corso delle curve governative?
In particolare il differenziale tra il nodo a 2 anni e il 10 anni della curva americana aveva raggiunto durante la giornata di mercoledì il livello più basso da 11 anni, salvo poi risalire con forza il giorno seguente fino a quota 48 punti base grazie ad un irripidimento di 7 punti base.

E cosa accade all’azionario?
Fatica a riprendere quota, vede allontanarsi i suoi massimi di gennaio oppure semplicemente si pone in modalità d’attesa? Nelle prossime due settimane all’interno dell’indice S&P500, ben 37 società del settore tecnologico riporteranno i propri risultati, offrendo così un quadro più chiaro sulla giustificata o meno portata della correzione di giovedì e venerdì.

I risultati aziendali e i dati macro, insieme ad una più chiara indicazione della Fed sul percorso futuro, potrebbe fornire più luce agli occhi dell’investitore. In definitiva, i dubbi sopra espressi potrebbero dissolversi e in concomitanza si potrebbero palesare anche gli effetti della riforma fiscale di Trump che rappresenta ad oggi un ulteriore elemento di non certa misurabilità in termini di effetto finale.Investitore al bivio tra obbligazionario ed azionario

E allora veniamo alle riflessioni del caso. Innanzitutto si è palesata ancora una volta la correlazione positiva tra rendimenti e corsi azionari. Con il decennale americano sopra quota 2.90%, intenzionato a testare la soglia psicologica del 3% e coacervato dalle quotazioni del Petrolio su nuovi massimi, l’azionario americano segue il movimento di sell-off dei Governativi.

L’investitore che è abituato a pensare ancora di proteggere i propri risparmi “diversificando” tra governativi e azionario, si trova dinanzi ad una brutta sorpresa, esaspera in qualche modo i movimenti amplificando le vendite. Più volte abbiamo evidenziato la natura simile delle due asset class in un contesto governato dall’intervento delle banche centrali. Ma in questa occasione è più interessante portare l’attenzione sul terzo incomodo. In questa liaison pre estiva, è il dollaro a giocare un ruolo importante, cruciale aggiungerei. Una sorta di forza riequilibriatore dell’intero disegno.

Non a caso, in seguito alle parole di Draghi che torna ad essere più dovish e rilegge ad alta voce gli ultimi dati europei considerandoli come dei picchi, almeno relativi, la forza del dollaro si esprime non solo nei confronti della moneta unica.

E gli indici americani accusano una sosta forzata, perdono terreno nei confronti degli indici europei ed evidenziano ancora una volta quanto l’economia americana e dei paesi emergenti dipendano dall’andamento del biglietto verde. Si ha sempre più l’impressione che saranno proprio le valute, catalizzatori di volatilità e al tempo stesso determinanti fondamentali dei prossimi movimenti sui risky assets.

 Christian Zorico: LinkedIn Profile

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