And the winner is: Ripple. E già, nel 2017 i Bitcoin hanno segnato “solo” un apprezzamento pari a 1.318%. Quel “solo” virgolettato trova giustificazione se osserviamo la performance di altre criptovalute e tokens.

Primo tra tutti i criptoassets, Ripple, la cui capitalizzazione ha ormai superato i 123billions, si è rivalutato del 36.000% beneficiando o forse speculando, di essere un sistema di settlment più sicuro e pertanto meglio riconosciuto da diversi istituti finanziari europei in contropartita con le banche americane.

Ma al fenomeno Bitcoin è spesso associata la parola bolla.  

Un termine che ovviamente potrà anche riguardare il caso di Ripple, nella misura in cui c’è già chi osserva come pur nascendo come sistema che ha la sua ragion d’essere nella decentralizzazione e nell’esclusione di banche centrali e banche commerciali, alla fine ritorna ad essere Commodity per il sistema finanziario.

Chiaramente partecipare agli utili di un’applicazione innovativa non vuol dire necessariamente apprezzamento della valuta con cui effettuare gli scambi. Essere shareholders di una nuova tecnologia sarebbe una scelta intelligente per un investitore che crede nel profondo cambiamento e nella relativa rimuneratività di un progetto. Infatti attraverso un’IPO (Initial Pubblic Offer) potrebbe infatti ricevere dividendi, partecipare agli utili e all’evoluzione del progetto stesso, vedendo i suoi diritti tutelati come azionista e non banalmente come detentore di una moneta, peraltro virtuale.

Invece molti progetti, molte criptovalute hanno basato il loro successo, sulla raccolta di capitali attraverso un’ICO (Initial Coin Offer) promettendo delle monete virtuali in cambio di moneta reale, necessaria per implementare il processo di blockchain alla base del progetto e per “minare” le criptovalute, un’operazione quest’ultima che richiede risorse di energia in chiave esponenziale per decodificare nuove monete. Una serie di computer che lavorano in serie e che garantiscono la sicurezza del codice stesso, ha bisogno di molta elettricità.

Cos'è la blockchain
Il processo di blockchain

Diamo solo qualche numero per contestualizzare il fenomeno.
Insieme, per minare Bitcoin e Ethereum, si necessita di oltre 48 Terawatt per anno, un consumo simile a Paesi come Singapore e Portogallo, Iraq o Hong Kong per citarne alcuni. Ed è per questo che la produzione di nuove monete avviene in Paesi come la Cina, il cui costo dell’energia è tra i più bassi al mondo e sicuramente sfrutta metodi molto inquinanti. Si dibatte già sull’opportunità di spostare il mining in Paesi la cui legislazione è ancora più “amica” di forme altamente inquinanti di produzione di energia elettrica. Inoltre, per far capire quanto costa fare transazioni in Bitcoin, si impiega l’equivalente di energia sufficiente a fornire 8 abitazioni americane per un giorno.

Per questi motivi, tra i tanti, comprendo bene l’utilizzo del termine bolla associato ai bitcoins.

  • Non funge da sistema di pagamenti efficiente per come siamo abituati a pensare, per la lentezza e il costo implicito delle transazioni rispetto a sistemi come Visa per esempio.
  • Non è una moneta che oscilla poco e quindi garantisce la giusta serenità negli utilizzatori. Non è neanche un’asset class semplice da valutare perché legata al pagamento di coupons o dividendi.

Nulla ci permette di definire un valore fair. A guardare bene l’andamento del prezzo e la facilità di propagazione attraverso i social e canali mediatici, sembra molto più realistico parlare di bolla, capace di esplodere come quella dei tulipani, una vera e propria mania.

Il fenomeno può ovviamente ancora avere qualche proseguo al rialzo, magari beneficiare di altre criptovalute nascenti, ma evidentemente farei attenzione a chiamarla forma di investimento.

Molto più semplicemente una scommessa.
E non è un caso che i maggiori fruitori, partecipanti e acquirenti risiedano in Asia, dove l’attitudine alla scommessa, al gioco, è molto elevata. Pericoli di esplosione della bolla si ritrovano anche nella possibilità, non peraltro remota, che governi e banche centrali, possano limitarne l’utilizzo, regolamentando o imponendo certe restrizioni per evitare utilizzi illegali delle stesse monete.

cosa sono i bitcoin, criptovalute, blockchain

Il 2017 verrà probabilmente ricordato come l’anno dei Bitcoin, i cui guadagni quasi oscurano l’andamento stellare delle borse. Resta a mio avviso molto più edificante soffermarci sui possibili sviluppi delle blockchain rispetto ai movimenti speculativi delle criptocurrency, la cui estrapolazione altro non è che un applicazione delle registrazioni crittografate tra diversi terminali.

Proprio nel 2017 infatti il governo della Georgia ha ratificato per primo di avvalersi della nuova tecnologia per organizzare il proprio catasto e registrare l’appartenenza degli immobili attraverso l’uso dei blockchain. Il paese avviando simultaneamente un’applicazione per velocizzare l’apertura di società ha snellito di fatto il proprio tessuto imprenditoriale e commerciale.

Preferisco parlare di questo invece di dover rispondere sull’opportunità di “investire” in Bitcoin.

Al massimo, se si è profondi conoscitori della materia o ci si affida ad advisors validi, si potrebbe pensare a costruire un basket lungo di criptocurrency e scommettere contro il Bitcoin dal momento che con i futures ora si ha anche questa opportunità.

Ma questa è tutta un’altra storia. Ripeto, preferisco pensare alla storia vincente della Georgia.

Christian Zorico: LinkedIn Profile

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