Una settimana, quella appena trascorsa, definita dai titoli roboanti della stampa come spettacolare per i corsi azionari, apprezzatosi sino a segnare nuovi massimi relativi, forti di un rinnovato momentum positivo. Un consolidamento dettato sia da fattori micro, al margine di una stagione di utili che ha incorporato i benefici della manovra fiscale in US, annunci di piani di buyback e allontanamento dei timori sul settore farmaceutico perché Trump fa slittare un eventuale intervento sui prezzi, sia da fattori più macro, legati in questo caso al sentiment dei consumatori, a dati inflattivi e delle paghe che non mostrano eccessi e ad alcune variabili come l’OIL che hanno contribuito a spingere gli indici verso nuovi rialzi.

Eppure, proprio il movimento dell’OIL, la cui ultima gamba è stata dettata principalmente dal nuovo atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti dell’IRAN e dallo spauracchio di nuove sanzioni che andrebbero a minare l’offerto di petrolio, ci regala qualche riflessione.

Già perché tornano ad essere incisivi i commenti di chi vede addirittura salire il prezzo dell’oro nero fino alla soglia dei 100 dollari al barile. La ratio di queste “scommesse” risiede proprio nello squilibrio tra domanda (vista ancora a supporto, forte di uno stato di salute dell’economia ben lungi da rallentamenti) e offerta in diminuzione per i casi specifici di Iran e Venezuela, in grado di influire l’offerta complessiva.

Petrolio

E’ evidente che questa analisi, per altro corretta nelle motivazioni, potrebbe essere parziale, potrebbe non considerare un’eventuale intervento dei Paesi dell’OPEC e di quelli che non aderiscono al trattato ma che si sono impegnati a contenere l’offerta nei mesi precedenti. Venuta meno l’esigenza di contingentare l’offerta, la narrativa di base potrebbe assumere toni diversi.

E allora veniamo a qualche dato, cosi da inquadrare il fenomeno da un altro punto di vista. Ovvero, concentriamoci sui dati inflattivi. Abbiamo appena detto che i dati sulle paghe cosi come gli ultimi dati sull’inflazione, hanno smorzato l’eventuale ruolo della FED, chiamata a non dover essere cosi necessariamente incisiva nei prossimi rialzi. Il dollaro infatti si è preso un bel respiro, fermandosi di apprezzarsi nei confronti delle altre valute. Il Dollar Index sembra aver invertito il suo trend poco sopra il livello di 93, in linea con la previsione di una FED meno aggressiva. La stessa curva governativa statunitense ha raggiunto un livello di appiattimento che non si vedeva dagli anni pre-crisi del 2008. Il differenziale della curva Swap 10 anni – 2 anni si attesta intorno ai 25bps e un ulteriore appiattimento comporterebbe il timore dell’inversione della curva. Cosi, da un lato il rendimento del 2 anni continua a salire perché gli annunci della FED lasciano presagire ancora invariato il base scenario di 3 / 4 rialzi per l’intero anno. Ma la parte lunga della curva, o non crede ad un livello di inflazione in grado di inficiare i rendimenti nominali oppure non crede che il percorso di crescita possa perdurare immutato.

Se guardiamo le aspettative di inflazione a 5 anni della Federal Reserve di Cleveland, si sconta un tasso del 2%. E allora a questo punto il flattening della curva forse ci segnala almeno un rallentamento della crescita dell’economia. Una riflessione questa lecita, visto che se dobbiamo credere alla storia del prezzo del petrolio in ascesa e visto che viviamo di story telling, forse è il caso ogni tanto di fare un po’ di pulizia e concentrarsi su alcuni elementi su cui riponiamo maggior potere previsivo. Ad ogni modo, la parte lunga della curva governativa americana non si trova in una posizione agevole. Incalzata o da dati inflattivi o da un’economia ancora a supporto, potrebbe ritrovarsi a superare la soglia psicologia del 3% per il rendimento del decennale.

 Christian Zorico: LinkedIn Profile

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