Abbiamo più volte riflettuto sul fatto di come ormai i mercati si muovano all’unisono, o meglio ancora che le reazioni delle diverse asset class sembrino mostrare una correlazione vicina all’unità. Insomma i rendimenti più bassi delle obbligazioni governative solitamente si sono avvicendati con il salire dei prezzi delle azioni. In un corsa infinita, l’azionario ha visto segnare nuovi massimi con l’appoggio dei bond in un perfetto mix. Tipicamente una situazione di prolungato goldilocks dove l’investitore si accorge che le banche centrali sono relegate ad un angolo del ring, lottano con un pugile più forte di loro che va sotto il nome di “deflazione” e puntano le loro scommesse sulla longevità del match stesso. Né vincitori né vinti, ma un infinito duello che innalza o mantiene sempre vivo il livello di liquidità immesso nel sistema e che si compiace del livello di crescita in atto, certamente non esuberante, ma costante e duraturo.

Durante la settimana appena trascorsa però i trader dei bond hanno giustamente interpretato le più alte probabilità relative all’approvazione in senato del nuovo piano fiscale dell’amministrazione Trump, come un evento capace di portare il livello dei rendimenti della curva US più in alto. C’è stato pertanto un ordinato (sino a questo momento) sell-off sulle obbligazioni governative a cui non è corrisposto però la conseguente vendita sull’azionario, come ci aveva abituato la correlazione prima citata. E giustamente aggiungerei, visto che la curva americana si è irrigidita lasciandosi alle spalle quel temuto e prolungato appiattimento delle sedute precedenti e visto che gli effetti della manovra fiscale annunciata da Trump probabilmente non sono ancora del tutto prezzati. O forse solo perché pochi punti base in più non sono in grado di destabilizzare e far deragliare i corsi azionari dall’attuale percorso.

Donald Trump
Donald Trump. Fonte: blog.ilGiornale.it

È ancora goldilocks. Non siamo in presenza di rendimenti così mutati e così alti da impensierire il mondo azionario. Infine il gran parlare sulla possibile nuova nomina del presidente della FED, resta a mio avviso solo un gran parlare, neanche in grado di fare rumore a questo livello. Chiunque seguirà al mandato della Yellen, magari lei stessa visto le quotazioni in rialzo, eviterà di commettere un errore di politica monetaria. È nell’interesse di Trump stesso mantenere il livello del dollaro competitivo per le proprie aziende, non eccessivamente alto da poter ancora importare inflazione e permettere così alla FED di agire in maniera più sostenibile nel futuro. Un dollaro in grado di aiutare pertanto le economie emergenti a proseguire nel loro percorso di crescita.Yellen e Trump

E veniamo alla settimana che si sta aprendo e parliamo di Europa, presa dalle possibili conseguenze del referendum Catalano. Un’Europa che si affaccia alla nuova settimana preparandosi per l’appuntamento più importante della BCE del 2017. Un appuntamento dal quale capiremo se anche i rendimenti dei bond europei saranno rivisti al rialzo. Draghi vorrà evitare le conseguenze di un taper tantrum. Gli operatori del mercato ben ricordano l’ultima disordinata correzione avvenuta tra aprile e maggio del 2015 dove in poche sedute il rendimento del decennale è passato dallo 0.07% allo 0.7%. In molti fanno notare che il mercato giunge alla riunione della Banca Centrale Europea molto preparato, eppure quella di ottobre potrebbe rivelarsi un vero market mover. Durante la settimana appena trascorsa anche i bond europei si sono riprezzati subendo il ritracciamento di quelli americani. Nell’attesa della decisione della BCE, si sono mossi con minore intensità. Lo stesso Euro-Dollaro si è mosso scontando una FED più aggressiva in chiave previsionale rispetto alla BCE. Tuttavia se teniamo a mente che un valore ragionevole di equilibrio affinché il tapering della Banca Centrale Europea produca effetti non disastrosi, si aggiri intorno ai 250 billions, è evidente che siamo di fronte ad un trade-off tra numero di mesi in cui il piano di acquisti verrà protratto e ammontare speso per mese.

Il Presidente della BCE Mario Draghi
Il Presidente della BCE Mario Draghi

Sarà pertanto importante cogliere segnali eventuali di un prolungamento ulteriore al termine dei successivi 6/9 mesi cosi come il tono di base del discorso di Draghi. Un atteggiamento ancora accomodante porterebbe a contenere il movimento di repricing dei bond e a indebolire la moneta unica. Resto dell’avviso che a questo punto ignorare i dati macroeconomici e la situazione in forte ripresa dell’Europa possa essere un errore di politica monetaria. Draghi ha di fatto la possibilità di muoversi in linea con i dati, di non nascondersi dietro la curva.

Ancora pochi giorni e l’attesa sarà finita.

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Ha conseguito il Master of Quantitative Finance and Risk Management (MAFINRISK) presso l’Università Bocconi nel 2005 dopo essersi laureato in Economia degli Intermediari Finanziari presso la stessa Università. Dopo aver svolto attività di ricerca e tutoring in Portfolio management e Applied Econometrics presso l’Università Bocconi con il Professor Andrea Beltratti ha avuto modo di consolidare le nozioni tecniche ed applicarle sul campo durante l’esperienza in Mangart, Hedge Fund con strategia macro. Dal 2010, prima in Banca Euromobiliare Suisse e, in seguito ad acquisizione, in Banca Zarattini svolge attività di gestore Fixed Income ed Equity.

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