È ancora Goldilocks.

Sembra incredibile eppure continuiamo sempre a trovare nei dati lo spiraglio che ci preluda ad uno stato di economia in equilibrio perfetto. Il rapporto sullo stato di salute del mondo del lavoro, rilasciato nella giornata di venerdì, ci fotografa esattamente una situazione ideale, quasi idilliaca per gli investitori e per la Fed. Se infatti dopo i dati di febbraio relativi al mese di gennaio, erano cresciuti i timori di una potenziale pressione sui prezzi derivante dal lato salariale, ben ricordiamo il dato delle paghe orarie salite del 2.9% su base annua, l’ultima tornata di dati hanno in sè un effetto tranquillizzante. Infatti, l’impatto dei nuovi assunti, ben 313 mila unità, non si è riversato sui salari che sono cresciuti solo del 2.6% su base annua.

Con il tasso di disoccupazione sui minimi storici al 4.1%, le ragioni di raffreddamento nelle paghe orarie, risiede principalmente nelle dinamiche della forza lavoro, tornata ad aumentare, grazie al programma di inserimento dei veterani o di ex carcerati. Categorie di nuovi lavoratori che insieme a chi lascia il part time per un full time, di certo non è in grado di imprimere sul costo del lavoro stesso. D’altro canto, a leggere i rapporti delle agenzie di lavoro, gli USA vivono una condizione del lavoro dove esiste ancora scarsità di lavoratori preparati. Questo fattore evidentemente spinge verso l’alto la formazione dei salari, ma nell’insieme evidentemente le forze si elidono a vicenda.

Risultato finale?
I timori che una spinta all’inflazione potesse giungere proprio dal mondo del lavoro, in piena occupazione, potrebbero rivelarsi infondati, o quanto meno perdere forza relativa. Abbiamo bisogno di una bella storia per guardare avanti e una ancora più convincente per spiegare quanto avvenuto sino ad ora. L’azionario americano sembra pronto per ritornare sui massimi di gennaio, per altro con l’indice dei tecnologici che ha già superato i precedenti allori. E allora ben venga la storia del goldilocks, sebbene ormai si stia protraendo da tanto tempo, sembra proprio quella più verosimile. E ben vengano anche i rendimenti dell’obbligazionario che al più si stanno adeguando senza strappi alle intenzioni di una Fed che sembra non avere fretta di effettuare una politica aggressiva di rialzi.

Cosa abbiamo quindi ora dinanzi a noi?
Un mercato che si sta posizionando per tre rialzi per il 2018. Sembra non temere un quarto rialzo. E forse giustamente, almeno fino a quando non dovesse mutare la narrativa corrente. La politica fiscale di Trump ed eventuali nuovi timori per una guerra tariffaria, che al momento sembra essere congelata, potrebbero aggiungere almeno qualche elemento di riflessione in più nella storiella del né troppo caldo e né troppo freddo.

 Christian Zorico: LinkedIn Profile

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