Quanto sappiamo davvero della Cina? Evidentemente è giusto preoccuparsi dell’andamento della seconda Economia mondiale eppure spesso ci celiamo dietro il fatto che i dati forniti da Beijing non siano pienamente affidabili. Qualcuno sembra ignorare anche il nome del Presidente della Repubblica Popolare Cinese, Xi Jinping, ma questa è un’altra storia che inizia ad auto nutrirsi di ironia su Twitter.

Guardiamo per un attimo ai fatti degli ultimi mesi: a partire da Luglio, l’amministrazione Trump ha imposto dazi su 250 miliardi di dollari di merci cinesi e il colosso asiatico ha risposto con tariffe che colpiscono 110 miliardi di dollari di prodotti statunitensi. Una vera e propria guerra commerciale a cui si è aggiunta una, “moderata” per il momento, reazione valutaria. Il Renminbi ha perso circa il 10% del suo valore negli ultimi 6 mesi eppure al momento sembra che il movimento sia destinato al massimo a continuare per un 3% – 5% dai livelli attuali considerando minime le probabilità per un ulteriore deprezzamento del 20%.

Di questa idea è la casa di ricerca indipendente Enodoe il capo economista Diana Choyleva da sempre focalizzata sulle dinamiche cinesi, si spinge anche oltre nelle previsioni. Per quanto infatti il governo abbia varato alcune misure fiscali espansive e dal punto di vista monetario la Banca Centrale stia cercando di calmierare gli effetti negativi del processo di delevereging, siamo ancora lontani secondo il Chief Economist da una situazione in cui si possa adottare una politica di stimolo generalizzata. Come a sottolineare che le munizioni piu’ importanti siano ancora a disposizione, qualora la situazione dovesse peggiorare.

Personalmente concordo sul fatto che un eccessivo deprezzamento dai livelli attuali dello Yuan sia da considerare poco probabile per almeno due ordini di motivi.

Innanzitutto Beijing ha tutto l’interesse nel volere dimostrare una certa stabilità valutaria agli investitori nel lungo termine e pertanto oscillazioni troppo esagerate ne minerebbero la sua credibilità. Inoltre qualora la valuta dovesse deprezzarsi ancora soprattutto nei confronti del Dollaro, si darebbe forza e fiato alle trombe di Trump, sempre pronto ad accusare la Cina di manipolazione valutaria e pratiche scorrette dal punto di vista commerciale.

Anche il fatto che il Paese possa implementare ancora misure espansive lo trovo plausibile. Tuttavia spererei non dovessimo trovarci in una tale situazione troppo presto con un debito già elevato e con le altre economie che risentono comunque di un rallentamento congiunturale. In una situazione simile la tenuta dell’economia globale sarebbe a serio rischio, con l’Asia che già mostra qualche segno di affanno, ad appesantire l’andamento degli altri player internazionali.

Tornando per un attimo agli effetti valutari è vero che, se da un lato l’apprezzamento del Renminbi durante lo scorso anno aveva penalizzato le aziende portate ad esportare, dall’altro il movimento degli ultimi mesi dovrebbe portare loro dell’ossigeno. Resta il fatto che nel corso del terzo trimestre il GDP reale sia cresciuto con minor vigore, posizionandosi sotto il trend di medio termine pur beneficiando di una domanda interna ancora robusta.

Una probabile spiegazione che si evince guardando i dati forniti sempre da Enodo, risiede nella maggior propensione dei consumatori presenti nelle periferie a diminuire i loro risparmi a favore dei consumi. Il governo centrale chiaramente sta puntando molto su questa ulteriore valvola di sfogo per l’economia, soprattutto perché le zone rurali non risentono in egual misura del processo di ridimensionamento del debito in atto rispetto alle realtà urbane.

Xi Jinping e il Partito Comunista Cinese hanno dinanzi a loro una bella sfida plurima: continuare a sostenere la crescita, calmierare le bolle presenti sia sul mercato delle case che sul tessuto aziendale per l’accesso facilitato al credito degli ultimi anni ed infine monitorare una variabile che spesso non si considera come fondamentale in Cina, ovvero l’inflazione. La guerra commerciale in atto, insieme alle dinamiche proprie di un eccesso di liquidità in circolazione ha portato ad una crescita dei prezzi che, sia pur ufficialmente sotto il target del 3%, apparentemente sta iniziando a minare la capacità di spesa dei consumatori finali soprattutto per l’accesso a determinati servizi come sanità ed educazione oltre che per gli affitti delle case.

 Christian Zorico: LinkedIn Profile

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Ha conseguito il Master of Quantitative Finance and Risk Management (MAFINRISK) presso l’Università Bocconi nel 2005 dopo essersi laureato in Economia degli Intermediari Finanziari presso la stessa Università. Inizialmente ha svolto attività di ricerca e tutoring per i corsi di Portfolio management e Applied Econometrics presso l’Università Bocconi tenuti dal Professor Andrea Beltratti. In seguito ha avuto modo di consolidare le nozioni tecniche ed applicarle sul campo durante l’esperienza come quantitative analyst e risk manager in un Hedge Fund con strategia macro e successivamente ricoprendo la posizione di gestore di portafoglio e fund manager con mandato flessibile per una banca privata svizzera e un gestore di fondi. L’area di interesse è da sempre il mondo fixed-income e azionario, inseriti nel più ampio approccio di analisi top-down.

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