Durante la settimana appena trascorsa abbiamo assaggiato le parole di Jerome Powell prima alla Camera durante una relazione al Comitato servizi finanziari e successivamente in audizione al Senato.

Un Presidente della Fed che tenta di ammorbidire i toni iniziali spiegando come, pur dando per scontati tre rialzi e lasciando aperta la possibilità di un quarto ulteriore nel corso dell’anno, si tratterà sempre comunque di un atteggiamento molto graduale. In un passaggio del suo intervento si intuisce chiaramente come allo stato attuale degli eventi, l’inflazione salariale non è in fase di accelerazione e che il mercato del lavoro pur continuando a rafforzarsi non dovrebbe causare eccessiva inflazione. In tal senso sembra quasi che la FED sia disposta ad accettare un livello di inflazione superiore al 2% per un periodo non lungo di tempo, evitando comunque di trovarsi “dietro la curva”. Pertanto, i rialzi graduali vanno letti in questo contesto.

Così il termometro principale, i rendimenti della curva governativa, dapprima hanno reagito in maniera nervosa con il decennale americano che ha toccato il 2.92%. L’azionario ha manifestato la correlazione tipica di un rialzo dei rendimenti, mostrando ancora segnali di cedimento. In realtà, l’andamento successivo dei bond ha non solo accettato il secondo intervento di Powell in maniera più serena, ma ha evidenziato qualche timore di rottura del giocattolo nel momento in cui un tweet di Donald Trump ha gettato il mondo intero nel vortice di una guerra tariffaria. Dazi del 25 e del 10 per cento sull’importazione di acciaio e alluminio, sembrano aver dato il via ad una corsa, almeno di dichiarazioni, verso politiche protezionistiche per tanto tempo scongiurate.

Sembra palesarsi l’ombra di un periodo ben distante dal quel mondo globalizzato che ha sicuramente facilitato gli scambi e creato ricchezza a livello mondiale.

Chiaramente Donald Trump nel suo disegno di proteggere l’America e creare le condizioni per un’economia migliore, ribadisce come una fetta importante del prodotto interno lordo sia andato perso a favore di concorrenti esteri.

Sembra una dichiarazione di guerra, verso quei Paesi più esposti in termini di bilancia commerciale degli Stati Uniti. Subito il pensiero va alla Cina.

In questi giorni si leggono molti articoli di fantaeconomia secondo cui il rialzo di rendimenti nella giornata di venerdì siano stati incentivati direttamente o indirettamente dal timore che la Cina possa ridurre le proprie riserve di Treasury come contropartita alle mosse di Trump. Sarebbe una reazione quantomeno illogica, perché in qualche modo acculerebbe il movimento negativo dei bond riducendo il valore dei titoli che resterebbero nelle proprie riserve. Ma al di là di questa versione un po’ teatrale, andando a guardare bene, la Cina non rientrerebbe neanche tra i primi 10 esportatori di acciaio verso l’US. Molto più coinvolti Paesi come il Canada, il Sud Korea e la Germania secondo i dati a disposizione di UNdata.

Sicuramente le dichiarazioni di Trump e l’escalation di Europa e degli altri attori della scena internazionale, hanno offuscato i discorsi di Powell. Eppure noi in questo articolo siamo partiti proprio da lui per comprendere le azioni successive della FED.

Un clima di protezionismo, potrebbe aumentare le probabilità di osservare una pressione sui prezzi non incorporata nei modelli attuali della Federal Reserve. Nella giornata di venerdì infatti il rendimento del decennale americano è tornato a salire superando il livello del 2.85% dopo che si era giunti sotto la soglia del 2.80%. Un’inversione chiara di tendenza, malgrado gli indici azionari mostravano con crescente volatilità la voglia di correggere ancora. Pur non avendo una palla di cristallo, dalle prime reazioni dei mercati, sembra evidente che gli investitori abbiano bocciato l’intervento del presidente americano, che appare sempre più isolato nel suo mandato. Quello che gli investitori iniziano a temere, qualora la politica protezionistica dovesse prendere il sopravvento, è un calo generalizzato dei margini delle aziende, qualora non riuscissero a riversare sul consumatore finale il prezzo dei dazi, oppure una pressione sui prezzi.

O forse un buon mix dei due effetti.

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