Lo Specchietto RetrovisoreQualche riga per descrivere la settimana appena trascorsa. In verità, in estrema sintesi, solo un paio di parole: rischio geopolitico. Gli investitori hanno preferito “buttarsi” sugli asset considerati più sicuri. L’oro ha continuato la sua corsa insieme allo Yen. L’azionario invece ha vissuto un minimo di ritracciamento, con la classica rotazione settoriale che ha premiato i settori più difensivi.  A sua volta il Petrolio, con l’indice WTI che flirtava sopra i 53 sui nuovi massimi di periodo, non ha scalfito minimamente la price action dei Governativi. In un altro contesto la forza delle materie prime avrebbe contribuito a spingere i rendimenti dei Bond più sicuri verso l’alto e invece il Treasury a 10 anni è andato a testare il 2.20%, nella giornata di lunedì dopo Pasqua, pur con volumi inferiori rispetto ai valori medi.

Tra le tensioni tra Nord Corea e USA e l’avvicinarsi delle elezioni in Francia, resta vivo il tema del safe haven, della corsa al bene rifugio.

Eppure questo numero dello “Specchietto Retrovisore” vuole dedicare un pensiero all’Italia, in particolare all’argomento PIR, Piani Individuali di Risparmio. Ne parlano tutti ormai, al bar come su testate giornalistiche non specializzate come Donna Moderna (per altro con un certo tono interrogativo, che almeno lascia qualche dubbio al lettore). Ne parlano troppo anche i promotori finanziari che io reputo in questa circostanza senza scrupolo, non solo economico. Attenzione, di certo non tutti (la maggior parte dei promotori finanziari è di indubbia professionalità ed esercita la professione con la dovuta serietà, competenza e preparazione), ma quando una mia amica che non ha un lavoro stabile e con impegni familiari importanti mi chiede consiglio perché un promotore le ha proposto di investire in PIR i suoi risparmi destinati alla figlia ancora piccola, è evidente che qualcosa non va. Se ne parla troppo e con poca cautela.

Ma andiamo per ordine e diamone una definizione. È un investimento a medio termine che si pone l’obiettivo di veicolare le risorse dei piccoli risparmiatori verso le aziende italiane piccole e medie. In sostanza, un modo per far incontrare il bisogno di investire delle famiglie e quello della ricerca di capitali da parte del tessuto economico italiano.pirNel dettaglio ogni PIR, (sotto forma di azione, obbligazione e/o quota di fondo di investimento) prevede come descritto nell’ultima legge di bilancio, un investimento minimo di 500 euro e massimo di 30.000 euro annui per i prossimi 5 anni. Per poter beneficiare della piena esenzione fiscale dalle imposte su rendimenti e incremento di capitale, devono essere detenuti per un periodo di almeno 5 anni. Dal punto di vista dell’investimento, il 70% deve essere destinato a strumenti finanziari emessi da imprese italiane e/o da imprese europee che hanno una stabile organizzazione in Italia. Infine almeno il 30% del 70% deve essere investito in strumenti finanziari di imprese inserite nell’indice FTSE MIB.

Sembra pertanto essere un’opportunità di investimento per tutti quei risparmiatori che non potendo più trovare nei BOT e nei BTP una valida forma di rendimento, hanno a disposizione una nuova opportunità. Inoltre questa tipologia di investimento non è nuova in senso assoluto. Altri Paesi hanno già sperimentato questo canale di finanziamento per le imprese medio piccole. In effetti già un miliardo nei soli primi tre mesi è stato convogliato verso i PIR. Prevista una raccolta superiore ai 15 miliardi, ma sembra una soglia facilmente superabile visto l’interesse che ha da subito riscontrato.

Ma veniamo a quello che non mi piace, o meglio riflettiamo almeno su un concetto. Medio termine. Cinque anni non sono pochi soprattutto per un piccolo risparmiatore. Attendere cinque anni per poter beneficiare di un eventuale risparmio fiscale potrebbe rivelarsi una scelta non finanziaria, perché costretti a disinvestire per far fronte a spese improvvise.

Di certo si tratta di un’opportunità, per chi sul treno è salito dall’inizio e che indipendentemente dal risparmio fiscale salterà fuori dal vagone molto prima dei cinque anni. Alcuni titoli oggetto dei PIR si sono valutati oltre il 50% da inizio anno perché meno liquidi dei titoli con alta capitalizzazione e quindi l’interesse non dei piccoli investitori, ma dei grandi, ha già mosso il mercato. Ovviamente di strada ce ne sarebbe ancora perché si tratta di aziende che girano a forte sconto rispetto ai loro competitors di più grande dimensione. Ma non scordiamoci che la liquidità di questi titoli così come è stato un fattore che ne ha sostenuto la corsa, può rappresentare l’elemento negativo nel momento in cui si decidesse di prendere profitto. L’effetto imbuto è già scritto per definizione in questa tipologia di investimento.

Christian Zorico: LinkedIn Profile

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Ha conseguito il Master of Quantitative Finance and Risk Management (MAFINRISK) presso l’Università Bocconi nel 2005 dopo essersi laureato in Economia degli Intermediari Finanziari presso la stessa Università. Dopo aver svolto attività di ricerca e tutoring in Portfolio management e Applied Econometrics presso l’Università Bocconi con il Professor Andrea Beltratti ha avuto modo di consolidare le nozioni tecniche ed applicarle sul campo durante l’esperienza in Mangart, Hedge Fund con strategia macro. Dal 2010, prima in Banca Euromobiliare Suisse e, in seguito ad acquisizione, in Banca Zarattini svolge attività di gestore Fixed Income ed Equity.

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