Lo Specchietto Retrovisore – 04/10/2015

0
303

Christian Zorico (149)

 

 

 

 

 

Immagine3Dopo Volkswagen, è ancora dal micro che si dipanano le preoccupazioni per gli investitori: Glencore, il trader di materie prime, nella sola giornata di lunedi 28 settembre perdeva il 29,42% del suo valore portando al 77% le perdite da inizio anno. Dopo aver seguito una correzione strettamente correlata con l’andamento delle materie prime (non molto sorprendente per altro), è bastato un report scritto a cura della Banca e Asset Management Investec, per far in modo che il titolo collassasse in borsa, salvo poi recupeare durante il corso della settimana. I timori sono tutti concentrati sulla sostenibilità del debito qualora il prezzo delle materie prime (rame in assoluto), dovesse ancora essere sotto pressione. La controreazione è stata segnata sia da rassicurazioni da parte del management, che il piano di riduzione del debito di circa un terzo verrà rispettato (da 30 a circa 20 billions attraverso la dismissione di asset, riduzione dei CAPEX e la sospensione dei dividendi), sia per il segnale di fiducia lanciato dal membro del board direttivo ed ex CEO di Morgan Stanley, John Mack, per aver acquistato il controvalore di 600.000 dollari in azioni.Grafico_Glencore PLC_da Investing

A me lascia perplesso il recupero dei corsi azionari, quanto la violenza della caduta concentrata tutta in un singolo giorno. Quasi come se il mercato si fosse svegliato dal torpore e avesse per la prima volta preso atto che l’ammontare del debito di Glencore fosse poco sostenibile. Solo un numero basterebbe per far capire quanto l’intero business di Glencore sia compromesso: 3,4 anni è la scadenza media del debito, davvero molto breve per un settore industriale dove sono richiesti investimenti a lungo termine. E sempre per dare una misura dell’avversione al rischio dei risparmiatori, possiamo osservare il rendimento dell’emissione più grande in USD che scade ad ottobre 2017 (di 1,75 billions, cedola 2.5%), giunto a sfiorare 740 bps in più rispetto al Treausuries. È evidente che il premio al rischio richiesto dagli investitori ormai parla di Distress Debt piuttosto che di un titolo con rating Investment Grade.

Quindi, ancora una settimana interessata da perturbazioni idiosincratiche, ma inevitabilmente anche da considerazioni più macroeconomiche.

La tornata di dati di venerdì incentrati sulla condizione di salute del mercato del lavoro statunitense, ha portato nuovamente l’attenzione degli operatori sulla data del primo rialzo della FED. I futures sui FED Funds ormai danno come remota la possibilità di un rialzo ad ottobre (solo l’8%) mentre riducono al 32% la probabilità per il meeting di dicembre, spostando l’appuntamento al 2016 (40% a gennaio e 55% a marzo p.v.). I payrolls parlano di soli 142.000 nuovi posti di lavoro contro i 200.000 attesi dal mercato, dato reso ancora più preoccupante dopo la revisione al ribasso di 59.000 occupati per i due mesi precedenti. In calo anche le ore medie lavorate da 34,6 a 34,5. I salari fermi e un tasso di disoccupazione invariato al 5,1% (per colpa del tasso di partecipazione ai minimi dall’ottobre del 1977 sceso al 62,4% dal 62,6%) offre una fotografia dell’occupazione in america dai toni foschi. L’indice azionario S&P500, dopo i dati, ha iniziato una brutta correzione portandolo giù dell’1,5% (alle  ore 10:06 a quota 1895,5) e, per contro, il rendimento del decennale americano ha accentuato il suo declino all’1,91% dal 2,04% della chiusura precedente indicando la bassa probabilità di un imminente rialzo.

Grafico_S&P500_da Investing.comRendimenti cosi bassi offerti dal Treasury indicano non solo un procastinare del primo rialzo, ma lasciano intendere scenari più avversi. Continuo invece a credere che siano una eventuale opportunità di realizzo; infatti piuttosto che soffermarsi sulla data del primo rialzo cercherei soprattutto di guardare al percorso futuro che la FED dovrà adottare. Pur avendo perso ad inizio anno la possibilità di rialzare in un contesto stabile a livello internazionale e ben saldo per quanto riguardava l’economia locale, gli Stati Uniti hanno comunque l’obbligo di normalizzare la loro politica monetaria.

Occhi puntati all’andamento dell’inflazione: una stabilizzazione dei prezzi delle materie prime potrebbe fornire una sorpresa positiva sulle aspettative di inflazione futura e rendere pertanto inaccetabile l’attuale rendimento offerto dal Treasury. Buona settimana e al prossimo specchietto retrovisore.

image_pdfimage_print
SHARE
Previous articleLa Copertina d’Artista
Next articleLo Specchietto Retrovisore – 11/10/2015
Ha conseguito il Master of Quantitative Finance and Risk Management (MAFINRISK) presso l’Università Bocconi nel 2005 dopo essersi laureato in Economia degli Intermediari Finanziari presso la stessa Università. Dopo aver svolto attività di ricerca e tutoring in Portfolio management e Applied Econometrics presso l’Università Bocconi con il Professor Andrea Beltratti ha avuto modo di consolidare le nozioni tecniche ed applicarle sul campo durante l’esperienza in Mangart, Hedge Fund con strategia macro. Dal 2010, prima in Banca Euromobiliare Suisse e, in seguito ad acquisizione, in Banca Zarattini svolge attività di gestore Fixed Income ed Equity.

LEAVE A REPLY

Login with:
Powered by Sociable!