“L’America in Italia, l’America sta qua”: quasi profeticamente, Carlo Dapporto recita, anzi canta questa strofa nel film “I pompieri di Viggiù”(1949), ma ancora non sa quanta verità porta dietro di sé quel verso, canticchiato con una delle solite melodie care alle riviste dell’attore sanremese. I quasi 20 anni che vanno dal 1950 al 1969, che appassionano e sconvolgono Roma, la fanno tornare per un breve, intenso periodo il centro del mondo, la città dei divi (nazionali e internazionali) e dei grandi registi, delle notti mondane, dei tormentati amori (come quello tra Walter Chiari e l’attrice americana Ava Gardner), del divertimento ad ogni costo, delle megaproduzioni con migliaia di comparse e capricci delle varie star di turno. E’ anche il periodo del boom economico italiano e il cinema, che mai come in Italia si è sempre candidato con successo a specchio della società, mette in mostra la parte più bella del nostro Paese.

In uno dei tanti caffè di Via Veneto, vengono immortalati anche il produttore Angelo Rizzoli, insieme a Federico Fellini e Anita Ekberg, pochi mesi dopo il travolgente successo de “La Dolce  Vita".
In uno dei tanti caffè di Via Veneto, vengono immortalati anche il produttore Angelo Rizzoli, insieme a Federico Fellini e Anita Ekberg, pochi mesi dopo il travolgente successo de “La Dolce Vita”.

Già tra il ’48 e il ’49 gli americani cominciano a scoprire i vantaggi di produrre in Italia con Il principe delle volpi, che ha nel cast Orson Welles e Tyron Power, il cui matrimonio con Linda Christian è uno dei primi avvenimenti mondani che attirano a Roma la stampa e l’attenzione internazionale. Citando dati dell’ANICA, l’Associazione italiana dei produttori cinematografici, è stato notato che “tra il 1957 e il 1967 le compagnie americane hanno speso circa 350 milioni di dollari per acquistare film italiani e per partecipare alle loro produzioni, nonché per produrre i propri film in Italia”. Quindi in Italia, una tradizione cinematografica locale e culturalmente robusta emerge più o meno intatta dalle rovine del fascismo e crea, grazie all’ampia protezione e ai sostegni governativi, l’alternativa più efficace e radicata a Hollywood, di tutta Europa. Anzi, almeno per il ventennio che va dal 1950 al 1969, Hollywood sembra essere in stato di subordinazione nei confronti di Cinecittà, il cinema italiano sembra essere dunque il centro del mondo cinematografico, con la qualità dei suoi autori, dei suoi attori e dei suoi mezzi a basso costo.

1957- walter chiari insegue il paparazzo tazio secchiaroli reo di averlo fotografato in compagnia dell'attrice americana Ava Gardner.
1957- walter chiari insegue il paparazzo tazio secchiaroli reo di averlo fotografato in compagnia dell’attrice americana Ava Gardner.

L’Italia del boom economico e della Dolce Vita dunque, diventa la regina del cinema mondiale di questo breve ma intenso periodo. E’ anche il periodo in cui il cinema italiano fa scuola nel mondo: le massime dive del cinema mondiale sono italiane, Gina Lollobrigida, Silvana Mangano e Sophia Loren; De Sica, Rossellini e Visconti portano il cinema nelle strade, tra la gente comune, con il neorealismo; Blasetti rispolvera e fa resuscitare il vecchio film a episodi; Anna Magnani vince l’Oscar per La rosa tatuata, nel 1955; Walter Chiari appassiona il gossip mondiale con la sua folle e travolgente storia d’amore con Ava Gardner; mentre Marcello Mastroianni con la sua aria sorniona, pigra e malinconica conquista Hollywood. Insomma è in questo contesto storico che si muove e si celebra il cinema italiano nel mondo. Ed era un vantaggio per tutti, per i produttori americani, che spendevano molto meno che a Hollywood, e per gli italiani, che si assicuravano un lavoro di lunga durata e ben pagato. Il dollaro significava benessere. Beneficiarono della nuova situazione alberghi, ristoranti, locali notturni, negozi eleganti di Via Condotti e “paparazzi”. Tra Via Veneto e Piazza di Spagna, fino a Trastevere, nasceva la Dolce Vita.

Infatti un’altra attrazione irresistibile, in questo caso più che per i produttori, per registi e attori, che hanno spesso l’ultima parola nella scelta del luogo in cui girare, è il fascino di Roma. Un fascino duplice: da una parte le bellezze monumentali e storiche della città. Molti divi, in trasferta di lavoro, prendono in affitto sontuose ville sull’Appia antica. E alcuni produttori incaricano gli autisti che vanno a prelevare gli attori all’aeroporto di compiere un lungo giro al ritorno, per suscitare la loro meraviglia. Dall’altra le tentazioni dei locali notturni e di una mondanità che, in limiti geografici ben circoscritti, si sviluppa quasi ininterrottamente per tutto l’anno, con una breve sospensione durante il più caldo periodo estivo, ovvero un temporaneo trasloco nelle località di villeggiatura, da Capri a Taormina, da Positano a Ischia.

Mastroianni in via Veneto- 1959
Mastroianni in via Veneto- 1959

Le star, incuriosite o supponenti, arrivano come delle vere conquistatrici: si portano bauli pieni di vestiti, kleenex e aspirina. E vengono accolte con tutti gli onori che i conquistati tributano ai conquistatori graditi. Abitano nei grandi alberghi di via Veneto o nelle megaville prese in affitto. A Roma Audrey Hepburn trova marito, Anita Ekberg incontra Fellini, Liz Taylor si innamora di Richard Burton e si avvelena, Ava Gardner e Anthony Franciosa litigano per colpa di Walter Chiari, mentre Marcello Mastroianni fa il bagno vestito nella fontana di Trevi, insieme alla biondona Anita Ekberg. Le notti della capitale si animano con risse, finti suicidi, scenate di gelosia. La ricchezza, l’abitudine al lusso, i capricci da vere dive, l’alcol, gli amorazzi passeggeri sono il pane quotidiano dei rotocalchi. In realtà, i produttori hanno altre buone ragioni per scegliere Cinecittà e accontentare così attori e registi.

Intorno a Roma è possibile trovare scenari spettacolari ed eterogenei, adatti alle più diverse esigenze di ambientazione previste dal copione, e il clima mite consente le riprese in esterno per quasi tutto l’anno, con evidenti conseguenze di risparmio. Qualche precedente tentativo di impiantare produzioni in un paese come l’Inghilterra, più omogeneo per ragioni linguistiche e culturali, fallisce proprio per ragioni climatiche. In alcuni casi, perfino, sono rilevanti i danni alle scenografie, che marciscono rapidamente a causa dell’umidità. In breve, a Cinecittà e, ovviamente, ancor più a Roma, si innesca un meccanismo che si autoalimenta: tutti vogliono essere là, dove ci sono i personaggi più importanti. E i personaggi più importanti vanno là, dove tutti vorrebbero essere: “per la prima volta si può essere una superstar senza andare in America”.

Importante alleato di questo meccanismo, caratteristico dello star system, è il giornalismo di gossip, che trova proprio nello speculare sistema circolare della Dolce Vita la sua prova più clamorosa: la stampa periodica è la prima fonte di lavoro e di ispirazione per La Dolce Vita di Fellini. Ma dopo l’uscita del film, e anzi perfino durante la lavorazione, i settimanali si fanno concorrenza nell’andare a trovare i luoghi reali celebrati nel film, in un cortocircuito fra reale e racconto filmico che trasforma la Dolce Vita e La Dolce Vita, la vita quotidiana e la sua interpretazione filmica in un unico, inestricabile groviglio narrativo. Il giornalismo di gossip partecipa dunque attivamente al mito della Roma della Dolce Vita: la bella attrice che sposa il ricco produttore (Loren e Ponti/ Mangano e De Laurentiis), i numerosi latin lovers ( Chiari, Brazzi, Mastroianni, Gassman, Arena ), gli amori tormentati, fasti e nefasti delle grandi produzioni cinematografiche, le curiosità più o meno legittime sulla vita privata delle star. Tutto ciò concorre a far diventare Roma, in brevissimo tempo, la “Hollywood sul Tevere”, producendo ventisette kolossal e centinaia di altri film, nell’arco di un ventennio, dal 1950 al 1969, in un continuo viavai di registi e attori di prima grandezza. Il luogo simbolo diventa Via Veneto, il predestinato ombelico della Dolce Vita, in sinuosa discesa da porta Pinciana a piazza Barberini, con i suoi grandi alberghi, i dehors dei caffè sempre più affollati, gli orgogliosi ippocastani, il fascino senza tempo della scalinata di Piazza di Spagna.

La vocazione di via Veneto come centro mondano e intellettuale della città si manifesta già tra la prima e la seconda guerra mondiale, con una predominanza della matrice culturale. Una comunità di giornalisti, scrittori, pittori, intellettuali, snob e perdigiorno, cui si affianca negli anni quella di gente del cinema, sempre più numerosa, secondo rituali che rispettano una precisa geografia, segnata dal diverso colore degli ombrelloni dei caffè e dall’invisibile confine che separa i due lati della via. Ai riferimenti spaziali si aggiungono anche quelli temporali: i rituali seguono orari ben noti a ciascuna delle cerchie che si sovrappongono e si avvicendano in quelle poche centinaia di metri. La metamorfosi di via Veneto da centro intellettuale a grande scenario della Dolce Vita viene registrata dai giornali con assidua puntualità. Le memorie e i documenti sull’argomento sono numerosi e vivaci, essenziali per comporre fedelmente lo scenario. La Fallaci ad esempio, registra la vita quotidiana della strada riportando frequentazioni e orari, e scrive: “Alle due del mattino, quando gli intellettuali sono andati a dormire, arrivano col rombo delle automobili da corsa le grandi firme del cinema. Ormai c’è posto per tutti e le fuoriserie si accostano alla riva sinistra di via Veneto, come navi che attraccano ad un porto. C’è la Ferrari di Rossellini, la Jaguar di Raf Vallone, la MG di Kerima, la B21 di Rascel, la Mercedes di Anthony Quinn. Tutti a quell’ora, scendono dalle loro fuoriserie, per andare a bere del whisky. Tutti a quell’ora bevono whisky. Chiedere un caffè o un’aranciata sarebbe considerato segno di grave disdoro”.

audrey hepburn sulla scalinata che congiunge Piazza di Spagna a Trinità dei Monti
audrey hepburn sulla scalinata che congiunge Piazza di Spagna a Trinità dei Monti

Questo modo di bere è chiaro indicatore della presenza di attori stranieri. E naturalmente attrici. Anita Ekberg ed Elizabeth Taylor, per esempio, sono celebri per la loro bellezza, i loro amori, e i loro consumi ad alta gradazione. L’alcol diventa un segno di elezione e di stile. Scrive Flaiano: “Nei bar del centro, in questi di via Veneto, chi beve ostinatamente, lo sappiamo, sono forse in tutto un centinaio, e diventano con il tempo oggetto di ammirazione, perché rivelano un’abitudine ai viaggi, al modo di vita europeo. Più che dei viziosi essi si sentono dei privilegiati”. “Le ore”, che ha la redazione proprio al numero 169 di via Veneto, dedica alla strada un servizio di otto pagine quasi esclusivamente fotografico, con didascalie, brillanti e colorate. Testimoniano il periodo più splendido, prima che sopraggiunga la crisi delle grandi produzioni (metà anni ’60), e che Fellini, con il suo film, cristallizzi un’epoca, ovvero prima che l’ispirazione diventi manierismo.

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