Con il diffondersi della cultura della sostenibilità cambia lentamente anche l’aspetto del costruito. Sarà che l’architettura sostenibile e le tecnologie per uno sviluppo sostenibili si stanno diffondendo per una maggiore sensibilità verso l’ambiente, o per moda, o molto più probabilmente perché cominciano ad essere un ottimo business, ma la sostanza è che il processo produttivo, la forma del manufatto edilizio ed il suo contesto stanno cambiando.

Lo sviluppo sostenibile, vero o distorto che sia, sta offrendo alla nostra vista un nuovo alfabeto di forme spesso riconducibili agli elementi costruttivi generati dalla logica di questa nuova era: pannelli solari che trasformano tetti e piantagioni in distese di vetro squamato, torri eoliche piantate tra le colline come ombrelloni nelle dune di una spiaggia libera nel giorno di ferragosto, grumi di led luminosi che luccicano come le biglie di un ragazzino, isole verdi sui solai esterni degli edifici come dei mini vivai, canalette di scolo per il recupero delle acque piovane che proliferano come ragnatele , batterie di bidoni colorati per il riciclo dei rifiuti allineati come birilli, ed altro ancora… Ma questi elementi, o forse sarebbe meglio chiamarli prodotti, raramente sono frutto di un design ricercato, e ancor più raramente sono utilizzati come forme per arricchire il linguaggio comune dell’architettura contemporanea.

Pochi sono gli studi di progettazione che li utilizzano anche come elementi compositivi. Eppure essi, sempre più, si trovano casualmente a partecipare al cambiamento dell’aspetto dell’ambiente costruito. Del resto, riferendoci al panorama italiano, non poteva che essere così. A differenza della maggior parte delle città europee, dove il patrimonio immobiliare è stato aggiornato, provvedendo a ristrutturare radicalmente o costruendo ex novo, le città italiane, dopo la costruzione massiccia del dopoguerra, sono ancora sostanzialmente ferme. Gli interventi attuali che rientrano nella logica dell’eco-sostenibilità si sovrappongono all’immagine del costruito esistente creando spesso accostamenti stridenti. Ed è difficile trasformare le nostre città in città sostenibili pensando di congelare tutto l’esistente. Sostituire vecchi edifici, purché senza valore storico, con nuove costruzioni è il modo migliore per sperimentare un nuovo linguaggio architettonico attento ai problemi dell’ambiente, oltre che necessario per raggiungere gli obbiettivi di sostenibilità fissati dalla comunità europea.

 L’insostenibile design del sostenibile

Nel nostro paese l’edilizia sostenibile può per ora sperimentare il potenziale formale del linguaggio dell’eco-sostenibilità solo nelle poche periferie cittadine in via di espansione o nelle residenze di nuova costruzione isolate dai centri urbani. Qui il design ecosostenibile, quando voluto, è ancora espresso come la sola attenzione che il progettista deve avere sui materiali, sui processi produttivi, sulla tecnologia e sulla vita del costruito. Certo non è poca cosa, ma da un punto di vista del linguaggio architettonico queste attenzioni sono solo conseguenze dell’atto di progettare e costruire e non un punto di partenza.

Alcuni dei grandi architetti stanno lavorando da tempo sull’integrazione delle tecnologie verdi con le necessità compositive del loro linguaggio architettonico; sono loro gli apri pista verso la sperimentazione di nuove forme.

Nel 1996 Thomas Herzog, Norman Foster, Renzo Piano e Richard Rogers decisero di promuovere la Carta Europea per l’Energia Solare nell’Architettura e nella Pianificazione Urbanistica, a cui aderirono altri progettisti. Non è un caso che in ambito europeo siano proprio loro i principali esponenti di questa eco-evoluzione dell’architettura e del suo lessico formale.

Basti pensare, per esempio, al tetto ondulato costituito da materiali di riciclo della California Academy of Sciences di San Francisco progettato da Renzo Piano, o alla vertiginosa tettoia in legno concepita da Thomas Herzog per l’Expo 2000 di Hannover insieme al SokaBau, l’edificio per uffici ad alta efficienza energetica di Wiesbaden.

Non vanno dimenticate le Vivaldi Towers di Norman Foster che svettano nel quartiere energeticamente avanzato di Amsterdam, la sede dell’Assemblea regionale del Galles a Cardiff di Richard Rogers e infine il Terminal 4 dell’aeroporto di Madrid tutto giocato sulla valorizzazione della luce e della ventilazione naturale.

Di fatto la tecnologia del sostenibile sta rinnovando il modo di costruire ma non è ancora diventata segno per l’architettura “di consumo”, per quello che si potrebbe chiamare design condiviso. Costi e cultura non aiutano, del resto è troppo presto per ottenere da questa trasformazione un vero stile.

La storia insegna.

Ogni stile architettonico con connotazioni formali uniche, spesso scaturisce dall’impegno dei progettisti di un epoca nel far proprio il “segno” generato da una evoluzione della tecnologia di costruzione. Ma questa ricerca richiede tempo.
Un esempio. E’ dopo il periodo di sviluppo tecnologico che va dalla prima alla seconda rivoluzione industriale che si iniziano ad usare intensamente i metalli per la produzione seriale di semilavorati o prodotti commerciali. Ferro, ghisa o acciaio, prima di diventare una opportunità di rinnovamento del design, sono stati usati per diversi anni nell’architettura e nella produzione industriale come surrogati del legno e della pietra.

Nell’ Art Nouveau le tecnologie industriali si piegano allo stile della produzione artigianale, mentre nell’ International Style ne diventano fonte d’ispirazione, punto di partenza per un’idea progettuale.

L’era dello sviluppo sostenibile è appena cominciata, ci troviamo in una fase di passaggio, e le soluzioni che la tecnologia verde propone non hanno ancora mostrato le loro rivoluzionarie potenzialità di innovare la forma del costruito. A livello mondiale sono gli australiani a dimostrarsi più impegnati nell’architettura sostenibile.
L’intera nazione ha intrapreso un forte cambiamento puntando molto su uno sviluppo sostenibile. Le politiche energetiche fortemente volute dal governo, i servizi d’ informazione rivolti ai cittadini su come sviluppare uno stile di vita eco-compatibile, gli investimenti a sostegno del turismo sostenibile, un elevato numero di laureati in Scienze Ambientali rispetto a tutti gli altri paesi industrializzati del mondo, sono solo alcuni dei segnali che confermano il virtuoso impegno australiano in questo ambito.

Ed è qui che è possibile rilevare in architettura una più intensa sperimentazione del linguaggio nel segno dell’ecosostenibilità. Un esempio su tutti è il Council House 2 a Melbourne, considerato l’edificio più sostenibile dell’Australia. L’edificio mostra, a chiusura superiore di una delle facciate del fabbricato, delle grandi pale eoliche ad asse verticale. Il lato più esposto è un’unica persiana di veneziane in legno riciclato che automaticamente si apre o si chiude al variare dell’irraggiamento solare. Cinque cilindri cavi posti lungo la facciata sud incanalano l’aria esterna per portarla verso i piani inferiori. All’interno di questi cilindri viene fatta cadere dell’acqua nebulizzata che raffredda l’aria naturalmente. La stessa acqua in caduta, visibile grazie al tessuto trasparente delle superfici delle torri, successivamente viene raccolta in delle vasche di vetro che hanno anche funzione di pensiline per gli accessi all’edificio sul livello stradale. All’interno degli open-space, adibiti ad uffici, controsoffittature ondulate in calcestruzzo generano cavità sotto i solai, utili alla circolazione naturale del’’area. Gli stessi pannelli sono stati prefabbricati congiuntamente alle serpentine metalliche che successivamente sono state collegate all’impianto di raffreddamento ad acqua.

Queste sono alcune delle soluzioni ecosostenibili del Council House 2, sfruttate anche come segni di architettura. Criticabili o no sono sicuramente un’ esempio di quel potenziale inespresso che lo sviluppo sostenibile può dare all’arricchimento del linguaggio formale dell’architettura attuale, un linguaggio formale “sostenibile”.

Rivista Architetti Taranto N. 5 Anno 2009

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