“A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che «ogni straniero è nemico». Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager. Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano. La storia dei campi di distruzione dovrebbe venire intesa da tutti come un sinistro segnale di pericolo.”

Queste parole, che ancora oggi fanno riflettere su rigurgiti razzisti, sono quelle contenute nell’opera di Primo Levi “Se questo è un uomo”, deportato nel campo Auschwitz-Monowitz e salvato dalle truppe dell’Armata Rossa che il 27 gennaio 1945 arrivarono ad Auschwitz scoprendo, per la prima volta e con incredulità, le atrocità perpetrate dal regime nazista in quel luogo di tortura e di morte.uid_007d6e22acc5353e33861f9c731bf1c51579536423062_width_2066_play_0_pos_0_gs_0_height_1375

I pochi sopravvissuti, come Levi, ripeteranno fino alla fine dei loro giorni quello che accadeva in quel campo ed in tutti i campi di sterminio nazista, spesso impauriti e con la voce rotta dalla commozione.

Uomini, donne e bambini privati di ogni umanità, non persone e nomi, ma soltanto numeri, come quelli che gli venivano tatuati sul braccio, numeri mandati a morire nei modi più assurdi ed atroci.

“Numeri da scaricare”, gli stessi, forse, della cupa canzone composta da Francesco De Gregori nel 2005, che esorta a non piegarsi alla logica dell’indifferenza.

Shoah, olocausto, sterminio, genocidio, sono parole che riecheggiano e si ripetono ogni 27 gennaio, il “giorno detto della memoria”, istituito dalle Nazioni Unite affinché non ci si dimentichi dell’orrore di quei campi e delle testimonianze di quelli uomini, scampati per miracolo ad una fine tragica.

Racconti reali, ma così assurdi e grotteschi, da sembrare il frutto del più distopico dei romanzi di fantascienza o dell’ultima accattivante serie TV, come qualcuno, di tanto in tanto, insinua.

È il caso dell’“Orchestra delle ragazze di Auschwitz” (Mädchenorchester von Auschwitz), creata dalle SS nel 1943, che assolveva gli stessi compiti dell’orchestra maschile del campo, suonare per le detenute costrette ai lavori forzati o intrattenere i loro aguzzini.

Era pratica usuale, infatti, creare orchestre utilizzando i musicisti detenuti nei campi cercando di dare parvenza di un clima disteso, che in realtà non esisteva, oppure semplicemente, per offrire svago alle truppe, ma solo nel campo di Auschwitz-Birkenau, era presente un’orchestra femminile.

Sperando di scampare alla morte, le prigioniere, tra cui erano presenti nomi illustri come Fania Fénelon e Alma Maria Rosé, la prima, cantante e pianista francese, la seconda, violinista austriaca e nipote di Gustav Mahler, erano costrette a suonare per tantissime ore al giorno, malnutrite e vessate dei loro sorveglianti ma, nonostante questo, non smisero mai di portare conforto con la loro arte, alle altre detenute.

Dev’essere questa storia e questo messaggio di speranza ad aver ispirato il brano del cantautore pugliese Camillo Pace, “Birkenau”.

“Birkenau” non è soltanto il racconto di un viaggio in Polonia, tragica meta turistica, ma il filo spinato dietro il quale spesso rinchiudiamo insicurezze e paure che non riusciamo a superare, la gabbia dentro la quale non c’è nessun soldato nazista ad imprigionarci, se non noi stessi e dal quale, riusciamo ad uscire soltanto grazie alla musica ed al suo potere liberatorio e terapeutico.

Quella stessa musica, asservita al potere nazista, spogliata della sua forma più pura, violentata anch’essa, in un posto dove non c’è più niente di umano, un luogo dove persino i bambini in un delirio di onnipotenza e disumanità, vengono mandati a morire nelle camere a gas e le loro polveri finiscono nell’oblio, trasportate dal vento.

Così “Auschwitz” (La canzone del bambino nel vento), la più celebre canzone sull’olocausto composta da Francesco Guccini nel 1966, racconta lo sterminio di milioni di ebrei, ammonendo su tutte le guerre che ancora devastano il mondo.

Quel delirio razzista, non risparmiò neanche gli ebrei convertiti al cattolicesimo, come la santa Edith Stein, deportata dal convento carmelitano di Echt, nei Paesi Bassi, ad Auschwitz-Birkenau, dove morì incenerita.

A lei, nel 1991, Juri Camisasca dedica “Il Carmelo di Echt”, brano dalla forte potenza evocativa e mistica, successivamente interpretato anche da Franco Battiato.

Nel corso degli anni, molti autori hanno sentito il bisogno di raccontare l’olocausto, pur non avendolo direttamente vissuto e molti se ne potrebbero citare e ognuno a suo modo, con la sua musica, ci spinge a non abbassare la guardia, a non dimenticare, a non cadere vittima dell’indifferenza perché, come recita la definizione scritta per lo Zingarelli 2020, da Liliana Segre:

“Quando credi che una cosa non ti tocchi, non ti riguardi, allora non c’è limite all’orrore. L’indifferente è complice. Complice dei misfatti peggiori.”

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