“A cosa serve la guerra?” cantavano i fratelli Edoardo ed Eugenio Bennato, che firmarono la bellissima colonna sonora del film di animazione “Totò Sapore e la magica storia della pizza” del 2003; in questi giorni ce lo stiamo chiedendo un po’ tutti mentre assistiamo ai tragici fatti che stanno accadendo in Ucraina.

Di tanto in tanto, mi suona in testa quel verso che dice che “La guerra non serve mai – Serve soltanto a trovare rimedi che sono peggiori dei mali”, eppure ho come l’impressione che non sarà né la prima e né l’ultima guerra a cui assisteremo.

Intanto, abbiamo scoperto (forse troppo tardi) che vicino a noi c’è una nazione bellissima, di cui forse non ci eravamo curati prima, un posto ricco di storia e di cultura, di paesaggi e di opere architettoniche che non conoscevamo perché lontano dalle mete turistiche più gettonate e, purtroppo, stiamo imparando a conoscere la geografia dell’Ucraina dai bombardamenti sul suo territorio e dai morti abbandonati nelle fosse comuni.

Immagini che colpiscono e fanno riflettere non solo per la crudeltà, ma anche perché ci restituiscono un popolo fiero e coraggioso che si difende con tutti i mezzi che ha a disposizione e che non arretra di un passo di fronte al nemico; allora mi sono chiesta: se un giorno capitasse a me? Se a difenderci dovessimo essere noi, avremmo lo stesso coraggio e la stessa forza di volontà?

Non sono in grado di rispondere a questa domanda, quello che posso dire con certezza è che questa guerra ci ha resi più coesi e meno egoisti: per la prima volta non abbiamo chiuso le frontiere, non ci siamo voltati dall’altra parte trincerandoci nella scusa che sono conflitti interni a due Stati e che quindi non ci riguardano, anzi, abbiamo scoperto la solidarietà più autentica ed un legame che non credevamo possibile.

È la storia della musica che ci lega a doppio filo tra passato e presente, che lega Odessa a Napoli e la Resistenza partigiana alla Resistenza del popolo ucraino.

Tutti conoscono una della più celebri canzoni napoletane, “’O Sole mio”, che è anche una delle canzoni più tradotte al mondo, ma pochi sanno che ad ispirare la canzone vessillo della napoletanità e dell’italianità nel mondo non fu il sole del Sud d’Italia ed il tramonto mozzafiato del Golfo di Napoli, ma la luce dell’alba sul Mar Nero.

Il celeberrimo testo composto nel 1898 dal giornalista partenopeo Giovanni Capurro, penna del quotidiano “Roma” per cui curava le notizie culturali, vanta invece la composizione musicale del Maestro Eduardo Di Capua, che, in quel periodo, si trovava con il padre (noto violinista) ad Odessa, e pare che fosse rimasto talmente tanto colpito dalla bellezza dell’alba del porto di Odessa, affacciato sul Mar Nero, da comporre di getto la famosa melodia.

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Con le nuove tecnologie le guerre sono diventate globali, prima ancora che mondiali (e per fortuna!). Nella sfera informativa, iperconnessa e pervasiva, siamo tutti protagonisti. Siamo tutti chiamati in causa.

In questi giorni, hanno fatto il giro dei social le immagini di artisti ucraini intenti a cantare sulle macerie “’O Sole mio” in italiano, ma forse mai ci saremmo aspettati che un canto di Resistenza italiano come “Bella Ciao” sarebbe diventato il simbolo della resistenza ucraina.

Abbiamo già raccontato la storia della celebre canzone ritornata in auge grazie alla serie Netflix “La casa di carta”, ma ritrovarsela inno contemporaneo di fatti reali fa molto riflettere sulla forza della musica e sulla sua capacità di essere simbolo e speranza in epoche e generazioni diverse, e perfino in circostanze diverse, tanto da decretarne la sua indiscussa universalità.

La musica è la stessa, le parole in ucraino cantate dalla cantante folk Khrystyna Soloviy, invece, sono diverse e raccontano il dramma di un popolo che si rifiuta di piegarsi alla sopraffazione russa; in questa versione, il titolo della canzone è “L’ira ucraina”, titolo che lascia poca immaginazione al contenuto del nuovo testo.

Due popoli, uno in guerra, una guerra che non ha voluto o cercato, l’altro in pace: forse è grazie anche alla musica se si sono ritrovati, riavvicinati, così ci piace pensare che la musica sia quel linguaggio universale capace di dirimere qualsiasi conflitto, quel linguaggio che ci insegni che la guerra “serve soltanto a vincer la gara dell’inutilità”.

 

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