Favola nera, anzi nerissima, che ha avuto una distribuzione limitata, sul complicato intrigo di corruzione e connivenze in cui molti si muovono, e a cui alcuni hanno venduto l’anima tout court. Nessuno è innocente in questa storia, e il cinismo crudele che anima tutti i personaggi non li abbandonerà dalla prima all’ultima scena, mostrando un coraggio e una coerenza narrativi non comuni nel cinema italiano contemporaneo, sempre pronto alla deriva piaciona e buonista. Inquietante la didascalia iniziale prima dei titoli di testa che avverte: “storia probabilmente accaduta”, il che la dice tutta sull’attualità della storia e sulle sue dinamiche. Il film però va ben oltre, è un ritratto attento, ironico e cattivo su usi e costumi della società di oggi, a prescindere dalle vicende politiche. L’immoralità politica e le abitudini poco pulite (diciamo così) sembrano in effetti una naturale conseguenza di modi maleducati e irrispettosi al limite della legalità di una intera società.

il-ministro-locandinaDalla prima scena si intuisce subito che il film non farà sconti sulla personalità del protagonista, non cerca di rendercelo simpatico. Franco, uno splendido e inusuale Gianmarco Tognazzi, è continuamente incazzato e in tensione, spende e spande soldi a casaccio: per comprare un vino costosissimo (un Sassicaia che “…non si sposa però bene con il coniglio” – l’episodio alla enoteca è uno dei più simpatici) e ingaggiare all’ultimo momento una escort che si rivelerà in seguito “solo” una ballerina di burlesque (Jun Ichikawa). Per far bella figura non si fa problemi a comprare cocaina da uno strozzino chiamato “Il Pitone” e nascondere nella scrivania del suo studio la valigetta con la maxitangente. Franco non si fa scrupoli nemmeno nel sedurre e indurre alla prostituzione la sua affascinante cameriera di colore (Ira Fronten) una volta accortosi che al ministro non dispiacerebbe. Franco è quindi un protagonista antipatico, irresponsabile e sicuramente negativo. Di contro abbiamo la moglie e il cognato che non sono di meno: egoisti e privi di qualsiasi morale condivisa. Possiamo sperare nel ministro? Sarà lui la svolta positiva alla storia? Quello che ci farà ricredere sulla politica italiana?

La commedia di Giorgio Amato è di quelle cattive, anzi cattivissime, politicamente scorrette verso qualsiasi categoria, amare come sapeva essere la migliore commedia all’italiana dei tempi d’oro. Questa commedia non è sicuramente di quelle che mette d’accordo tutti, di quelle accomodanti dove la risata è strappata dalla battutaccia o dal luogo comune. La risata che ne scaturisce è di quelle amare, che lasciano il ghigno una volta passata. Il malcostume politico è una conseguenza dei comportamenti poco puliti di chi la politica non la fa, una sorta di assuefazione all’illegalità o comunque ad una maleducazione diffusa. Tra i personaggi in questione non c’è mai una parvenza di pentimento o di ripensamento verso ciò che stanno facendo, la corruzione è un comportamento dovuto per ottenere ciò che si vuole.

il-ministro-foto-filmIl film è sorretto da un ottimo cast, su tutti il protagonista, Gianmarco Tognazzi, presente in quasi ogni scena, che riesce a mantenere un ritmo e un livello sempre alto fino al finale che rasenta il grottesco. Tognazzi sa stare al centro dell’attenzione e allo stesso tempo dare il giusto spazio ai compagni di lavoro. Un ruolo quello di Gianmarco Tognazzi, che è quasi un omaggio ai ruoli più riprovevoli interpretati dal padre Ugo. Poi c’è Fortunato Cerlino, il ministro “perfetto”, quello che ognuno di noi vorremmo vedere al governo in questi ultimi anni. La cena che ci viene raccontata  nel film, e che è la sequenza centrale del film, pare prendere vita da uno dei tanti articoli letti, o dalle notizie apprese nei telegiornali, e la memoria fa presto ad andare ai festini in maschera organizzati dai nostri politici nazionali.
Ma quello che rende il film divertente e per nulla scontato sono proprio i personaggi femminili, che non sono relegati a puro oggetto del desiderio e merce di scambio per i loschi affari, ma al contrario si rivelano essere le menti più astute di tutta la combriccola.
Amato, insomma costruisce una galleria di nuovi mostri senza possibilità di redenzione, ma ognuno animato da una disperazione di fondo che rende l’etica un fantoccio nelle mani dell’economia.
L’ispirazione è chiaramente la commedia all’italiana anni ’60, il modello è quello della cattiveria castigatrice di Monicelli, Salce e Risi. Questa del film “Il Ministro” è una bella commedia caustica, come non se ne vedono da un po’ nella nostra cinematografia, e meriterebbe quell’attenzione, che ad esempio, hanno commedie e pellicole molto meno meritevoli di questa.

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