Uno dei libri più eccezionali che io abbia letto nella mia vita è senza alcun dubbio “Un antropologo su Marte” del famoso neurologo Oliver Sacks, uscito in Italia nel 1995 per i tipi della Adelphi in contemporanea con l’edizione inglese. Posseggo ancora l’edizione Club degli Editori, comprata lo stesso anno, con una bella copertina arancione su cui era riprodotta una splendida opera di Paul Klee, “Manifesto per i comici”, del 1938.

Il libro era, ed è, straordinario per molti motivi, primo fra tutti la bravura nel narrare la scienza del suo autore, Oliver Sacks, che univa una cultura enciclopedica con una rara capacità di semplificare, ma non banalizzare, complessi concetti della neurologia confezionandoli in un racconto coerente ed addirittura avvincente. Senza dubbio Sacks è stato un precursore dello storytelling applicato alla divulgazione scientifica, quando ancora non era di moda.

Oliver Sacks.
Oliver Sacks.

Ma erano, e sono, le storie che il libro conteneva ad essere il motivo principale del suo appeal e del successo editoriale che ebbe all’epoca. Il saggio, come d’altronde spiegava bene il sottotitolo, raccontava “sette racconti paradossali” riferiti a sette casi clinici esemplari di persone affette da diversi tipi di patologie o sindromi neurologiche, che però erano state “brillantemente” utilizzate, non solo per vivere al meglio le loro vite, ma in molti casi per trasformare quello specifico handicap neurologico o cognitivo nel tratto principale e distintivo del loro successo professionale.

Il libro parlava, ad esempio, del pittore che in seguito ad un incidente all’età di 65 anni aveva subito un trauma che aveva compromesso la sua capacità di percepire i colori, ma che non gli impedì di continuare la sua carriera di artista, dipingendo solo opere in bianco e nero. Oppure del ragazzo, Virgil, nato con una rara malattia agli occhi che aveva prodotto una specie di cataratte molto spesse e non asportabili, che grazie ad un geniale dottore erano, da adulto, state poi asportate, consentendo a Virgil, che aveva visto il mondo attraverso il tatto, di poterlo vedere con gli occhi. Una storia così particolare, quest’ultima, che è poi diventata un film, “A prima vista” (1999) di Irwin Winkler, con Val Kilmer nei panni di Virgil. Od ancora, il caso del medico affetto dalla Sindrome di Tourette e che proprio grazie ai movimenti repentini, precisi, ripetitivi ma involontari, caratteristici della sindrome, era diventato un chirurgo molto più bravo dei suoi colleghi “normali”.

cover__id7868_w240_t1519653765Un antropologo su Marte

Sette racconti paradossali

Autore: Oliver Sacks

Editore: Adelphi

Anno: 1998 – 12ª ediz.

Pagine: 445 + 16 tavv. f.t.

Isbn: 9788845913969

Prezzo: € 16,00

 

 

Ma la storia a suo modo più emblematica del libro, il caso neurologico più straordinario, e che ha dato il titolo al libro, è quello della biologa ed ingegnere nonché professoressa associata della Colorado State University, Temple Grandin, forse la personalità più famosa al mondo affetta da disturbo dello spettro autistico. La Grandin diventò celebre proprio grazie al libro di Sacks, ma lei stessa negli anni successivi è diventata un’importante attivista sia del movimento in tutela dei diritti degli animali che del movimento dei diritti delle persone autistiche, dai quali a sua volta è frequentemente citata. Celebre, in tempi recenti, è stata la sua partecipazione alla TED Conference del 2010, dove parlò dell’importanza e dell’apporto costruttivo e fondamentale che tutti i tipi di menti, anche quelle autistiche, possono portare al progresso dell’umanità.

La Grandin raccontò a Oliver Sacks, durante il loro primo incontro, che quando si trattava di capire gli animali era a suo agio, forse perché come lei pensano per immagini, mentre quando si trattava di capire ed interagire con gli umani, soprattutto in campo emozionale, non riusciva a comprendere le astrazioni verbali tipiche dei processi mentali delle persone “normali” (la comunità degli autistici ha coniato un neologismo per definire tutte le persone non autistiche: neurotipiche). Durante la chiacchierata, citata nel libro, la Garndin disse: “Quando si tratta di capire la gente mi sento come un antropologo su Marte”, ed a Sacks la definizione piacque così tanto che ne fece il titolo del suo saggio.

Un antropologo su Marte: che definizione straordinariamente efficace per spiegare il proprio disorientamento di fronte ad un compito che sovrasta le nostre capacità! A cosa serve, infatti, un antropologo, ossia uno che studia i tipi e gli aspetti umani soprattutto dal punto di vista morfologico, fisiologico, psicologico, su un pianeta alieno come Marte?

A nulla! Perché sul pianeta rosso, vista l’assenza dell’uomo, sarebbero molto più utili scienziati di altro tipo.

Ma perché vi ho parlato di questo libro?

Perché mi è tornato in mente ieri, quando ho ricevuto la newsletter della MondadoriStore che mi ha ricordato che il 2 Aprile sarebbe stata la Giornata Mondiale della Consapevolezza dell’Autismo, e fra i libri a tema proposti dell’editore online spiccava Il cervello autistico di Temple Grandin e Richard Panek; allora ho voluto rileggere il capitolo dedicato alla Grandin nel libro di Oliver Sacks, ed ho capito ancora meglio di quando lo lessi la prima volta, 25 anni fa, quanto sia straordinaria la volontà umana e quanto sia necessario, come afferma la Grandin stessa sia nella TED Conference che nei vari libri ed articoli che ha scritto, che l’autismo come altre patologie e sindromi neurologiche possano essere delle intelligenze “altre” utili per il progresso dell’umanità e modalità esistenziali alternative, ma non inferiori, a quelle dei “cosiddetti normali”, di noi altri insomma.

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Non c’è che dire, leggere il libro della Grandin, ascoltare la sua TED Conference, o rileggersi “Un antropologo su Marte” di Oliver Sacks rappresenta un bagno di umiltà quanto mai necessario per tutti noi, che già prima, ma ancor di più in tempi di pandemia, ci scopriamo, spesso e volentieri, tuttologi incalliti, depositari delle verità ultime, oltre che esperti virologhi ed epidemiologhi, e, cosa ancora più grave, “decidiamo” senza alcun approfondimento culturale o studio specifico cosa sia normale e cosa invece non lo è.

E questo sì, è davvero strano!

 

 

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