Con la mole di informazioni a cui di giorno in giorno siamo esposti, emergere ed essere significativi è diventato quanto mai complesso. Passando molte ore della nostra giornata su internet (siamo arrivati a oltre le sei ore al giorno), e di queste circa un terzo sui social media (fonte: Global Digital Report), è chiaro ed evidente che per essere memorabili, e per comunicare con le persone, non si può non essere presenti e attivi sulle piattaforme digitali.

Le regole del gioco più o meno le conosciamo tutti: ogni piattaforma ha il suo algoritmo e un pubblico definito (es. LinkedIn è il social network per professionisti); vengono utilizzate per ricercare notizie, restare in contatto con la propria cerchia di amici o per fruire di una specifica tipologia di contenuti (es. su TikTok le persone vanno per lo più per guardare video divertenti). Ovviamente questa è una sintesi piuttosto sommaria e ci sarebbe tantissimo di cui parlare, ma l’unica cosa certa è che tutti i giocatori in campo (piattaforme social, brand, creatori di contenuti, etc.) gareggiano, ognuno a loro modo, per portarsi a casa il bene più prezioso che c’è: la nostra attenzione.

Siamo praticamente sommersi da informazioni e notifiche; siamo al centro di un gioco altamente competitivo e va da sé che non possiamo certamente prestare la stessa attenzione per tutto e tutti. Non è un caso che la nostra soglia dell’attenzione negli anni si è ridotta notevolmente (siamo al di sotto di quella dei pesci rossi per intenderci).

Per questo motivo, negli anni, la partita per accaparrarsi la nostra attenzione spesso si è giocata (e si gioca ancora) sul campo dell’impatto. L’idea di fondo di chi produce contenuti è questa: dato che l’attenzione degli utenti è molto bassa dobbiamo creare un impatto tale da richiamarla a noi.

Un fenomeno, quest’ultimo, purtroppo molto diffuso nel settore che per antonomasia è riconosciuto come produttore di contenuti: il giornalismo.

Se studiamo con attenzione le pagine social dei quotidiani, ci accorgiamo di quanto è profuso questo atteggiamento. Dare una notizia senza magari aver verificato opportunamente le fonti per essere i primi a parlarne; mettere una titolazione poco chiara (al limite del clickbaiting), pubblicare immagini forti per creare l’effetto shock o cavalcare oltremodo la notizia “gossip” del momento infarcendola con elementi pruriginosi; sono tutti espedienti che hanno il chiaro obiettivo di far reagire l’utente attraverso il click, il commento e la condivisione istintiva, di pancia.

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Con le nuove tecnologie le guerre sono diventate globali, prima ancora che mondiali (e per fortuna!). Nella sfera informativa, iperconnessa e pervasiva, siamo tutti protagonisti. Siamo tutti chiamati in causa.

L’obiettivo è strappare la tua attenzione ora, in questo momento. E per tutti i momenti successivi, alzando sempre più l’asticella. Atteggiamento, quest’ultimo, fortemente amplificato in quelle situazioni di stress collettivo per le quali la nostra sensibilità e la nostra capacità di discernere è ampiamente influenzata e influenzabile. Mi riferisco ad esempio al fenomeno dell’infodemia conosciuta in tempo di pandemia e che stiamo in qualche modo rivivendo con il conflitto tra Russia e Ucraina.

Torniamo all’attenzione. Abbiamo detto che è un bene prezioso, raro. Ed è vero, tutti lo vogliono. La strategia dell’impatto può funzionare? Sì, certamente, ma fino a quando? …e soprattutto, con quali risultati?

Esiste un modo diverso per far interessare le persone ai nostri contenuti, farci concedere la loro attenzione. Alla strategia dell’impatto, possiamo preferire la strategia della cura. Se l’attenzione è un bene prezioso, e lo è, allora prendiamocene cura. Nel caso specifico, invece di cercare di arrivare per primi, proviamo ad arrivare bene: possiamo anche non essere i primi a pubblicare una data notizia o a parlare del tema del momento, ma possiamo sempre aggiungere valore dando le giuste informazioni e approfondendo. Piuttosto che titolare in modo pretestuoso o usare espedienti emotivi di basso livello, possiamo coinvolgere le persone richiamando anche le loro emozioni (non c’è nulla di male), ma senza mai infrangere quella promessa di verità che deve esserci con il lettore. E ancora, al posto di far di tutto per impressionarlo, possiamo attrarlo a noi attraverso la costruzione di un racconto in grado di fornire un punto di vista nuovo e coinvolgente. Parlare quindi alla testa e al cuore, e non alla pancia: il fine ultimo, quindi, non deve essere la ricerca di una reazione istintiva, ma di una attivazione ragionata.

Come puoi vedere, tra la “strategia ad impatto” e la “strategia della cura” le differenze sono molteplici. Così come anche i benefici. La prima ha al fiato corto e, alla lunga, porta alla disaffezione. Prova a guardare i commenti ai post di quei giornali che ne fanno ampio uso, e noterai che le persone riconoscono molto bene questo tipo di meccanismo; e lo condannano. La seconda, invece, punta sulla creazione di valore nel lungo periodo. Attraverso questa strategia potrai costruire una relazione di fiducia con le persone. Certo, ci vuole tempo, ma è questa tipologia di relazione che ti permetterà di avere la loro attenzione e la loro fedeltà. Delle quali dovrai prenderti sempre cura.

N.B. Sarebbe superfluo dirlo, ma ribadirlo non fa male: è chiaro ed evidente che questo discorso vale certamente se ti occupi di giornalismo, ma anche per tutte le strategie di comunicazione che mettono al centro il contenuto. Quindi, oggi, tutte. O almeno lo spero.

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