Una delle notizie che sta tenendo banco in questi giorni è quella relativa all’impiegato Riccardo Cristello, 45 anni, sposato, con due figli, che è stato licenziato per “giusta causa” da ArcelorMittal perché nei giorni scorsi aveva postato su Facebook uno screenshot, ritenuto denigratorio dall’azienda, che invitava alla visione della fiction Mediaset “Svegliati amore mio”, incentrata sulla storia di un’acciaieria e delle conseguenze sulla salute che causava alla città dove operava.

Sarebbero tante le cose da dire su questa faccenda, a cominciare dalla messa in discussione della libertà di pensiero sancita dalla nostra Carta Costituzionale che, all’Articolo 21, nel primo comma, afferma chiaramente che: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.

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Il post su Facebook di Riccardo Cristello

Poi potremmo continuare con le implicazioni in materia di privacy che, anche se in questo caso paiono strettine, visto che parliamo di social, comunque ci sono: il profilo dell’operaio tarantino rimane un profilo privato che, “ipoteticamente” ed in linea di principio, può raggiungere solo un definito numero di contatti.

Poi ci sarebbero le sempre presenti e, ahimè, mai sufficientemente approfondite questioni etiche e morali.

Infine, le “opinioni personali” sugli aspetti comunicativi della faccenda: su quanto sia stato avventato o meno il post di Riccardo Cristello e su quanto sia stata esagerata o meno e, probabilmente, alla fine controproducente la reazione di ArcelorMittal, che forse poteva fermarsi all’ammonimento ed alla sospensione, senza arrivare al licenziamento.

Ma quello che secondo il mio parere è forse il punto vero della situazione, e parlo da direttore responsabile di un magazine online che si occupa di comunicazione e social media oltre che di marketing, è un altro.

Quello che emerge con forza dal post di Riccardo Cristello è l’illusione, forse l’ingenuità, che la nostra vita online e la nostra vita vera siano in qualche modo separate, due compartimenti stagni che rispondono a regole e leggi differenti.

Questa idea degli universi paralleli la vediamo all’opera con forza in tanti ambiti dalla contrapposizione fra bullismo/cyberbullismo, fra odio dal vivo/odio in rete, fra le affermazioni pubbliche/sui post, siamo, almeno molti di noi e soprattutto in determinate fasce di età, convinti, fermamente convinti, che le leggi e le regole sociali e di buon senso NON si applichino alle nostre vite ed esperienze online.

Riccardo Cristello
Riccardo Cristello

Beh, mi dispiace dirvelo, ma non è così. E, se ancora dopo più di 20 anni dalla rivoluzione digitale siamo ancora qui ad interrogarci con la domanda: “vabbè, ma in fondo era solo un post, mica ha rilasciato un’intervista”, vuol dire che non abbiamo capito nulla del mondo in cui viviamo e delle “convenzioni” che lo regolano.

Quello che, a mio avviso, emerge da questa triste faccenda è, ancora una volta, la generale incompetenza digitale di noi Italiani, un analfabetismo digitale che alle volte, come questa storia dimostra, può costarci molto caro.

Dovremmo studiare internet, il web e i social (e questi termini non sono sinonimi!) a scuola fin dalle elementari, per sviluppare una sensibilità, una coscienza, una maturità quanto mai necessarie per utilizzare al meglio e per il nostro progresso gli strumenti della rivoluzione digitale che, mi preme ridirlo in chiusura, ha ormai più di 20 anni.

Si tratta di una rivoluzione “adulta” a tutti gli effetti, mentre noi, la maggior parte almeno, siamo ancora adolescenti.

 

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