C’è stato un attore che ha attraversato il cinema italiano con una serie di interpretazioni magistrali che hanno formato una strepitosa galleria di personaggi che sono diventati leggenda”[1], come racconta nel suo contributo al catalogo della 6° Edizione del Bif&est, dedicata proprio a questo grande attore, il Direttore artistico Felice Laudadio.

Come dargli torto, Gian Maria Volontè è stato un esempio unico in Italia, forse in Europa, di attore con una tecnica recitativa che sembrava quella degli Actors Studio e che invece rappresentava un metodo unico, derivato, sì, da importanti studi svolti presso l’Accademia d’Arte Drammatica, ma che l’attore seppe, nel corso della sua carriera, personalizzare e rendere eccelsa, come nessun altro è mai più riuscito a fare, almeno in Italia.

Perché è importante ricordare Gian Maria Volontè, oggi che avrebbe compiuto 89 anni?

Perché l’attore è stato probabilmente uno dei più “illustri” artisti che hanno attraversato  gli anni d’oro del cinema italiano. Volontè, infatti, comincia la sua carriera quando è ancora studente presso l’Accademia, con importanti partecipazioni a sceneggiati e film per la televisione. Il suo esordio è del 1957, a 24 anni, nel film “Fedra” di Sandro Bolchi (tratto dall’omonima tragedia di Jean Racine), per finire con “Una storia semplice”, regia di Emidio Greco, del 1991, suo ultimo film italiano e terzultimo prima di morire improvvisamente d’infarto il 6 dicembre del 1994, a soli 61 anni, sul set del film “Lo sguardo di Ulisse” di Theo Angelopoulos.

Nell'immagine l'attore Gian Maria Volontè - Smart Marketing
Gian Maria Volontè nel ruolo di Indio, nel film “Per qualche dollaro in più” di Sergio Leone.

In mezzo a questi poco meno di 40 anni (37 per la precisione) che vanno dal 1957 al 1994 ci sono una carrellata di maschere e personaggi memorabili. Personalmente io rimango particolarmente legato alle prime interpretazioni che vidi da bambino. A casa, grazie ai miei genitori, ho potuto godere di un’ottima educazione cinematografica: Stanley Kubrick, Alfred Hitchcock, Mario Monicelli, Dino Risi, Steven Spielberg e soprattutto Sergio Leone, che fu il regista che probabilmente più di tutti ha alimentato i miei primi acerbi gusti cinematografici. Fu proprio grazie al regista trasteverino che vidi le prime grandissime interpretazioni di Gian Maria Volontè, quella del cattivo Ramon Rojo di “Per un pugno di dollari” (1964) e soprattutto l’Indio di “Per qualche dollaro in più” (1965), dove a mio modo di vedere tratteggia la figura di un sociopatico borderline da manuale non solo attoriale, ma pure diagnostico e clinico. Indio di Volontè è tormentato da incubi ricorrenti, è caratterizzato da tic e manie, e la sua totale mancanza di empatia è resa con un’intensità e potenza che ha del prodigioso; l’Indio è un cattivo pericoloso, magnetico e inquietante che poco ha da invidiare ai più grandi villain della storia del cinema.

Ma al di là dello smisurato talento e della capacità mimetica di questo attore, che, come giustamente disse il regista Francesco Rosi: “rubava l’anima ai suoi personaggi, quello che mi piacerebbe approfondire in questa sede è la sua statura di uomo e attore dal fortissimo senso morale ed impegno civile, che spesso rifiutò ruoli facili e remunerativi perché non riteneva che il film veicolasse il giusto messaggio, scommettendo invece su registi esordienti e progetti rischiosi che però avevano qualcosa da dire o, meglio ancora, qualcosa da denunciare.

Gian Maria Volontè è stato uno dei primi, sicuramente il più radicale, degli attori italiani consapevoli che il loro non era un semplice lavoro, ma che attraverso i film, come piacerebbe a Gilles Deleuze[2], essi (così come i registi) esprimono dei pensieri, dei concetti, dei significati e, quindi, delle maniere di pensare, anzi, nel caso di Volontè, delle maniere per “imparare” a pensare al proprio ruolo di uomo nel mondo, diventando con ciò, ed a tutti gli effetti, un vero intellettuale.

E come ha svolto Volontè questo ruolo da intellettuale?

Sicuramente con passione, metodo e esemplarità, anche se in questo fu molto aiutato da tanti grandissimi registi che lavorarono con lui, soprattutto quelli che seppero dirigere questo straordinario attore nei suoi ruoli dal più spiccato impegno civile e dalla più marcata denuncia; su tutti un tris di registi davvero importante, formato da Francesco Rosi, Elio Petri e Giuliano Montaldo, a cui forse va aggiunto il Marco Bellocchio di “Sbatti il mostro in prima pagina” del 1972.

Nell'immagine Gian Maria Volontè nel ruolo del giornalista Giancarlo Bizanti nel film "Sbatti il mostro in prima pagina" - Smart Marketing
Gian Maria Volontè nel ruolo del giornalista Giancarlo Bizanti nel film “Sbatti il mostro in prima pagina” di Marco Bellocchio.

Nella sua carriera Volontè ha interpretato sia semplici e alienati operai, come l’indimenticabile Lulù Massa de “La classe operaia non va in paradiso” (1971) di Elio Petri, sia uomini di potere corrotti e sociopatici, come l’inimitabile maschera del “Dottore” senza nome a capo della squadra omicidi di Roma nello splendido “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” (1970), sempre di Petri, o ancora l’amorale ed ambiguo redattore capo Giancarlo Bizanti del già ricordato “Sbatti il mostro in prima pagina”, di Bellocchio, per finire con le sue figure di anarchici, come il Bartolomeo Vanzetti nel “Sacco e Vanzetti” (1971) di Giuliano Montaldo o di manager geniali e rivoluzionari con la sua interpretazione di Enrico Mattei nel film “Il caso Mattei” (1972), di Francesco Rosi.

Ma forse per capire la statura artistica, ed anche umana, di questo straordinario attore basterebbe un solo esempio riferito a due film da lui interpretati a distanza di 10 anni l’uno dall’altro. Mi sto riferendo alla sua interpretazione dello statista Aldo Moro prima per Elio Petri, nel già ricordato “Todo modo” del 1976, e la seconda volta per Giuseppe Ferrara, ne “Il caso Moro” del 1986. Ebbene, a mia memoria, credo che in Italia, forse in Europa, non vi sia un altro caso di attore che porti sullo schermo, per due registi diversi, lo stesso personaggio dandone due interpretazioni diversissime fra loro per colore, sfumature, temperatura e tensione emotiva, rendendo entrambi gli Aldo Moro non solo perfettamente credibili ma autentici.

Quanti saranno gli attori, al mondo, che possono dire di aver fatto altrettanto e soprattutto altrettanto bene?

Non so rispondere a questa domanda, la mia conoscenza del cinema non è poi così vasta, ma credo che si tratti con ogni probabilità di una lista molto ristretta; se ci sono altri attori che hanno portato sullo schermo lo stesso personaggio in due film, in due storie e per due registi diversi, credo che siano meno di una decina, forse solo cinque, e comunque non è di una gara che voglio parlarvi, bensì di un “uomo” che ha interpretato il suo “ruolo” di attore con grande rigore, attento come pochi a scegliere personaggi e film, soprattutto nei tumultuosi anni che vanno dalla fine degli anni ‘50 alla fine dei ‘70 del secolo scorso, quando l’Italia intera viveva profondissime trasformazioni sociali, politiche ed economiche.

Gian Maria Volontè era consapevole come pochi dell’importanza del lavoro degli attori, oltre che della potenza del cinema più in generale, nel suggestionare l’opinione pubblica. Egli non si svendette mai, scegliendo i ruoli da interpretare e portare sullo schermo con grande attenzione, e regalandoci una galleria, prima ancora che di maschere, di uomini memorabili, pieni di difetti, come di pregi, sospesi fra luci ed ombre, capaci sia di slanci altruistici che di meschinità indicibili: né più né meno che “uomini”; tanto che mi piace concludere questo intervento prendendo in prestito le parole che il critico cinematografico e teorico dell’ascolto e dell’audiovisione, Michel Chion, usò riferendosi a Stanley Kubrick[3]: Gian Maria Volontè ha messo in scena l’umano, né più né meno.

Riferimenti e bibliografia:

[1] Felice Laudadio, Catalogo 6° Edizione del Bif&est, Grafica 080, Bari, 2014.

[2]Gilles Deleuze, L’immagine-movimento. Cinema 1 e L’immagine-tempo. Cinema 2, Ubulibri, Milano, 1984 e 1989.

[3] Michel Chion, Stanley Kubrick. L’umano, né più né meno, Lindau, Torino, 2006.

 

 

Nell'immagine la copertina del libro "Il ventennio d'oro del cinema italiano - Quattro lustri di illustri" - Smart MarketingQuesto articolo è una rielaborazione di un precedente saggio omonimo dell’autore pubblicato come postfazione nel volume “Il ventennio d’oro del cinema italiano – Quattro lustri di illustri” di Gianmarco Cilento, Ciro Borrelli, Domenico Palattella, uscito per i tipi della Graus Edizioni nel 2021.

Il libro è acquistabile qui.

 

 

 

 

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