Comunicazione e Propaganda

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Ivan Zorico (128)

 

 

 

Iniziamo con il mettere un po’ di ordine a quel che accade.

image103Viviamo nella cosiddetta società dell’informazione. Ormai lo sanno anche i bambini. Mai l’uomo, in tutta la sua storia, ha conosciuto e vissuto qualcosa di simile e di neanche lontanamente paragonabile. È così tanto circondato dalle notizie, dagli aggiornamenti e dalle “ultim’ora” che quasi ne è intimamente permeato. E non parlo solo dell’illimitata quantità di informazioni prodotte, ma anche delle nuove modalità di fruizione. Non passano forse neanche cinque minuti dal suono della sveglia, che corre dal suo (amato) smartphone per farsi riferire cosa si è perso mentre (chissà perché) si è preso il “lusso” di dormire. I treni per pendolari e i tram sono colmi di persone dal viso illuminato dallo schermo dei  tablet. Persino nell’espletamento dei bisogni fisiologici, non perde l’occasione di guardare l’ultimo aggiornamento. Per parafrasare la pubblicità di una nota compagnia telefonica “l’Informazione è tutta intorno a te”; e la inseguiamo anche, aggiungerei.

Fermi un attimo. Come ho detto, mettiamo ordine. Questo incipit potrebbe portare a pensare che state leggendo l’ennesimo pezzo sulla visione apocalittica dei media. Vi tranquillizzo subito, non è così.

Quindi, torniamo a noi. Molto probabilmente siamo così affamati e bramosi di informazione perché, da qualche tempo, non è più passiva. Grazie all’approccio social, (trasversale a tutta l’umanità) da dieci anni a questa parte, abbiamo una costante interazione con le informazioni e, cosa ancora più incredibile, con i generatori delle stesse. Possiamo non solo commentarle e condividerle, ma anche dialogare “a tu per tu” con chi le ha concepite. Una vera e propria rivoluzione. E sappiamo che laddove c’è interazione non si può più parlare di semplice informazione, ma di Comunicazione. Possiamo quindi distinguere la comunicazione in due macro aree: pubblicitaria e politica. Sempre per mettere ordine, in questo pezzo tralasceremo la prima e ci concentreremo su quella capace di incidere profondamente sulle nostre vite. Capace di smuovere le nostre coscienze. Capace di portare un intero popolo alla guerra. E chi sta al potere lo sa molto bene. E non solo in questa nostra epoca. Questa consapevolezza risale già ai primi anni del secolo scorso. Nasce di pari passo con la nascita della società di massa. Non possiamo non ricordare infatti che tutti i regimi totalitari del Novecento hanno fatto uso sistematico e strategico della comunicazione per influenzare le opinioni e piegarle letteralmente ai loro indegni scopi.hitler1

Per continuare a mettere ordine, diamo un nome alle cose. Parliamo della propaganda. Quest’ultima veniva utilizzata per creare un’immagine positiva del regime, per giustificare interventi bellici, per mistificare la realtà e per fomentare l’odio contro chi era considerato “diverso”. Ed era tanto centrale nell’azione di governo che è stata addirittura istituzionalizzata. In Germania, nel 1933 Goebbels venne nominato responsabile del Ministero per la Cultura Popolare e la Propaganda. In Italia (per non essere da meno) nel 1934 l’Ufficio Stampa del Capo del Governo venne trasformato in Sottosegretariato di Stato per la Stampa e la Propaganda e, successivamente, gli venne conferito la dignità di Ministero, il famigerato Minculpop (Ministero della Cultura popolare – 1937), già denominato appena due anni prima Ministero per la Stampa e la Propaganda. E non erano dei Ministeri di “facciata”. A loro era consegnata, e da loro dipendeva, la cosiddetta macchina del consenso. Tutte le informazioni e tutte le comunicazioni dovevano passare sotto l’egida del regime che, opportunamente, lavorava a stretto giro anche sulla censura e sulla negazione della libertà d’espressione.

RUSSIA_1 Stalin, poster tedesco 315x446E quali erano gli strumenti che la nascente comunicazione di massa metteva loro a disposizione? Certamente la carta stampata, ma soprattutto la radio e la comunicazione visiva (fotografia e cinema). La radio aveva il potere (che conserva tutt’ora) di poter esser praticamente ovunque. La seconda, invece, affermava il potere delle immagini, che tutto semplifica e tutto rende immediato. Non a caso, nel 1933 l’Istituto Luce venne posto alle dipendenze del Minculpop per selezionare e documentare le opere del regime, al fine di diffondere sentimenti come l’ottimismo, la fiducia e la sicurezza, attraverso servizi fotografici, cinegiornali e film.

Ma l’arte della fabbricazione del consenso è bipartisan. Stalin era profondamente convinto del ruolo centrale della propaganda nell’indottrinamento della popolazione. Tutto doveva convergere verso la realizzazione del culto del leader. Si doveva rappresentare una nazione economicamente solida e nel pieno di una crescente e positiva industrializzazione, mascherando gli abusi e le atrocità tipiche di ogni regime totalitario.

E quali erano le tecniche maggiormente usate? Stalin faceva un uso puntuale del fotoritocco. Rimuoveva i suoi ex amici dalle fotografie, dopo che quest’ultimi erano caduti in “disgrazia”. Tale pratica fu utilizzata anche da altri dittatori come, ad esempio, Mao Tse-tung.

Ma sempre per mettere in ordine le cose, dobbiamo drasticamente virare verso i nostri giorni, ossia da dove siamo partiti. Negli occhi abbiamo ancora ben presenti le immagini delle stragi di Parigi, da Charlie Hebdo (reo di aver espresso le proprie idee) al supermercato ebraico. Dopo la morte dei terroristi sono fioccate le prime rivendicazioni da parte dei fondamentalisti islamici. E come sono arrivate? Ovviamente, tramite la diffusione di un video. Un mezzo capace di coglierci anche subito dopo il suono della propaganda 1sveglia, mentre siamo in attesa del tram o facciamo qualunque altra cosa. Non c’è bisogno di decodifica. È tutto lì e non ha bisogno di essere spiegato. In più, è virale. Come possiamo scorgere, così come avveniva in passato, la forza delle immagini e del video irrompe su tutto. I videofilmati sono i mezzi di comunicazione maggiormente utilizzati dagli integralisti islamici. L’ISIS , infatti, proprio per mostrare la propria forza, per divulgare le proprie idee e per propagare uno stato di terrore diffuso, mostra costantemente filmati e fotografie di esecuzioni fatte a prigionieri, omosessuali o a chiunque si oppone al regime. Ma non è tutto qui. Qualche giorno fa’, la loro propaganda ha fatto uno scatto di livello. Ancora una volta c’è di mezzo la pubblicazione di un video. Ma questa volta l’atmosfera è diversa. Protagonista del video denominato “From Inside Mosul”  è John Cantlie, giornalista britannico prigioniero da oltre due anni in Medio Oriente. E nel video non c’è il clima di morte che troviamo negli altri filmati. Vengono mostrati momenti di vita quotidiana, normale e tranquilla che si “dovrebbe vivere” nei territori controllati dal Califfato. Ed anche la fattura del video è di alto livello. Se non sapessimo cosa c’è dietro, potremmo tranquillamente scambiarlo per un filmato della CNN.

Riepilogando, 3 sono i capisaldi: censura forzata, mistificazione della realtà ed esaltazione del regime. Questi 3 punti sono oggetto continuo delle campagne di comunicazione e di propaganda che i totalitarismi, di ogni natura, portano avanti. E la propaganda fa presa sulle menti e sui cuori delle persone che si lasciano convincere che il nemico è dietro ogni angolo delle nostre case, che l’odio è l’unica arma di difesa e che il diverso va ricacciato, sempre, altrove. Per contrastare queste azioni, a mio avviso, va contrapposta la forza della ragione. Va contrapposta la forza del pensiero libero. Va contrapposto, in poche parole, il senso comune di umanità. Perché come abbiamo potuto vedere, l’ostilità non ha colore politico, la guerra non è giusta se a compierla è una fazione piuttosto che un’altra e che non si può morire per aver esercitato la propria libertà di espressione. Di fatto, quest’ultima, è l’unica vera arma di cui i regimi hanno paura. Esercitiamo il nostro potere. E facciamolo ora: #jeSuisCharlieHebdo!

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