La Copertina d’Artista – Italian Design


Un volto conturbante ci osserva dalla copertina del numero di marzo, la sua faccia è divisa in due simmetriche metà, una colorata, variopinta, iridescente, vivida espressione della migliore tradizione Pop, l’altra piatta, monocromatica, geometrica, che sembra a tutti gli effetti il bozzetto di un disegno industriale, di design appunto.copertina-dartista-marzo-2019-sd

Ma, benché le due metà siano così difformi, si armonizzano in un viso contraddistinto da una forte personalità; tuttavia non è questa caratteristica ad incuriosirci, non è questo che riesce a catturare e trattenere il nostro sguardo. Allora che cosa è? Cosa ha questo volto che allo stesso tempo ci attrae così irresistibilmente e ci trasmette un certo senso di inquietudine? Il titolo scelto dall’artista, al secolo Laura Calafiore, “Addaura”, non ci aiuta molto: i più attenti e curiosi fra i nostri lettori forse ricorderanno che si tratta di un borgo marinaro di Palermo, salito alle cronache il 21 giugno 1989 per uno sventato attentato al giudice Giovanni Falcone ordito da Cosa Nostra, ed il cui toponimo deriverebbe dalla parola siciliana “addàuru”, cioè “alloro”.

Una performance dell'artista Laura Calafiore.
Una performance dell’artista Laura Calafiore.

L’ambientazione “siciliana”, però, non sembra casuale, qualcosa in quest’opera ci ricorda questa meravigliosa isola che vide il confluire, lo scontrarsi e il confondersi di diverse culture, greca, romana, araba, normanna; sì, decisamente più guardiamo questa figura più ci convinciamo che la Sicilia c’entri qualcosa.

Alla fine un’intuizione illumina i nostri pensieri, forse quest’opera rappresenta il famoso “Testa di Moro”, un oggetto iconico della tradizione siciliana, una sorta di coloratissimo vaso a forma di testa di Moro, appunto, o di una giovane donna bellissima, entrambe adornate da una splendida corona, che arricchiscono e decorano i balconi di questa splendida terra. Detti anche “graste”, questi oggetti del design siciliano hanno una storia antichissima che narra di gesta d’amore, di gelosia e vendetta che lasciamo scoprire ai nostri lettori.

Mata Hari
Mata Hari

Quindi nell’opera della Calafiore non solo confluiscono le tradizioni e le suggestioni di una cultura millenaria che ancora ci affascina ed avvince, ma la natura multiforme dell’opera, quel suo essere pittura, disegno e progetto insieme sono forse l’inno più puro ed autentico all’argomento mensile del nostro magazine. Sì, Laura Calafiore ci spiega, con un’opera arguta e tradizionale, che il vero segreto del successo del design italiano sta nel suo reinterpretare e riscrivere in maniere sempre nuove, diverse e creative la storia millenaria in cui il nostro Paese è immerso. Perché se non sappiamo da dove veniamo, quali sono le nostre radici, sembra dirci l’artista, è impossibile che le nostre azioni, i nostri progetti, le nostre opere possano disegnare e delineare un qualche tipo di futuro. L’opera “Addaura” che l’artista ha realizzato per la nostra copertina di marzo è anche un vero e proprio oggetto di design, un tagliere, creato e realizzato da Gabriele D’Angelo del brand Trame Siciliane.

Madre Teresa
Madre Teresa

Classe 1981, nata a Roma ma di origini siciliane, Laura Calafiore è la prima donna fast-painter in Italia. Il suo spettacolo porta in scena la pittura Pop Art a ritmo di musica, un intrattenimento pittorico-musicale unico nel suo genere. Nel 1999 entra a far parte della rinomata Accademia Nazionale Francese di Arte, l’E.n.s.a.d. (Ecole Nationale Superieure des Art Decoratifs) e successivamente si laurea allo IED con il massimo dei voti in illustrazione fotografica, prendendo poi la strada della pittura a 360 gradi ed ideando il suo spettacolo che le fa girare tutta l’Italia e non solo.

Fast-painter per eventi ed aziende, si è esibita in importanti trasmissioni nazionali:

Per informazioni e per contattare l’artista Laura Calafiore:

www.lauracalafiore.it

info@lauracalafiore.it

Ricordiamo ai nostri lettori ed agli artisti interessati che è possibile candidarsi alla selezione della quinta edizione di questa interessante iniziativa scrivendo ed inviando un portfolio alla nostra redazione: redazione@smarknews.it



Italian design – L’editoriale di Raffaello Castellano


Raffaello CastellanoLa voce “Design” dell’Enciclopedia Treccani recita: design ‹di∫àin› s. ingl. [propr. «disegno, progetto», dal fr. dessein, che a sua volta è dall’ital. disegno] (pl. designs ‹di∫àin∫›), usato in ital. al masch. – Nella produzione industriale, progettazione (detta più precisamente industrial design ‹indḁ′striël …›) che mira a conciliare i requisiti tecnici, funzionali ed economici degli oggetti prodotti in serie, così che la forma che ne risulta è la sintesi di tale attività progettuale.

Quindi, nella sua essenza, alla sua origine, il design è un disegno ed un progetto. Ed è molto interessante che queste due parole siano così importanti non solo per chi scrive e chi legge questo magazine, ma per tutti i professionisti del marketing, della comunicazione e del web che quotidianamente si cimentano con problemi complessi che, per la loro soluzione, richiedono strategie efficaci e semplici.

La strategia di un esperto di marketing ha molte cose in comune con un oggetto di design. Non ci credete? Allora facciamo un esempio. Prendiamo un architetto che stia progettando una sedia, il suo design dovrà tener conto di diversi aspetti: la sedia dovrà essere comoda, facilmente realizzabile e con pochi componenti per costare poco, dovrà essere bella e se possibile originale per affermarsi nel mercato “inflazionato” delle sedie che ha prodotto un’infinità di modelli.

Adesso poniamo il caso di un esperto di strategie di marketing chiamato a realizzare la campagna promozionale di un nuovo modello di smartphone, anche questo professionista dovrà pensare in termini di disegno e progetto, la sua strategia dovrà essere chiara, semplice e d’impatto; il nostro esperto di marketing dovrà scegliere fra diverse possibilità. Meglio una campagna pubblicitaria sui mezzi classici o una sul web, meglio un marketing tradizionale, il direct-marketing o il guerrilla marketing?

Insomma, sia per disegnare (e progettare) una sedia che per disegnare (e progettare) una strategia di marketing dobbiamo pensare a conciliare (come recita la definizione Treccani) i requisiti tecnici, funzionali ed economici degli oggetti prodotti in serie, così che la forma che ne risulta è la sintesi di tale attività progettuale.

L'ingresso al Salone del Mobile di Milano.
L’ingresso al Salone del Mobile di Milano.

Abbiamo voluto dedicare questo numero di Smart Marketing al Design, in concomitanza con il “Salone del Mobile” di Milano (dal 22 marzo al 14 aprile), che da anni detta l’agenda dei gusti, delle tendenze e delle innovazioni dell’interior design non solo in Italia ma nel mondo, e che è diventata la kermesse di riferimento del settore per brand, produttori e firme.

Noi ne parleremo sempre alla nostra maniera, cercando attraverso i nostri articoli di raccontare quelle storie di idee, genialità ed innovazione di cui è pieno questo settore. Prima di lasciarvi alla lettura di questo numero vi voglio incuriosire con una storia di design particolare, anche se non italiana.

Il Puzzle cartina geografica inventato da John Spilsbury.
Il Puzzle cartina geografica inventato da John Spilsbury.

Alzi la mano chi non ha mai giocato con i puzzle: ebbene, questo gioco che non conosce crisi, neanche nell’era del digitale, nasce per scopi pedagogici ed educativi nel 1766, quando un tale John Spilsburyincisore e fabbricante di cartine geografiche di Londra, decise di incollare una sua cartina su una tavola di legno e di ritagliare la stessa lungo i confini delle nazioni. I bambini avrebbero dovuto ricomporre la stessa cartina imparando la geografia.

Un’idea semplice e geniale che utilizziamo ancora oggi.

Buona lettura.

Raffaello Castellano



20 anni senza Stanley Kubrick


Il 7 marzo del 1999, a pochi giorni dalla conclusione del montaggio del suo ultimo film Eyes Wide Shut, moriva stroncato da un infarto, a 77 anni, il grande cineasta Stanley Kubrick.

Un regista, geniale, irriverente e visionario, leggendario per almeno 3 generazioni (fra cui la mia), che per molti, moltissimi appassionati rappresenta l’essenza stessa della regia; il suo nome è, addirittura, diventato “sinonimo” delle parole regista e cinema.

stanley_kubrick_-_h_-2001_Una carriera lunga 50 anni, che ci consegna solo 13 film, ma che sono altrettanti pietre miliari del cinema mondiale. Basta scorrere l’elenco per rendersene conto: “Lolita”, “Il dottor Stranamore”, “2001 Odissea nello spazio”, “Arancia meccanica”, “Shining”, “Eyes Wide Shut”, giusto per citare i più celebri.

Il suo talento visionario, la cura maniacale per i particolari, il carattere riservato, il suo famigerato controllo assoluto su tutti gli aspetti del film, sono solo alcune delle caratteristiche che ne hanno aumentato la leggenda ed il mito. Stanley Kubrick resta indissolubilmente legato all’arte del cinema e rappresenta, cosa rara, uno dei pochi registi apprezzato da pubblico e critica. I suoi complessi e stratificati film, le sue smaglianti immagini, i suoi spunti narrativi ancora permeano ed influenzano profondamente, non solo la cultura alta e quella pop, ma il nostro stesso immaginario collettivo.

dof_19Sarebbero tantissime le cose da dire su questo straordinario regista ed i suoi film (e francamente sono un po’ in imbarazzo a scrivere di questo cineasta), ma vi propongo, tredici aneddoti, tanti quanti i suoi film, tredici curiosità, tredici meta-informazioni cinematografiche per farvi conoscere, approfondire, innamorare o ri-innamorare di questo regista.

  1. Il primo film fu il cortometraggio/documentario Day of the Fight, è del 1951, ed è basato sul reportage fotografico che lo stesso Kubrick realizzo per la rivista Look con la quale lavorava. Il film segue per un giorno intero la preparazione del pugile Walter Cartier per un combattimento. Fu autoprodotto con un investimento di 3900 dollari e Kubrick stesso si occupò di gran parte delle mansioni della troupe, oltre a quella di regista, infatti, svolse quelle di sceneggiatore, operatore della macchina da presa, direttore della fotografia, montatore e scenografo;
  2. Il primo lungometraggio è del 1953, Fear and Desire (Paura e desiderio), dove il regista con una piccola troupe filma le vicende di un plotone disperso dietro le linee nemiche. Il film rappresenta il primo approccio del regista al genere bellico e la prima disamina sull’inutilità e la violenza della guerra, argomenti sui quali tornerà con “Orizzonti di gloria” del 1957, “Full Metal Jacket” del 1987 ed, in parte, con “Barry Lyndon” del 1975. Per girare il film, gli amici del regista raccolsero 1000 dollari con una colletta fra conoscenti e parenti e, lo stesso Kubrick, coinvolse nel progetto suo zio Martin Perveler, agiato proprietario di una catena di farmacie a Los Angeles, che divenne produttore associato e fornì altri 9000 dollari. Il film fu presto ripudiato dal regista, che lo considerava un errore giovanile e che si premurò di limitarne al massimo la diffusione, acquistando e facendo “sparire” gran parte delle copie presenti negli archivi;tt1-620x420
  3. Il terzo lungometraggio The Killing (Rapina a mano armata) del 1956, viene girato dal regista appena ventottenne con un budget di 330.000 dollari e con una piccola casa di produzione fondata insieme al regista, sceneggiatore e produttore James B. Harris, che produrrà anche “Orizzonti di gloria” e “Lolita”. Il film è un flop al botteghino dove incassa solo 30.000 dollari, ma un successo di critica, alcuni commentatori parlano di Kubrick come il nuovo Orson Welles, inoltre, la pellicola, diventa un vero paradigma del genere noir. Il regista, infatti, decide di adottare uno stile di racconto non consequenziale, ma con struttura diegetica non lineare, con diversi e continui salti indietro e in avanti nel tempo, che rendono lo svolgersi del film complesso ed originalissimo. Questa struttura del racconto sarà ripresa, omaggiata e “saccheggiata” da molti altri registi del genere, tra cui Quentin Tarantino che lo utilizzerà “pari-pari” per “Le Iene” del 1992, Michael Mann per “Heat – La sfida” del 1995 e Paul McGuigan per, il più recente, “Slevin – Patto criminale” del 2006.
  4. Il quarto lungometraggio Paths of Glory (Orizzonti di Gloria) del 1957 è il primo film del regista girato con una star hollywoodiana in forte ascesa, Kirk Douglas, che interpreta l’umano colonello Dax. Il film è anche il primo del regista, prodotto da una grande casa di produzione, la United Artists ed è considerato uno dei film più antibellici di sempre. La storia raccontata si ispira ad un fatto realmente accaduto durate la Prima Guerra Mondiale al 336º Reggimento di fanteria francese, comandato dal generale Géraud Réveilhac. Il film è l’occasione per mostrare la grande capacità di Kubrick di utilizzare la tecnica di ripresa in maniera fortemente espressiva. In questo film, ad esempio, il regista utilizza per le scene girate in trincea, il carrello, a precedere e seguire, montato su gomma e non su rotaia, dando alle scene delle ispezioni delle trincee del colonello Dax, una fluidità, un rigore ed una solennità fino allora impensabili. Il film di guerra è originale anche per il fatto che il dramma e la morte sono tutte interne ad un solo esercito: il nemico menzionato, evocato, combattuto, non appare in nessuna scena. Il film farà vincere il Nastro d’argento 1959 a Stanley Kubrick come “Miglior regista straniero”;orizzontoi-di-gloria
  5. Il quinto film di Kubrick è il colossal Spartacus del 1959, prodotto ed interpretato da Kirk Douglas, che volle fortemente il regista newyorkese dopo l’abbandono di Anthony Mann, con cui Douglas aveva avuto parecchi contrasti sul set. L’esperienza sarà negativa, Kubrick soffre il fatto di non avere il controllo totale sul film e delle continue intromissioni sulle scelte registiche da parte di Douglas. Il film è, a detta dello stesso regista, il meno kubrickiano dei suoi film, anche se in molte soluzioni tecniche e in moltissime spettacolari riprese, si riconosce lo sguardo e lo stile del regista. Il film vincerà 4 Oscar (Miglior attore non protagonista Peter Ustinov, Miglior fotografia, Miglior scenografia e Migliori Costumi) e sarà un successo al botteghino, ma rappresenta anche il definitivo addio di Kubrick ad Hollywood ed alle politiche delle major, l’anno dopo si trasferirà in Inghilterra, dove realizzerà tutti gli altri suoi film e che non lascerà più fino alla morte;
  6. 2001: A Space Odyssey (2001: Odissea nello spazio) l’ottavo lungometraggio di Kubrick è forse il film della storia del cinema con la più ampia letteratura critica, psicologica, filosofica dedicata. Sul film, sul suo significato, sulle sue implicazioni filosofiche, sulla sua influenza nella cultura popolare, sul suo aver ridato dignità al genere fantascientifico, fino allora di serie B, sulle sue innovazioni tecniche e stilistiche, è stato detto e scritto di tutto e risulta davvero arduo trovare un aneddoto per questa lista. Forse i più significativi, fra i tanti, sono due: il primo, legato alla lavorazione durata 4 anni ed ai costi di produzione di quasi 12 milioni di dollari di cui 6 milioni e mezzo solo per gli effetti speciali; il secondo, legato al fatto che questo film fa vincere a Kubrick l’unico Oscar della sua carriera, quello per gli effetti speciali ai quali aveva lavorato personalmente;1467877382628
  7. A proposito di Oscar, Stanley Kubrick ricevette nel corso della sua carriera 13 Nomination (tra cui 3 per il “Miglior Film” e 4 per la “Miglior Regia”), ma non ne vinse nemmeno uno. Come abbiamo detto, l’unico Oscar che vinse fu quello per i Migliori Effetti Speciali nel 1969 per 2001: Odissea nello spazio.
  8. 2001 Odissea nello spazio sarebbe dovuto cominciare con una serie di interviste a scienziati, filosofi, ingegneri ed astronomi, che avrebbero dovuto parlare di evoluzione, intelligenza artificiale, viaggi spaziali e vita extraterrestre; il progetto fu poi abbandonato dal regista e le interviste già fatte a personalità del calibro di Isaac Asimov, Aleksandr Oparin, Margaret Mead, finirono poi nel libro “Stanley Kubrick. Interviste extraterrestri”;
  9. Arancia meccanica del 1971 è il nono film realizzato dal regista, il primo degli anni ’70. Fu un successo planetario sia di critica che di pubblico, la censura fu molto severa in tutta Europa, soprattutto in Inghilterra, Germania ed Italia; addirittura in Inghilterra e Germania il regista fu costretto a ritirare la pellicola dalle sale per un certo periodo, poiché molti giovani affascinati dall’ultraviolenza cominciarono ad imitare i comportamenti dei protagonisti del film. In Italia ebbe prima il divieto a 18 anni fino al 1998 poi abbassato a 14 anni ed ebbe il suo primo passaggio televisivo nel 2007 sul canale La7, ben 35 anni dopo la sua uscita cinematografica;446a472920
  10. Il film Shining rappresenta il primo film a fare un largo uso della steadycam, lo stabilizzatore per le riprese in movimento inventato dall’operatore video Garrett Brown, che lavorava nel film di Kubrick. Secondo lo stesso Brown, Shining, resta tuttora insuperato, per eleganza e capacità espressiva delle riprese, proprio grazie alle idee del regista che seppe esaltare le possibilità tecniche;
  11. È leggendaria e famigerata la cura maniacale che Kubrick dedicava a tutti gli aspetti del film anche per ricreare quanto più fedelmente gli ambienti dei suoi film. Il set di Shining è emblematico a riguardo: all’epoca delle riprese era il set cinematografico più grande del mondo, tanto da contenere la facciata e l’interno dell’Overlook Hotel e lo smisurato giardino labirinto. Per ricreare la neve del labirinto di “Shining”, vennero impiegate 900 tonnellate di sale da cucina mischiato a palline di polistirolo;eyes_wide_shut_tom_cruise-e1486493242182
  12. Il regista detiene diversi record, fra i quali: quello per il maggior numero di riprese per una singola scena, ben 127, quelle che fece a Shelley Duvall nel film Shining del 1980 e quello per i tempi di lavorazione più lunghi per un film, ben 400 giorni per Eyes Wide Shut.
  13.  Infine Stanley Kubrick avrebbe potuto girare il Signore degli Anelli con i Beatles! Nel 1967 fu contattato da Denis O’Dell (collaboratore della band) che gli propose la regia dell’adattamento del libro con Paul McCartney come Frodo, Ringo Starr come Sam, George Harrison nei panni di Gandalf e John Lennon nella parte di Gollum. Kubrick che era già impegnato con le riprese di 2001Odissea nello spazio rifiutò l’offerta.



La Copertina d’Artista – Work in Progress


Un denso e stratificato collage fa da copertina a questo numero di Smart Marketing. L’artista ha inserito diversi materiali, ha ammassato diversi significati ed ha accumulato diversi messaggi. L’opera ci parla, forse ci interroga, sul senso e l’importanza che diamo ad uno degli argomenti più urgenti della nostra quotidianità: che cosa significa la parola lavoro per noi? Ha senso parlare di “work in progress”, lavori in corso, se oggi, oltre ad aver perso, oltre a cercare, oltre a sognare, abbiamo anche smarrito il significato della parola lavoro?copertina-febbraio-2019-sd

L’opera “Work in Progress” è un manifesto nel senso più letterale del termine. È un manifesto perché manifesta e rende palese la cifra stilistica dell’artista ed è un manifesto perché rende intellegibile le intenzioni, le dichiarazioni e la volontà dello stesso.

L’opera, come in un interrogatorio, ci punta in faccia un riflettore, ci acceca con una luce fredda e tagliente ed il suo autore, al secolo Azio Speziga, come un risoluto poliziotto, come un accigliato inquirente ci tormenta con una serie interminabile di domande. Non possiamo eluderle, non possiamo evitarle, non possiamo scappare e, cosa più importante di tutte, non sappiamo cosa rispondere. Siamo fregati! L’unica cosa che possiamo fare è ammettere la nostra inettitudine, confessare le nostre colpe e accettare la sentenza, sperando nella clemenza della corte.

Inesorabile, opera premiata alla BIBART 2019 nella sezione  "Arte concettuale".
Inesorabile, opera premiata alla BIBART 2019 nella sezione “Arte concettuale”.

L’opera di Azio Speziga, rappresenta l’arte quando è al meglio, perché, come disse lo scrittore francese Premio Nobel André Gide “Le più belle opere degli uomini sono ostinatamente dolorose”, e, non vi è dubbio alcuno, che l’artista non voglia farci riposare tranquilli, ma voglia scuotere le nostre coscienze infiacchite e farci uscire dal recinto delle nostre illusorie certezze. E noi lo sappiamo che ogni cambiamento oltre che difficile, è pure doloroso.

L'Artista di questo mese Azio Speziga.
L’Artista di questo mese Azio Speziga.

Azio Speziga (classe 1945): abbandona gli studi da geometra e si dedica alla pittura, sperimenta con successo ed entusiasmo varie tecniche. Fin dall’inizio predilige uno stile materico ed inserisce diversi materiali sui suoi quadri: sabbia, cemento, resine, colle, tempere, china, catrame e materiali di riciclo.

Il risultato sono opere che si caratterizzano per pochi elementi visivi, ma che condensano e fanno esplodere una espressività carica di sentimenti, emozioni e vita vissuta.

Sulla scena artistica nazionale da oltre mezzo secolo, partecipa a innumerevoli mostre e prestigiosi concorsi in tutta Italia rimanendo sempre un artista indipendente; Azio Speziga è apprezzato anche all’estero e alcune sue opere sono presenti anche a New York.

Da segnalare, i riconoscimenti ricevuti alla Biennale di Roma, alla XXIX Edizione di Arte Padova nel 2018 ed all’ultima BIBART di Bari nel 2019. Lavora nel suo atelier a Casamassima (BA).

L'Uomo in frac
L’Uomo in frac

Per informazioni e per contattare l’artista Azio Speziga:

Facebook: www.facebook.com/azio.speziga

www.facebook.com/ilcovodellartista

E.mail: aziospeziga@gmail.com

Studio d’arte e galleria “Il Covo dell’Artista”, Centro Storico, Piazza del Popolo, n° 1, Casamassima (BA).

Ricordiamo ai nostri lettori ed agli artisti interessati che è possibile candidarsi alla selezione della quinta edizione di questa interessante iniziativa scrivendo ed inviando un portfolio alla nostra redazione: redazione@smarknews.it



Work in progress – L’editoriale di Raffaello Castellano


Raffaello CastellanoDisoccupazione, welfare, Reddito di Cittadinanza, Quota 100, sono queste le parole che stanno tenendo banco dall’inizio dell’anno. Discorsi e parole intorno al concetto del lavoro, di chi ce l’ha, di chi l’ha perso, di chi lo cerca, di chi non lo cerca più.

Il grande problema, dell’Italia, dell’Europa e delle Democrazie Occidentali, in questi primi 20 anni del XXI secolo è, sempre e solamente, il lavoro.

Stiamo facendo i conti con una popolazione che invecchia sempre di più, soprattutto in paesi come Spagna, Germania ed Italia, con il debito pubblico, della quasi totalità delle grandi democrazie europee, in costante aumento, con un mercato del lavoro profondamente mutato e con tutta una serie di nuove professioni, impensabili ed inesistenti solo 20 anni fa.

Stiamo sperimentando quello che in gergo si chiama gap, che è culturale, evolutivo e sistemico. La scienza e la tecnologia, ad un certo punto, hanno cominciato a correre più in fretta di noi, siamo passati, in poco più di 30 anni, da una tecnologia analogica ad una digitale. Siamo sempre connessi, raggiungibili, localizzabili, rintracciabili e profilati. Cinque termini, tanto per dire, che non tutti ancora conoscono, benché agiscano con effetti profondi e potenti nella società contemporanea.success-2697951_1920

Più di cinquanta anni fa il famoso sociologo e filosofo dei media Marshall McLuhan aveva previsto tutto e coniato il termine “Villaggio Globale”. Nel 1964 nel libro “Gli strumenti del comunicare” scriveva “Oggi, dopo più di un secolo di tecnologia elettrica, abbiamo esteso il nostro sistema nervoso centrale fino a farlo diventare un abbraccio globale, abolendo limiti di spazio e tempo per quanto concerne il nostro pianeta”.

Lui si riferiva ad una tecnologia satellitare e ai primordi di quella digitale ed informatica, pensate cosa avrebbe detto oggi, che la sua previsione, anzi, la sua profezia, è diventata non solo realtà, ma è stata ampiamente superata.

Scopri il nuovo numero dedicato al mondo del lavoro:

Sono profondamente convinto che la scienza e le nuove tecnologie offrano prospettive e sviluppo incommensurabili ma, allo stesso tempo, mi rendo conto che se non riusciamo a stare dietro al loro sviluppo ed evoluzione, e non ci stiamo tutti riuscendo, la tecnologia e la scienza possono frenare il nostro sviluppo ed annichilirci.hands-600497_1920

I problemi legati al lavoro ed alla sua mancanza, sono da rintracciare anche in questo gap fra le infinite possibilità del progresso e le nostre limitate possibilità di coglierle, comprenderle e adoperarle.

Questo numero di Smart Marketing, “Work in Progress”, vuole essere una mappa dei nuovi lavori e delle nuove opportunità lavorative di oggi e di domani, proporremo esempi, suggerimenti e case history, ma, non dimenticate che, come disse un altro grande filosofo, nonché ingegnere e matematico, il polacco Alfred Korzybski: “La mappa non è il territorio!”.

Buona lettura a tutti.

Raffaello Castellano



La Copertina d’Artista – Back to the Future


Un scheletro di cemento emerge attraverso le trasparenza di un velo, il punto di vista è simmetrico, squadrato, lineare, il nostro sguardo viene indirizzato al centro di questa costruzione da una strada sterrata che conduce fino all’ingresso. È una foto strana e perturbante quella che fa da copertina al nostro numero di gennaio; l’artista, al secolo Federica Gonnelli (classe 1981), gioca con i nostri sensi e ci offre un’immagine stratificata che confonde il nostro sguardo e ci costringe a guardare con più attenzione ed intensità.

"Back to the Future 2019-1920", è il titolo dell'opera della Copertina d'Artista di questo numero, realizzata da Federica Gonnelli.
“Back to the Future 2019-1920″, è il titolo dell’opera della Copertina d’Artista di questo numero, realizzata da Federica Gonnelli.

L’immagine allora, dopo questa immersione, ci sembra composita, densa, multiforme, sembra quasi che l’artista abbia utilizzato due fotografie, forse tre, o abbia utilizzato una doppia esposizione sulla pellicola, e qui il pensiero va agli splendidi esperimenti del regista espressionista francese Abel Gance, culminati nel capolavoro Napoléon, del 1927. Come il regista francese, anche Federica Gonnelli, sovrappone le immagini e, quindi, le storie e le possibili interpretazioni.

“CONFINI”, particolare.
“CONFINI”, particolare.

Allora l’immagine potrebbe essere una rivisitazione della celebre foto che ritrae l’ingresso al campo di concentramento nazista di Auschwitz, con i binari della ferrovia che giungono fino all’ingresso, possibile omaggio dell’artista al mese della memoria. Oppure, spingendo ancora più in là la nostra interpretazione, il rudere di cemento protagonista della foto rappresenta l’ennesimo scempio urbanistico che deturpa il nostro paesaggio, ormai brullo e secco. O, forse, la costruzione è un confine, l’ultimo muro edificato ad argine di una strada che conduce altrove, un muro forato, permeabile, che ben si presta ad essere attraversato da un’umanità sconfitta ed in fuga dalla miseria.

L'Artista di questo numero, Federica Gonnelli.
L’Artista di questo numero, Federica Gonnelli.

Sia quello che sia, l’immagine, anzi le immagini della Gonnelli non ci lasciano indifferenti e ci esortano a prestare attenzione, suggerimento quanto mai opportuno in un mondo dove, costantemente, siamo immersi in un flusso caotico, confusionale e senza soluzione di continuità di immagini, segni e simboli dai quali siamo solo assuefatti, irretiti e dipendenti, proprio come i drogati.

Scopri il numero dedicato al marketing della nostalgia:

Federica Gonnelli nasce a Firenze, dove frequenta il Liceo Artistico e l’Accademia di Belle Arti. Vive e lavora tra Firenze e Prato, dove dal giugno 2011 ha aperto lo studio “InCUBOAzione”. Dal 2001 partecipa a mostre personali, collettive e concorsi. Dal 2015 partecipa a residenze d’artista, pratica che ha acquisito una particolare importanza per la sua crescita personale e artistica.

“TESI TRA LE ATTESE” STUDIO-38 Contemporary Art Gallery, Pistoia.
“TESI TRA LE ATTESE” STUDIO-38 Contemporary Art Gallery, Pistoia.

Ultime mostre:

2018

“LE MONTAGNE DA LONTANO SONO COLOR INDACO”, personale, Studio Ciccone, Firenze;

Open studio, “LA TEORIA DEI BISOGNI”, InCUBOAzione, Prato, evento organizzato in occasione della 14a Giornata del Contemporaneo;

Residenza e personale “2° Piano Art Residence”, Z.N.S. Via Murat Art Container e Museo Narracentro, Palagiano (TA);

“68/Revolution. Memorie, Nostalgie, Oblii”, Pinacoteca Comunale Carlo Contini, Oristano;

“OfficinARS IN FIERI”, Museo Storico Archeologico, Nola, (NA), a cura di Associazione Villa Sistemi Reggiana;

“LIQUIDA”, “PALAZZI D’ARTE”, personale, Palazzo Rossi Cassigoli, Pistoia, a cura di Ilaria Magni e STUDIO 38 Contemporary Art Gallery;

“ARTEAM CUP 2018”, Fondazione Dino Zoli, Forlì, a cura di Arteam;

"CONFINI" “2° Piano Art Residence”, Z.N.S. Via Murat Art Container e Museo Narracentro, Palagiano (TA).
“CONFINI” “2° Piano Art Residence”, Z.N.S. Via Murat Art Container e Museo Narracentro, Palagiano (TA).

“1st CLASS ARTERY 01 #WUNDERKAMMER02”, Parco Paradiso, Lugano, (CH);

Residenza e collettiva, “TERRAĒ”, Museo Mae, Zumpano, (CS);

“TESI – TRA LE ATTESE”, personale, STUDIO 38 Contemporary Art Gallery, Pistoia;

“TESI – TRA LE ATTESE”, “SETUP CONTEMPORARY ART FAIR”, personale, STUDIO 38 Contemporary Art Gallery, Bologna.

Per informazioni e per contattare l’artista Federica Gonnelli:

www.federicagonnelli.it

info@federicagonnelli.it

Studio “InCuboAzione” Via Delle Fonti 480, Santa Maria a Colonica, Prato.

Ricordiamo ai nostri lettori ed agli artisti interessati che è possibile candidarsi alla selezione della quinta edizione di questa interessante iniziativa scrivendo ed inviando un portfolio alla nostra redazione: redazione@smarknews.it



Back to the Future – L’editoriale di Raffaello Castellano


È sotto gli occhi di tutti! È evidente! Lampante!

Il futuro è arrivato, quello previsto dalla fantascienza, dai veggenti, dai designer ora è realtà.

Gli anni ’70 del secolo scorso, il decennio lungo del secolo breve, come viene chiamato, attraverso i fumetti e le serie tv di fantascienza, scienziati progressisti e geniali architetti, avevano previsto, ed in parte progettato e costruito, un futuro che ancora oggi, nel 2019, non è stato pienamente realizzato e che resta ammantato da un’aura di mito e nostalgia.

Ma non tutto il futuro è come ce l’eravamo immaginato.fantasy-3757036_1920

Pensavamo di avere auto volanti, ed invece gran parte del movimento, compreso quello delle merci, avviene ancora su ruota.

Pensavamo che avremmo costruito stazioni spaziali immense, capaci di contenere intere città e sostenere grandi comunità; in realtà le stazioni spaziali ci sono, ma contengono al massimo una decina di persone e per tempi difficilmente superiori all’anno.

Pensavamo che avremmo costruito basi permanenti sulla Luna ed avremmo messo piede su Marte, ma in realtà, con il finire della Guerra Fredda, la corsa allo spazio ha perso interesse e fondi.

Pensavamo che, come in Star Trek, avremmo avuto navi interstellari con motori a curvatura, capaci di superare la velocità della luce, e soprattutto il teletrasporto, invece la scienza ci dice che, benché teoricamente fattibili, simili progetti presentano difficoltà ancora insormontabili sul piano tecnico.space-station-423702_1920

Pensavamo che la pace avrebbe regnato su tutto il globo, ma qualunque telegiornale può smentire questa previsione.

Pensavamo che la fame e la povertà sarebbero state estirpate dal nostro pianeta, ma i flussi dell’immigrazione e le morti per denutrizione del Terzo Mondo ci raccontano un’altra storia.

Pensavamo che i progressi della medicina e dei vaccini avrebbero debellato tutte quelle malattie infettive che avevano, in passato, decimato l’umanità, invece vediamo tornare alla ribalta morbi e virus che parevano estinti.

Pensavamo che i dischi in vinile, i libri cartacei e i televisori sarebbero scomparsi, soppiantati rispettivamente da un qualche tipo di disco laser, di foglio elettronico e di proiettore di ologrammi, invece sono tutti ancora nelle nostre abitazioni e anzi sono tornati pure di moda.vinyl-1233111_1920

Insomma, il futuro immaginato negli anni ’70, ma anche ’80, del secolo scorso non è quello che oggi abbiamo sotto gli occhi.

Molte invenzioni sono ancora troppo utopistiche, molte vittorie devono ancora compiersi e poi c’è un’invenzione che non solo non era stata prevista da nessuno dei fumettisti, scrittori, scienziati e veggenti, ma che è anche quella che più profondamente ha trasformato il pianeta e i suoi abitanti: la rivoluzione digitale.

Nessuno aveva mai accennato ad internet, al web, ai social, come mai nessuno li aveva previsti?

E, domanda ancora più interessante, come mai il digitale non è riuscito a soppiantare completamente l’analogico?radio-1682531_1920

Noi di Smart Marketing abbiamo un paio di idee e qualche teoria al riguardo e per conoscerle non vi resta che sfogliare il presente numero intitolato appunto “Back to the Future” (Ritorno al Futuro), e leggere gli articoli dei nostri collaboratori. Ogni contributo vuole indagare, alla nostra maniera, questo desiderio di analogico, di sostanza, di concretezza.

Scopri il numero dedicato al marketing della nostalgia:

P.S.

Credete che abbia esagerato?

Vi voglio lasciare con un dato: 27.448.630 euro di incasso è quanto ha totalizzato, in 9 settimane ininterrotte di programmazione nelle sale italiane, il film del momento: Bohemian Rhapsody (qui trovate la nostra recensione), che nel mondo ha incassato fino ad ora 817.637.665 dollari, con il mercato cinese che si è aperto da una sola settimana.

Il film narra la storia dei primi 15 anni (dalla fondazione, nel 1970, al 1985) della mitica band inglese dei Queen.

Forse, al di là della fascinazione che Freddie Mercury ancora esercita su milioni di fan in tutto il Mondo, anche il successo di questo incredibile film mette in evidenza quel desiderio di vintage, revival, retrò, ritorno al passato prossimo che ci ha inesorabilmente contagiato in questi ultimi anni.

Buon futuro e buona lettura a tutti.

Raffaello Castellano



L’Agenzia dei bugiardi – Il Film


Mattina presto: il telefono squilla, con la fastidiosa suoneria personalizzata di tua moglie, ti svegli di soprassalto e ti riprendi a fatica, ma poi realizzi che sei in un letto non tuo, che la casa intorno a te, benché famigliare, non ti appartiene e, cosa peggiore, che la donna nuda accanto a te non è tua moglie.

Lo so, a qualcuno potrà sembrare l’incipit di un film alla “Una notte da leoni”, ma sarebbe fuoristrada, il film è italiano, come gli attori e il regista Volfango De Biasi (Come tu mi vuoi, Iago, Natale a Londra – Dio salvi la Regina). Ma il film è anche il remake del campione d’incassi francese del 2017 Alibi.com di Philippe Lacheau.la-locandina-ufficiale-de-lagenzia-dei-bugiardi-di-volfango-de-biasi-maxw-1280

Ma torniamo al nostro spaventato personaggio: cosa fare quando, dopo una notte di bagordi con la tua amante, ti addormenti e non rientri a casa da tua moglie? E per di più hai il collo pieno di segni (leggete succhiotti) della passione? Beh, le soluzioni sono 2: o scappi con l’amante o chiami i professionisti dell’’Agenzia dei Bugiardi. Il nostro sprovveduto amico decide per la seconda opzione.

Dall’altra parte del telefono ti risponde Fred, il sempre più bravo e maturo Gianpaolo Morelli, che con fredda risolutezza ti dice subito cosa devi fare e, contemporaneamente, elabora e mette in moto un piano per riscattare la tua colpevole scappatella agli occhi di tua moglie e dei tuoi suoceri, intanto accorsi a casa tua.

Cambio scena: il campanello suona a casa tua, tua moglie inviperita viene ad aprire e ti trova malconcio su di una sedia a rotella con un collare ortopedico, scortato da un infermiere del 118 ed un poliziotto della stradale, i quali le spiegano che hai avuto un brutto incidente rientrando a casa per non investire il cane di un cieco. Fantastico, sei passato in un attimo da marito fedifrago ad eroe, salvando matrimonio ed amante e rimettendoci solo un telefonino e una macchina.

Tornati in agenzia, scopriamo che l’infermiere altri non è che Diego (lo stralunato ed esilarante Luigi Luciano), l’esperto informatico dell’agenzia, e che il poliziotto era lo stesso Fred, titolare e performer dell’Agenzia dei Bugiardi, specializzata a fornire alibi a mariti e mogli infedeli, ma anche altri servizi a tutta una serie di personaggi insospettabili. Cambio scena: Fred sta cercando personale, e lo vediamo intento a fare un colloquio ad un candidato, Paolo (l’attore e conduttore televisivo Paolo Ruffini), al quale spiega le motivazioni, il funzionamento e i servizi dell’agenzia.

Insomma, un’attività di successo, remunerativa e con un bacino di clienti pressoché illimitato. Tutto bene, tutto bello, addirittura con un certo risvolto sociale giacché, come spiega Fred al candidato Paolo, l’idea dell’Agenzia nasce da un suo personale dramma familiare che gli ha fatto maturare l’opinione che è “meglio una bella bugia che una brutta verità!”, frase usata pure come slogan aziendale.85493_ppl

Il film procede con vari interventi salva bugiardi durante la settimana di prova del candidato Paolo; tutto fila liscio fino a quando, e qui arriva il plot del film, all’agenzia non si rivolge un ricco uomo d’affari, Alberto (il sempre bravo Massimo Ghini), che espone all’agenzia un problema di difficile gestione.

Senza voler svelare altro del film, che consiglio di vedere, veniamo alla critica vera e propria.

Il film gira bene, gli attori si innestano perfettamente gli uni sugli altri, la regia è lieve, la sceneggiatura solida (entrambe di Volfango De Biasi) e le situazioni che l’Agenzia dei Bugiardi è chiamata a risolvere, benché al limite dell’assurdo, sono credibili ed esilaranti. Il film per la prima parte è girato soprattutto in interni, stanze, alberghi, etc., ma nella seconda parte si apre all’esterno con scenografie naturali ben sfruttate, fra cui spicca un resort di lusso in Puglia, meta gettonatissima dalle produzioni italiane ed estere.

Gianpaolo Morelli e Diana Del Bufalo sul set del film.
Gianpaolo Morelli e Diana Del Bufalo sul set del film.

Su tutto spiccano, come succede in questo tipo di commedie, le interpretazioni degli attori, tutti bravi, ma tra di esse emergono quelle di Gianpaolo Morelli, sempre più credibile e a suo agio nei ruoli borderline sia al cinema che in tv, di Massimo Ghini, attore maturo e pieno di sfumature, di Alessandra Mastronardi, frizzante e poliedrica attrice che si muove perfettamente fra cinema e fiction, commedia e drammatico, e della sorprendente Diana Del Bufalo (Amici, La profezia dell’armadillo, Puoi baciare lo sposo), che interpreta con ironia e voglia di prendersi in giro il ruolo di W Cinzia (non viva ma doubleV) che fa da collante a tutti i personaggi del film.

La Del Bufalo, che attualmente è nelle sale sia con questo film che con il mediocre “Attenti al Gorilla” di Luca Miniero, canta, sui titoli di coda, in un videoclip musicale che, parodiando Baby K, prende in giro il rap italiano con tanto di twerking, vestiti animalier, ambientazioni urban-pop, e che da solo merita i soldi del biglietto.

Per concludere, possiamo dire che il film regala 102 minuti di divertimento, senza parolacce, condito con una discreta dose di riflessione sociologica su cosa la nostra società di consumatori compulsivi è diventata. Il regista sembra dirci che oggi si compra, ma soprattutto si consuma, di tutto: matrimoni, infedeltà, scappatelle e, ahimè, se tutto è in vendita, allora anche la verità e le bugie sono sul mercato e possono essere acquistate dal miglior offerente e manipolate dall’abile professionista. Una metafora di internet, dei Big Data, delle fake, della disinformazione, un film che fa ridere con un po’ di amarezza e riflettere con un senso di disgusto.

Mentre scrivo questa recensione (21 gennaio), il film è 5° al Box Office, con un incasso totale di 893.223 euro a quattro giorni dall’uscita, il 17 gennaio 2019, battendo nel weekend addirittura il blockbuster Aquaman, che si ferma a 864.559 euro.




Bohemian Rhapsody – Il Film


Come si racconta un mito?

Come approcciare la storia di una rock band leggendaria?

Quale sceneggiatore scegliere?

Quale regista?

Quale produttore?

Quali gli attori?

Quando la rock band si chiama Queen e il frontman Freddie Mercury, da dove bisogna cominciare?locandina-ver

Allora, vediamo di snocciolare un po’ di numeri e di date che ci aiutino ad inquadrare questo film:

8 anni di sviluppo da quando Brian May annunciava che era in progetto un film sui Queen e su Freddie Mercury. La sceneggiatura era affidata a Peter Morgan. Nei panni di Freddie Mercury ci sarebbe stato Sacha Baron Cohen, mentre la casa di produzione sarebbe stata la TriBeCa Productions, e le riprese sarebbero cominciate nel 2011.

Nel dicembre 2013 viene annunciato che l’attore britannico Ben Whishaw avrebbe preso il posto di Sacha Baron Cohen, che intanto aveva abbandonato il progetto nel luglio dello stesso anno, e che la regia sarebbe stata affidata a Dexter Fletcher. Entrambi, Whishaw e Fletcher, lasceranno definitivamente il progetto nel 2014.

Alla fine del 2015 la casa di produzione GK Films assume lo sceneggiatore neozelandese Anthony McCarten per scrivere una nuova sceneggiatura, col titolo “Bohemian Rhapsody”.

Nel novembre 2016 viene annunciato che la New Regency Pictures e la GK Films sarebbero state nella produzione della pellicola e che le riprese sarebbero iniziate nei primi mesi del 2017.155541500-5ba81281-46f5-4d4f-a96d-6e2ef8488f93

Lo stesso anno viene annunciato che Rami Malek vestirà i panni di Freddie Mercury e che il nuovo regista sarà Bryan Singer.

Allora ricapitoliamo:

Sembra quasi che Hollywood stessa avesse un timore reverenziale a cimentarsi in questo impegnativo biopic.

Il film non analizza tutta la vita della storica band ma, si focalizza sui primi 15 anni, dalla fondazione del nucleo originario fino al concerto del Live Aid al Wembley Stadium di Londra, il 13 luglio del 1985.queen-trailer-oficial-1

Ma veniamo alla recensione vera e propria, che film è stato Bohemian Rhapsody?

Spettacolare è l’unica risposta che mi viene in mente!

Sono nato nel 1973 e sono cresciuto con le musiche dei Queen proprio dalla metà degli anni ’80 fino alla metà degli anni ’90, periodo che è coinciso con la mia adolescenza e quindi con le prime cotte, con le prime uscite in discoteca e con la spensieratezza degli anni giovanili, dunque non può che essere questo il mio giudizio.

Ma, nostalgia a parte, il film è davvero spettacolare, per almeno 4 ottimi motivi.

    1. La fotografia, incredibilmente spettacolare, veloce e roboante nelle scene dei concerti e estremamente curata, pacata e ovattata, nelle scene d’interno ed in tutti i dialoghi. Il direttore della fotografia, Newton Thomas Sigel, ha optato per una scelta cromatica slavata e tenue per tutte le scene d’interno della prima parte del film, coincidente con gli anni ’70 e le atmosfere ed i colori tipici di quegli anni. Ma la tavolozza cromatica, pian piano, diventa più scintillante e smagliante, con l’arrivo degli anni ’80, come a voler rimarcare il cambio di decennio anche dal punto di vista cromatico. Nel film sono presenti diversi spezzoni originali dei videoclip dei Queen ed è estremamente interessante l’uso che ne fa Newton Thomas Sigel, miscelando filmati d’archivio e riprese dal vivo con grande maestria. Il direttore della fotografia è uno dei collaboratori fissi del regista Bryan Singer e la notevole esperienza ed intesa raggiunta su set di film d’azione e di supereroi, quali X-Men, Superman Returns, Operazione Valchiria, X-Men – Giorni di un futuro passato e X-Men – Apocalisse, ha sicuramente giovato alle riprese ed alle inquadrature del film;

  1. Il cast di attori, tutti bravissimi e talmente calati nei personaggi, da ricreare un effetto mimetico, una recitazione totale. Su tutti svetta Rami Malek (Mr Robot, Papillon, Una notte al museo), che interpreta un Freddie Mercury perfetto. L’aderenza al personaggio è pressoché totale: l’attore ha studiato a fondo le immagini dei concerti dei Queen, in particolare quella del Live Aid ed infatti questa scena, la più impegnativa da girare di tutto il film, vede una performance di Rami Malek talmente perfetta da essere indistinguibile da quella fatta dallo stesso Freddie Mercury. Ma anche le altre interpretazioni dei membri della band sono notevolissime, tre giovanissimi attori (il più grande ha 35 anni), con il quasi sconosciuto, ma bravissimo, Gwilym Lee (The Tourist, L’ispettore Barnaby, Jamestown), che sembra il fratello gemello di Brian May, passando per il talentuoso Ben Hardy (X-Men – Apocalisse, Fire Squad – Incubo di fuoco, Mary Shelley – Un amore immortale), che presta il volto a Roger Taylor, per finire con Joseph Mazzello (Jurassic Park, Il Mondo perduto, Viaggio in Inghilterra), che presta corpo e maschera a John Deacon, il bassista dei Queen;1504085554093-jpg-queen__annunciato_il_cast_completo_del_film_bohemian_rhapsody__scopri_gli_attori
  2. Costumi, trucco e parrucco, curati rispettivamente da Julian Day e Charlie Hounslow sono incredibili, la ricerca e lo studio per ricreare i look e quindi le atmosfere degli anni ’70 ed ’80 sono stati maniacali. Con una maggior approssimazione, sono sicuro che il film non avrebbe avuto lo stesso effetto. Tutto: gli accessori, i vestiti, le acconciature e il trucco sono meritevoli della candidatura ai premi Oscar, vedremo;film-queen
  3. Le musiche, il montaggio del suono, il montaggio vero e proprio, anche questi da Oscar. Dietro a tutti e tre c’è sempre la stessa persona: il compositore, montatore e regista statunitense John Ottman, assiduo collaboratore di Bryan Singer. Il lavoro più arduo è stato quello della sincronizzazione delle canzoni originali dei Queen, con il labiale degli attori, un lavoro lungo ed estenuante, che concorre in maniera importante al budget complessivo del film, che è stato di 52 milioni di dollari.

Ma, oltre a queste 4 ragioni, potremmo aggiungerne una quinta: la storia raccontata nella trama del film, benché molti detrattori e puristi abbiano riscontrato delle incongruenze: l’entrata nel gruppo del bassista John Deacon, sfalsata di un anno; il fatto che i Queen, diversamente da quanto raccontato nel film, non si siano mai sciolti; il non rispetto dei tempi cronologici dell’uscita di alcune canzoni; la scoperta della seriopositività di Freddie Mercury, avvenuta fra il 1986 ed il 1987, e non prima del Live Aid, come raccontato nel film. La storia della band inglese, invece, è raccontata come una sorta di “educazione sentimentale” alla vita da artisti.bohemian-rhapsody-df-11915_r2_rgb

Tutto sembra uscito da un romanzo di Kipling: il nome esotico Farrokh Bulsara, la nascita a Zanzibar, l’infanzia a Bombay, il trasloco a Londra, la vita in periferia. Tutto concorre, come nella vita di un supereroe (di cui il regista è esperto), alla nascita del mito e della leggenda. I superpoteri del nostro eroe sono un’estensione vocale di quattro ottave, mani magiche che padroneggiano istintivamente sia la chitarra che il pianoforte, un carisma ed un fascino magnetici che ne faranno uno dei performer più grandi di tutti i tempi.

Ultima curiosità, fra i produttori della pellicola, figurano due dei tre membri dei Queen: Brian May e Roger Taylor, che hanno supervisionato tutti i passaggi del progetto, con il preciso intento di consegnarci un’immagine del gruppo e del loro leader, in parte edulcorata, per non smagliare la memoria di Freddie Mercury, che è meglio ricordare per la sua bravura ed il suo talento, che per la sua vita di eccessi, tipica delle rock star.p15444050_v_v8_as

Sia come sia, il film è diventato ad 8 settimane dall’uscita (2 novembre 2018 USA, 29 novembre 2018 Italia) il biopic musicale di maggior successo di sempre, con 743.706.115 di dollari di incassi nel Mondo e con 23.351.240 euro in Italia, che ne fanno il miglior incasso per il 2018 per il nostro paese.

Mentre scrivo questo articolo (7 gennaio 2019), il film è ancora presente in molte sale italiane, forse lo sarà per un’altra settimana, ma almeno fino a mercoledì 9 gennaio, quindi il mio suggerimento, se non lo avete ancora fatto, è di andare a vederlo, non ve ne pentirete.

Ma, se proprio non doveste riuscire a vederlo al cinema, aspettate l’uscita del dvd o del bluray, saranno soldi spesi bene e magari al cinema andateci per un altro biopic musicale, in uscita fra maggio e giugno: “Rocketman”, sulla vita e la musica di un altro grandissimo artista, Elton John. Sono sicuro che anche questo film ci emozionerà e farà fare un tuffo nei ricordi ad almeno due generazioni.




La Copertina d’Artista – Dicembre 2018


Un ragazzino fissa rapito lo schermo di un tablet, la luce che si irradia dallo schermo è allo stesso tempo calda e diafana, l’atmosfera è intima, i colori pastosi. Sembra quasi che il protagonista della scena stia per accedere ad un mondo altro, sembra che il tablet sia il portale, lo stargate per un altro universo. Un mondo magico come quello raccontato nella saga di Harry Potter, cui tra l’altro il ragazzino un po’ assomiglia.copertina-dicembre-2018-min

Una scritta sul tablet ci fa intuire che tutto sommato non siamo lontani dalla verità, il nostro amico sta per accedere a Google, il motore di ricerca più famoso ed utilizzato al mondo, quindi a tutti gli effetti sta per accedere ad un altro universo, quello virtuale di internet.

L’artista di questo mese, al secolo Luisa Valenzano, gioca con noi e con il nostro immaginario, mischiando sapientemente nella sua pittura fiaba, sogno, fantasy e tecnologia.

L'artista di questo mese, Luisa Valenzano.
L’artista di questo mese, Luisa Valenzano.

La sua opera “Doppia lente” è, sì, un omaggio ai 20 anni di Google, ma rappresenta qualcosa di più, qualcosa di altro.

Il riflesso dello schermo sugli occhiali del ragazzino suggerisce non solo un’atmosfera di intimità con l’oggetto e il sito, ma una vera e propria compenetrazione, una osmosi, l’immagine sembra dirci che gli schermi che invadono le nostre abitazioni sono diventati i nostri specchi, i nostri black mirror, nei quali riflettiamo ormai le nostre speranze, i nostri sogni, perfino le nostre vite.

Ma, spingendo le nostra interpretazione un po’ più in là, potremmo pensare che il titolo dell’opera alluda anche al bisogno di un mediatore, gli occhiali o lo schermo del tablet, che ci permetta di penetrare più a fondo le cose, non solo quelle di internet, ma anche quelle della nostra vita.

Corda tesa, acrilico su tela, 85 x120 cm, 2018.
Corda tesa, acrilico su tela, 85 x120 cm, 2018.

Quindi, una doppia lente per guardare più lontano, più da vicino, meno sfuocato, più nitido e più profondamente il nostro mondo. Sembra questo il “Simply the Best” propostoci dall’artista: un paio di occhiali da portarci sempre dietro, anche nell’anno che verrà.

La ricerca di Luisa Valenzano (classe 1977) si dipana come una sorta di diario personale, spesso i soggetti delle sue tele sono emotivamente legati a lei, e raccontano momenti personali che diventano comuni a tutto il mondo femminile.

Consegue il diploma di pittura nel 2000 presso l’Accademia di Belle Arti di Bari, cominciando ad esporre in mostre personali e collettive ad iniziare dallo stesso anno. Ha al suo attivo 4 mostre personali, mostre e concorsi di livello nazionale e internazionale tra cui: 3° posto al Concorso “Santa Croce 40 anni dopo” – Santa Croce a Firenze (2006), 1° Premio al concorso “Colori in emersione” ad Aversa (CE) (2008), 2° posto al Concorso “Alda Merini e Guido Bertuzzi” a Milano (2010), 1° posto al Tian Qi Art Contest a Milano (2011). Nel 2018 è stata selezionata al 3+10 Prize a Venezia, al Festival Ar[t]cevia ad Arcevia (An), e alla mostra internazionale HUMAN RIGHTS?#EDU a Rovereto.

Tarantata, acrilico su tela di cotone, 100x90 cm, 2018.
Tarantata, acrilico su tela di cotone, 100×90 cm, 2018.

PRINCIPALI MOSTRE

2018

“Sub-terranea” Festival delle arti, Museo del Sottosuolo, Napoli;

International Art Festival “AR[t]CEVIA”, Palazzo dei Priori, Arcevia (An);

“Display 2.0”, ‘O Vascio Room Gallery, Somma Vesuviana (Na);

“II RASSEGNA DI PITTURA SEGHIZZI”, Galleria di Arte Contemporanea Seghizzi, Gorizia;

“HUMAN RIGHTS?#EDU”, Fondazione opera Campana dei Caduti, Colle di Miravalle, Rovereto (Tn);

“Lungo il confine”, Teatro Lux, Pisa, a cura di FUCO Fucina Contemporanea

“La mente artistica – Giovani donne artiste a confronto, VI ed.”, Pio Sodalizio dei Piceni, Roma, a cura dell’Ass. Culturale ArtisticaMente

2017

Selezionata a “Ronzii – arte urbana in subbuglio”, Stazione Leopolda, Pisa, a cura di FUCO Fucina Contemporanea.

Giuliana, acrilico su tela di cotone, 99,5x99,5 cm, 2017.
Giuliana, acrilico su tela di cotone, 99,5×99,5 cm, 2017.

2016

“Proposte per una Collezione”, Exclusive Gallery, Teano (Ce).

2015

“Credere la Luce – Una pala per la Chiesa di Sant’Anna”, mostra progetto d’Arte Sacra su una nuova iconografia di Sant’Anna con realizzazione di una Pala d’Altare per la Chiesa di Sant’Anna a Giulianova (Te), partecipazione su invito, Museo d’Arte dello Splendore, Giulianova (Te), a cura di Marialuisa De Santis, patrocinata dalla CEI

“Visioni Parallele – Spazio Condiviso”, The Factory Urban Lab, Palagianello (Ta), a cura dell’associazione RebelArci

“Welcome Home!”, Palazzo Ulmo, Taranto, a cura di Margherita Capodiferro, testo critico di Roberto Lacarbonara




Simply the Best – L’editoriale di Raffaello Castellano


 

Raffaello CastellanoAnche questo 2018 volge al termine.

Ma che anno è stato?

Sicuramente il 2018 è stato un anno molto ricco di eventi dal punto di vista tecnologico.

Eventi non sempre positivi, ed infatti i problemi di sicurezza dei nostri dati sugli account social, soprattutto di Facebook (che nonostante la crisi resta il primo social al mondo per utenti), prima con il Russiagate, poi con lo scandalo di Cambridge Analytica, hanno creato una piccola ondata di disaffezione degli utenti, con conseguente chiusura degli account non solo di questa piattaforma, ma anche di altre.

È stato l’anno del gaming, il mercato dei videogiochi è la prima fonte di intrattenimento del mondo. Secondo le stime il fatturato del comparto raggiungerà quest’anno i 137,9 miliardi di dollari, con un incremento del 13,3% sul 2017, numeri incredibili se paragonati ad altri settori dell’entertainment come il cinema, che si fermerà a 42 miliardi di dollari, e la musica, che arriverà solo a 36 miliardi di dollari circa.fortnite-kcd-835x437ilsole24ore-web

Con buona pace di Fifa 2019, il videogioco, e vero e proprio fenomeno, dell’anno è Fortnite, sviluppato da Epic Games e People Can Fly che, secondo Bloomberg, ha fatto incassare alla software house 3 miliardi di dollari e creato 200 milioni di utenti nel mondo.

È stato, ancora una volta, l’anno del social Instagram, che non conosce crisi e, anzi, continua a crescere.

Insomma, verrebbe da dire, la solita manfrina: l’annuale scandalo legato alla sicurezza dei nostri dati su internet; la solita software house che fa soldi a palate con un videogioco gratuito; il solito social che continua a macinare utenti e soldi.

Beh, tutto sommato parrebbe proprio così.

Non fosse che, fra le milioni di informazioni generate e immesse in rete, non ne salti fuori una che riguarda una ricerca scientifica che, in un certo modo, ribalta le nostre certezze sull’importanza di un oggetto, il libro. Infatti il libro cartaceo, nonostante negli ultimi tempi abbia risentito della concorrenza della rete, recentemente sta riguadagnando terreno e affezionati utenti.books-1655783_1920-min

La ricerca, condotta da un team australiano, si chiama “Cultura accademica: come i libri in adolescenza migliorano l’alfabetizzazione degli adulti, la matematica e le competenze tecnologiche in 31 società”, e dopo la pubblicazione sul Social Science Research, a metà dello scorso ottobre è stata rilanciata dai principali quotidiani nazionali.

La ricerca è stata condotta su 160.000 adulti tra i 25 e 65 anni distribuiti in 31 nazioni, e poneva in relazione i punteggi ottenuti in test che misuravano le capacità di comprensione di testi, le capacità aritmetiche ed informatiche, con le risposte fornite alla domanda: “Quanti libri avevi in casa quando avevi 16 anni?”.

I risultati sono stati sorprendenti: i migliori punteggi ai test sono stati ottenuti da quegli adulti che in casa avevano un maggior numero di libri; la ricerca ha evidenziato che chi si piazzava meglio ai test possedeva un numero di almeno 80 libri. La curva delle competenze nelle 3 aree esaminate cresceva proporzionalmente al numero dei libri posseduti in gioventù, per attestarsi definitivamente dopo la soglia dei 350 libri. Ma lo studio ha rilevato una cosa ancora più sorprendente, come racconta la prima autrice dello studio, la sociologa Joanna Sikora: “Non è importante soltanto l’atto del leggere, ma anche apprezzare i libri come oggetti, discuterne in famiglia o con gli amici, e soprattutto identificarsi nella lettura: pensare se stesse come persone che amano i libri”, il che ci dice che possedere una libreria fornita genera un sorta di effetto d’Imprinting sui fruitori. Inoltre, prosegue la ricercatrice: “I dati raccolti ci dicono che chi non è riuscito ad andare all’università, se ha avuto una quantità sufficiente di libri in casa a 16 anni, da adulto non sarà meno competente di un laureato che ha avuto pochi libri intorno a sé da ragazzo”.books-768426_1920

Quindi cosa ci dice questa interessante ricerca?

La ricerca ci dice che anche il solo e semplice crescere in un ambiente pieno di libri ha ripercussioni profonde e durature sul nostro futuro, non solo per il libro in sé, ma per gli innumerevoli stimoli culturali che il possedere, leggere e commentare libri offre ai ragazzi cresciuti in un ambiente del genere.

Ultima curiosità, la ricerca ha messo in evidenza anche le nazioni con la biblioteca familiare più nutrita, tra cui spicca l’Estonia con 218 libri sullo scaffale, e, in negativo, la Turchia con 27 libri. Il nostro Paese, come si sa poco affezionato alla lettura, si piazza a 75 libri, molto dietro alla Francia con 117 libri e addirittura meno della metà della Germania, nella quale i ragazzi sono cresciuti in case con biblioteche di 151 libri.

Sarebbe interessante incrociare ulteriormente i dati di questa ricerca con i dati di crescita del PIL delle varie nazioni coinvolte, chissà che non emergano altre sorprese.

Allora, perché vi ho raccontato questa storia per introdurre il numero corrente di Smart Marketing che, come sapete, si chiama Simply the Best?

Sarà che con l’avanzare dell’età io stia diventando nostalgico, legato ai ricordi, e con la smania di recuperare gli oggetti ormai vintage come appunto il libro?

Oppure il mio essere un lettore “seriale” mi porta a considerare particolarmente importanti ricerche come questa di cui sopra?start-line-3449607_1920-min

Sinceramente non lo so, ma credo fortemente e tenacemente che il libro sia una delle cose migliori che l’uomo abbia inventato, che il libro sia l’unica maniera per parlare con i morti (ovviamente intendo gli autori scomparsi), che i libri siano scrigni pieni di tesori che qualunque esploratore possa permettersi, che i libri siano i migliori anticorpi contro l’ignoranza e la superficialità dilaganti nel nostro mondo iperconnesso ed iperinformato.

Credo infine che l’atto di leggere sia un atto di legittima difesa (Woody Allen) e un allenamento al cambiamento, che il libro debba essere una scure per il mare ghiacciato dentro di noi (Franz Kafka) e che dovremmo fare nostro il suggerimento di Jorge Luis Borges:

“Che altri si vantino delle pagine che hanno scritto; io sono orgoglioso di quelle che ho letto.”

Quindi il meglio per me di quest’anno rimangono i libri che ho letto, che ho consigliato e di cui qualche volta ho scritto, anche in queste pagine.

Non mi resta che augurarvi buone letture e buon anno nuovo.

Raffaello Castellano



La Copertina d’Artista – Novembre 2018


Una figura emerge da una foschia lattiginosa, indossa un curioso copricapo, calza un bizzarro mantello rosso, ha una barba bianchissima piena di boccoli, e reca in mano uno strano dono.

L’immagine che fa da copertina per questo numero di novembre è, solo apparentemente, una citazione al Natale che verrà; l’immagine dipinta dall’artista di questo mese è sì fortemente evocativa, parlante verrebbe da dire, ma non è quello che sembra. L’arte ci ha insegnato che spesso nasconde il suo messaggio sotto mentite spoglie o, per dirla alla Picasso: gli artisti usano una bugia per raccontarci la verità.il-natale-che-verra-copertina-sd

E quale è la verità che ci racconta l’artista di questo numero, al secolo Grazia Salierno?

È una verità di sudore, fatica e sofferenza.

Non ci sono lustrini, niente balocchi, né dolci, né tantomeno aria di festa.

Il Babbo Natale ritratto dalla Salierno è in realtà un soccorritore, il mantello che indossa è un salvagente, il copricapo un elmetto da lavoro ed il dono che ci reca è, in realtà, un bambino strappato alla furia di una Madre Natura arcigna e spietata.

L’artista ha dipinto il tutto con pennellate appena accennate, un tratto leggero come ali di farfalla, pochi ed essenziali colori.

L'artista della Copertina di  novembre 2018, Grazia Salerno.
L’artista della Copertina di novembre 2018, Grazia Salerno.

Ma l’immagine è anche piena di speranza: il bambino rappresenta la vita che comunque sconfigge la morte, il soccorritore è un eroe, esempio di coraggio ed altruismo. Tutto nell’immagine, benché drammatico, ci testimonia una tragedia scampata.

L’opera canta l’amore, il coraggio e la speranza, riecheggiano i versi di Emily Dickinson:

“La speranza è un essere piumato

che si posa sull’anima,

canta melodie senza parole e non finisce mai”.

Quindi qual è il messaggio di Grazia Salierno per questo Natale che verrà?

Forse l’artista ci dice che il regalo più bello è la vita?

Forse il vero spirito del Natale è fare qualcosa per gli altri?

Forse il dono più grande che possiamo fare è donarci agli altri?

Sono sicuro che è così, sono sicuro che fra le lezioni più importanti (fra le tante che l’arte ci impartisce) quelle di pungolare il nostro cinismo, fare argine alla nostra superficialità e stimolare il nostro altruismo siano quelle basilari, i fondamentali, le lezioni senza le quali tutte le altre sono inutili. Le sole che addestrano la nostra umanità, ci fanno diventare autentici esseri umani.

"Giunture" Acquerello su carta cotone, 21x29,7 cm, 2018.
“Cade in un punto qualsiasi e germoglia”, olio su tela, 100×120 cm, 2018.

Grazia Salierno è un’artista della provincia di Bari, classe 1975.

Dopo il diploma al Liceo Artistico, nel 2000 si laurea all’Accademia di Belle Arti di Bari specializzandosi in seguito nella grafica pubblicitaria attraverso la frequentazione di un corso di formazione regionale. Comincia subito a lavorare nel settore grafico, prima in un’azienda ed in seguito in uno studio. Parallelamente la sua attività artistica la porta a numerose partecipazioni a mostre collettive, personali, bipersonali, concorsi, progetti e premi su tutto il territorio nazionale.

L’artista è molto impegnata anche sul fronte dell’associazionismo, infatti è consigliera dell’associazione culturale “Live in Art” con la quale organizza progetti, corsi e concorsi legati all’arte, oltre ad essere un membro molto attivo dell’associazione Alauda di Adelfia (BA).

Ultime mostre:

2016

“Veritas Feminae”, Casa Cava, Matera;

Menzione speciale al Premio Lupo, Roseto Valfortore (FG);

Seconda classificata al concorso Multiculturita, Capurso (BA);

“Sognatori sulla via della luna”, Galleria Idearte, Potenza;

“Gravity”, mostra personale, Galleria K2 , Giovinazzo (BA).

"Cade in un punto qualsiasi e germoglia", olio su tela, 100x120 cm, 2018.
“Giunture”, Acquerello su carta cotone, 21×29,7 cm, 2018.

2017

Progetto “Tarocchi ed arcani, beneficenza a piene mani”, per aiutare la ricerca dell’AIL Ass. Italiana contro la leucemia, Soave (VR);

“Strarte – percorsi d’arte contemporanea “, Giovinazzo (BA);

“Visionari al Castello”, (con il progetto “Tarocchi per l’AIL”), Rocca Imperiale (CS);

“Appuntamento con l’artista”, Ass. Alauda, Adelfia (BA).

2018

“Exposure”, mostra di opere d’arte, video, film sperimentali, fotografie, opere grafiche inerenti la danza, Giornata della Danza, Fermignano (PU);

Incontro fra musica, sensi e dipinti, parole di Silvana Kuhtz e dipinti di Grazia Salierno:

“Lungo il confine” organizzata con Fuco – Fucina Contemporanea, Pisa;

Terzo premio nel concorso Premio Lupo, quarta edizione;

“HUMAN RIGHTS”, AIAPI, Rovereto (TN);

“MULTICULTURITA ART CONTEST 2018”, secondo premio, “Musica nell’Arte Visiva”.

 

Per informazioni e per contattare l’artista Grazia Salierno:

grace.s@libero.it

www.graziasalierno.it

Ricordiamo ai nostri lettori ed agli artisti interessati che è possibile candidarsi alla selezione della quarta edizione di questa interessante iniziativa scrivendo ed inviando un portfolio alla nostra redazione: redazione@smarknews.it



Il Natale che verrà – L’editoriale di Raffaello Castellano


Raffaello CastellanoEd anche quest’anno è arrivato il Natale!

Fra poco meno di un mese arriverà la festa, non solo religiosa, più importante del Mondo, o almeno per quella parte di Mondo che è di fede cristiana.

Come mi pare di aver raccontato dalle pagine di questo giornale, io sono agnostico, eppure anche per me questa rimane la festa più importante dell’anno, l’unica festa.

Sono profondamente legato, nonostante i miei 45 anni suonati, ai profumi, ai colori, alle atmosfere, agli addobbi, alle tavole imbandite, agli amici, ai parenti, all’albero, ai regali, all’aria di festa e perfino a Babbo Natale, che sono alcune delle cose che regalano a questo periodo la sua aurea di sogno, gioia, nostalgia e speranza che trasforma ogni momento in qualcosa di magico.

Magia vera, come quando da bambino, in un piccolissimo paesino, fra Coblenza ed Asterstein, della allora FDR (Repubblica Federale di Germania), era il 1980, in un paesaggio montano da fiaba, fra abeti, larici e querce, si andava una settimana prima della festa per i boschi a tagliare il proprio albero di Natale (credo fosse permesso in zone specificatamente adibite a questo scopo), e poi una volta a casa lo si addobbava con ghirlande, luci colorate, palle e stelle di vetro; già, perché allora gli addobbi erano preziosi e fragili oggetti di vetro, che scintillavano come la neve al sole, neve che negli inverni tedeschi cadeva copiosa e si accumulava compatta in un manto che difficilmente era meno spesso di 20/30 cm.alberi_neve

Forse sarà stato per i miei Natali da fiaba, trascorsi in Germania, che oggi, nonostante gli anni trascorsi, e le rivoluzioni più o meno compiute che si sono succedute (nel mondo e nella mia vita), il Natale rimane per me un momento imprescindibile.

Succede allora che dagli anni 2000, ossia da quando la rivoluzione digitale ha cominciato ad accelerare ad una velocita vorticosa, mi soffermo spesso in questo periodo a riflettere in cosa internet, i social, l’e-commerce e i nostri numerosi apparecchi elettronici hanno trasformato questa festa e il cosiddetto spirito natalizio.

Allora, dopo questa nostalgica introduzione, veniamo ai numeri duri e puri. Da 4, 5 anni a questa parte anche per noi latini c’è un momento dell’anno che dà avvio e definisce compiutamente questo periodo di shopping natalizio, ed è il Black Friday (venerdì nero), che negli Stati Uniti segue il giorno del Ringraziamento e cade quest’anno il 23 novembre. Secondo l’Osservatorio eCommerce B2c Netcomm del Politecnico di Milano, per il Black Friday 2018 gli acquisti online hanno superato il miliardo di euro, registrando un aumento del 35% rispetto all’anno precedente. Negli Stati Uniti, nel 2018 si è arrivati a toccare la cifra di 23 miliardi di dollari solo nella giornata di venerdì 23 novembre. I dati raccolti, inoltre, hanno messo in evidenza che negli ultimi anni i risultati di vendita superano notevolmente i periodi dei saldi.black-friday-2018

In Italia i prodotti più cercati online tra il 20 e 26 novembre sono stati innanzitutto gli AirPods, gli auricolari bluetooth della Apple. Al secondo posto si sono, invece, piazzate le asciugatrici, che sono l’elettrodomestico più ricercato nel Venerdì Nero di quest’anno.

Anche altri settori hanno emesso offerte incredibili, registrando vendite record: tra i videogiochi il primato è stato per Fifa19, nel mondo dell’abbigliamento, invece, per le scarpe da ginnastica.

Quindi, se si soffermiamo solo all’analisi del commercio, delle vendite e del volume di affari di questo singolo giorno, o settimana, del Black Friday, dovremmo concludere che il Natale è diventato una mera occasione di spesa, un giorno di vendite e acquisti senza freni e compulsivi. E forse non avremmo tutti i torti!regali-di-natale-copertina-blog

Ma io non ho alcuna voglia di soffermarmi sull’ennesima trovata commerciale, importata dagli States, ma piuttosto mi piacerebbe trovare una sintesi tra il mio iniziale discorso nostalgico sul Natale e i numeri del comparto commerciale dello stesso.

Credo che, se c’è una sintesi, essa vada ricercata nella scoperta o ri-scoperta del “valore del dono”. Mi spiego meglio: un regalo, quando lo scegliamo, quando lo confezioniamo ed infine lo doniamo alla persona destinataria dello stesso dice, o meglio, racconta qualcosa di noi.

Questo racconto potrà essere più o meno ricco, dettagliato, accurato e preciso, quanto più cura e dedizione, fors’anche sacrificio, la scelta del regalo ha comportato. Che lo vogliamo o no, che lo ignoriamo o meno, gli oggetti che decidiamo di regalare al nostro partner, ai nostri cari, agli amici raccontano chi siamo e svelano molte cose su di noi.box-2953722_1280-600

Dovremmo essere responsabili e consci di questa sorta di informazioni aggiuntive che rappresentano una sorta di confezione al dono che regaliamo ai nostri amici e parenti, dovremmo chiederci che impressione vogliamo che diano di noi. Che cosa vogliamo raccontare, in più, di noi? Quale è, insomma, lo storytelling che accompagna ogni nostro regalo?

Personalmente sono sempre stato abbastanza attento alla scelta dei doni, della confezione, addirittura dei nastri e della carta adoperati, ho sempre pensato che il regalo è solo l’ultimo passo di un percorso, di una scelta, di un pensiero che si fa tangibile.

Dovremmo riscoprire tutti la “dimensione del dono”, se non vogliamo che anche il Natale diventi una mera operazione commerciale ed un pretesto per spendere soldi ed acquistare merce.il-natale-che-verra-copertina-sd

Quest’anno voglio seguire il suggerimento dell’artista che ha realizzato la copertina di questo mese, Grazia Salierno, che ha dipinto un Babbo Natale che in realtà è un volontario che ha appena salvato un bambino. Donare se stessi per uno scopo superiore come l’aiutare gli altri, forse è questo il regalo giusto di quest’anno.

Ma se non dovessimo riuscire a donare noi stessi, non disperiamo, possiamo ricorrere ad una categoria di regali che non solo racconta qualcosa di noi, ma racconta qualcosa di per sé, e parlo dei libri, scrigni pieni di sogni, speranza, storie e che sono vere e proprie cartine geografiche per orientarci nel mondo moderno; noi ve ne proponiamo una piccola selezione, sono tutti titoli incentrati sugli argomenti cari al nostro magazine.

Oltre a questo, non mi resta che augurarvi buona lettura con i nostri articoli e buoni acquisti di Natale.
Raffaello Castellano



Cinque libri sotto l’albero per comprendere la rivoluzione digitale.


Il numero di Ottobre del Mondadori Store Magazine era dedicato alla “rivoluzione digitale”, con una serie di proposte molto interessanti che possono essere un valido strumento per navigare meglio nel mare magnum della rete e per districarci fra le onde e le tempeste di questa rivoluzione digitale, nella quale, purtroppo, invece di approdare a sicure certezze e porti di conoscenza, stiamo rischiando, chi più chi meno, di naufragare.modadori-magazine-ottobre

Infatti, fra la ventina di proposte, la maggior parte si soffermava sulle questioni che negli ultimi anni stanno emergendo dalla rete. Per continuare con la metafora marina, sembra che l’onda lunga della rete si stia ritirando, facendo affiorare sulla battigia tutte le problematiche e le complicanze che erano rimaste sommerse.

Fra le proposte, quindi, c’era di tutto, tra cui saggi dedicati ad ogni aspetto del mondo digitale, dalle fake news ai big data, dalla profilazione al galateo dei nuovi media, dai problemi di hate speech ai webeti.

Noi di Smart Marketing abbiamo giustamente pensato di leggere alcune di queste proposte e di riproporvele come in una sorta di biblioteca “essenziale” (per il professionista del web e per tutti i curiosi che hanno sete di conoscenza), da regalare o regalarci per il “Natale che Verrà”. Lo scopo è che noi, professionisti del web, per primi, riuscissimo ad acquisire quella consapevolezza prima e quelle competenze poi, che ci permettano di contrastare gli aspetti negativi della rete, in maniera da diventare esempio per tutti gli altri utenti.

Sono 5 i libri scelti, che coprono un settore abbastanza vasto delle nuove tecnologie e dei nuovi media:

Far Web – Odio, bufale, bullismo. Il lato oscuro dei social

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Per cominciare abbiamo letto il libro di Matteo Grandi, “Far Web – Odio, bufale, bullismo. Il lato oscuro dei social”, edito da Rizzoli alla fine del 2017, quindi non proprio una pubblicazione nuova, ma ancora attuale.

Matteo Grandi, giornalista, autore televisivo ed esperto di social network, affronta con competenza ed in un linguaggio chiaro e divulgativo il problema dell’hate speech, ossia del dilagare dell’odio in rete e soprattutto sui social, analizzando esempi concreti, saliti agli onori della recente cronaca.

Il libro scorre sul filo di un’ironia tagliente e sagace e ci offre un ventaglio molto ampio di comportamenti deprecabili, utilizzati da quella categoria di utenti della rete che, per primo, il giornalista Enrico Mentana definì “webeti”. Un piccolo glossario ed una bibliografia essenziale corredano un libro che ogni professionista del web dovrebbe leggere e/o regalare.

SCHEDA:

titolo: “Far Web – Odio, bufale, bullismo. Il lato oscuro dei social”

autore: Matteo Grandi

editore: Rizzoli

anno: 2017

pagine: 224

isbn: 9788817095969

prezzo: € 18.00

Fake news. Vivere e sopravvivere in un mondo post-verità

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Il secondo libro si concentra ed approfondisce uno degli aspetti più sconvolgenti della rete, il fenomeno delle “fake news”, che proprio grazie al mezzo ed all’architettura stessa del web, mai come ora, sta avendo diffusione e sta influenzando negativamente porzioni di pubblico sempre più grandi.

Dopo una disamina storica del concetto e del termine di fake news, l’autore, infatti, ci dice che la disinformazione è sempre esistita nel mondo della comunicazione e su tutti i principali media; il libro si concentra, in particolare modo, sugli aspetti sociologici e psicologici dei nuovi media.

Secondo l’autore Giuseppe Riva, professore ordinario di Psicologia della Comunicazione all’Università Cattolica di Milano (dove dirige il Laboratorio di interazione comunicativa e nuove tecnologie) e Presidente dell’Associazione Internazionale di CiberPsicologia i-ACToR, il web sta mettendo in discussione lo stesso concetto di “fatto”, creando quello che recentemente è stato definito un “mondo post-verità”, al cui interno le fake news sono diventate uno strumento molto efficace per influenzare le decisioni individuali. Snello, scorrevole e ben documentato, il libro è lo strumento essenziale per addetti alla comunicazione, giornalisti e blogger.

SCHEDA:

titolo: “Fake news. Vivere e sopravvivere in un mondo post-verità”

autore: Giuseppe Riva

editore: Il Mulino

anno: 2018

pagine: 200

isbn: 9788815275257

prezzo: € 14,00

Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social

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Il terzo libro che vi proponiamo è una vera bibbia del pensiero controcorrente, infatti, come per le tavole dei dieci comandamenti che Dio consegnò a Mosè, in “Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social” l’autore, Jaron Lanier, pioniere dell’informatica, famoso per il suo lavoro di ricerca sulla realtà virtuale (oltre che aver contribuito allo sviluppo di startup poi acquisite da Google, Adobe e Oracle), verga su carta dieci veri e propri comandamenti per riprendere possesso della propria vita e della propria libertà di scelta.

L’analisi è spietata e non lascia spazio a dubbi o incertezze. L’opinione dell’autore è chiara: i social stanno intossicando la rete e tirano fuori il peggio di noi. Siamo tutti diventati dipendenti dalla dopamina spacciata dai social a suon di like, odiamo con un forza ed una virulenza di cui non eravamo consapevoli; i social distorcono il nostro rapporto con la verità, annichiliscono la nostra capacità di empatia e, benché ci diano l’illusione di connetterci con il mondo intero, in realtà ci disconnettono dagli altri esseri umani e dalla nostra stessa umanità.

Insomma un quadro davvero fosco, cupo e senza speranza quello disegnato da Jaron Lanier, reso ancora più drammatico dal fatto che a prefigurare scenari così apocalittici non sia un attempato professore di filosofia incline al catastrofismo e reticente alle nuove tecnologie, ma un teorico e ricercatore del mondo digitale e delle tecnologie informatiche.

Un volume sorprendentemente drammatico e ben documentato che è un vero e proprio pamphlet, una bibbia, per comprendere meglio cosa si cela dietro la religione dei social, che tutti dovrebbero leggere.

SCHEDA:

titolo: “Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social”

autore: Jaron Lanier

editore: il Saggiatore

anno: 2018

pagine: 211

isbn: 978884282516642

prezzo: € 10,00

 

Iperconnessi
Perché i ragazzi oggi crescono meno ribelli, piú tolleranti, meno felici e del tutto impreparati a diventare adulti

iperconnessi

Il libro di Jean M. Twenge, professoressa di psicologia alla San Diego State University, si concentra sulla generazione “iGen”, (i nativi digitali) nati dal 1995 in poi e che hanno conosciuto il mondo attraverso lo schermo di un cellulare prima e di uno smartphone poi. Infatti, chi è nato nel 1995 o giù di lì è cresciuto con un cellulare in mano, non ha memoria di un mondo senza internet, era più o meno adolescente quando Facebook fu lanciato (2004) ed usci il primo iPhone (2007) e frequentava il liceo quando il primo tablet, l’iPad, fu immesso sul mercato nel 2010.

Tutta la loro vita è stata filtrata attraverso lo schermo di un dispositivo portatile e mediato attraverso l’utilizzo di un qualche tipo di social network. La tesi di Jean M. Twenge è semplice ma rivoluzionaria: i ragazzi non sono più quelli di un tempo. Gli iGen crescono più lentamente di una volta, sono ossessionati dal tema della sicurezza, preoccupati sul loro futuro economico, contrari a qualunque tipo di discriminazione basata sul sesso, la razza, l’orientamento sessuale; ma altresì, sono la generazione con il più alto tasso di disturbi psichici e, dal 2011 in poi, con il più elevato numero di casi sia di depressione che di suicidi.

I giovani di oggi sono più aperti e più attenti delle precedenti generazioni, ma anche più ansiosi e infelici. Sono più immaturi ed infantili. Sono più virtuosi: non bevono, usano meno droghe e fanno meno sesso, ma sono anche meno pronti ad affrontare la vita reale, al punto di essere sull’orlo della peggior crisi esistenziale di sempre.

L’autrice attinge i suoi dati e le sue conclusioni da quattro grandi ricerche che, dagli anni ’60 in poi, hanno scandagliato i comportamenti di 11 milioni di individui e, benché lo studio si concentri sulla popolazione americana, il saggio della Twenge vale anche per noi europei.

Il libro, di 400 pagine, è corposo, ma l’esposizione chiara e l’intento divulgativo lo rendono abbordabile da chiunque; una lettura sorprendente che sfata diversi falsi miti. Indicato per tutti, ma indispensabile per genitori, educatori ed insegnati.

SCHEDA:

titolo: “Iperconnessi”

Perché i ragazzi oggi crescono meno ribelli, più tolleranti, meno felici e del tutto impreparati a diventare adulti

autore: Jean M. Twenge

editore: Einaudi

anno: 2018

pagine: 400

isbn: 9788806238568

prezzo: € 19,00

 

The Game

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L’ultimo libro di questa “Top Five” è The Game di Alessandro Baricco, un saggio-racconto-geografico della nostra contemporaneità.

L’autore decide di cimentarsi nuovamente con il saggio, dodici anni dopo “I Barbari”, ed adotta lo stile del narratore, incasellando una serie di argute e puntuali osservazioni su quella che egli definisce una rivoluzione paradigmatica, al pari di quella copernicana e di quella darwiniana.

L’autore individua tre fasi principali, o meglio tre tappe: l’epoca classica, la fase di colonizzazione del web e il game vero e proprio, ognuna di esse contraddistinta dall’affermarsi di e il consolidarsi di tutta una serie di nuove abitudini comportamentali così come di cambiamenti psicologici e perfino posturali.

Ma Baricco, ovviamente, non si limita a redigere una biografia della rivoluzione in corso, il suo approccio non è quello di uno storico, ma di un geografo o archeologo. Egli ci svela la mappa, la carta geografica del nostro presente con i suoi picchi, i suoi fiumi, le città e le province. La geografia del nostro presente è scritta in un tono piano e divulgativo, con l’inconfondibile stile “alla Baricco”, fatto di quella cultura enciclopedica controcorrente, di trovate divertenti e di stupore e curiosità che, prima di arrivare al lettore, appartengono allo stesso scrittore.

Un libro non solo per addetti ai lavori, ma per tutti, che ha come pregio l’originalità di affrontare la rivoluzione digitale non come un fatto temporale e quindi storico, ma come un continente, un territorio, vasto, lussureggiante, misterioso, pieno di potenzialità che tutti noi abitiamo.

SCHEDA:

titolo: “The Game”

autore: Alessandro Baricco

editore: Einaudi

anno: 2018

pagine: 336

isbn: 9788806235550

prezzo: € 18,00




Training Film – The Startup-Accendi il tuo futuro (2017)


Il diciottenne, romano della periferia, Matteo Achilli (interpretato da un intenso Andrea Arcangeli) vuole diventare un nuotatore di successo, ma il suo allenatore gli preferisce il figlio dello sponsor della squadra, suo compagno di squadra meno bravo. Matteo si rende conto che l’Italia è un paese che premia la raccomandazione invece del merito.

L'imprenditore Matteo Achilli (a sinistra) con l'attore Andrea Arcangeli, che lo ha interpretato nel film.
L’imprenditore Matteo Achilli (a sinistra) con l’attore Andrea Arcangeli, che lo ha interpretato nel film.

Ma il motivato ed entusiasta giovane non si dà per vinto e decide di buttarsi negli studi; viene accettato dalla prestigiosa Università Bocconi di Milano, dove mette a punto un motore di ricerca/social network basato su un algoritmo che classifica gli utenti, aspiranti ad un incarico professionale, in base al merito, al curriculum accademico ed alle esperienze lavorative.

Il motore di ricerca inventato da Matteo si chiami Egomnia (che in latino significa “io sono ogni cosa”) ed incontrerà ostacoli e ostracismo di ogni tipo prima di affermarsi. E mi fermo qui per non spoilerare nient’altro.

La storia del film è basata su fatti e personaggi realmente esistenti, ed allora il film del regista Alessandro D’Alatri, che si ispira nelle tematiche, nel titolo, nella grafica e nel montaggio al ben più famoso The Social Network di David Fincher (ma lì la storia parlava di Mark Zuckerberg e di Facebook), trascura la parabola finanziaria del vero Matteo Achilli (imprenditore controverso che tanto è incensato dai media generici quanto osteggiato dal mondo degli esperti di settore e degli startuppers), per concentrarsi sugli aspetti, sempre positivi, del ragazzo sfigato che diventa uomo realizzato a dispetto di tutti e tutto.coverlg

Il film va visto perché il regista Alessandro D’Alatri è di mestiere e riesce a confezionare un film eccellente, curato nei dettagli, dal ritmo narrativo teso e con una fotografia, di Ferran Paredes Rubio, smagliante e tagliente che restituisce a Milano, location principale del film, un atmosfera moderna e retrò allo stesso tempo, come se la “Milano da Bere”anni ’80 fosse stata trasportata nei nostri giorni. E, benché racconti una storia ed un personaggio controversi, rappresenta un ottimo pretesto per parlarci di riscatto, volontà, ostacoli e successo.

Questa sera, mercoledì 28 novembre, in seconda serata, alle ore 23:20, su Rai 2, canale 2 del digitale terrestre, non perdete il film “The Startup – Accendi il tuo futuro” (20017) di Alessandro D’Alatri con Andrea Arcangeli, Paola Calliari, Matilde Gioli, Luca Di Giovanni, Matteo Leoni.



La Copertina d'Artista - Ottobre 2018


Una grossa ruota in pietra di un frantoio, fotografata in un bianco e nero denso e stratificato, quasi espressionista, fa bella mostra di sé sulla copertina d’artista di questo ottobre 2018.

Come mai l’artista di questo numero, al secolo Antonella Pucci (classe 1982), ha scelto un’immagine così antica, arcaica quasi, per rappresentare la copertina di un numero che parla di innovazione?copertina-ottobre-2018-sd

Forse il riferimento allude alla ruota come invenzione, che permise al genere umano di affrancarsi dalla fatica e di dare avvio alla prima rivoluzione tecnologica?

Oppure più precisamente si riferisce alla ruota del frantoio, quindi, ad una macina, che permise di dare avvio alla prima produzione di massa del cibo lavorato, raffinato e trasformato in prodotti completamente nuovi, che affrancò gli antichi popoli dalla fame e dalle carestie?

O ancora, più sottilmente, l’artista si riferisce alla ruota come esempio paradigmatico di tecnologia ante litteram, una scoperta o un’invenzione, così geniale che in millenni di storia non è cambiata e ci dimostra che le vere scoperte e rivoluzioni scientifiche, le innovazioni insomma, sono perfette così come sono e che durano per sempre? L’ultima ipotesi mi pare la più plausibile, forse perché è anche mia opinione che il progresso odierno sia quasi sempre effimero, di scarsa portata, e di natura pressoché consumistica.

L'artista di questo numero di Smart Marketing, Antonella Pucci.
L’artista di questo numero di Smart Marketing, Antonella Pucci.

Quante tecnologie pensavamo dovessero durare per sempre, ed invece sono morte lungo la strada del futuro?

Tante, troppe per stilare un qualsiasi elenco appena accettabile.

Mentre la ruota, come il libro o la forchetta, benché siano rimaste pressoché immutate, hanno radicalmente trasformato la nostra società.

Quindi il passato secondo la nostra artista è il nostro futuro, il nostro avvenire, la vera innovazione?

Forse più che una fotografia, prima ancora che un’immagine, l’opera di Antonella Pucci è una lezione di storia ed un esercizio spirituale di umiltà?

Con-fusioni, 2017.
Con-fusioni, 2017.

Forse l’artista ci sta dicendo che, se davvero vogliamo progredire ed innovarci, dobbiamo raccogliere l’eredità del nostro passato, ed in questo il titolo scelto per l’opera: “Moviment-AZIONE: progresso umano”, ci fornisce un preciso e decisivo indizio.

Lo so ci sono troppe domande in questo articolo, ma è il destino dell’arte quello di porci domande e non facili risposte. Sta a noi completare il processo creativo dell’artista, interiorizzando l’opera nella nostra esperienza, allora, e solo allora, se mai dovesse emergere una qualche risposta, anche se diversa da quella degli altri, anche se differente dalle intenzioni dell’artista, potremmo stare sicuri che sarà una risposta vera, autentica e genuina. Quando dopo le innumerevoli domande posteci dall’arte, finiremo per dare una risposta personale e meditata, passeremo dalla semplice speculazione estetica alla vera cultura.

Tempio moderno, 2017.
Tempio moderno, 2017.

Antonella Pucci frequenta il Liceo Artistico Lisippo di Taranto e successivamente studia architettura all’UNIBAS – Università degli Studi della Basilicata, frequentando diversi ed importanti workshop di studio dell’immagine e di fotografia.

Dal 2010 dedica la sua attenzione alla fotografia di architettura e di paesaggio, indagando luce, ombra, dettagli e geometrie dei luoghi, delle città e del territorio.

Storie, 2016.
Storie, 2016.

 

Ultime mostre:

2017

Mostra personale CON-FUSIONI – “I dettagli si fondono e confondono”, al Museo Narracentro di Palagiano (TA).

2016

Mostra collettiva di fotografia “Storie” al Laboratorio Urbano di Mottola (TA).

2015

Mostra collettiva di fotografia di architettura al Festival dell’Architettura Archival, Università degli Studi della Basilicata.

2012

Mostra collettiva_Ex.0 Cambiamenti di Stato con l’Università degli Studi della Basilicata, al Palazzo Lanfranchi di Matera, Museo di arte medievale e moderna della Basilicata, nell’ambito di Matera 2019.

 

Per informazioni e per contattare l’artista Antonella Pucci:

antonella.pucci.mata@gmail.com

 

Ricordiamo ai nostri lettori ed agli artisti interessati che è possibile candidarsi alla selezione della quarta edizione di questa interessante iniziativa scrivendo ed inviando un portfolio alla nostra redazione: redazione@smarknews.it



innovation.now - L’Editoriale di Raffaello Castellano


Sono le ore 20:00 del 30 ottobre del 1938, la notte che precede Halloween: la Radio CBS di New York trasmette un programma live, il Mercury Theatre on Air, una serie di adattamenti dal vivo di classici letterari. Il programma è di nicchia e non avendo sponsor, va in onda senza interruzioni pubblicitarie. Ad ideare e condurre lo show c’è un attore talentuoso e giovanissimo di soli 23 anni: Orson Welles.

L'attore e futuro regista Orson Welles.
L’attore e futuro regista Orson Welles.

Quella sera si sta mettendo in scena l’adattamento di un romanzo La Guerra dei Mondi di H.G. Wells, che parla di un’invasione aliena da parte dei marziani. Lo sceneggiatore che ha rimaneggiato l’opera originale, Howard Koch, ha trasposto i fatti narrati dalla Londra vittoriana alla New York degli anni ’40, inoltre, la narrazione fu modificata in modo da sembrare una cronaca in diretta dell’attacco dei marziani, con tutto il corollario di interviste ad esperti, bollettini ufficiali, discorsi di autorità, testimonianze, grida, esplosioni e via discorrendo.

L’effetto fu tremendamente realistico, tanto che getto nel panico 2 milioni di ascoltatori, un terzo dei sei milioni di cittadini americani in ascolto; vi furono fughe in massa, atti vandalici, incidenti mortali ed addirittura suicidi. Quando si scoprì che si trattava di uno show, anche lo scandalo fu nazionale, nei mesi successivi furono dedicati alla faccenda oltre 12.000 articoli e le critiche contro la “giovane” industria radiofonica furono aspre. La radio infatti era ancora considerata un mezzo di comunicazione pericoloso ed incapace di gestirsi autonomamente e bisognoso di misure e restrizioni legali per impedirne l’effetto pervasivo e persuasivo.orson-welles-war-of-the-worlds-newspaper-headlines-1938

Senza troppi sforzi potremmo considerare lo scherzo radiofonico di Orson Welles (che grazie ad esso divenne una star e diede avvio alla sua sfolgorante carriera), come un primo caso ante litteram di fake news (noi abbiamo trattato l’argomento nel numero di febbraio 2018).

La radio all’epoca era come l’internet di oggi, più veloce ed immediato della stampa e raggiungeva le persone nelle loro case, nei bar, nei locali, dove si riunivano piccole comunità. Eravamo nel periodo fra le due guerre, i cittadini americani stentavano ancora a riprendersi dalla Grande Depressione del 1929 e, inoltre, le notizie provenienti dall’Europa, con la Germania e il Giappone sempre più pericolosi e guerrafondai, avevano evidentemente scoperto il nervo emozionale della nazione che, inquieta, insicura e impaurita era pronta a credere a tutto, forsanche all’invasione degli alieni.war-of-the-worlds-1938

Dopotutto i regimi totalitaristi dell’epoca, nazisti, fascisti o franchisti che fossero, stavano già manipolando le folle attraverso la propaganda (trasmessa su tutti i media, ma soprattutto attraverso la radio) contro un nemico immaginario, politico, religioso o etnico che fosse, al fine di guadagnare consenso.

Ma perché per presentare questo numero di Smart Marketing dedicato all’innovazione, vi ho raccontato una storia così “datata”?

Perché a distanza di 80 anni dai fatti della vigilia di Halloween del 1938, possiamo affermare che nulla, o quasi, è cambiato, se non i mezzi, gli strumenti tecnologici e la natura dei manipolatori. L’informazione manipolata e falsa viaggia oggi non più su onde medie, ma su frequenze digitali, invece di ingombranti apparecchi a valvole abbiamo snelli e sinuosi smartphone e tablet, invece di regimi totalitari abbiamo le grandi multinazionali dell’informatica. Noi siamo rimasti gli stessi, fragili, impressionabili, sensibili e incapaci, il più delle volte, di riconoscere il vero dal falso.

Orson Welles dirige le prove al Mercury Theater nel 1938.
Orson Welles dirige le prove al Mercury Theater nel 1938.

Ed allora?

Allora forse dovremmo studiare di più le lezioni del passato, spogliandoci della nostra presunta onniscienza, della nostra fittizia perspicacia, perché come ha detto Winston Churchill:

“Più si riesce a guardare indietro, più avanti si riuscirà a vedere.”

Quindi una vera e reale innovazione sarà possibile solo attraverso il recupero della nostra storia, della memoria dei fatti accaduti, per evitare che il nostro futuro sia solo una reiterazione degli sbagli e degli errori passati.

Buona lettura e innovazione a tutti.

Raffaello Castellano



Training Film – Batman Begins (2005)


Sei un multimiliardario, eppure sei vestito come uno straccione e ti trovi rinchiuso in una prigione del Bhutan in Asia meridionale.

Ti hanno arrestato per i tuoi traffici illeciti e capiamo che hai un caratteraccio e sei ben addestrato alle tecniche di combattimento corpo a corpo.

Sei introverso e taciturno e questo ci dice che hai sofferto e che dentro di te ci sono mostri ed incubi che ti tormentano.

Un’ultima cosa, ti chiami Bruce Wayne e presto, ma non ancora, diventerai Batman.batman-beginsas-a-comedy-in-this-redone-trailer-header

Quello riassunto qui sopra è l’incipit di uno dei film sull’uomo pipistrello, di maggior successo di sempre: stiamo parlando di “Batman Begins”, diretto nel 2005 dal talentuoso regista Christopher Nolan e che vede nei panni di Bruce Wayne/Batman il camaleontico e carismatico Christian Bale.

Il film narra di come Batman sia diventato Batman e di quanto siano importanti gli incontri e le sfide che il protagonista incontra lungo il suo cammino prima di diventare ciò che è.

Allora scopriamo che il suo maestro nella Setta delle Ombre, Henri Ducard (il duttile e sempre bravo Liam Neeson), è l’uomo che gli cambierà la vita.

Conosciamo anche il suo amorevole e fidato maggiordomo Alfred Pennyworth (l’intenso e straordinario Michael Caine), che diverrà la vera spalla del futuro eroe.

Faremo la conoscenza del capitano James Gordon (Gary Oldman), del responsabile della sezione tecnologica della Wayne Enterprises, Lucius Fox (Morgan Freeman), che fornirà a Batman tutti i suoi favolosi gadget e il sostituto procuratore di Gotham City, nonché amica d’infanzia di Bruce Wayne, Rachel Dawes (Katie Holmes).

Il film rientra nella categoria dei Training Film, perché rappresenta una sorta di romanzo di formazione dell’eroe e un eroe ha molte similitudini con un imprenditore. Il film in ultima analisi ci dice che non esistono sfide insormontabili, che la tecnologia, se sappiamo sfruttarla, ci dà una marcia in più e che abbiamo bisogno di una squadra intorno a noi che sappia supportarci.

Questa sera, lunedì 1 ottobre, alle ore 21:10, sul 20 Mediaset, canale 20 del digitale terrestre, non perdete il film “Batman Begins” (2005) di Christopher Nolan, con Christian Bale, Liam Neeson, Michael Caine, Gary Oldman e Morgan Freeman.




La Copertina d’Artista – Settembre 2018


Un lungo, intenso ed avvolgente abbraccio è il tema della Copertina d’Artista di questo settembre 2018 che, come sapete, si intitola “#ripartItalia”. La scelta dell’artista, al secolo Vito Stramaglia, pittore barese, è netta, chiara, inequivocabile: per ripartire abbiamo bisogno dell’amore. L’immagine è sfocata, rarefatta, non è chiaro neanche il sesso, né l’età dei due soggetti ritratti, l’unica cosa che percepiamo è appunto il gesto caldo e rassicurante dell’abbraccio, come a dire che l’amore, quello vero, non si preoccupa di cose superflue, ma è universale, materno ed inclusivo. L’amore per ripartire… non possiamo che essere d’accordo con l’artista, anche perché, come recita il titolo dell’opera, “Il Buio non aspetta”!copertina-settembre-2018-sd

Il titolo e l’opera in sé, hanno però anche un lato più impenetrabile, forse anche enigmatico: la scelta cromatica dell’artista ci lascia perplessi ed un po’ inquieti, il gesto è caldo, l’affetto sincero, l’amore fra i soggetti quasi tangibile, eppure, osservando il quadro non possiamo non notare il fondale dipinto con pennellate decise, furiose quasi, che attingono alla parte più scura della tavolozza. Il buio del titolo sembra ghermire i due soggetti e benché l’abbraccio trasmetta amore, non possiamo non pensare che sia anche un disperato gesto di protezione. Da ultimo, l’artista ha deciso di graffiare tutta la superfice della tela, forse con una spatola, forse con il pennello stesso, è sono questi graffi che ci trasmettono quella sottile sensazione di ansia, quel tremito di pericolo, che fin dal primo sguardo era commisto all’amore, al calore, all’affetto.

Vito Stramaglia  l'artista di questo mese
Vito Stramaglia l’artista di questo mese

Due facce della stessa medaglia. Potremmo dire che nell’opera dello Stramaglia convivono sia lo ying che lo yang e che questa è la metafora perfetta della vita. L’arte dello Stramaglia ci offre contemporaneamente diversi punti di vista e l’artista pare essere d’accordo con la giornalista Premio Pulitzer, Mary Schmich, quando afferma: “La buona arte è quella che ti lascia entrare da tante angolazioni diverse e uscire con tante prospettive diverse”.100x150-2a

Amore ed odio per l’arte e la pittura, hanno contraddistinto il percorso artistico di Vito Stramaglia che, dopo il diploma al liceo artistico “Pino Pascali” di Bari nel 1996, ad un certo punto abbandona gli studi per dedicarsi alla pratica agonistica del pugilato. Ritorna alla pittura e si laurea con lode all’Accademia di Belle Arti di Bari nel 2006 ed in seguito frequenta un Master presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze fra il 2007 ed il 2009, specializzandosi in tecniche di designo e pittoriche utilizzate nelle accademie francesi n el diciannovesimo secolo.120x100a

 

Ultime mostre:

2018

2017

 

Per informazioni e per contattare l’artista Vito Stramaglia:

vitostramaglia76@gmail.com

www.vitostramaglia.com

Ricordiamo ai nostri lettori ed agli artisti interessati che è possibile candidarsi alla selezione della quarta edizione di questa interessante iniziativa scrivendo ed inviando un portfolio alla nostra redazione: redazione@smarknews.it




La Copertina d’Artista – La Scheda


Un lungo, intenso ed avvolgente abbraccio è il tema della Copertina d’Artista di questo settembre 2018 che, come sapete, si intitola “#ripartItalia”. La scelta dell’artista, al secolo Vito Stramaglia, pittore barese, è netta, chiara, inequivocabile: per ripartire abbiamo bisogno dell’amore. L’immagine è sfocata, rarefatta, non è chiaro neanche il sesso, né l’età dei due soggetti ritratti, l’unica cosa che percepiamo è appunto il gesto caldo e rassicurante dell’abbraccio, come a dire che l’amore, quello vero, non si preoccupa di cose superflue ma è universale, materno e inclusivo. L’amore per ripartire…, non possiamo che essere d’accordo con l’artista, anche perché, come recita il titolo dell’opera, “Il Buio non aspetta”!copertina-settembre-2018-sd