Capricorn One – Il Film


Siamo a Capo Kennedy, ad Houston, nel Texas: dopo 15 anni di lavoro, di calcoli e un grande dispendio di mezzi tecnici ed economici, sta per prendere il via la missione spaziale Capricorn One, diretta sul pianeta Marte.

L’equipaggio è composto dal comandante di missione Charles Brubaker (l’attore James Brolin) e dai due ufficiali in seconda, Peter Willis (l’attore Sam Waterston) e John Walker (l’attore e atleta O. J. Simpson).locandina

Alla fase di lancio sono radunate le autorità, anche se il disinteresse della politica per l’epica impresa è sottolineato dal fatto che il Presidente americano non è presente ed è sostituito dal suo vice. Il responsabile di tutta la missione, il dottor James Kelloway (l’attore Hal Holbrook), che insegue da anni questo sogno, è frustrato e preoccupato. Infatti egli e pochi altri fedelissimi dell’ente spaziale sono a conoscenza del fatto che un difetto di fabbricazione di un componente essenziale della navetta può mettere a rischio l’intera missione e addirittura la vita dei tre astronauti.

Ma cosa fare adesso che gli occhi e le telecamere del mondo intero sono puntati sull’imminente partenza?

L’idea del dottor James Kelloway è quella di inscenare un falso decollo, un falso viaggio e un falso atterraggio su Marte, trasportando i tre astronauti in una località segreta dalla quale trasmettere i collegamenti radio fasulli e il finto ammartaggio.

Sembra che la grande cospirazione sia perfetta e che vada tutto liscio, ma un incidente nella fase di rientro della capsula “vuota” sulla Terra e lo zelante ed intuitivo giornalista Robert Caulfield (l’ottimo attore Elliott Gould) porteranno, dopo lunghe peripezie, la verità a galla.

Il film, Capricorn One, per la regia del sempre bravo regista Peter Hyams (che firma pure soggetto e sceneggiatura) riprende la teoria cospirazionista sul finto allunaggio dell’Apollo 11, che sostiene che la missione relativa al primo sbarco sulla Luna, scientificamente e tecnologicamente impossibile nel 1969, sarebbe un gigantesco inganno orchestrato dalla NASA per contrastare tutti i successi spaziali dell’URSS in quel periodo storico, contraddistinto dalla Guerra Fredda. Secondo questa teoria le scene del finto allunaggio erano state girate dal regista Stanley Kubrick, che aveva dato una grande prova delle sue abilità nel film “2001: Odissea nello spazio”, uscito nelle sale di tutto il mondo l’anno prima dello sbarco lunare, nel 1968.

Una scena del film Capricorn One con i tre astronauti da sx Peter Willis (l’attore Sam Waterston) Charles Brubaker (l’attore James Brolin) e John Walker (l’attore e atleta O. J. Simpson).
Una scena del film Capricorn One con i tre astronauti da sx Peter Willis (l’attore Sam Waterston) Charles Brubaker (l’attore James Brolin) e John Walker (l’attore e atleta O. J. Simpson).

Il film finisce per confermare e coadiuvare le teorie complottistiche, ed ancora oggi, a 50 anni dalla missione dell’Apollo 11, viene spesso citato come esempio dai negazionisti.

Benché sia un tipico thriller anni settanta, Capricorn One (1978) è un film solido e ben girato che dimostra la bravura del regista Peter Hyams nel dirigere gli attori e il suo stile discreto ma curato, coadiuvato dalla splendida fotografia di Bill Butler (che aveva vinto l’Oscar nel 1976). Ricordiamo che Peter Hyams, un regista amante del genere, girerà nel 1984 il primo e più riuscito sequel di “2001: Odissea nello spazio”, l’onesto e tutto sommato gradevole “2010: L’anno del contatto”.

Il film vede un cast di grandi attori che girano molto bene, fra i quali, oltre ai protagonisti già citati, vanno ricordati almeno Telly Savalas, Karen Black e David Huddleston.

Una scena del film Capricorn One con il set cinematografico allestito per le riprese del finto ammartaggio.
Una scena del film Capricorn One con il set cinematografico allestito per le riprese del finto ammartaggio.

Il film merita di essere recuperato e visto, in primo luogo perché è una di quelle pellicole che svelano, almeno in parte, il funzionamento della macchina cinematografica e poi perché rappresenta il potere e l’influenza che la disinformazione (oggi diremmo fake news) e una strampalata teoria complottistica possono raggiungere, condizionando addirittura le grandi major cinematografiche.

Per chi lo volesse recuperare, questa sera il film verrà trasmesso da Focus al canale 35 del digitale terrestre alle ore 21:15.




La Copertina d’Artista – Spazio: ultima frontiera


Dinanzi ai nostri occhi quelli che sembrano due pianeti composti di sola luce si lambiscono in un rendez vous spaziale. Uno è sui toni del grigio e del ghiaccio, l’altro formato da una grande sfumatura di rosso fuoco; a sancire quest’unione siderale una cascata di comete squarcia il firmamento, e due silhouette distinte ma, allo stesso tempo, evanescenti sono i muti testimoni di questa storia d’amore stellare. La prima figura è un astronauta che regge in mano una bandiera della quale non riusciamo a scoprire la nazionalità, la seconda, sopra di lui, è una navicella spaziale, forse uno shuttle, in orbita, ammantata in una nube verdastra.spazio-ultima-frontiera-luglio-2019-sd

La copertina di questo numero di Smart Marketing, dal tema “Spazio: ultima frontiera”, ci affascina oltre ogni immaginazione: tutti i riferimenti sono presenti, tutti i colori sono armonizzati, tutti gli elementi sono equilibrati e bilanciati e la cosa più entusiasmante è che l’opera stessa sembra costituita di pura luce. L’artista, Keirart, pare aver colto appieno l’argomento del mese ed ha realizzato un’immagine iconica forte e potente, c’è tutto: l’astronauta con la bandiera che rappresenta lo spirito indomito e la voglia di scoperta dell’essere umano; la navicella che rappresenta le conquiste tecnologiche e l’ingegno umano; il pianeta grigio ghiaccio che probabilmente rappresenta la nostra Luna a 50 anni della sua conquista; il pianeta rosso, forse Marte, che è la prossima meta delle nostre esplorazioni spaziali; infine c’è lo Spazio, solcato, come direbbe Shakespeare, da maestosi fuochi d’oro e d’argento. Tutto in questa immagine, pianeti, astronauta, navicella e comete, paiono aprire un tunnel dimensionale, uno stargate, fra noi spettatori e l’insondabile, il mistero, l’ignoto.

L'artista di questo numero Keirart al secolo Ilaria Toscano.
L’artista di questo numero Keirart al secolo Ilaria Toscano.

L’immagine, in particolare i due pianeti di luce e la cascata di comete, sembra ispirata agli straordinari effetti speciali del film “2001: Odissea nella spazio” di Stanley Kubrick, nella scena finale dove l’astronauta David Bowman (l’attore Keir Dullea) intraprende il viaggio siderale che lo porterà oltre il pianeta Giove immerso in un tunnel di luce. Come il protagonista della pellicola kubrickiana, anche noi sperimentiamo uno psichedelico viaggio nel tempo: dinanzi a noi si manifestano il passato, il presente ed il futuro, non solo dell’umanità, ma dei viaggi spaziali.

KidNap
KidNap

L’artista Keirart, al secolo Ilaria Toscano (classe 1992), ha realizzato l’opera utilizzando la tecnica fotografica, l’immagine è il risultato di un singolo scatto settato con una lunga esposizione, senza alcun fotoritocco. Gli effetti di luce sono realizzati direttamente in camera, con l’artista che, davanti all’obbiettivo, dipinge nel buio, utilizzando strumenti luminosi, che le consentono di creare quello che la sua mente le suggerisce. Le sue opere nascono così e rappresentano visioni personalissime, magnificamente sospese fra realtà e astrattismo.

Giovanissima artista romana, Ilaria Toscano è una Graphic Designer, Fotografa e Visual Designer, ma la sua voglia di innovazione e sperimentazione ne fanno un’artista poliedrica e versatile.

Drummers Fury
Drummers Fury

Negli ultimi anni sperimenta principalmente con la fotografia e la tecnica del Light Painting, tecnica, quest’ultima, che l’ha folgorata dopo la visione delle foto “Disegni di Luce di Picasso” di Gjon Mili.

Ultime mostre:

2019

Exhibition personale e Performance Luminosa, Galleria “La Dolce Vita”, Roma.

2018

Giornata Internazionale della luce, UNESCO, Parigi;

Art Gallery “The Art Company”, Casablanca, Marocco.

 

Per contattare l’artista Keirart (Ilaria Toscano):
www.keirart.it
info@keirart.it



Spazio: ultima frontiera – L’editoriale di Raffaello Castellano


Raffaello CastellanoCinquanta anni sono passati dal viaggio più lungo che l’umanità abbia mai intrapreso.

Cinquanta anni dall’impresa scientifica più difficile di sempre.

Cinquanta anni dalla corsa alla conquista dell’ambiente più ostile che si possa immaginare.

Sì, sono 50 anni dallo sbarco del primo uomo sulla Luna, avvenuto nella notte del 20 luglio 1969.

Ma come raccontare quello che forse è il più grande successo scientifico dell’umanità?

Come rendere a parole quella che è stata la più grande ed emozionante scossa tellurica che l’umanità tutta abbia mai sperimentato?

Dieci anni fa, mentre ero corrispondente di un piccolo settimanale di provincia, chiesi all’editore di poter scrivere un articolo sugli allora 40 anni dello sbarco sulla Luna; ho ritrovato e riletto quel pezzo e sinceramente non so se oggi, con qualche anno in più di esperienza, potrei scrivere un articolo migliore o quantomeno diverso da quello di dieci anni fa.

Certo ci posso provare, ma non sempre l’esperienza può competere con la freschezza e l’incoscienza dei primi articoli, e credo che questo valga per tutte le esperienze.Footprint of astronaut on the moon

Allora, per iniziare, facciamo un po’ di ordine: come tutte le grandi storie, anche questa dello sbarco sulla Luna ha qualche antefatto, vediamoli insieme.

Siamo in pieno clima di Guerra fredda, su due fronti le due superpotenze, USA ed URSS, si sfidano sia sul piano militare (con una corsa agli armamenti senza precedenti), sia su quello tecnologico (miglior tecnologia vuol dire migliori armamenti), sia su quello sociale ed intellettuale (meglio il regime comunista o la democrazia occidentale?), il tutto per raggiungere la supremazia, l’egemonia, il potere assoluto.

Nella corsa allo spazio sarà però l’URSS ad assestare i primi colpi che manderanno letteralmente KO l’America, che per quasi un decennio stenterà a rialzarsi.

Il primo satellite artificiale della storia lo Sputnik 1
Il primo satellite artificiale della storia lo Sputnik 1

Il 4 ottobre del 1957 l’Unione Sovietica, infatti, mette in orbita il primo satellite artificiale: lo Sputnik 1.

È un durissimo schiaffo all’Occidente: l’America si rende conto che gli scienziati sovietici sono molto più avanti di loro nelle tecnologie aerospaziali, ma come si è detto non è finita qui.

A distanza di neanche un mese, il 3 novembre, sono sempre i Sovietici a lanciare il primo essere vivente nello spazio, la cagnolina Lajka, a bordo dello Sputnik 2. Saranno due eventi scientifici senza precedenti che l’URSS saprà utilizzare a scopi propagandistici per dimostrare la supremazia del sistema comunista.

La cagnolina Laika, primo essere vivente nello spazio.
La cagnolina Laika, primo essere vivente nello spazio.

A fine ottobre del 1957, per correre ai ripari e riguadagnare credibilità a livello mondiale, il presidente americano in carica, David Dwight Eisenhower, istituisce la NASA (National Aeronautics and Space Administration), l’ente che da quel momento sarà responsabile per la ricerca, la tecnologia, la gestione ed il controllo di tutte le attività in campo aerospaziale (fino ad allora, infatti, la Marina e l’Aeronautica Militare Americane avevano dei propri e differenti programmi spaziali).

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Ma l’istituzione della NASA, per quanto necessaria e programmatica, non basta, perché sarà sempre l’Unione Sovietica ad inviare il primo uomo nello spazio, Jurij A. Gagarin, il 12 aprile del 1961, a bordo della Vostok 1.

Il primo uomo nello spazio, il cosmonauta JuriJ A, Gagarin.
Il primo uomo nello spazio, il cosmonauta JuriJ A, Gagarin.

A distanza di poco più di due anni, il 16 giugno 1963, è la volta di Valentina Tereskova, prima donna nello spazio e di nuovo una sovietica.

Pare oramai evidente che l’URSS non solo sta vincendo le singole sfide, ma l’intera guerra della corsa allo spazio e della conseguente egemonia scientifica, tecnologica e sociale che ne deriva.

L’America è all’angolo, ed il neo eletto Presidente John Fitzgerald Kennedy, sbalordito dalla prova muscolare dell’Unione Sovietica, decide di stanziare nuovi fondi alla NASA e, in uno storico discorso al Congresso degli Stati Uniti il 25 maggio del 1961, promette che entro la fine del decennio l’uomo sarebbe arrivato sulla Luna e che quell’uomo sarebbe stato un Americano.

La prima donna nello spazio, la cosmonauta Volentina Tereskova.
La prima donna nello spazio, la cosmonauta Volentina Tereskova.

La corsa al nostro satellite era ufficialmente cominciata ed avrebbe coinvolto le menti più brillanti della generazione: da parte sovietica l’ingegnere e capo progettista Sergej Pavlovič Korolëv, dall’altra Wernher von Braun, lo scienziato ed ingegnere tedesco naturalizzato statunitense, ex membro del Partito Nazista durante la Seconda Guerra Mondiale e sviluppatore delle micidiali bombe a razzo V2 che, rifugiatosi in America, nel 1960 fu messo a capo delle operazioni di sviluppo al George C. Marshall Space Flight Center (NASA), dove fu sviluppato il gigantesco (110 metri di altezza) razzo vettore Saturno V che porterà tutte le missioni Apollo in orbita e l’Apollo 11 sulla Luna.

Finalmente, la notte del 20 luglio del 1969, un equipaggio di 3 uomini, composto da Neil Amstrong, Edwin E. Aldrin e Michael Collins (quest’ultimo in realtà rimarrà sul modulo di comando Columbia in orbita lunare), partito quattro giorni prima, riesce a mettere piede sulla Luna riscattando l’orgoglio, non solo degli Stati Uniti, ma del Mondo Occidentale intero, ponendo la parola fine a questa esaltante corsa tecnologica.

Lo scienziato Wernher von Braun che sviluppo il razzo vettore Saturno V, che portò le missioni Apollo nello spazio e sulla  Luna.
Lo scienziato Wernher von Braun che sviluppo il razzo vettore Saturno V, che portò le missioni Apollo nello spazio e sulla Luna.

Quindi, così come già era successo per l’invenzione della bomba atomica, la voglia di supremazia dell’uomo aveva prodotto, in capo ad un decennio, una rivoluzione scientifica epocale, questa volta, per fortuna, meno funesta del Progetto Manhattan.

Lo sbarco sulla Luna fu anche il primo grande evento mediatico globale, trasmesso in diretta in quasi tutto il mondo: circa 600 milioni di persone videro quella notte le operazioni di sbarco, in Italia bar e osterie furono presi d’assalto (la televisione era ancora poco diffusa nelle abitazioni private) da quanti non volevano perdersi l’evento.

La missione Apollo 11, che portò i primi uomini sulla Luna.
La missione Apollo 11, che portò i primi uomini sulla Luna.

La Rai, che ancora trasmetteva in bianco e nero, organizzò una trasmissione diretta fiume di 28 ore, condotta in studio dal mitico Tito Stagno e che vedeva inviato ad Houston il grande giornalista Ruggero Orlando, autori entrambi di una gustosa e divertente diatriba sul momento “esatto” dell’allunaggio, con il primo che, preso dall’emozione, anticipò di qualche secondo l’effettivo atterraggio del modulo lunare “Aquila” nel Mare della Tranquillità.

Sicché quella calda, caldissima estate entrò diritta nella storia; l’uomo si scoprì all’altezza di imprese memorabili, mentre tanti, tantissimi, si sentirono figli delle stelle. Altri figli, questi dei fiori, trasformarono un mese dopo (il 15, 16 e 17 agosto), un festival qualunque della musica a Woodstock, nello stato di New York, nel più grande raduno, nonché manifesto hippy, del mondo: più di 400.000 giovani si riunirono per innalzare il canto di pace ed amore della contro cultura e per viaggiare a bordo della fantasia, aiutati dalla musica rock e dalle droghe psichedeliche.

Il concerto simbolo della controcultura Hippie: Woodstock.
Il concerto simbolo della controcultura Hippie: Woodstock.

Ma questa è un’altra storia, un’altra commemorazione, un altro anniversario che prima o poi vi racconteremo.

Sia come sia, per noi di Smart Marketing, come per il resto dei media nazionali e mondiali, questo anniversario dell’allunaggio rappresenta l’occasione per fare il punto sullo stato attuale della ricerca scientifica, con la Luna che, dopo 50 anni da quella magica notte, torna prepotentemente sulla scena mediatica per una serie di ottime ragioni, prima fra tutte l’intenzione, confermata dalla NASA, di utilizzare proprio il nostro satellite come base intermedia per portare il primo equipaggio umano su Marte entro i prossimi 15/20 anni.

Ma noi abbiamo una ragione in più per commemorare questo anniversario: il titolo di questo numero, “Spazio: ultima frontiera”, echeggia spiritualmente sia l’incipit della famosa serie tv “Star Trek” che il leitmotiv del nostro primo numero, uscito nel maggio del 2014 e dedicato proprio a “L’Italia aerospaziale”. Anche per noi quello fu un piccolo passo editoriale che sarebbe diventato, dopo 5 anni, un grande balzo per noi, i nostri collaboratori e i tanti lettori che ci seguono.

La Copertina del 1° numero di Smart Marketing del maggio 2014.
La Copertina del 1° numero di Smart Marketing del maggio 2014.

Ci volle un grande coraggio, per me e l’amico Ivan, per gettare il nostro sguardo oltre i problemi del comparto editoriale, oltre le ristrettezze del budget, oltre le nostre conoscenze e raccogliere la sfida di un nuovo magazine che fosse al contempo specialistico ma con un taglio divulgativo; a noi sembrò una sfida ardua, e in un certo senso lo è ancora, e cominciare dall’argomento “spazio” ci ricordava costantemente di cosa l’uomo è capace se solo decide di raccogliere la sfida.

Vi auguro grandi sfide e buona lettura a tutti.

Raffaello Castellano
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La Copertina d’Artista – Tutto è Comunicazione


Un mondo alieno si schiude davanti ai nostri occhi. È un pianeta popolato da strane creature tentacolate, il cielo è sormontato da pianeti e satelliti artificiali, sullo sfondo riconosciamo le sagome di costruzioni ed edifici dalle forme geometriche. La forza immaginativa e la visionarietà della scena sembrano scaturite delle fervide fantasie di grandi scrittori della fantascienza come Philip José Farmer o Fritz Leiber, tradotti in immagini da artisti visionari come Moebius o Karel Thole.

Ma, a ben vedere, non siamo proprio sicuri che si tratti di un mondo alieno, i satelliti artificiali sembrano terrestri, le costruzioni e i tralicci fabbricati umani, quello che continua a sembrarci profondamente alieno sono gli strani abitanti che di umano hanno ben poco. Sono creature simili a enormi e grassi polipi, con quelli che sembrano essere i loro cuori che paiono avvizziti e con strane ed enormi teste, dove spiccano occhi e bocche che sono state entrambi cuciti. Ma la cosa più strana di tutte che ci fa capire che anche questi strani mostri sono, alla fine, umani è che dalle sommità delle loro teste spunta una sim card come quella dei cellullari che, una volta riconosciuta, dà un senso tutto nuovo alla nostra interpretazione.

La Copertina d'Artista - Tutto è Comunicazione
La Copertina d’Artista – Tutto è Comunicazione

Quello che l’artista di questo mese, al secolo Vincenzo Maraglino, ci mostra è una possibile evoluzione del genere umano. Siamo diventati pingui molluschi con bocche ed occhi cuciti, quindi non vediamo né comunichiamo più direttamente con l’altro, abbiamo sviluppato dei tentacoli perché oramai non sentivamo più il bisogno di una mano con cinque dita, visto che l’attività principale che svolgiamo è quella di sfiorare le icone dei nostri smartphone. Inoltre, come in un film di David Cronenberg, abbiamo inglobato totalmente i nostri device elettronici, i post umani dipinti dal Maraglino si sono fusi con la tecnologia che tanto amavano diventando di fatto degli organismi bio-tecnologici; anche se i cuori rinsecchiti stanno lì a dirci che sono (e siamo) sempre più macchine che uomini. Insomma, il futuro prospettatoci dal nostro artista appare cupo, orrifico e allucinante, ed il titolo scelto, “Atrofizzati”, spazza via ogni nostro residuo dubbio.

Ma allora è davvero questo il nostro futuro? Davvero diventeremo dei mostri incapaci di comunicare se non attraverso i nostri apparecchi elettronici? La profezia del Maraglino si sta già, in parte, avverando ma, conoscendo l’artista, il suo stile e la sua ricerca, credo che l’immagine sia più un monito che una sentenza. Il nostro arista vuole scuoterci e per farlo ci ha dipinto un’immagine forte e disturbante, concentrandola in una forma potente e ammantandola in una luce brillante.

Scopri il numero: “Tutto è Comunicazione”

Guardando l’opera di Vincenzo Maraglino dobbiamo concordare con il famoso writer Banksy quando scrisse: “L’arte deve confortare il disturbato e disturbare il comodo”.

Vincenzo Maraglino, classe 1982, pugliese, nato a Massafra in provincia di Taranto, artista, scenografo e grafico, ha già illustrato una copertina del nostro magazine nel novembre del 2015. La sua ricerca artistica parte dalle tradizioni folcloristiche e popolari della sua terra che cerca di tradurre in opere, grafiche ed istallazioni dal forte impatto cromatico. Il suo stile mischia con leggerezza e maestria il pop, il fumetto, il figurativo e l’astratto, confezionando opere originali e fortemente riconoscibili. La sua è un’arte dalle sane valenze etiche e sociali, i suoi interventi sono quasi sempre delle dichiarazioni e delle denunce delle storture e delle aberrazioni del mondo, come anche questa copertina sta a dimostrare.

 

Ultime mostre:

2017

XXXII Trofeo Città di Lecce Fondazione Palmieri, Lecce;

2015/2016

Rassegna d’arte contemporanea itinerante – News-Cover. “Immagini, notizie  e   visioni  ai tempi dell’ lnfotainment”, a cura dell’Associazione Culturale “Smart Media” – Taranto, Momart Gallery – Matera, Auditorium Sant’Andrea degli armeni -Taranto, Laboratorio Urbano Mediterraneo – San Giorgio Jonico (TA), Laboratorio Urbano – San Marzano di S.G. (TA), Catalogo: News Cover 2016;

2015

Esposizione Collezione Privata “Smart in the City”, a cura di Barter srl, ex Chiesa San Carpoforo, Milano;

Mostra personale “Martyrium”, Pro Loco Città di Massafra, Galleria della Società Operaia di Mutuo soccorso”, Massafra (TA);

Esposizione di opere digitali “Book – Una lettura per immagini”, Assessorato alla Cultura e Associazionismo- Massafra (TA);

5°Rassegna d’Arte Contemporanea, a cura di Daniel Buso, Cà dei Carraresi, Treviso;

4° Rassegna d’Arte Contemporanea, a cura di Matteo Favaro, Comdata S.p.a. Lecce (Le), Catalogo: Comd’arte 2015.

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Tutto è comunicazione - L’Editoriale di Raffaello Castellano


Raffaello CastellanoQuali sono oggi i lavoratori che si collocano al gradino più basso della rivoluzione digitale? Mi spiego meglio, quali sono o potrebbero essere i raccoglitori di pomodori della cosiddetta Gig Economy? E soprattutto cosa c’entrano con il tema di questo numero di Smart Marketing che, come sapete, è “Tutto è comunicazione”?

Procediamo con ordine.

Qualcuno di voi ha mai sentito l’espressione “sharecropper”?

Forse si, oppure no, comunque si tratta di un sottoproletariato creato dalla rivoluzione digitale. Sono quei milioni di lavoratori che arrotondano uno stipendio principale, prestando il loro tempo libero a grosse aziende del settore informatico (ne ha parlato recentemente Massimo Gaggi sulle pagine de La Lettura n°391 del 26 maggio 2019).

Ma cosa fanno di concreto?

Qualcuno starà pensando ai fattorini di Deliveroo o agli autisti di Uber (sono anch’essi un prodotto della rivoluzione digitale), ma è fuori strada, il lavoratore più umile e sottopagato, nonché il più richiesto della rivoluzione digitale, è il cosiddetto “etichettatore”.1_hinv8c5xhb0_ncjv1pcvgq-990x510

Ma cosa fa un etichettatore?

Bella domanda, in pratica è lui che istruisce attraverso l’etichettatura di milioni di foto tutte le intelligenze artificiali che cominciano ad invadere ogni aspetto delle nostre vite. Sono loro, ad esempio, che insegnano ai computer che guideranno le moderne auto a guida automatica a riconoscere e distinguere la foto di un gatto da quella di un pedone o da quella di un semaforo. Sono, potremmo dire, il gradino più basso, e più elementare, della programmazione informatica. Per il momento sono localizzati prevalentemente nelle nazioni più popolose e povere del mondo, o almeno in quelle con le più marcate disparità sociali, come Kenya e Malaysia; ma ha fatto notizia recentemente un’azienda del Texas, la Alegion, che dà lavoro ai veterani di guerra disabili che istruiscono l’intelligenza artificiale a riconoscere nelle foto aeree le differenze fra un pick up ed un autobus, un minivan ed un’auto. Per il proprietario dell’azienda, Nathaniel Gates, questo lavoro ha anche importanti risvolti sociali.

Comunque, chi pensava che le intelligenze artificiali facessero tutto da sole era fuori strada, ora sappiamo che vanno istruite, informate, potremmo dire che vanno addestrate, da un esercito di invisibili programmatori elementari che etichettano foto nelle loro ore libere (ma, in alcuni casi, anche a tempo pieno) e che vanno ad ingrossare le file di tutti quei lavoratori invisibili di cui recentemente hanno parlato i due ricercatori Mary L. Gray e Siddharth Suri, antropologa la prima e computer scientist il secondo, nel loro libro “Gosth Work” (non ancora tradotto in italiano). Ma non sono solo gli etichettatori a far parte di questa categoria di lavoratori fantasma, come spiega Mary L. Gray: “Fanno parte di questa categoria anche molti altri addetti invisibili, come le decine di migliaia di operatori che individuano contenuti inappropriati sulle reti sociali e li rimuovono, i cosiddetti content moderator, ma anche il personale che si occupa della sottotitolazione di molti video o della rifinitura delle traduzioni automatizzate. L’elenco può essere infinito: comprende tutti i casi in cui un mestiere complesso, in genere affidato ad un dipendente a tempo pieno, può essere smantellato e spezzettato in una serie di funzioni più elementari”.

La copertina del libro "Ghost Work: How to Stop Silicon Valley from Building a New Global Underclass" (Ghost Work: come fermare la Silicon Valley dalla costruzione di un nuovo sottoproletariato globale)
La copertina del libro “Ghost Work: How to Stop Silicon Valley from Building a New Global Underclass” (Ghost Work: come fermare la Silicon Valley dalla costruzione di un nuovo sottoproletariato globale)

Viene da pensare che questa categoria di lavoratori sia un’altra maniera della rivoluzione digitale per aggirare e/o non riconoscere le competenze e gli studi di professionisti che costerebbero molto di più di un “sharecropper”, ma noi non vogliamo essere maligni e ci limitiamo a dire che se non fosse per questo esercito di lavoratori invisibili, il nostro mondo sarebbe molto meno “smart” di quello che effettivamente è.

Ma, dopo aver risposto alla prima delle domande posteci all’inizio di questo editoriale, veniamo alla seconda: “cosa c’entrano i sharecropper con il tema del nostro magazine che è “Tutto è comunicazione”?

Beh, io penso tutto, in fondo questo esercito di coltivatori altri non è che una categoria sui generis di comunicatori ed informatori che addestrano il computer e le intelligenze artificiali disseminate nel mondo a parlare e tradurre il linguaggio umano in linguaggio macchina. Ovvero trasformano miliardi di immagini, del tutto indecifrabili dalle macchine, attraverso l’etichettatura, in qualcosa che le intelligenze artificiali possono tradurre e memorizzare con più facilità. I “sharecropper” sono i puericultori e i pedagogisti dei cervelli elettronici e delle intelligenze artificiali, fra i più sottopagati al mondo e della storia.call_center

Il grande psicologo costruttivista autore del fondamentale “Pragmatica della Comunicazione Umana”, Paul Watzlawick, ha detto che l’interazione comunicativa fra due umani avviene su due piani distinti: quello del contenuto (che chiamiamo informazione) e quello della relazione (che rappresenta tutto il resto), inoltre ci ha detto che quanto più il livello della relazione è disteso e sereno tanto più velocemente e profondamente percepiamo quello del contenuto. Ma i computer e le I.A. non elaborano l’informazione in questo modo, la loro forza sta nella potenza di calcolo bruta e cruda, non sono in grado, ancora, di percepire né classificare le implicazioni e le sfumature emotive di un discorso, né ad esempio di cogliere l’ironia di una frase; quello che possono fare è comparare informazioni, e sulla base di questi confronti stilare classifiche, statistiche e riconoscere schemi. Attenzione però, queste cose le sanno fare molto bene e sempre più velocemente grazie ai big data e grazie anche a quella miriade di “sharecropper” che li istruiscono e li addestrano a comprendere, o quantomeno tradurre, il complesso linguaggio umano.

Scopri il numero: “Tutto è Comunicazione”

D’altronde, lo aveva detto pure il linguista Steven Pinker, noi umani siamo fatti di parole, e noi possiamo dire che le macchine sono fatte di numeri, e, almeno per adesso, ci vorrà sempre un umano che traduca le immagini di cui è fatto il mondo in numeri che i nostri computer e le intelligenze artificiali possano comprendere.

Tutto questo alla faccia della fantascienza più estremista che ci immagina succubi o schiavi delle macchine e dei device elettronici che affollano le nostre vite.

Quindi, tornando a noi, possiamo concludere due cose: la prima è che “Tutto è comunicazione”, la seconda è che la “comunicazione” è ancora una faccenda maledettamente umana.

Buona lettura a tutti, umani e non.

Raffaello Castellano
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Carosello Ingegno italiano - Il libro


Alle volte accadono fenomeni, di costume, sociali, economici, che cambiano il sentire comune e ridefiniscono un certo percorso della storia. Molto spesso questi effetti sono innescati da cataclismi, guerre o carestie, ma, qualche volta, sono fenomeni più modesti che attivano piccoli cambiamenti che con il passare degli anni diventano vasti, radicati e profondi. Prendiamo l’ascesa del capitalismo a livello mondiale, che ha visto una decisa impennata dal secondo dopoguerra: c’era un intero continente, l’Europa, in rovine, e la voglia di ricostruire non solo case e strade, ma pure le coscienze, dilaniate dall’odio razziale, era forte più che mai, ed una crescita economica legata al consumismo ed ad un mercato libero parve, all’epoca, la scelta più naturale. Il successo e l’ascesa del capitalismo, hanno detto alcuni storici, fu forse la risposta delle masse alle dittature ed ai totalitarismi che avevano avvelenato il Vecchio Continente.8d13a3089160f7f97c5819a2087bf6c0_xl

Ma l’ascesa del capitalismo e la ripresa economica dell’Europa, guidata dai boom economici della Germania e dell’Italia, ebbe effetti anche su una nascente industria che sarebbe stata sempre legata a doppio filo al mondo dei consumi.

Quest’industria, nata nel campo della tecnologia, dei media e della comunicazione, e che era stata sospesa in tutta Europa e negli Stai Uniti a causa della II Guerra Mondiale, era quella della televisione. In Gran Bretagna, i primi esperimenti e la nascita del mezzo risalivano al 1936, in America al 1939, e le sperimentazioni e la diffusione del mezzo ripresero subito dopo la guerra in tutta Europa, tranne che nel nostro Paese; infatti da noi si dovrà aspettare il 1952.

Ma, oltre al ritardo, ci sono altre peculiarità che contraddistinguono la storia e la natura della televisione italiana rispetto ad altri paesi. Alcune di queste, ma una in particolare, ossia quella legata alla pubblicità, sono l’argomento su cui si concentra il libro del prof. Franco Liuzzi, appena uscito per i tipi dell’Editrice Luni, dal titolo: “Carosello – Ingegno italiano”.9788879846097_ml

Nel libro, agile da leggere ma denso di informazioni, l’autore traccia prima un profilo dell’Italia in cui la RAI (Radio Audizioni Italiane), nata dalle ceneri della EIAR nel 1944, ricomincia le proprie sperimentazioni sulla televisione. Siamo nel 1952 e l’Italia è un paese che corre verso il futuro; il nostro Boom Economico è impressionante, tanto che si parla di Miracolo Economico Italiano, e nel nostro Paese si afferma un “capitalismo a proprietà familiare” che vede tanti piccoli artigiani e piccole imprese familiari costruire soprattutto elettrodomestici che fanno concorrenza ai grandi marchi stranieri. L’elenco è lunghissimo e comprende brand come Candy, Ignis, Zoppas, Ariston e Zanussi. Tutte queste marche si contraddistingueranno anche per la cura che riporranno nel design che diverrà il marchio di fabbrica del Made in Italy.

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Quindi il mercato allargava la propria offerta e la televisione pareva la vetrina ideale nella quale collocare i propri prodotti, ed è da questa esigenza che nasce e si afferma la pubblicità, che però nel nostro Paese, dove la cultura è imbevuta di classicismo e fortemente politicizzata, deve trovare quasi una “giustificazione” per essere trasmessa dalla televisione di stato; è così che nasce Carosello.

Infatti, come ci rivela l’autore, i principali autori di Carosello vengono dal mondo del cinema, del teatro, della musica, del fumetto e nessuno di loro ha esperienza con la “pubblicità” in senso stretto, ecco perché il fenomeno di Carosello è unico in Europa e nel mondo ed è diventato oggetto di studio in diverse università di economia e marketing. Va anche detto, come ci ricorda l’autore, che il linguaggio della televisione, non solo della pubblicità, era tutto da inventare e che un gruppo di creativi così variegato ed eterogeneo come quello degli autori di Carosello, un vero e proprio dream team, avrebbe donato alla pubblicità italiana un’originalità ed una qualità uniche al mondo.

Carosello è andato in onda, quasi ininterrottamente, dal 3 febbraio 1957 al 1° gennaio 1977, per un totale di 7261 episodi di 10 minuti ciascuno, che hanno suggestionato l’immaginario, accompagnato lo sviluppo, ed influenzato i desideri degli Italiani che, anche grazie ad esso, si sono scoperti ingegnosi, produttivi e competitivi, in una parola moderni.

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Il libro procede attraverso aneddoti e curiosità succose e misconosciute, e ci apre un vero e proprio “baule della memoria” in cui molti lettori ritroveranno e riconosceranno la storia recente del proprio Paese, della propria comunità e, soprattutto, la “loro” storia personale, perché leggendo il libro di Franco Liuzzi molti ricorderanno non solo Carosello, ma la loro infanzia, quell’età così particolare ammantata di sogni, desideri e speranze che purtroppo l’Italia di oggi ha in gran parte deluso.

Un libro, “Carosello – Ingegno italiano”, necessario per allenare quel muscolo atrofizzato del nostro cervello che si chiama memoria, per ri-scoprire un’Italia forse ingenua e immatura, ma coraggiosa e sperimentatrice, un’Italia competitiva, che ci piace di più di quella di oggi.

Ti è piaciuto? Cosa ne pensi? Faccelo sapere nei commenti. Rispondiamo sempre. 

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Addio a Franco Zeffirelli, un regista che ha segnato la mia infanzia di giovane spettatore cinematografico


Ho un ricordo della mia infanzia molto forte legato ad un film di Franco Zeffirelli, era verso la fine degli anni ’70, ero molto piccolo, forse 3, 4 anni e come spesso accade i ricordi legati all’infanzia sono quelli che, non solo definiscono chi siamo diventati, ma sono la parte più indelebile della nostra memoria. Il film era Romeo e Giulietta del 1968, che ho visto in televisione con i miei genitori un po’ di anni dopo l’uscita in sala.

Ovviamente ero troppo piccolo per capire l’intreccio della storia d’amore per eccellenza, troppo piccolo per comprendere elementi come la regia, il montaggio, etc., ma ero abbastanza grande e curioso da porre domande e da ricordare alcuni elementi del film, primo fra tutti la bellezza degli interni in cui era ambientata la pellicola, non sapevo si chiamasse scenografia, poi i costumi buffi e colorati e soprattutto la musica che accompagnava lo scorrere delle immagini. Era tutto bello, meraviglioso ed esagerato, oggi per dirlo userei termini come: ricercato, abbagliante e sontuoso.

Più di tutto mi sono rimasti nella memoria le immagini degli interni accompagnate dalla struggente musica, una musica che, quando la risento oggi, ancora riesce a suscitare in me sentimenti di nostalgia e malinconia.

La colonna sonora del film, come scoprì solo da adulto, era stata scritta e diretta dal famoso compositore Nino Rota. Ma era il tema del film, la famosa “What Is a Youth”, con testo di Eugene Walter, interpretata da Glen Weston, ad aver segnato profondamente il mio immaginario. Il brano nella versione italiana del film si intitolava “Ai giochi addio”, con il testo di Elsa Morante (scrittrice Premio Strega), che venne affidato al cantante Bruno Filippini, che nel film interpreta il menestrello (e che aveva vinto il Festival di Castrocaro insieme a Gigliola Cinquetti).

I due protagonisti del film Romeo e Giulietta erano molto vicini all'età dei personaggi originali; infatti, durante le riprese Leonard Whiting (Romeo) aveva diciassette anni, Olivia Hussey (Giulietta) sedici.
I due protagonisti del film Romeo e Giulietta erano molto vicini all’età dei personaggi originali; infatti, durante le riprese Leonard Whiting (Romeo) aveva diciassette anni, Olivia Hussey (Giulietta) sedici.

Va da sé che a 4 anni, non capii niente della trama, della storia, delle vite tragiche di Romeo e Giulietta, ma quando lo rividi da ragazzo 6, 7 anni dopo, con una consapevolezza e maturità diverse, il film mi impressionò e commosse oltre ogni dire e così è stato negli anni successivi, in cui l’ho rivisto, sempre con emozione e trasporto. Sicuramente il film di Zeffirelli è fra quelli che ho visto più spesso, almeno una quindicina di volte.

Mi è tornato in mente questo ricordo proprio sabato scorso (15 giugno ’19) quando, davanti alla TV guardando l’edizione principale del TG1, ho appreso della morte del grande regista, scenografo e sceneggiatore italiano.

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Mi sono tornati in mente altri suoi film che hanno segnato la mia giovinezza di appassionato di cinema e la mia vita adulta di cinefilo incallito: Gesù di Nazareth (1976), forse la trasposizione cinematografica più riuscita della vita di Gesù; Amleto (1990), con uno straordinario Mel Gibson nei panni del principe danese e con un cast stellare, tra cui spiccavano Glenn Close, Alan Bates e Helena Bonham Carter, un film incredibile per le scenografie di Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo, per le musiche di Ennio Morricone e per i ricercati (e storicamente attendibili) set allestiti fra la Scozia, l’Inghilterra e la Francia.

Franco Zeffirelli se n’è andato, nella sua casa di Roma, all’età di 96 anni, dopo una lunga malattia, lasciando un vuoto immenso nel mondo del cinema. Un regista amatissimo in Italia, ed ancora di più all’estero, che aveva cominciato la sua carriera come aiuto regista di Luchino Visconti per film come La terra trema e Senso, dopo aver frequentato prima il collegio del Convento di San Marco a Firenze, dove ebbe come istitutore Giorgio La Pira, e poi l’Accademia di Belle Arti della stessa città, dove aveva conseguito una laurea in scenografia.

Si divise sempre fra cinema e teatro, ci lascia tanti capolavori cinematografici e un numero incredibile di regie di opere teatrali e liriche, che sono sempre state accompagnate da un grandissimo successo di critica e pubblico. Curò la regia di importanti eventi televisivi come l’apertura dell’Anno Santo nel 1974 e nel 1999 e collaborò con i più importanti teatri dell’opera del mondo fra cui La Scala di Milano, il Metropolitan Opera House e l’Opéra National de Paris.

È stato un vero ambasciatore della cultura italiana nel mondo e per questo fu insignito di diverse onorificenze fra le quali: Grand’Ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana nel 1977, Medaglia ai benemeriti della cultura e dell’arte nel 2003 e addirittura nel 2004 la Regina Elisabetta lo nominò Cavaliere Commendatore dell’Ordine dell’Impero Britannico.

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Fu un grande regista, un vero Maestro, come si è detto, non solo italiano ma mondiale, fin dalle sue prime regie lavora con grandi produzioni internazionali. Cominciò giovanissimo nel dopoguerra prima al teatro e poi al cinema ed ha avuto una carriera lunga oltre 70 anni.

Il lavoro di Franco Zeffirelli come regista cinematografico è stato sempre caratterizzato dall’estrema eleganza formale e la predilezione per il melodramma e le storie d’amore, messe in scena con senso dello spettacolo e gusto figurativo ricercato e prezioso. Furono senza dubbio i suoi studi all’Accademia ed i primi anni di apprendistato, svolti sotto l’ala protettiva di Luchino Visconti (con il quale ebbe anche un lungo e travagliato rapporto, molto chiacchierato dalla stampa, a metà degli anni ’50), ad influenzare il suo stile registico.

Fu dichiaratamente omosessuale e cattolico, oltre che politicamente anticomunista, vicino al centro-destra, per il quale fu senatore nelle file di Forza Italia dal 1994 al 2001.

Non vinse mai un Oscar, per il quale ricevette solo due nomination, una nel 1969 come Miglior Regista per Romeo e Giulietta, l’altra nel 1983 per la Miglior Scenografia per La Traviata. Vinse 5 David di Donatello e solo un Nastro d’Argento nel 1969 come Regista del Miglior Film per Romeo e Giulietta (tra l’altro il suo film più premiato).franco-zafrelli

Sicuramente avrebbe meritato qualche riconoscimento in più sia all’estero che in patria, ma il pubblico non gli fece mancare mai il suo affetto e le attestazioni di stima; un pubblico che ha affollato in migliaia la camera ardente allestita a Palazzo Vecchio nella sua amata Firenze, nei due giorni successivi alla morte.

Ci lascia oltre ai film e alle opere teatrali e liriche, uno sterminato patrimonio composto da disegni, bozzetti, copioni, sceneggiature, libretti d’opera, fotografie, filmati e una biblioteca di oltre 10mila volumi, raccolti nei settant’anni di carriera del maestro, che verranno custoditi in un apposito museo nella Fondazione Franco Zeffirelli, a due passi da Piazza della Signoria, sempre a Firenze. Un patrimonio immenso, stimabile in 180 milioni di euro.

Insomma un vero e proprio gigante non solo del cinema ma della cultura, uno che un tempo si sarebbe chiamato intellettuale e/o Maestro, ma che oggi, sommersi come siamo dalla società liquida, sbrigativamente ci limitiamo a definire “solo” regista.

A me mancherà tantissimo l’eleganza formale delle sue inquadrature, la bellezza delle sue scenografie e, soprattutto, il suo sguardo sul mondo; fortuna che ci rimarranno sempre le sue opere che potremo rivedere ancora ed ancora.

Addio Maestro.




La Copertina d’Artista – Eco-Sistema


Una grande palla di materiale composito galleggia in un mare plumbeo. A guardarlo sembra un pianeta perso in uno spazio siderale. Ma non c’è niente di stellare o alieno in questo agglomerato, il materiale che lo compone sono rifiuti di varia natura, qui e là riconosciamo i segni del consumismo e le icone del capitalismo: il logo di McDonald, un fusto con il simbolo radioattivo, un pacchetto di sigarette, etc.copertina-dartista-maggio-2019-sd

Insomma questa palla di rifiuti che galleggia nel mare è lo scarto ultimo del progresso umano, è un monumento al consumismo, un vero e proprio simulacro innalzato al principale e più diffuso prodotto della modernità: il rifiuto.

A nulla serve la cornice fumettistica in cui l’artista l’ha inserita, inutili risultano i colori brillanti, superflua l’atmosfera pop che l’opera ci restituisce; nonostante gli sforzi per renderci più digeribile l’immagine, quello che davvero ci colpisce e atterrisce è il soggetto che l’artista, al secolo Comaviba, ha scelto di rappresentare.

L'artista Comaviba al lavoro nel suo atelier.
L’artista Comaviba al lavoro nel suo atelier.

Anzi gli sforzi fatti per ammorbidirci la rappresentazione hanno l’effetto contrario, lo stile fumettistico e scintillante, alla Moebius, dona al soggetto sostanza, profondità e pregnanza; benché l’opera ci attragga e seduca con la sua bellezza, quando capiamo di cosa è fatta indietreggiamo inorriditi e quasi ci vergogniamo della nostra iniziale impressione.

Ha per titolo “Palla di immanenza” l’opera di Comaviba, che gioca anche con l’etimologia della parola per sottolineare ancora di più la “consistenza” della verità rappresentata. Già, perché questa gigantesca isola di rifiuti alla deriva nel mare esiste veramente, anzi ne esistono due: una, la più grande, il Pacific Trash Vortex, nell’Oceano Pacifico, l’altra, il North Atlantic Garbage Patch, nell’Atlantico.

Tower
Tower

Comaviba ci ricorda che il nostro stile di vita produce più di ogni altra cosa scarti, rifiuti, immondizia, ogni nostro gesto aumenta l’impatto sull’ecosistema, ogni nostra decisione, se presa alla leggera, ha ripercussioni importanti sul clima e l’ambiente. Insomma, come spettatori, davanti all’opera di Comaviba, dobbiamo dare ragione alla dichiarazione di Leo Loganesi quando disse: “L’arte è un incidente dal quale non si esce mai illesi”. L’opera di Comaviba ci ghermisce, ci percuote e ci schiaffeggia e la cosa peggiore è che lo fa ammantata in una bellezza splendente.

Usciamo dall’incontro con l’artista di questo numero ancora ammaccati e lividi, ma noi sappiamo che ce lo siamo meritati, noi sappiamo che siamo responsabili, noi sappiamo di essere colpevoli.

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Onfire

Comaviba nasce a Taranto nel 1982; sin da bambina sviluppa una spiccata sensibilità per l’arte e il disegno, cominciando in tenera età a disegnare su tutte le superfici a portata di sguardo, compresi muri di casa, porte e sotto i tavoli. Si laurea in scenografia all’Accademia di Belle Arti e consegue anche un master in Graphic & Visual Design. Appassionata lettrice di fumetti e racconti di fantascienza, è insegnante di grafica nelle scuole superiori oltre che fra le principali animatrici e grafiche della serigrafia “Ammostro”. Adora dilettarsi con illustrazioni oniriche e sfregi artistici sui manifesti elettorali.

Per informazioni e per contattare l’artista Comaviba:

silviacomaviba@gmail.com

Ricordiamo ai nostri lettori ed agli artisti interessati che è possibile candidarsi alla selezione della quinta edizione di questa interessante iniziativa scrivendo ed inviando un portfolio alla nostra redazione: redazione@smarknews.it

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Eco-Sistema – L’Editoriale di Raffaello Castellano


Raffaello CastellanoLa bella stagione quest’anno stenta a partire, complice un clima imprevedibile e birichino. Questo del 2019, almeno in Europa, è il maggio più freddo e piovoso degli ultimi 30 anni. Ma prima di addentrarci nei motivi che hanno portato ad un clima impazzito, noi di Smart Marketing vogliamo portarci avanti con il lavoro e proporvi una meta, poco conosciuta, per l’estate che prima o poi comunque arriverà.

A largo fra la costa americana e quella asiatica, in pieno Oceano Pacifico, fra i 135° e il 155° meridiano Ovest e il 35° e il 42° parallelo Nord, si trova un’isola di recente formazione, ma non si tratta di un’isola vulcanica o di origine calcarea, ma di un’isola formata da un’enorme chiazza galleggiante di spazzatura, prevalentemente plastica, che a causa di favorevoli correnti marine si è cominciata a formare dagli anni ’80 del secolo scorso.

Il Pacific Trash Vortex, questo è il suo nome ufficiale, si stima abbia un’estensione che va da un minimo di 700.000 km2 (grande quanto la Spagna) a oltre 10 milioni di km2 (più grande degli Stati Uniti) e che sia composto da un minimo di 3 milioni di tonnellate di plastica ad un massimo di 100 milioni di tonnellate di detriti.lapresse - barbieri -

Questo monumento alla pazzia e noncuranza umana ha effetti profondi sull’ecosistema più esteso che si trovi sulla Terra, l’oceano Pacifico, e di conseguenza su tutti gli anelli della catena alimentare che dal plancton portano, su, su, fino all’uomo, effetti che ancora non sono stati studiati con la dovuta attenzione.

Quest’isola di rifiuti e la sua gemella dell’Atlantico, la North Atlantic garbage patch, sono anche il soggetto della Copertina d’Artista di questo numero affidata all’estro ed alla sensibilità di Comaviba, un’artista e graphic & visual designer tarantina che, con la sua “Palla di Immanenza”, ci regala un’immagine potente ed allarmante.

La Copertina d'Artista di questo numero dell'artista Comaviba.
La Copertina d’Artista di questo numero dell’artista Comaviba.

Insomma, basterebbero questi due esempi, quello del maggio più piovoso e freddo degli ultimi 30 anni e quello della grande isola di plastica, per spingerci a modificare profondamente il nostro modo di rapportarci al nostro pianeta. Ma se non dovesse bastare, ci viene in aiuto una sedicenne svedese che, dall’agosto del 2018, sta sensibilizzando il Mondo intero sulle tematiche ambientali e climatiche attraverso i suoi scioperi scolastici denominati FridaysForFuture (Venerdì per il futuro): sto parlando di Greta Thunberg. Recentemente questa giovane attivista ha dato alle stampe un libro che raccoglie il suo pensiero, dal titolo emblematico: La nostra casa è in fiamme – La nostra battaglia contro il cambiamento climatico.978880471718hig-343x480

Ma di cosa altro abbiamo bisogno per sapere che la situazione ambientale e climatica è drammatica?

Quanti altri disastri ambientali dobbiamo vedere? Quanti uomini e donne devono morire? Quanti raccolti devono andare perduti? Quanti nuovi migranti climatici devono partire dalle loro nazioni devastate, quanti di questi devono morire lungo il tragitto? Quanti ghiacciai devono sciogliersi, quante terre diventare deserti? Quante isole vere devono scomparire sotto il livello del mare e quante isole di plastica devono sorgere in giro per il Mondo?

E quando anche la realtà delle risposte a queste domande sarà dura ed acuminata come un coltello, noi saremo soddisfatti? O piuttosto ci comporteremo come quel Presidente americano che, lo scorso 21 novembre, sorpreso da un inverno particolarmente freddo, ha ironizzato sui social con la battuta: “Folata di aria fredda brutale ed estesa che potrebbe battere tutti i record. Cosa è successo al riscaldamento globale?”trump-1200x724

Insomma, il problema vero è: siamo pronti ad accettare la verità nuda e cruda? O piuttosto, come gli struzzi, preferiamo mettere la testa sotto la sabbia mentre un branco di leoni ci sta sbranando?

Inutile dire quale sia l’atteggiamento più saggio e razionale, ma qualora doveste avere qualche dubbio leggete questo numero di Smart Marketing, dedicato alla marea green ed ambientalista che sta coinvolgendo anche imprese e social, dal titolo “Eco-Sistema”; come al solito troverete gli originali contributi dei nostri autori.

Voglio lasciarvi, come d’abitudine, con una massima, e questa volta prenderò in prestito un passaggio tratto proprio dal libro di Greta Thunberg:

“Ci troviamo di fronte a una catastrofe. Voglio che proviate la paura che provo io ogni giorno. Voglio che agiate come fareste in una situazione di crisi. Come se la vostra casa fosse in fiamme. Perché è quello che sta succedendo.”




La Copertina d'Artista - Anniversari


Tre persone sdraiate per terra in posizione fetale sembra stiano dormendo, mentre altre tre in piedi vicino a loro sono intente a fare altro. Il primo da sinistra sembra in posa come un chierichetto con un abito bianco splendente; di fianco a lui un altro, sempre di bianco vestito, sembra indicare il cielo con un braccio e pare che sia incoronato da una sorta di areola; infine l’ultimo sulla sinistra è il più strano ed inquietante di tutti, indossa un pantalone nero e una camicia giallo arancio, e sembra che stia minacciando i tre individui sdraiati con una lancia o una pertica.coperetina-smart-marketing-aprile-2019-sd

L’immagine composta dall’artista di questo mese, al secolo Pino Caputi, ci lascia disorientati e attoniti, non riusciamo a capire, ad un primo sguardo, a quale anniversario, fra i tanti che ricorrono in questo 2019, si stia riferendo. Quello che sappiamo è che l’immagine ci comunica sia un senso di pace, sia uno stato latente di inquietudine, non sappiamo definirlo ma sappiamo che c’è.

È come se luce ed ombra fossero entrambi presenti nelle pennellate, è come se l’artista nel preparare la tela ed i colori si fosse premunito di mischiare insieme ai colori una manciata di tensione, un pizzico di paura, una spolverata di ansia. L’alchimia che ne risulta è estremamente feconda, l’opera ci affascina e ci seduce e ci dice più cose di quelle che vorremmo sapere, anche se non ci svela mai il suo segreto.

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L’artista Pino Caputi.

Come spesso accade nell’arte contemporanea, è il titolo scelto che chiarisce qualche dubbio e ci conduce sulla via di una giusta interpretazione. In questo caso l’opera si chiama “Panmunjom” e i più informati di noi avranno riconosciuto il nome del famoso villaggio sito al confine delle due Coree, quella del Nord e quella del Sud, dove nel 1953 venne firmato l’armistizio del che pose fine alla Guerra di Corea. Questo villaggio è tornato agli albori della cronaca il 27 aprile 2018, perché quel giorno il presidente Moon Jae-in della Repubblica di Corea e il presidente della Commissione affari statali della Repubblica democratica popolare di Corea Kim Jong Un hanno firmato la ‘Dichiarazione di Panmunjom per la pace, la prosperità e l’unificazione della Penisola coreana’; ed è appunto questo l’anniversario che il nostro artista vuole celebrare.58779052_823847501321967_7549245715323551744_n

Classe 1968, Pino Caputi è attivo sulla scena nazionale da oltre un ventennio. La sua ricerca artistica ha attraversato diverse fasi, partendo da un “pop” originale e scintillante, che lo fa conoscere al grande pubblico, passando per un breve, ma fecondo periodo “iperrealista”, fino ad approdare allo stile attuale dove figurativo e astrattismo sono sempre in bilico, pronti a confluire l’uno nell’altro e a contaminarsi vicendevolmente. Pino Caputi ha esposto sia in Italia che all’estero, collaborando con importanti gallerie ed oggi è considerato uno degli artisti più interessanti della New Wave pugliese.

Questa è la sua seconda copertina per il nostro magazine, la prima è del febbraio 2015.

59556239_1353249188140564_3173140804860379136_nUltime mostre:

2016

“News-Cover. Notizie, immagini e visioni al tempo dell’Infotainment” – Matera, Taranto, San Giorgio Jonico, San Marzano di San Giuseppe;

“New Things” – Next Gallery, Piacenza;

2015

“Italia Moderna” – Consolato Italiano, Edinburgo, Inghilterra;

2014

“Foreign Bodies”- Alpha Art Gallery, Stockbridge, Edinburgo  Inghilterra.

“Affordable Art Fair”- Kromatica Arte Contemp, Milano.

Per informazioni e per contattare l’artista Pino Caputi:

pino.caputi@yahoo.it
Ricordiamo ai nostri lettori ed agli artisti interessati che è possibile candidarsi alla selezione della quinta edizione di questa interessante iniziativa scrivendo ed inviando un portfolio alla nostra redazione: redazione@smarknews.it



Anniversari – L’Editoriale di Raffaello Castellano


Ci siamo! Il 2019 è arrivato, in questo anno fatidico ricorrono una serie interminabile di Anniversari. Alcuni sono epocali, come lo sbarco, 50 anni fa, dell’uomo sulla Luna o la caduta, 30 anni fa, del muro di Berlino; altri ancora sono paradigmatici come l’elezione, 40anni fa, di Margaret Thatcher alla carica di Primo Ministro inglese o quella del giuramento a Washington, 10 anni fa, di Barack Obama come primo Presidente nero degli Stati Uniti d’America; altri ancora sono stati eventi passati un po’ in sordina, ma dagli effetti profondi sulla nostra società globale, come la pubblicazione, 30 anni fa, del documento “World Wide Web: Summary”, da parte di Tim Berners-Lee o la nascita dell’Euro, la moneta unica dell’Unione Europea.Buzz Aldrin Poses next To The U.S. flag On Moon

Ma quest’anno ricorrono pure gli anniversari della scomparsa di uomini illustri, primo fra tutti sono passati 500 anni dalla morte di Leonardo Da Vinci e 140 anni dalla nascita di Albert Einstein e per rimanere in un ambito a me molto congeniale, nel mondo del cinema sono passati 90 anni dalla nascita e 30 anni dalla scomparsa di Sergio Leone e 20 anni dalla scomparsa di Stanley Kubrick.ss-091102-berlin-wall-22-nbcnews-ux-1024-900-1024x550

Insomma un anno pieno, pieno di anniversari che, come al solito, abbiamo voluto affrontare dal nostro personale punto di vista, con contributi che affrontano tematiche legate ai film che hanno segnato i decenni passati (Simona), ad altri che attraversano gli ultimi 50 anni della musica soffermandosi su brani epocali (Maddalena), fino ad arrivare all’originale articolo di Stefania, che prova ad immaginare come sarebbe stato lo sbarco sulla Luna nella nostra epoca social. Personalmente, ho voluto parlare di un film che è stato un autentico spartiacque nella storia del cinema ed anche dell’informatica, sto parlando di Matrix, pellicola del 1999 realizzato dai fratelli Andy e Larry Wachowski (prima di diventare le sorelle Lana e Lilly), film che ha segnato l’immaginario tecnologico dei trentenni e quarantenni di oggi.leonardo-da-vinci-fvg

Fra i tanti anniversari, anche il nostro magazine, compie i 5 anni di vita, un traguardo al quale, né io né l’amico Ivan, avremmo scommesso nel marzo del 2014, quando decidemmo di dare vita a questo progetto istituendo innanzitutto l’associazione culturale Smart Media, che in campo a due mesi avrebbe dato vita al 1° numero di Smart Marketing, del maggio 2014, dedicato alla Puglia aerospaziale. Da allora abbiamo pubblicato 60 numeri mensili, 880 articoli, 52 Copertine d’Artista, realizzato 2 mostre con le prime 24 copertine d’artista denominata “News Cover. Notizie, immagini e visioni ai tempi dell’Infotainment”, che hanno girato due regioni, tre provincie, 5 città. Oltre a tutto ciò, abbiamo coinvolto 50 artisti e una dozzina di collaboratori, tutti professionisti nel proprio settore e, infatti, voglio ringraziare tutti quelli che ancora ci seguono dopo 5 anni, che sono Christian, Armando, Simona, Maddalena, Domenico, Stefania, Cristina, Alessandra, Anna Carla, Luca Guerrasio, Luca Battista, perché l’anniversario del nostro magazine è soprattutto merito loro. Grazie!

Cosa altro dirvi, solo una cosa: gli anniversari sono importanti, sono sempre stati importanti, ma oggi, in questo mondo ultra-connesso, iper-informato ed super-informatizzato, dove le notizie, le immagini, i video, i pettegolezzi, ci fanno vivere, di fatto, in un continuo presente, ricordare la storia nazionale e mondiale grazie agli anniversari, ci scuote e ci sprona ad uscire da questo “eterno presente” che, prima di ogni cosa, è pericoloso, perché come disse il poeta e filosofo spagnolo George Santayana:

“Chi non conosce (o ha dimenticato) la storia è condannato a ripeterla.”

 

Raffaello Castellano



The Matrix – Il Film


È il marzo del 1999 quando nella sale USA esce il film “The Matrix”, realizzato dagli allora fratelli Andy e Larry Wachowski (prima di diventare le sorelle Lana e Lilly), film epocale sia per gli argomenti trattati sia per le tecnologie cinematografiche impegnate.matrix-locandina

Siamo alla fine di un secolo e di un millennio, il mondo è profondamente diverso da come lo conosciamo oggi. In esso vi erano poco meno di 400 milioni di utenti collegati ad internet e non esistevano Facebook, You Tube, Iphone ed app. La preoccupazione principale legata alla rete internet, ancora appannaggio di pochi utenti, era rappresentata dal “Y2K bug”, meglio noto come Millennium bug, un difetto informatico che si sarebbe manifestato al cambio di data della mezzanotte tra venerdì 31 dicembre 1999 e sabato 1º gennaio 2000 nei sistemi di elaborazione dati di tutto il mondo.

Il film dei fratelli Wachowski ci presenta un futuro prossimo venturo dispotico, claustrofobico e terrorizzante. Tutto prende avvio dalla vita di Thomas A. Anderson, programmatore di software presso la Metacortex, cittadino modello di giorno e attivo hacker, sotto lo pseudonimo di “Neo”, di notte. Ad un certo punto il nostro inconsapevole eroe viene contattato da Trinity, esperta e conturbante hacker braccio destro del misterioso Morpheus, vero e proprio criminale informatico.1206934

L’incontro con Morpheus è illuminante: Neo viene a conoscenza del fatto che il mondo reale a cui è abituato altro non è che una gigantesca simulazione al computer a cui tutti gli esseri umani sono collegati a loro insaputa, simulazione che prende il nome di “Matrix”, che serve a nascondere una amara e allucinata realtà creata dalla macchine e dall’intelligenza artificiale per assoggettare gli esseri umani.

Risvegliato alla vera realtà, Neo entrerà nella resistenza guidata da Morpheus, che cerca di scollegare quanti più umani possibili da questa simulazione globale.

Il film presenta profondi riferimenti filosofici, religiosi e sociologici e, in un certo senso, profetizza il mondo in cui oggi ci troviamo a vivere, perennemente collegati ai nostri dispositivi elettronici, che misurano e profilano ogni aspetto della nostra vita, “suggerendoci” che cibo mangiare, come vestire, cosa leggere, quale opinione avere, chi frequentare, chi votare e così via. Gli smartphone e le innumerevoli app su di essi scaricate sono quanto di più simile all’incubatrice in cui si risveglia Neo dopo aver ingerito la famosa pillola rossa datagli da Morpheus.

Il film è passato alla storia principalmente per gli effetti speciali, ma tutta la lavorazione fu difficile e complessa: pensate che la sceneggiatura richiese più di 5 anni di lavorazione, per un totale di 14 bozze e che gli storyboard furono più di 600.matrixsnap

Gli spunti letterari per la storia furono innumerevoli: in primis il film saccheggia il “mito della caverna” di Platone”, poi “Alice nel Paese delle Meraviglie” di Lewis Carroll, l’“Odissea” di Omero e soprattutto Simulacri e Simulazione di Jean Baudrillard, ritenuto così essenziale ai fini della storia che i fratelli Wachowski comprarono molte copie del testo, che fecero leggere a gran parte del cast e della troupe. Questo libro era così importante che a Keanu Reeves (Neo) venne imposto di leggerlo ancor prima di iniziare a sfogliare la sceneggiatura. Reeves ha sempre sostenuto che fu proprio grazie a questo libro che fu capace di cogliere e capire tutte le sfumature filosofiche del film.

A proposito di Keanu Reeves, che regalò al personaggio di Neo un’interpretazione magistrale, l’attore non fu la prima scelta dei registi: il ruolo del protagonista fu offerto prima a Johnny Deep, Brad Pitt, Val Kilmer, Leonardo Di Caprio ed anche all’allora giovanissimo Will Smith, ma alla fine la scelta si restrinse tra Johnny Deep e Keanu Reeves, con quest’ultimo preferito dalla Warner Bros perché, fin da subito, sembrò aver capito l’essenza del film. Anche per il ruolo di Morpheus si pensò a diversi nomi, tra questi Gary Oldman e Samuel L. Jackson, ma alla fine a spuntarla fu Laurence Fishburne, che definì il suo personaggio di Morpheus come un mix tra Obi-Wan Kenobi e Darth Vader.

Le scene e le ambientazioni dark del film furono calibrate su un scelta cromatica molto forte e precisa. Tre furono i colori principali usati per colorare e caricare di significato i fotogrammi. Innanzitutto il verde, che fu utilizzato per tutte le scene ambientate nel mondo fittizio di Matrix; si voleva ricreare l’effetto di una realtà filtrata attraverso il monitor di uno schermo di computer (nel 1999 molti schermi del computer erano ancora monocromatici, appunto verdi, perché si era scoperto che questo colore aumentava la definizione e non stancava la vista), poi perché questo colore è da sempre associato al mistero ed all’oscurità. Poi il blu, che divenne il colore per rappresentare le scene della realtà e della vita vera fuori dalla simulazione di Matrix; il colore blu fu usato per le sensazioni di freddezza e melanconia che trasmette, le stesse che i registi volevano traspirassero dal film. Infine fu scelto il giallo per rappresentare il limbo fra vita reale e Matrix, come ad esempio le simulazioni dell’addestramento di Neo: il giallo è da sempre associato all’insicurezza e sembrò ideale per rappresentare tutte quelle simulazioni non ordite dalle macchine ma create dagli uomini per sconfiggerle.20557937-matrix-netflix-1_825x464

Il film immaginò anche un abbigliamento ed uno stile molto dark: tutti i protagonisti del film, maschili e femminili, sono fasciati in lunghi capotti neri ed attillate tutine di PVC. Per i costumi Kym Barrett, per via del budget limitato, fece di necessità virtù, realizzando il costume di Trinity con PVC a basso costo e il cappotto di Neo con una stoffa che costava 3 dollari al metro. Altro trattamento fu riservato per gli splendidi occhiali da sole dei protagonisti, che sarebbero diventati un must della moda di quegli anni. Fu una piccola azienda artigianale, la Blinde, che vinse la gara contro colossi come Ray-ban e Arnette, che decise di realizzare gli occhiali basandosi sull’inusuale nome dei personaggi. Richard Walker, fondatore dell’azienda, disegnò e realizzò degli occhiali molto avveniristici soprattutto per il modello di Morpheus, che era privo di stanghette e che si reggeva sul naso con una speciale clip brevettata.google-isnt-a-social-network-its-the-matrix-83a3aa9d8997549e6baebc6105b8569b2

Ma Matrix è passato alla storia soprattutto perché ha aperto nuove frontiere nella tecnica cinematografica, a partire dal bullet time. Un effetto speciale che, sfruttando simultaneamente un gran numero di fotocamere, disposte intorno ad un oggetto o una persona, permette di ricostruire, frame dopo frame, la medesima scena e riprodurla al rallentatore. Questa tecnica, insieme alla computer grafica 3D e al chroma key, ha reso leggendaria e citatissima la scena di Neo intento a schivare i proiettili.

Insomma un film epico, anzi un franchise multimediale, composto da altri due film, un videogioco, un fumetto ed una serie di cortometraggi di animazione “Animatrix”, media diversi che a detta degli autori e dei registi dovevano essere fruiti e visti tutti per ampliare e comprendere meglio l’universo narrativo del film. E, a proposito di fumetti e spunti narrativi, Matrix ha rischiato anche una denuncia di plagio.

Il set per la realizzazione dell'effetto “bullet time”.
Il set per la realizzazione dell’effetto “bullet time”.

Nel 1992 Stefano Disegni e Massimo Caviglia avevano creato Razzi Amari. Si trattava di un fumetto multimediale da leggere insieme a una musicassetta realizzata dalla band Gruppo Volante dello stesso Disegni. La storia era incentrata su un futuro allucinato, in cui la popolazione era sotto il giogo di una dittatura dispotica creata dalle macchine. Le macchine controllavano le persone tramite un chip, installato nella loro mente appena nati, che proiettava l’illusione di vivere in un mondo perfetto. Anche nel fumetto di Stefano Disegni c’era una resistenza che si era organizzata e combatteva le macchine. Insomma una storia molto simile a quella del film, che spinse i creatori del fumetto a contattare un avvocato che ravvisò gli estremi per una causa di plagio, ma alla fine i fumettisti desistettero perché la causa contro la Warner Bros sarebbe stata proibitiva.

Per concludere, The Matrix (o Matrix nella traduzione italiana), è un film assolutamente da vedere perché come tutta la miglior fantascienza ci racconta chi siamo, da dove veniamo e dove stiamo andando e, siccome il film ha già 20 anni, il futuro immaginato da Matrix è il nostro presente e, per dirla con Morpheus:

“Benvenuti nel deserto del reale!”




La Copertina d’Artista – Italian Design


Un volto conturbante ci osserva dalla copertina del numero di marzo, la sua faccia è divisa in due simmetriche metà, una colorata, variopinta, iridescente, vivida espressione della migliore tradizione Pop, l’altra piatta, monocromatica, geometrica, che sembra a tutti gli effetti il bozzetto di un disegno industriale, di design appunto.copertina-dartista-marzo-2019-sd

Ma, benché le due metà siano così difformi, si armonizzano in un viso contraddistinto da una forte personalità; tuttavia non è questa caratteristica ad incuriosirci, non è questo che riesce a catturare e trattenere il nostro sguardo. Allora che cosa è? Cosa ha questo volto che allo stesso tempo ci attrae così irresistibilmente e ci trasmette un certo senso di inquietudine? Il titolo scelto dall’artista, al secolo Laura Calafiore, “Addaura”, non ci aiuta molto: i più attenti e curiosi fra i nostri lettori forse ricorderanno che si tratta di un borgo marinaro di Palermo, salito alle cronache il 21 giugno 1989 per uno sventato attentato al giudice Giovanni Falcone ordito da Cosa Nostra, ed il cui toponimo deriverebbe dalla parola siciliana “addàuru”, cioè “alloro”.

Una performance dell'artista Laura Calafiore.
Una performance dell’artista Laura Calafiore.

L’ambientazione “siciliana”, però, non sembra casuale, qualcosa in quest’opera ci ricorda questa meravigliosa isola che vide il confluire, lo scontrarsi e il confondersi di diverse culture, greca, romana, araba, normanna; sì, decisamente più guardiamo questa figura più ci convinciamo che la Sicilia c’entri qualcosa.

Alla fine un’intuizione illumina i nostri pensieri, forse quest’opera rappresenta il famoso “Testa di Moro”, un oggetto iconico della tradizione siciliana, una sorta di coloratissimo vaso a forma di testa di Moro, appunto, o di una giovane donna bellissima, entrambe adornate da una splendida corona, che arricchiscono e decorano i balconi di questa splendida terra. Detti anche “graste”, questi oggetti del design siciliano hanno una storia antichissima che narra di gesta d’amore, di gelosia e vendetta che lasciamo scoprire ai nostri lettori.

Mata Hari
Mata Hari

Quindi nell’opera della Calafiore non solo confluiscono le tradizioni e le suggestioni di una cultura millenaria che ancora ci affascina ed avvince, ma la natura multiforme dell’opera, quel suo essere pittura, disegno e progetto insieme sono forse l’inno più puro ed autentico all’argomento mensile del nostro magazine. Sì, Laura Calafiore ci spiega, con un’opera arguta e tradizionale, che il vero segreto del successo del design italiano sta nel suo reinterpretare e riscrivere in maniere sempre nuove, diverse e creative la storia millenaria in cui il nostro Paese è immerso. Perché se non sappiamo da dove veniamo, quali sono le nostre radici, sembra dirci l’artista, è impossibile che le nostre azioni, i nostri progetti, le nostre opere possano disegnare e delineare un qualche tipo di futuro. L’opera “Addaura” che l’artista ha realizzato per la nostra copertina di marzo è anche un vero e proprio oggetto di design, un tagliere, creato e realizzato da Gabriele D’Angelo del brand Trame Siciliane.

Madre Teresa
Madre Teresa

Classe 1981, nata a Roma ma di origini siciliane, Laura Calafiore è la prima donna fast-painter in Italia. Il suo spettacolo porta in scena la pittura Pop Art a ritmo di musica, un intrattenimento pittorico-musicale unico nel suo genere. Nel 1999 entra a far parte della rinomata Accademia Nazionale Francese di Arte, l’E.n.s.a.d. (Ecole Nationale Superieure des Art Decoratifs) e successivamente si laurea allo IED con il massimo dei voti in illustrazione fotografica, prendendo poi la strada della pittura a 360 gradi ed ideando il suo spettacolo che le fa girare tutta l’Italia e non solo.

Fast-painter per eventi ed aziende, si è esibita in importanti trasmissioni nazionali:

Per informazioni e per contattare l’artista Laura Calafiore:

www.lauracalafiore.it

info@lauracalafiore.it

Ricordiamo ai nostri lettori ed agli artisti interessati che è possibile candidarsi alla selezione della quinta edizione di questa interessante iniziativa scrivendo ed inviando un portfolio alla nostra redazione: redazione@smarknews.it



Italian design – L’editoriale di Raffaello Castellano


Raffaello CastellanoLa voce “Design” dell’Enciclopedia Treccani recita: design ‹di∫àin› s. ingl. [propr. «disegno, progetto», dal fr. dessein, che a sua volta è dall’ital. disegno] (pl. designs ‹di∫àin∫›), usato in ital. al masch. – Nella produzione industriale, progettazione (detta più precisamente industrial design ‹indḁ′striël …›) che mira a conciliare i requisiti tecnici, funzionali ed economici degli oggetti prodotti in serie, così che la forma che ne risulta è la sintesi di tale attività progettuale.

Quindi, nella sua essenza, alla sua origine, il design è un disegno ed un progetto. Ed è molto interessante che queste due parole siano così importanti non solo per chi scrive e chi legge questo magazine, ma per tutti i professionisti del marketing, della comunicazione e del web che quotidianamente si cimentano con problemi complessi che, per la loro soluzione, richiedono strategie efficaci e semplici.

La strategia di un esperto di marketing ha molte cose in comune con un oggetto di design. Non ci credete? Allora facciamo un esempio. Prendiamo un architetto che stia progettando una sedia, il suo design dovrà tener conto di diversi aspetti: la sedia dovrà essere comoda, facilmente realizzabile e con pochi componenti per costare poco, dovrà essere bella e se possibile originale per affermarsi nel mercato “inflazionato” delle sedie che ha prodotto un’infinità di modelli.

Adesso poniamo il caso di un esperto di strategie di marketing chiamato a realizzare la campagna promozionale di un nuovo modello di smartphone, anche questo professionista dovrà pensare in termini di disegno e progetto, la sua strategia dovrà essere chiara, semplice e d’impatto; il nostro esperto di marketing dovrà scegliere fra diverse possibilità. Meglio una campagna pubblicitaria sui mezzi classici o una sul web, meglio un marketing tradizionale, il direct-marketing o il guerrilla marketing?

Insomma, sia per disegnare (e progettare) una sedia che per disegnare (e progettare) una strategia di marketing dobbiamo pensare a conciliare (come recita la definizione Treccani) i requisiti tecnici, funzionali ed economici degli oggetti prodotti in serie, così che la forma che ne risulta è la sintesi di tale attività progettuale.

L'ingresso al Salone del Mobile di Milano.
L’ingresso al Salone del Mobile di Milano.

Abbiamo voluto dedicare questo numero di Smart Marketing al Design, in concomitanza con il “Salone del Mobile” di Milano (dal 22 marzo al 14 aprile), che da anni detta l’agenda dei gusti, delle tendenze e delle innovazioni dell’interior design non solo in Italia ma nel mondo, e che è diventata la kermesse di riferimento del settore per brand, produttori e firme.

Noi ne parleremo sempre alla nostra maniera, cercando attraverso i nostri articoli di raccontare quelle storie di idee, genialità ed innovazione di cui è pieno questo settore. Prima di lasciarvi alla lettura di questo numero vi voglio incuriosire con una storia di design particolare, anche se non italiana.

Il Puzzle cartina geografica inventato da John Spilsbury.
Il Puzzle cartina geografica inventato da John Spilsbury.

Alzi la mano chi non ha mai giocato con i puzzle: ebbene, questo gioco che non conosce crisi, neanche nell’era del digitale, nasce per scopi pedagogici ed educativi nel 1766, quando un tale John Spilsburyincisore e fabbricante di cartine geografiche di Londra, decise di incollare una sua cartina su una tavola di legno e di ritagliare la stessa lungo i confini delle nazioni. I bambini avrebbero dovuto ricomporre la stessa cartina imparando la geografia.

Un’idea semplice e geniale che utilizziamo ancora oggi.

Buona lettura.

Raffaello Castellano



20 anni senza Stanley Kubrick


Il 7 marzo del 1999, a pochi giorni dalla conclusione del montaggio del suo ultimo film Eyes Wide Shut, moriva stroncato da un infarto, a 77 anni, il grande cineasta Stanley Kubrick.

Un regista, geniale, irriverente e visionario, leggendario per almeno 3 generazioni (fra cui la mia), che per molti, moltissimi appassionati rappresenta l’essenza stessa della regia; il suo nome è, addirittura, diventato “sinonimo” delle parole regista e cinema.

stanley_kubrick_-_h_-2001_Una carriera lunga 50 anni, che ci consegna solo 13 film, ma che sono altrettanti pietre miliari del cinema mondiale. Basta scorrere l’elenco per rendersene conto: “Lolita”, “Il dottor Stranamore”, “2001 Odissea nello spazio”, “Arancia meccanica”, “Shining”, “Eyes Wide Shut”, giusto per citare i più celebri.

Il suo talento visionario, la cura maniacale per i particolari, il carattere riservato, il suo famigerato controllo assoluto su tutti gli aspetti del film, sono solo alcune delle caratteristiche che ne hanno aumentato la leggenda ed il mito. Stanley Kubrick resta indissolubilmente legato all’arte del cinema e rappresenta, cosa rara, uno dei pochi registi apprezzato da pubblico e critica. I suoi complessi e stratificati film, le sue smaglianti immagini, i suoi spunti narrativi ancora permeano ed influenzano profondamente, non solo la cultura alta e quella pop, ma il nostro stesso immaginario collettivo.

dof_19Sarebbero tantissime le cose da dire su questo straordinario regista ed i suoi film (e francamente sono un po’ in imbarazzo a scrivere di questo cineasta), ma vi propongo, tredici aneddoti, tanti quanti i suoi film, tredici curiosità, tredici meta-informazioni cinematografiche per farvi conoscere, approfondire, innamorare o ri-innamorare di questo regista.

  1. Il primo film fu il cortometraggio/documentario Day of the Fight, è del 1951, ed è basato sul reportage fotografico che lo stesso Kubrick realizzo per la rivista Look con la quale lavorava. Il film segue per un giorno intero la preparazione del pugile Walter Cartier per un combattimento. Fu autoprodotto con un investimento di 3900 dollari e Kubrick stesso si occupò di gran parte delle mansioni della troupe, oltre a quella di regista, infatti, svolse quelle di sceneggiatore, operatore della macchina da presa, direttore della fotografia, montatore e scenografo;
  2. Il primo lungometraggio è del 1953, Fear and Desire (Paura e desiderio), dove il regista con una piccola troupe filma le vicende di un plotone disperso dietro le linee nemiche. Il film rappresenta il primo approccio del regista al genere bellico e la prima disamina sull’inutilità e la violenza della guerra, argomenti sui quali tornerà con “Orizzonti di gloria” del 1957, “Full Metal Jacket” del 1987 ed, in parte, con “Barry Lyndon” del 1975. Per girare il film, gli amici del regista raccolsero 1000 dollari con una colletta fra conoscenti e parenti e, lo stesso Kubrick, coinvolse nel progetto suo zio Martin Perveler, agiato proprietario di una catena di farmacie a Los Angeles, che divenne produttore associato e fornì altri 9000 dollari. Il film fu presto ripudiato dal regista, che lo considerava un errore giovanile e che si premurò di limitarne al massimo la diffusione, acquistando e facendo “sparire” gran parte delle copie presenti negli archivi;tt1-620x420
  3. Il terzo lungometraggio The Killing (Rapina a mano armata) del 1956, viene girato dal regista appena ventottenne con un budget di 330.000 dollari e con una piccola casa di produzione fondata insieme al regista, sceneggiatore e produttore James B. Harris, che produrrà anche “Orizzonti di gloria” e “Lolita”. Il film è un flop al botteghino dove incassa solo 30.000 dollari, ma un successo di critica, alcuni commentatori parlano di Kubrick come il nuovo Orson Welles, inoltre, la pellicola, diventa un vero paradigma del genere noir. Il regista, infatti, decide di adottare uno stile di racconto non consequenziale, ma con struttura diegetica non lineare, con diversi e continui salti indietro e in avanti nel tempo, che rendono lo svolgersi del film complesso ed originalissimo. Questa struttura del racconto sarà ripresa, omaggiata e “saccheggiata” da molti altri registi del genere, tra cui Quentin Tarantino che lo utilizzerà “pari-pari” per “Le Iene” del 1992, Michael Mann per “Heat – La sfida” del 1995 e Paul McGuigan per, il più recente, “Slevin – Patto criminale” del 2006.
  4. Il quarto lungometraggio Paths of Glory (Orizzonti di Gloria) del 1957 è il primo film del regista girato con una star hollywoodiana in forte ascesa, Kirk Douglas, che interpreta l’umano colonello Dax. Il film è anche il primo del regista, prodotto da una grande casa di produzione, la United Artists ed è considerato uno dei film più antibellici di sempre. La storia raccontata si ispira ad un fatto realmente accaduto durate la Prima Guerra Mondiale al 336º Reggimento di fanteria francese, comandato dal generale Géraud Réveilhac. Il film è l’occasione per mostrare la grande capacità di Kubrick di utilizzare la tecnica di ripresa in maniera fortemente espressiva. In questo film, ad esempio, il regista utilizza per le scene girate in trincea, il carrello, a precedere e seguire, montato su gomma e non su rotaia, dando alle scene delle ispezioni delle trincee del colonello Dax, una fluidità, un rigore ed una solennità fino allora impensabili. Il film di guerra è originale anche per il fatto che il dramma e la morte sono tutte interne ad un solo esercito: il nemico menzionato, evocato, combattuto, non appare in nessuna scena. Il film farà vincere il Nastro d’argento 1959 a Stanley Kubrick come “Miglior regista straniero”;orizzontoi-di-gloria
  5. Il quinto film di Kubrick è il colossal Spartacus del 1959, prodotto ed interpretato da Kirk Douglas, che volle fortemente il regista newyorkese dopo l’abbandono di Anthony Mann, con cui Douglas aveva avuto parecchi contrasti sul set. L’esperienza sarà negativa, Kubrick soffre il fatto di non avere il controllo totale sul film e delle continue intromissioni sulle scelte registiche da parte di Douglas. Il film è, a detta dello stesso regista, il meno kubrickiano dei suoi film, anche se in molte soluzioni tecniche e in moltissime spettacolari riprese, si riconosce lo sguardo e lo stile del regista. Il film vincerà 4 Oscar (Miglior attore non protagonista Peter Ustinov, Miglior fotografia, Miglior scenografia e Migliori Costumi) e sarà un successo al botteghino, ma rappresenta anche il definitivo addio di Kubrick ad Hollywood ed alle politiche delle major, l’anno dopo si trasferirà in Inghilterra, dove realizzerà tutti gli altri suoi film e che non lascerà più fino alla morte;
  6. 2001: A Space Odyssey (2001: Odissea nello spazio) l’ottavo lungometraggio di Kubrick è forse il film della storia del cinema con la più ampia letteratura critica, psicologica, filosofica dedicata. Sul film, sul suo significato, sulle sue implicazioni filosofiche, sulla sua influenza nella cultura popolare, sul suo aver ridato dignità al genere fantascientifico, fino allora di serie B, sulle sue innovazioni tecniche e stilistiche, è stato detto e scritto di tutto e risulta davvero arduo trovare un aneddoto per questa lista. Forse i più significativi, fra i tanti, sono due: il primo, legato alla lavorazione durata 4 anni ed ai costi di produzione di quasi 12 milioni di dollari di cui 6 milioni e mezzo solo per gli effetti speciali; il secondo, legato al fatto che questo film fa vincere a Kubrick l’unico Oscar della sua carriera, quello per gli effetti speciali ai quali aveva lavorato personalmente;1467877382628
  7. A proposito di Oscar, Stanley Kubrick ricevette nel corso della sua carriera 13 Nomination (tra cui 3 per il “Miglior Film” e 4 per la “Miglior Regia”), ma non ne vinse nemmeno uno. Come abbiamo detto, l’unico Oscar che vinse fu quello per i Migliori Effetti Speciali nel 1969 per 2001: Odissea nello spazio.
  8. 2001 Odissea nello spazio sarebbe dovuto cominciare con una serie di interviste a scienziati, filosofi, ingegneri ed astronomi, che avrebbero dovuto parlare di evoluzione, intelligenza artificiale, viaggi spaziali e vita extraterrestre; il progetto fu poi abbandonato dal regista e le interviste già fatte a personalità del calibro di Isaac Asimov, Aleksandr Oparin, Margaret Mead, finirono poi nel libro “Stanley Kubrick. Interviste extraterrestri”;
  9. Arancia meccanica del 1971 è il nono film realizzato dal regista, il primo degli anni ’70. Fu un successo planetario sia di critica che di pubblico, la censura fu molto severa in tutta Europa, soprattutto in Inghilterra, Germania ed Italia; addirittura in Inghilterra e Germania il regista fu costretto a ritirare la pellicola dalle sale per un certo periodo, poiché molti giovani affascinati dall’ultraviolenza cominciarono ad imitare i comportamenti dei protagonisti del film. In Italia ebbe prima il divieto a 18 anni fino al 1998 poi abbassato a 14 anni ed ebbe il suo primo passaggio televisivo nel 2007 sul canale La7, ben 35 anni dopo la sua uscita cinematografica;446a472920
  10. Il film Shining rappresenta il primo film a fare un largo uso della steadycam, lo stabilizzatore per le riprese in movimento inventato dall’operatore video Garrett Brown, che lavorava nel film di Kubrick. Secondo lo stesso Brown, Shining, resta tuttora insuperato, per eleganza e capacità espressiva delle riprese, proprio grazie alle idee del regista che seppe esaltare le possibilità tecniche;
  11. È leggendaria e famigerata la cura maniacale che Kubrick dedicava a tutti gli aspetti del film anche per ricreare quanto più fedelmente gli ambienti dei suoi film. Il set di Shining è emblematico a riguardo: all’epoca delle riprese era il set cinematografico più grande del mondo, tanto da contenere la facciata e l’interno dell’Overlook Hotel e lo smisurato giardino labirinto. Per ricreare la neve del labirinto di “Shining”, vennero impiegate 900 tonnellate di sale da cucina mischiato a palline di polistirolo;eyes_wide_shut_tom_cruise-e1486493242182
  12. Il regista detiene diversi record, fra i quali: quello per il maggior numero di riprese per una singola scena, ben 127, quelle che fece a Shelley Duvall nel film Shining del 1980 e quello per i tempi di lavorazione più lunghi per un film, ben 400 giorni per Eyes Wide Shut.
  13.  Infine Stanley Kubrick avrebbe potuto girare il Signore degli Anelli con i Beatles! Nel 1967 fu contattato da Denis O’Dell (collaboratore della band) che gli propose la regia dell’adattamento del libro con Paul McCartney come Frodo, Ringo Starr come Sam, George Harrison nei panni di Gandalf e John Lennon nella parte di Gollum. Kubrick che era già impegnato con le riprese di 2001Odissea nello spazio rifiutò l’offerta.



La Copertina d’Artista – Work in Progress


Un denso e stratificato collage fa da copertina a questo numero di Smart Marketing. L’artista ha inserito diversi materiali, ha ammassato diversi significati ed ha accumulato diversi messaggi. L’opera ci parla, forse ci interroga, sul senso e l’importanza che diamo ad uno degli argomenti più urgenti della nostra quotidianità: che cosa significa la parola lavoro per noi? Ha senso parlare di “work in progress”, lavori in corso, se oggi, oltre ad aver perso, oltre a cercare, oltre a sognare, abbiamo anche smarrito il significato della parola lavoro?copertina-febbraio-2019-sd

L’opera “Work in Progress” è un manifesto nel senso più letterale del termine. È un manifesto perché manifesta e rende palese la cifra stilistica dell’artista ed è un manifesto perché rende intellegibile le intenzioni, le dichiarazioni e la volontà dello stesso.

L’opera, come in un interrogatorio, ci punta in faccia un riflettore, ci acceca con una luce fredda e tagliente ed il suo autore, al secolo Azio Speziga, come un risoluto poliziotto, come un accigliato inquirente ci tormenta con una serie interminabile di domande. Non possiamo eluderle, non possiamo evitarle, non possiamo scappare e, cosa più importante di tutte, non sappiamo cosa rispondere. Siamo fregati! L’unica cosa che possiamo fare è ammettere la nostra inettitudine, confessare le nostre colpe e accettare la sentenza, sperando nella clemenza della corte.

Inesorabile, opera premiata alla BIBART 2019 nella sezione  "Arte concettuale".
Inesorabile, opera premiata alla BIBART 2019 nella sezione “Arte concettuale”.

L’opera di Azio Speziga, rappresenta l’arte quando è al meglio, perché, come disse lo scrittore francese Premio Nobel André Gide “Le più belle opere degli uomini sono ostinatamente dolorose”, e, non vi è dubbio alcuno, che l’artista non voglia farci riposare tranquilli, ma voglia scuotere le nostre coscienze infiacchite e farci uscire dal recinto delle nostre illusorie certezze. E noi lo sappiamo che ogni cambiamento oltre che difficile, è pure doloroso.

L'Artista di questo mese Azio Speziga.
L’Artista di questo mese Azio Speziga.

Azio Speziga (classe 1945): abbandona gli studi da geometra e si dedica alla pittura, sperimenta con successo ed entusiasmo varie tecniche. Fin dall’inizio predilige uno stile materico ed inserisce diversi materiali sui suoi quadri: sabbia, cemento, resine, colle, tempere, china, catrame e materiali di riciclo.

Il risultato sono opere che si caratterizzano per pochi elementi visivi, ma che condensano e fanno esplodere una espressività carica di sentimenti, emozioni e vita vissuta.

Sulla scena artistica nazionale da oltre mezzo secolo, partecipa a innumerevoli mostre e prestigiosi concorsi in tutta Italia rimanendo sempre un artista indipendente; Azio Speziga è apprezzato anche all’estero e alcune sue opere sono presenti anche a New York.

Da segnalare, i riconoscimenti ricevuti alla Biennale di Roma, alla XXIX Edizione di Arte Padova nel 2018 ed all’ultima BIBART di Bari nel 2019. Lavora nel suo atelier a Casamassima (BA).

L'Uomo in frac
L’Uomo in frac

Per informazioni e per contattare l’artista Azio Speziga:

Facebook: www.facebook.com/azio.speziga

www.facebook.com/ilcovodellartista

E.mail: aziospeziga@gmail.com

Studio d’arte e galleria “Il Covo dell’Artista”, Centro Storico, Piazza del Popolo, n° 1, Casamassima (BA).

Ricordiamo ai nostri lettori ed agli artisti interessati che è possibile candidarsi alla selezione della quinta edizione di questa interessante iniziativa scrivendo ed inviando un portfolio alla nostra redazione: redazione@smarknews.it



Work in progress – L’editoriale di Raffaello Castellano


Raffaello CastellanoDisoccupazione, welfare, Reddito di Cittadinanza, Quota 100, sono queste le parole che stanno tenendo banco dall’inizio dell’anno. Discorsi e parole intorno al concetto del lavoro, di chi ce l’ha, di chi l’ha perso, di chi lo cerca, di chi non lo cerca più.

Il grande problema, dell’Italia, dell’Europa e delle Democrazie Occidentali, in questi primi 20 anni del XXI secolo è, sempre e solamente, il lavoro.

Stiamo facendo i conti con una popolazione che invecchia sempre di più, soprattutto in paesi come Spagna, Germania ed Italia, con il debito pubblico, della quasi totalità delle grandi democrazie europee, in costante aumento, con un mercato del lavoro profondamente mutato e con tutta una serie di nuove professioni, impensabili ed inesistenti solo 20 anni fa.

Stiamo sperimentando quello che in gergo si chiama gap, che è culturale, evolutivo e sistemico. La scienza e la tecnologia, ad un certo punto, hanno cominciato a correre più in fretta di noi, siamo passati, in poco più di 30 anni, da una tecnologia analogica ad una digitale. Siamo sempre connessi, raggiungibili, localizzabili, rintracciabili e profilati. Cinque termini, tanto per dire, che non tutti ancora conoscono, benché agiscano con effetti profondi e potenti nella società contemporanea.success-2697951_1920

Più di cinquanta anni fa il famoso sociologo e filosofo dei media Marshall McLuhan aveva previsto tutto e coniato il termine “Villaggio Globale”. Nel 1964 nel libro “Gli strumenti del comunicare” scriveva “Oggi, dopo più di un secolo di tecnologia elettrica, abbiamo esteso il nostro sistema nervoso centrale fino a farlo diventare un abbraccio globale, abolendo limiti di spazio e tempo per quanto concerne il nostro pianeta”.

Lui si riferiva ad una tecnologia satellitare e ai primordi di quella digitale ed informatica, pensate cosa avrebbe detto oggi, che la sua previsione, anzi, la sua profezia, è diventata non solo realtà, ma è stata ampiamente superata.

Scopri il nuovo numero dedicato al mondo del lavoro:

Sono profondamente convinto che la scienza e le nuove tecnologie offrano prospettive e sviluppo incommensurabili ma, allo stesso tempo, mi rendo conto che se non riusciamo a stare dietro al loro sviluppo ed evoluzione, e non ci stiamo tutti riuscendo, la tecnologia e la scienza possono frenare il nostro sviluppo ed annichilirci.hands-600497_1920

I problemi legati al lavoro ed alla sua mancanza, sono da rintracciare anche in questo gap fra le infinite possibilità del progresso e le nostre limitate possibilità di coglierle, comprenderle e adoperarle.

Questo numero di Smart Marketing, “Work in Progress”, vuole essere una mappa dei nuovi lavori e delle nuove opportunità lavorative di oggi e di domani, proporremo esempi, suggerimenti e case history, ma, non dimenticate che, come disse un altro grande filosofo, nonché ingegnere e matematico, il polacco Alfred Korzybski: “La mappa non è il territorio!”.

Buona lettura a tutti.

Raffaello Castellano



La Copertina d’Artista – Back to the Future


Un scheletro di cemento emerge attraverso le trasparenza di un velo, il punto di vista è simmetrico, squadrato, lineare, il nostro sguardo viene indirizzato al centro di questa costruzione da una strada sterrata che conduce fino all’ingresso. È una foto strana e perturbante quella che fa da copertina al nostro numero di gennaio; l’artista, al secolo Federica Gonnelli (classe 1981), gioca con i nostri sensi e ci offre un’immagine stratificata che confonde il nostro sguardo e ci costringe a guardare con più attenzione ed intensità.

"Back to the Future 2019-1920", è il titolo dell'opera della Copertina d'Artista di questo numero, realizzata da Federica Gonnelli.
“Back to the Future 2019-1920″, è il titolo dell’opera della Copertina d’Artista di questo numero, realizzata da Federica Gonnelli.

L’immagine allora, dopo questa immersione, ci sembra composita, densa, multiforme, sembra quasi che l’artista abbia utilizzato due fotografie, forse tre, o abbia utilizzato una doppia esposizione sulla pellicola, e qui il pensiero va agli splendidi esperimenti del regista espressionista francese Abel Gance, culminati nel capolavoro Napoléon, del 1927. Come il regista francese, anche Federica Gonnelli, sovrappone le immagini e, quindi, le storie e le possibili interpretazioni.

“CONFINI”, particolare.
“CONFINI”, particolare.

Allora l’immagine potrebbe essere una rivisitazione della celebre foto che ritrae l’ingresso al campo di concentramento nazista di Auschwitz, con i binari della ferrovia che giungono fino all’ingresso, possibile omaggio dell’artista al mese della memoria. Oppure, spingendo ancora più in là la nostra interpretazione, il rudere di cemento protagonista della foto rappresenta l’ennesimo scempio urbanistico che deturpa il nostro paesaggio, ormai brullo e secco. O, forse, la costruzione è un confine, l’ultimo muro edificato ad argine di una strada che conduce altrove, un muro forato, permeabile, che ben si presta ad essere attraversato da un’umanità sconfitta ed in fuga dalla miseria.

L'Artista di questo numero, Federica Gonnelli.
L’Artista di questo numero, Federica Gonnelli.

Sia quello che sia, l’immagine, anzi le immagini della Gonnelli non ci lasciano indifferenti e ci esortano a prestare attenzione, suggerimento quanto mai opportuno in un mondo dove, costantemente, siamo immersi in un flusso caotico, confusionale e senza soluzione di continuità di immagini, segni e simboli dai quali siamo solo assuefatti, irretiti e dipendenti, proprio come i drogati.

Scopri il numero dedicato al marketing della nostalgia:

Federica Gonnelli nasce a Firenze, dove frequenta il Liceo Artistico e l’Accademia di Belle Arti. Vive e lavora tra Firenze e Prato, dove dal giugno 2011 ha aperto lo studio “InCUBOAzione”. Dal 2001 partecipa a mostre personali, collettive e concorsi. Dal 2015 partecipa a residenze d’artista, pratica che ha acquisito una particolare importanza per la sua crescita personale e artistica.

“TESI TRA LE ATTESE” STUDIO-38 Contemporary Art Gallery, Pistoia.
“TESI TRA LE ATTESE” STUDIO-38 Contemporary Art Gallery, Pistoia.

Ultime mostre:

2018

“LE MONTAGNE DA LONTANO SONO COLOR INDACO”, personale, Studio Ciccone, Firenze;

Open studio, “LA TEORIA DEI BISOGNI”, InCUBOAzione, Prato, evento organizzato in occasione della 14a Giornata del Contemporaneo;

Residenza e personale “2° Piano Art Residence”, Z.N.S. Via Murat Art Container e Museo Narracentro, Palagiano (TA);

“68/Revolution. Memorie, Nostalgie, Oblii”, Pinacoteca Comunale Carlo Contini, Oristano;

“OfficinARS IN FIERI”, Museo Storico Archeologico, Nola, (NA), a cura di Associazione Villa Sistemi Reggiana;

“LIQUIDA”, “PALAZZI D’ARTE”, personale, Palazzo Rossi Cassigoli, Pistoia, a cura di Ilaria Magni e STUDIO 38 Contemporary Art Gallery;

“ARTEAM CUP 2018”, Fondazione Dino Zoli, Forlì, a cura di Arteam;

"CONFINI" “2° Piano Art Residence”, Z.N.S. Via Murat Art Container e Museo Narracentro, Palagiano (TA).
“CONFINI” “2° Piano Art Residence”, Z.N.S. Via Murat Art Container e Museo Narracentro, Palagiano (TA).

“1st CLASS ARTERY 01 #WUNDERKAMMER02”, Parco Paradiso, Lugano, (CH);

Residenza e collettiva, “TERRAĒ”, Museo Mae, Zumpano, (CS);

“TESI – TRA LE ATTESE”, personale, STUDIO 38 Contemporary Art Gallery, Pistoia;

“TESI – TRA LE ATTESE”, “SETUP CONTEMPORARY ART FAIR”, personale, STUDIO 38 Contemporary Art Gallery, Bologna.

Per informazioni e per contattare l’artista Federica Gonnelli:

www.federicagonnelli.it

info@federicagonnelli.it

Studio “InCuboAzione” Via Delle Fonti 480, Santa Maria a Colonica, Prato.

Ricordiamo ai nostri lettori ed agli artisti interessati che è possibile candidarsi alla selezione della quinta edizione di questa interessante iniziativa scrivendo ed inviando un portfolio alla nostra redazione: redazione@smarknews.it



Back to the Future – L’editoriale di Raffaello Castellano


È sotto gli occhi di tutti! È evidente! Lampante!

Il futuro è arrivato, quello previsto dalla fantascienza, dai veggenti, dai designer ora è realtà.

Gli anni ’70 del secolo scorso, il decennio lungo del secolo breve, come viene chiamato, attraverso i fumetti e le serie tv di fantascienza, scienziati progressisti e geniali architetti, avevano previsto, ed in parte progettato e costruito, un futuro che ancora oggi, nel 2019, non è stato pienamente realizzato e che resta ammantato da un’aura di mito e nostalgia.

Ma non tutto il futuro è come ce l’eravamo immaginato.fantasy-3757036_1920

Pensavamo di avere auto volanti, ed invece gran parte del movimento, compreso quello delle merci, avviene ancora su ruota.

Pensavamo che avremmo costruito stazioni spaziali immense, capaci di contenere intere città e sostenere grandi comunità; in realtà le stazioni spaziali ci sono, ma contengono al massimo una decina di persone e per tempi difficilmente superiori all’anno.

Pensavamo che avremmo costruito basi permanenti sulla Luna ed avremmo messo piede su Marte, ma in realtà, con il finire della Guerra Fredda, la corsa allo spazio ha perso interesse e fondi.

Pensavamo che, come in Star Trek, avremmo avuto navi interstellari con motori a curvatura, capaci di superare la velocità della luce, e soprattutto il teletrasporto, invece la scienza ci dice che, benché teoricamente fattibili, simili progetti presentano difficoltà ancora insormontabili sul piano tecnico.space-station-423702_1920

Pensavamo che la pace avrebbe regnato su tutto il globo, ma qualunque telegiornale può smentire questa previsione.

Pensavamo che la fame e la povertà sarebbero state estirpate dal nostro pianeta, ma i flussi dell’immigrazione e le morti per denutrizione del Terzo Mondo ci raccontano un’altra storia.

Pensavamo che i progressi della medicina e dei vaccini avrebbero debellato tutte quelle malattie infettive che avevano, in passato, decimato l’umanità, invece vediamo tornare alla ribalta morbi e virus che parevano estinti.

Pensavamo che i dischi in vinile, i libri cartacei e i televisori sarebbero scomparsi, soppiantati rispettivamente da un qualche tipo di disco laser, di foglio elettronico e di proiettore di ologrammi, invece sono tutti ancora nelle nostre abitazioni e anzi sono tornati pure di moda.vinyl-1233111_1920

Insomma, il futuro immaginato negli anni ’70, ma anche ’80, del secolo scorso non è quello che oggi abbiamo sotto gli occhi.

Molte invenzioni sono ancora troppo utopistiche, molte vittorie devono ancora compiersi e poi c’è un’invenzione che non solo non era stata prevista da nessuno dei fumettisti, scrittori, scienziati e veggenti, ma che è anche quella che più profondamente ha trasformato il pianeta e i suoi abitanti: la rivoluzione digitale.

Nessuno aveva mai accennato ad internet, al web, ai social, come mai nessuno li aveva previsti?

E, domanda ancora più interessante, come mai il digitale non è riuscito a soppiantare completamente l’analogico?radio-1682531_1920

Noi di Smart Marketing abbiamo un paio di idee e qualche teoria al riguardo e per conoscerle non vi resta che sfogliare il presente numero intitolato appunto “Back to the Future” (Ritorno al Futuro), e leggere gli articoli dei nostri collaboratori. Ogni contributo vuole indagare, alla nostra maniera, questo desiderio di analogico, di sostanza, di concretezza.

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P.S.

Credete che abbia esagerato?

Vi voglio lasciare con un dato: 27.448.630 euro di incasso è quanto ha totalizzato, in 9 settimane ininterrotte di programmazione nelle sale italiane, il film del momento: Bohemian Rhapsody (qui trovate la nostra recensione), che nel mondo ha incassato fino ad ora 817.637.665 dollari, con il mercato cinese che si è aperto da una sola settimana.

Il film narra la storia dei primi 15 anni (dalla fondazione, nel 1970, al 1985) della mitica band inglese dei Queen.

Forse, al di là della fascinazione che Freddie Mercury ancora esercita su milioni di fan in tutto il Mondo, anche il successo di questo incredibile film mette in evidenza quel desiderio di vintage, revival, retrò, ritorno al passato prossimo che ci ha inesorabilmente contagiato in questi ultimi anni.

Buon futuro e buona lettura a tutti.

Raffaello Castellano



L’Agenzia dei bugiardi – Il Film


Mattina presto: il telefono squilla, con la fastidiosa suoneria personalizzata di tua moglie, ti svegli di soprassalto e ti riprendi a fatica, ma poi realizzi che sei in un letto non tuo, che la casa intorno a te, benché famigliare, non ti appartiene e, cosa peggiore, che la donna nuda accanto a te non è tua moglie.

Lo so, a qualcuno potrà sembrare l’incipit di un film alla “Una notte da leoni”, ma sarebbe fuoristrada, il film è italiano, come gli attori e il regista Volfango De Biasi (Come tu mi vuoi, Iago, Natale a Londra – Dio salvi la Regina). Ma il film è anche il remake del campione d’incassi francese del 2017 Alibi.com di Philippe Lacheau.la-locandina-ufficiale-de-lagenzia-dei-bugiardi-di-volfango-de-biasi-maxw-1280

Ma torniamo al nostro spaventato personaggio: cosa fare quando, dopo una notte di bagordi con la tua amante, ti addormenti e non rientri a casa da tua moglie? E per di più hai il collo pieno di segni (leggete succhiotti) della passione? Beh, le soluzioni sono 2: o scappi con l’amante o chiami i professionisti dell’’Agenzia dei Bugiardi. Il nostro sprovveduto amico decide per la seconda opzione.

Dall’altra parte del telefono ti risponde Fred, il sempre più bravo e maturo Gianpaolo Morelli, che con fredda risolutezza ti dice subito cosa devi fare e, contemporaneamente, elabora e mette in moto un piano per riscattare la tua colpevole scappatella agli occhi di tua moglie e dei tuoi suoceri, intanto accorsi a casa tua.

Cambio scena: il campanello suona a casa tua, tua moglie inviperita viene ad aprire e ti trova malconcio su di una sedia a rotella con un collare ortopedico, scortato da un infermiere del 118 ed un poliziotto della stradale, i quali le spiegano che hai avuto un brutto incidente rientrando a casa per non investire il cane di un cieco. Fantastico, sei passato in un attimo da marito fedifrago ad eroe, salvando matrimonio ed amante e rimettendoci solo un telefonino e una macchina.

Tornati in agenzia, scopriamo che l’infermiere altri non è che Diego (lo stralunato ed esilarante Luigi Luciano), l’esperto informatico dell’agenzia, e che il poliziotto era lo stesso Fred, titolare e performer dell’Agenzia dei Bugiardi, specializzata a fornire alibi a mariti e mogli infedeli, ma anche altri servizi a tutta una serie di personaggi insospettabili. Cambio scena: Fred sta cercando personale, e lo vediamo intento a fare un colloquio ad un candidato, Paolo (l’attore e conduttore televisivo Paolo Ruffini), al quale spiega le motivazioni, il funzionamento e i servizi dell’agenzia.

Insomma, un’attività di successo, remunerativa e con un bacino di clienti pressoché illimitato. Tutto bene, tutto bello, addirittura con un certo risvolto sociale giacché, come spiega Fred al candidato Paolo, l’idea dell’Agenzia nasce da un suo personale dramma familiare che gli ha fatto maturare l’opinione che è “meglio una bella bugia che una brutta verità!”, frase usata pure come slogan aziendale.85493_ppl

Il film procede con vari interventi salva bugiardi durante la settimana di prova del candidato Paolo; tutto fila liscio fino a quando, e qui arriva il plot del film, all’agenzia non si rivolge un ricco uomo d’affari, Alberto (il sempre bravo Massimo Ghini), che espone all’agenzia un problema di difficile gestione.

Senza voler svelare altro del film, che consiglio di vedere, veniamo alla critica vera e propria.

Il film gira bene, gli attori si innestano perfettamente gli uni sugli altri, la regia è lieve, la sceneggiatura solida (entrambe di Volfango De Biasi) e le situazioni che l’Agenzia dei Bugiardi è chiamata a risolvere, benché al limite dell’assurdo, sono credibili ed esilaranti. Il film per la prima parte è girato soprattutto in interni, stanze, alberghi, etc., ma nella seconda parte si apre all’esterno con scenografie naturali ben sfruttate, fra cui spicca un resort di lusso in Puglia, meta gettonatissima dalle produzioni italiane ed estere.

Gianpaolo Morelli e Diana Del Bufalo sul set del film.
Gianpaolo Morelli e Diana Del Bufalo sul set del film.

Su tutto spiccano, come succede in questo tipo di commedie, le interpretazioni degli attori, tutti bravi, ma tra di esse emergono quelle di Gianpaolo Morelli, sempre più credibile e a suo agio nei ruoli borderline sia al cinema che in tv, di Massimo Ghini, attore maturo e pieno di sfumature, di Alessandra Mastronardi, frizzante e poliedrica attrice che si muove perfettamente fra cinema e fiction, commedia e drammatico, e della sorprendente Diana Del Bufalo (Amici, La profezia dell’armadillo, Puoi baciare lo sposo), che interpreta con ironia e voglia di prendersi in giro il ruolo di W Cinzia (non viva ma doubleV) che fa da collante a tutti i personaggi del film.

La Del Bufalo, che attualmente è nelle sale sia con questo film che con il mediocre “Attenti al Gorilla” di Luca Miniero, canta, sui titoli di coda, in un videoclip musicale che, parodiando Baby K, prende in giro il rap italiano con tanto di twerking, vestiti animalier, ambientazioni urban-pop, e che da solo merita i soldi del biglietto.

Per concludere, possiamo dire che il film regala 102 minuti di divertimento, senza parolacce, condito con una discreta dose di riflessione sociologica su cosa la nostra società di consumatori compulsivi è diventata. Il regista sembra dirci che oggi si compra, ma soprattutto si consuma, di tutto: matrimoni, infedeltà, scappatelle e, ahimè, se tutto è in vendita, allora anche la verità e le bugie sono sul mercato e possono essere acquistate dal miglior offerente e manipolate dall’abile professionista. Una metafora di internet, dei Big Data, delle fake, della disinformazione, un film che fa ridere con un po’ di amarezza e riflettere con un senso di disgusto.

Mentre scrivo questa recensione (21 gennaio), il film è 5° al Box Office, con un incasso totale di 893.223 euro a quattro giorni dall’uscita, il 17 gennaio 2019, battendo nel weekend addirittura il blockbuster Aquaman, che si ferma a 864.559 euro.