Work in progress – L’editoriale di Ivan Zorico


ivan-zorico-01-minNoi Millennials, ossia quella generazione nata tra il 1980 ed il 1995, siamo stati abituati per gran parte della nostra vita a concepire l’ingresso nel mondo del lavoro in maniera molto lineare.

L’equazione era semplice: diploma di maturità + diploma di laurea = lavoro sicuro.
Per i più fortunati, alle volte questa equazione poteva essere anche più semplice: diploma di maturità = lavoro sicuro.

Questa equazione non era frutto della nostra immaginazione e non l’avevamo imparata guardando la TV o sui libri di scuola. A darci questa certezza e questa forma mentis era l’esperienza indiretta dei nostri genitori, degli amici più grandi, dei parenti e dei conoscenti. Il leitmotiv era più o meno questo: studia, impegnati e vedrai che il lavoro arriverà. E in effetti questo schema è stato vero per molto tempo.

Poi, ad un certo punto, questa equazione ha iniziato a non restituire più il risultato atteso o quanto meno sperato. Ecco come si è presentata la nuova equazione: diploma di maturità + diploma di laurea = precariato. E, come conseguenza, abbiamo dovuto imparare a conoscere in fretta termini come co.co.co, agenzie interinali, voucher et similia.

Oggi è evidente che viviamo e ci confrontiamo con un mondo molto più complesso di quello passato, dove per passato intendo già soltanto un mondo di 15 anni fa. Siamo stati costretti a riformattare rapidamente le nostre teste e, al contempo, sviluppare competenze nuove come flessibilità, auto-imprenditorialità e proattività, così giusto per dire le prime tre che mi vengono in mente. E tutto questo in un mercato del lavoro, quale quello italiano, sostanzialmente statico.

Opportunità di lavoro

È inutile girarci intorno, non è facile: il contesto è cambiato e la competizione è aumentata. Ma non è impossibile. In una condizione profondamente mutata, ci sono opportunità che si possono cogliere e obiettivi personali e lavorativi che si possono ancora raggiungere. Perché se è vero che rispetto ai nostri “predecessori” la vita si presenta più complessa, è vero anche che noi possiamo contare su strumenti e tecnologie che per loro erano impensabili.

Dato che noi di Smart Marketing, come ormai avrete avuto modo di conoscerci, siamo orientati a rappresentare i lati positivi e più in generale il mondo delle opportunità piuttosto che quello delle recriminazioni, abbiamo voluto dedicare questo numero – “Work in progress” – proprio al mondo del lavoro per dare nuovi spunti di riflessione a chi magari vi si affaccia per la prima volta, ma anche per coloro i quali hanno già delle esperienze lavorative alle spalle.

Scopri il nuovo numero dedicato al mondo del lavoro:

E il momento storico non poteva essere più congeniale: in attesa che il Reddito di Cittadinanza (di prossima attuazione) sviluppi realmente il suo possibile potenziale e che si manifesti davvero come un modo per avvicinare domanda e offerta (di lavoro) e non si palesi invece come una mera forma assistenzialistica come più di qualcuno ipotizza, noi siamo convinti che la conoscenza e la proattività siano le basi per il cambiamento e per poter incidere positivamente sulla propria vita. Sia essa riguardante la sfera personale che, appunto, quella lavorativa.

D’altronde, come dicevano i latini: “Homo faber fortunae suae”.

Ivan Zorico




L’evoluzione del mercato del lavoro nel marketing e nella comunicazione (digitale). Intervista a Cristiano Carriero.


Partiamo dal vedere un po’ di numeri per inquadrare il settore digitale.

Il mercato del digitale in Italia cresce di anno in anno: nel 2018 valeva 65 miliardi di euro, +22% rispetto al 2016 (Fonte: Elaborazioni IAB/EY). Questa crescita, come ovvio che sia, ha avuto anche delle ricadute a livello occupazionale: 285 mila unità nel 2018, contro le 253 mila del 2017. A perimetro allargato, i numeri che abbiamo appena visto assumono valori ben più importanti: nel 2018 il digitale ha generato un indotto economico pari a 89 miliardi di euro e fatto registrare 675 mila occupati.

Chi si occupa di marketing e comunicazione (digitale) sa bene che è molto importante conoscere il contesto in cui ci si muove per capirne le dinamiche, seguire o anticipare i trend e cogliere le opportunità di sviluppo. E mai come in questo nostro tempo tale principio appare vero.
Infatti, chi si occupa già da qualche tempo di marketing e comunicazione può dire di aver vissuto davvero il cosiddetto Prima e Dopo.

In soli 10 anni tutto è cambiato: prima il lavoro del comunicatore era impostato sulla costruzione e veicolazione del messaggio per e attraverso i mass media. Oggi ­­– dopo – il mondo della comunicazione è molto più parcellizzato e nuovo. Non si parla solo di nuovi strumenti e tecnologie – social media, blog, et similia – ma anche, se non soprattutto, di nuovi contenuti e nuovi linguaggi.

Se cambiamo il come comunichiamo, cambiamo anche il cosa comunichiamo.

L’avvento dello smartphone e la proliferazione dei social media hanno messo al centro la persona in maniera inequivocabile. Siamo, di fatto, nell’era del marketing della prossimità. E di questo ne dobbiamo essere consapevoli.

Nella foto: Cristiano Carriero. Fonte: profilo Facebook
Nella foto: Cristiano Carriero. Fonte: profilo Facebook

Per capire meglio come è cambiato il mondo della comunicazione e del marketing abbiamo voluto intervistare un professionista, Cristiano Carriero, che da tempo lavora in questo settore e che ha vissuto proprio quella fase, del prima e dopo, di cui abbiamo parlato. Cristiano può vantare una lunga esperienza lavorativa all’interno di agenzie di comunicazione, ma è anche formatore, autore di libri, curatore della collana di digital marketing per Hoepli ed ha fondato la Content Academy all’interno della quale si affrontano, in maniera trasversale, i pilastri del marketing.

Cristiano, ti sei formato in un mondo analogico e hai iniziato a lavorare nel mondo pre social/rivoluzione digitale: come e cosa è cambiato di più nella tua professione?

I media sono diventati tantissimi. Chi prima lavorava nella comunicazione doveva costruire e veicolare il messaggio attraverso la stampa, la radio e la televisione. Quindi preparare un comunicato stampa, un messaggio radio, ecc. Oggi, già all’atto della costruzione del messaggio, devi pensare ai vari format, come ad esempio alle Storie di Instagram. Se vuoi comunicare in maniera adeguata non puoi prescindere da questo aspetto.
Ovviamente niente può essere improvvisato: le radici formative ti aiutano a capire cosa comunicare per poi pensare a come diffonderlo. Lo strumento comunque viene dopo e non è di certo la panacea di tutti i mali. È comunque fondamentale conoscere bene le varie piattaforme per capire come e cosa funziona di più, quali sono le dinamiche che si sviluppano all’interno e stare vicino alle persone. Proprio quest’ultimo punto è fondamentale: lo strumento che oggi funziona veramente è conoscere le persone.

Scopri il nuovo numero dedicato al mondo del lavoro:

Quali figure professionali saranno maggiormente richieste nel prossimo futuro e perché?

A breve termine, i ruoli dedicati all’influencer marketing. Questo sarà vero sia nelle piccole e medie agenzie che nelle aziende. In particolare servirà gente preparata nello scouting, mappatura, selezione, contatto, storytelling, analisi della campagna e monitoraggio delle azioni messe in campo.

Poi sicuramente persone che si occupino di content marketing, ossia figure professionali in grado di gestire tutto il funnel: dalla studio della strategia al contatto finale.

E, in ultimo, chi conoscerà molto bene lo strumento delle Ads. Persone capaci di fare la differenza e di essere davvero verticali su una piattaforma. Non so, per fare un esempio, mi viene in mente il nome di Veronica Gentili se si parla delle campagne di comunicazione su Facebook.

L’evoluzione del mercato del lavoro nel marketing e nella comunicazione (digitale). Intervista a Cristiano Carriero.

Prima di salutarci, quale percorso consiglieresti di intraprendere in termine di formazione e lavoro nel digital marketing sia per chi è alle prime armi e sia per chi invece ha già qualche anno di esperienza?

Per i più giovani certamente seguire dei punti di riferimento. Nel mio caso, ad esempio, ricordo che seguivo con costanza Luca Conti. In generale bisogna cercare di entrare in contatto con chi è del mestiere, frequentare corsi di formazione ed eventi, per individuare quelle due o tre aree in cui ci si vuole indirizzare. Poi, una volta individuate, bisogna studiare tanto e specializzarsi.

Per chi ha già qualche anno di esperienza, invece, bisogna iniziare a mischiare le carte. Magari invece di seguire un (ennesimo) evento verticale sul social media marketing, bisogna cercare di investire il proprio tempo in corsi come business management o ritornare più alle origine andando ad approfondire temi come la costruzione del messaggio. Quel che è certo è il rischio di rimanere indietro: bisogna sempre aggiornarsi ed evitare di stazionare nella zona d comfort.




Cercare il lavoro nell’era di LinkedIn, di Google e del digitale: guida e consigli pratici.


Con un tasso di disoccupazione che in Italia permane da anni stabilmente in doppia cifra, il tema del lavoro resta uno degli argomenti più spinosi da trattare.

Il mondo del lavoro è cambiato molto negli ultimi anni ed è cambiato sia sostanzialmente che formalmente. Accanto o addirittura in sostituzione alle professioni tradizionali sono nati nuovi lavori. Oltre alle competenze professionali sempre più importanza stanno registrando nel processo di selezione le cosiddette competenze trasversali o soft skills. La competizione è aumentata, il grado di preparazione richiesto è massimo e bisogna essere sempre più in grado anche di reinventarsi per saper cogliere velocemente le opportunità, sia che si abbiano 20, 30, 40 o anche 50 anni.

Tra chi dice che ormai il curriculum vitae in formato europeo sia diventato uno strumento desueto e chi afferma che oggi il lavoro non si cerca ma si attrae, sono tante le filosofie e i modi interpretare la ricerca del lavoro.

Fatto sta che oggi difficilmente si può pensare di uscire da scuola o dall’università, piuttosto che cercare una nuova occupazione, senza avere una strategia ben precisa. Non si può certo pensare che basti semplicemente redigere il CV, inviare qualche email e sperare che il lavoro arrivi subito dopo. Certo non è una legge scritta sulla pietra, ma credo siano in pochi quelli in grado di testimoniare di aver vissuto un’esperienza come quella appena descritta. Molto più facile è trovarsi ad ascoltare il racconto di amici e conoscenti che dopo aver inviato nel tempo email a pioggia con tanto di CV e lettera motivazionale in allegato, non solo non hanno trovato lavoro ma non hanno neanche ricevuto una ben che minima risposta.

Strategia per trovare lavoro con LinkedIn, Google e il digitale

Ormai lo sappiamo, quando vogliamo cercare informazioni su qualcosa o qualcuno andiamo su Google e digitiamo l’oggetto della nostra ricerca. Capita quando dobbiamo scegliere una meta turistica, per scegliere un ristorante e anche per avere informazioni in merito ad una persona che si è candidata per una posizione lavorativa o per ricercare autonomamente un professionista.

La ricerca può avvenire in due modi: possiamo fare ricerche più generiche come per esempio digitare “Ristoranti a Milano” o ricercare qualcosa di più definito come per esempio “Ristorante tal dei tali”. Nel primo caso le uniche cose che sappiamo è che vogliamo andare a cena fuori e dove, mentre nel secondo caso già conosciamo il nome di un ristorante specifico in grado di soddisfare le nostre necessità.

Scopri il nuovo numero dedicato al mondo del lavoro:

Stessa cosa vale quando un selezionatore ricerca informazioni su una persona da inserire in azienda o su una persona a cui affidare una consulenza. Ma capita banalmente anche a noi quando abbiamo necessità di cercare ad esempio un/a nutrizionista, un/a commercialista o un/a elettricista.

Vediamo nel dettaglio.

Poniamo il caso – ricerca generica – che un selezionatore abbia necessità di ricercare una figura professionale e che non abbia altre coordinate se non l’oggetto della ricerca, ad esempio: formatore.

Bene la situazione potrebbe essere questa: potrebbe iniziare a vagliare dei CV che gli sono arrivati nel tempo, potrebbe avvelarsi di qualche agenzia/consulente specializzati nella ricerca e selezione del personale o potrebbe ricercarlo in autonomia attraverso LinkedIn, al momento la piattaforma social per il lavoro per eccellenza.

L’altro caso – ricerca definita –  potrebbe essere che il selezionatore (o chi per lui), magari dopo un processo di ricerca come quello che abbiamo appena visto, abbia finalmente tra le mani il CV o il nominativo della persona che idealmente potrebbe fare al caso suo.

Bene, oltre a leggere con attenzione le informazioni inserite all’interno del CV, molto probabilmente digiterà il nome del candidato su Google per cercare ulteriori informazioni sul suo conto. Informazioni in grado di restituirgli un profilo più strutturato e completo.

E se quel candidato fossi tu, quali informazioni vorresti che trovasse? Vorresti che trovasse informazioni di poco conto, addirittura controproducenti o di valore?

Evidentemente tutti vorremmo che trovasse online informazioni di valore, ossia informazioni in grado di confermare la buona impressione suscitata dalla lettura del nostro Curriculum Vitae e che rafforzasse in lui l’idea che effettivamente siamo il professionista giusto che stava ricercando.

Cercare il lavoro nell’era di LinkedIn, di Google e del digitale
Cercare il lavoro nell’era di LinkedIn, di Google e del digitale

Già, ma come si fa?

Come abbiamo detto all’inizio di questo articolo, oggi non si può pensare di cercare lavoro senza avere una strategia ben definita e il digitale in questo contesto può esserci di grande aiuto.

Consiglio 1: No a foto indesiderate

Innanzitutto partiamo con una piccola analisi: proviamo a digitare il nostro nome su Google e scopriamo cosa appare. Se vediamo che tra le “immagini relative” ci sono foto di noi non propriamente professionali magari sarebbe il caso di eliminarle o di modificare le impostazioni di privacy dei nostri profili social.

Consiglio 2: Profilo LinkedIn attivo (e aggiornato)

A meno che non abbiate un blog personale, sarebbe bene che il primo risultato espresso da Google fosse il vostro profilo LinkedIn. Se non avete un profilo LinkedIn correte subito ad attivarlo. Anzi aspettate ancora un attimo perché tra un po’ troverete dei suggerimenti per aprire (o magari modificare se già lo avete attivo) il vostro profilo LinkedIn.

Consiglio 3: Personal branding

Adoperarsi per far trovare al vostro ipotetico selezionatore informazioni di voi correlate alla vostra professione. Parlo ad esempio di interviste, di partecipazione ad eventi o convegni in qualità di relatore, di video o articoli nei quali dispensate consigli utili e nei quali mettete in mostra il vostro sapere e le vostre conoscenze professionali. In una parola, anzi due: personal branding.

In questo modo il vostro selezionatore avrà tutti gli elementi necessari per valutarvi in maniera completa potendo dedurre che siete un professionista attento, di cui potersi fidare e per il quale sarà giusto poter investire del tempo in uno o più colloqui di selezione. In sostanza, per cercare lavoro nell’era di LinkedIn, di Google e del digitale la vostra reputazione online è fondamentale.

Consiglio 4: Proattività

Come potete leggere tra le righe, la ricerca del lavoro non è un’attività passiva. Richiede tanto impegno e lavoro (sì è così, serve lavoro per trovare lavoro) da parte nostra. Emergere oggi non è facile e quindi bisogna attivarsi per posizionarsi e per essere riconoscibili. Quindi è sicuramente una scelta vincente produrre contenuti di valore da veicolare, ad esempio, attraverso un blog o un canale You Tube. Certo, non nel brevissimo termine ma nel medio-lungo termine darà i ritorni sperati. Attenzione, non serve diventare influencer o avere migliaia e migliaia di follower: l’obiettivo resta sempre quello di farsi percepire professionali, credibili e competenti. E per raggiungerlo non è necessario diventare delle web star. Poi, se lo diventerete, ben venga. In tal caso, come si dice in questi casi: ricordatevi degli amici.

Bene, abbiamo detto quindi che farsi trovare pronti ad una possibile ricerca di informazioni sul nostro conto su Google è molto importante per la ricerca del lavoro.

Ora quindi passiamo a qualche consiglio utile per avere un buon profilo LinkedIn.

La foto

L’abbiamo detto prima: sono da evitare foto non professionali. Quindi non inserire foto di noi al mare, con gli occhiali da sole o con abbigliamento poco consono. Come in tutte le cose vince la semplicità, per cui basterà che si vedano bene il viso e gli occhi, che non sia sfocata o tagliata e che indossiate degli abiti professionali. Insomma, andreste mai a fare un colloquio di lavoro in bermuda ed infradito?

Headline o descrizione breve

Qui andrete ad inserire la vostra professione, ciò che vi caratterizza, che sapete fare e dove lo fate (inteso in quale azienda). Ad esempio: Brand manager, Ingegnere informatico, ecc. Se al momento non avete una occupazione, è preferibile non scrivere frasi come “Disoccupato” o “Alla ricerca di un posto di lavoro”. Voi possedete una vostra professionalità al netto del fatto che al momento la stiate esercitando o meno. Ad esempio, uno psicologo lo è tale anche se in quel preciso momento non è assunto o se non sta svolgendo la professione come autonomo.

Il riepilogo

In questa sezione possiamo descrivere cosa sappiamo fare e chi siamo. Ho appositamente scritto prima “cosa sappiamo fare” in quanto le persone si aspettano sempre di leggere quello che può tornare utile a loro. Per farlo è fortemente consigliato l’utilizzo di parole chiave tipiche del nostro settore.

Posizioni lavorative

È giusto avere due o tre posizioni lavorative precedenti a quella attuale. In questo modo rappresenteremo correttamente le nostre passate esperienze e competenze acquisite.

La formazione

La sezione relativa alle esperienze educative è fondamentale per mettere in luce il percorso di studi realizzato. Bisogna quindi indicare il periodo in cui abbiamo svolto tali attività, il nome degli Istituti e le materie affrontate.

Le competenze

In questa sezione possiamo evidenziare le competenze acquisite come, ad esempio, potrebbe essere “Social Media Manager”. Essendo una piattaforma social, LinkedIn consente ai tuoi contatti di raccomandarvi dandogli la possibilità di confermare l’effettivo possesso di tale competenza/e.

La località

LinkedIn consente di geolocalizzarvi: in questo modo sarà più semplice per un selezionatore capire in quale località svolgete il vostro lavoro.

I collegamenti

È preferibile “sfondare il muro” dei 500 collegamenti. Per poter arrivare a tale risultato si potrebbe richiedere l’amicizia/contatto a chi ha frequentato l’università o la scuola con noi, ai colleghi di lavoro o a chi opera nel nostro stesso settore, magari per scambiarsi anche idee e suggerimenti.

Perfetto, una volta eseguite o riviste queste attività, l’ultimo consiglio è quello di utilizzare e “vivere” la piattaforma. LinkedIn è un social, certo di stampo professionale, ma pur sempre un social. Pertanto partecipate alle discussioni, condividete articoli di interesse o postate contenuti scritti da voi. L’obiettivo è sempre lo stesso: farsi percepire professionali, credibili e competenti. Questa è l’unica strategia possibile per cercare e trovare lavoro al tempo di LinkedIn, Google e del digitale.

PS Non dimenticate di consultare la sezione Lavoro di LinkedIn: è davvero ben fatta e utile.

Spero che questo articolo vi sia utile.
Fatemelo sapere nei commenti e, se volete, aggiungetemi ai vostri collegamenti per restare in contatto su LinkedIn: www.linkedin.com/in/ivanzorico




I rischi della rete: il Safer Internet Day


Il web e il digitale offrono tante opportunità. E questo credo sia noto ai più. Ogni tanto, però, è anche giusto ricordare i rischi che possono celarsi dietro l’utilizzo non corretto del mezzo. E il Safer Internet Day è sicuramente l’occasione giusta.

I rischi della rete: il Safer Internet Day 2019
I rischi della rete: il Safer Internet Day 2019

Ecco alcuni tra i maggiori rischi:

C’è la necessità di portare avanti percorsi di educazione al digitale: se pensiamo che FB ha compiuto ieri 15 anni e che lo smartphone è in circolazione da poco più di 10 anni, molto probabilmente non tutte le persone hanno avuto il tempo, o la capacità, di capire come maneggiare al meglio questi strumenti.




Back to the Future – L’editoriale di Ivan Zorico


ivan-zorico-01-minSarà che sono pienamente in target, sarà che seguo solo quello nel quale mi riconosco o per il quale ho un interesse forte, ma a me sembra di vedere solo contenuti e prodotti “confezionati” per chi si trova nei Trenta.

Profili social come Viva gli anni ’90, Serie A – Operazione Nostalgia o Sole, Whisky e sei in Pole Position, citazioni varie, film e ricordi più in generale, tutto mi ricorda e mi riporta agli ’80 e ’90.

Poi, però, dopo questa scorpacciata quotidiana di nostalgia, rinsanisco, riprendo contatto con l’oggi, e mi ricordo di come funzionano gli algoritmi che stanno dietro a siti come Facebook, Instagram, Google, et similia. In buona sostanza mi mostrano quello che voglio vedere.

Tutto molto semplice. Tutto molto regolare. Ma c’è un ma.

Il ma è che non sono solo io a vivere questa situazione. Milioni di persone si nutrono giornalmente dei medesimi contenuti: i loro ricordi affondano le radici negli stessi riferimenti culturali e si riconoscono in modelli, situazioni e archetipi comuni.
Insomma, per dirla con una terminologia cara al marketing, siamo un mercato.

Di questo, ovviamente, non me ne sono accorto solo io.

Tutta l’industria, da quella cinematografica a quella delle tecnologia, passando da quella dei dolciumi e della moda, ha capito che quelle generazioni di adolescenti (o poco più) vissute a cavallo degli anni ’80 e ’90, oggi sono cresciute ed sono diventate adulte. Adulti che hanno capacità di spesa (seppur in molti casi legata a contratti precari) e con un forte radicamento al passato. Il loro.

Remake di film di successo, prodotti in voga 20 anni fa e addirittura le merendine, che abbiamo mangiato da piccoli, sono tornate sul mercato spinte da quei brand che sentiamo ormai un po’ nostri.

Quello a cui stiamo assistendo in questo periodo è un clamoroso ritorno al passato trainato, molto probabilmente, da due fattori principali: la voglia di certezze e la voglia di sentirsi meglio o migliori.

Evidentemente, in un mondo che ormai va davvero velocissimo e che ci pone costantemente sfide sempre più importanti, tornare con la mente a momenti più rilassati ci appare come rifugio naturale al quale è difficile rinunciare. E, il secondo aspetto, è facilmente riassumibile nella tipica frase della nonna: “si stava meglio quando si stava peggio”.

Scopri il numero dedicato al marketing della nostalgia:

Bene, in questo contesto, le aziende e i brand cercano di andare a pescare quei prodotti e quelle percezioni a noi care per riproporli sul mercato (ossia a noi) e, perché no, cercare in questo modo di trainare anche il nuovo prodotto di punta.

 Ivan Zorico




Il potere del marketing della nostalgia


Il potere della TV lo si vede in azione ogni qual volta che un consumatore americano acquista una confezione di cereali per la colazione. Per uno spot pubblicitario che ha visto tanti anni fa, è disposto ancora oggi a spendere di più per quella confezione di corn flakes o riso soffiato. Nell’arco di una vita equivale a migliaia di dollari in cost premium per la pubblicità dei soli cereali per la colazione.
Naturalmente il fenomeno non riguarda soltanto i marchi in vendita nei supermercati, ma interessava anche i nomi come John Hancock e Merrill Lynch, Prudential, Archer Daniels Midland, Jeep e persino Ronald Regan. Grandi nomi e grandi idee che hanno avuto un impatto enorme sulla nostra vista.
 (Seth Godin in “La mucca viola. Farsi notare (e fare fortuna) in un mondo tutto marrone”, edito da Sperling & Kupfer).

Con queste parole Seth Godin (uno dei blogger di marketing più influenti del mondo) spiega lucidamente il motivo per il quale il marketing della nostalgia abbia un potere immenso e funzioni molto bene ancora oggi.

Prima dell’avvento dei nuovi media e del passaggio da una comunicazione di massa ad una di nicchia, l’unico vero mezzo tramite il quale i consumatori potevano conoscere i prodotti di cui necessitavano (o di cui avrebbero avuto bisogno) era la televisione. Sostanzialmente senza interferenze e senza soluzione di continuità, la televisione trasmetteva pubblicità, jingle e claim che, giorno dopo giorno, entravano nelle nostre teste e si cristallizzavano nei nostri ricordi.

Ecco la “prova del 9”:

Solo il 99,99 % di voi avrà completato correttamente i claim qui sopra e ne avrà associato il relativo brand/prodotto, sempre che siate nati tra gli anni ’80 e i primi anni ’90.

Ancora oggi, se devo pensare di comprare un pennello penso a Cinghiale, se voglio bere un digestivo propendo per l’Amaro Lucano e se ho desiderio di un gelato confezionato con il biscotto scelgo il Maxibon.
Di questi esempi potrei farne a decine.

Il punto è che questi brand/prodotti sono entrati dentro la testa di più generazioni di consumatori ed hanno un vantaggio competitivo formidabile. Per me, come per milioni di altre persone saranno sempre (o quasi) la prima scelta. Sono perfettamente riconoscibili.

Oggi, invece, questa meccanismo che permetteva di penetrare così massivamente nella testa delle persone – il complesso industriale-televisivo – è entrato in crisi. Il fattore principale che ha determinato questa situazione è la cosiddetta “guerra dell’attenzione”. Essendo immersi tra notifiche, e-mail, chat, informazioni, stimoli, et similia, non riusciamo più a prestare un’attenzione costante e, soprattutto, evitiamo tutto ciò che ci distoglie dalle nostre attività.

Fate caso a come si guarda la televisione oggi: in una mano si ha il telecomando e nell’altra lo smartphone. Sempre se siete tra coloro che ancora guardano la televisione. Perché, da tempo, ci sono migliaia di persone che ormai non l’accendono neanche più.

Pertanto per un brand che in passato è riuscito a lavorare su un certo posizionamento, e che ha instaurato un legame quasi familiare con le persone, è certamente più semplice ricorrere al marketing della nostalgia.

Solo pensare ad un prodotto o rivedere una pubblicità ci fa fare un balzo nel passato, laddove tutto era più bello e sereno. Ebbene sì, è innegabile, il passato fa questo effetto.

Scopri il numero dedicato al marketing della nostalgia:

E ora vi chiedo: quanto sareste disposti a spendere per sentirvi di nuovo sereni come un tempo? Quale prodotto scegliereste tra uno che sentite parte di voi e uno del quale avete sentito appena qualcosa?
Entrambe le domande sono ovviamente retoriche.

Ecco, l’essenza del marketing, non solo della nostalgia, si riassume tutta qui.
Il marketing non serve per vendere prodotti ma per creare percezioni.




#10yearschallenge: complotto di Facebook o semplice fenomeno social?


In questi giorni sta girando molto, proprio quasi quanto il fenomeno stesso della #10yearschallenge, l’idea che questa sorta di gioco non sia un semplice modo per condividere (ancora una volta) qualcosa che ci riguardi, ma che abbia dei secondi fini. 

 

Semplificando, l’idea che sta passando è che questa “10yearschallenge” possa essere quasi assimilata ad un “complotto” ordito da Facebook per poter avere un grosso quantitativo di nostre foto (del prima e del dopo) utili per attività di riconoscimento facciale, machine learning et similia. Tali attività (così come le altre informazioni su di noi che giornalmente cediamo ai social network, ed al mondo del web più in generale) consentirebbero di profilarci (vedi il caso di Cambridge Analytica) e di potenziare, appunto, gli strumenti di riconoscimento facciale per diversi scopi.

#10yearschallenge: complotto di Facebook o semplice fenomeno social?

Per carità il tema della privacy è certamente delicato e l’utilizzo e la gestione che si fa (e si farà) dei nostri dati è, e deve essere sempre, oggetto di dibattito. Ma credo che in questo caso non si possa gridare allo scandalo.

PER APPROFONDIRE, SCOPRI LE NOSTRE RUBRICHE:

 

Credo che da tempo abbiamo abdicato alla “riservatezza” per poter ricevere servizi in cambio. Non serve indignarsi o giocare a fare i complottisti.

Se il gioco non ci piace, basta non giocare. Se non vogliamo far conoscere qualcosa di noi, basta non pubblicarlo. Non è difficile. E credo che sia ormai cosa nota a tutti.

O, almeno, lo spero.




Un grande classico di ogni inizio anno: le previsioni sul marketing e i social media.


Quali saranno i trend del marketing nel 2019: cosa farà più vendere? Cosa funzionerà di più sui social?Le previsioni e i trend sul marketing e i social media nel 2019

Video, Podcast, Influencer di tutti i tipi (macro, micro, nano), Storie, IGTV e così via. Consigli molto utili sì, ma manca qualcosa di importante.
Quello che emerge con forza negli articoli che circolano in questi giorni è la centralità del mezzo. Una fede incondizionata verso lo strumento.

Il “Come comunicare” è diventato il “Cosa comunicare”.

Più in generale mi sembra sempre più evidente l’estrema importanza che si dà al mezzo di turno e la contemporanea sottovalutazione del Perché e del Cosa comunicare. Come se lo strumento portasse con sé qualcosa di magico.

Bisognerebbe invece tornare a puntare l’attenzione sulla strategia e sulle motivazioni. Tornare a Pensare prima a Cosa comunicare e solo dopo al Come. E non viceversa.

Lo strumento deve essere il mezzo e non il fine.

In questo modo sarà anche più “semplice” valutare l’efficacia del lavoro svolto e motivare i risultati acquisiti.




Simply the best - L'editoriale di Ivan Zorico


ivan-zorico-01-minFine anno, tempo di bilanci.

Solitamente quando voglio ricordare cosa di importante è successo in Italia e nel Mondo nell’anno che si sta per concludere, mi affido a quello che possiamo definire l’Oracolo dei tempi moderni.
Quell’entità capace di avere una risposta su tutto e di averla anche in tempi estremamente brevi, se non immediati. Sì signori, parlo di Google.

Google, che tra l’altro, proprio nel 2018, ha compiuto 20 anni.

Ma, quest’anno, voglio fare una scelta differente.

Voglio ripercorre l’anno attraverso le pagine digitali di questo mensile che, ormai, alla luce delle sue oltre 50 pubblicazioni, è divenuto una realtà riconosciuta.

Partiamo proprio da questo numero pieno: 50! A giugno del 2018 abbiamo festeggiato le 50 pubblicazioni di Smart Marketing. Per questo motivo, il numero quel mese lo abbiamo dedicato ad un tema a noi caro i Traguardi. Traguardi da intendersi non come punti di arrivo, ma come momenti da celebrare e da cui ripartire per continuare il percorso di crescita personale e professionale.

Qualche mese prima, a febbraio 2018, ci siamo soffermati su di un tema molto rilevante per chi fa informazione seriamente, come ci impegniamo a fare anche noi da 5 anni a questa parte: le Fake News. Le bufale sono sempre esistite, ma la loro propagazione negli ultimi anni ha avuto un’elevatissima impennata, con tutto quello che ne consegue. È stato un tema centrale nella campagna/vittoria elettorale di Trump. Ed è stato un tema centrale anche per l’esito delle nostre elezioni nazionali.

Negli altri numeri, essendo un mensile tematico che affronta e approfondisce argomenti e notizie relative al marketing, alla comunicazione e ai social media, abbiamo sviluppato diversi punti rilevanti.

Eccone una selezione:

Come dicevo, ormai questo mensile ha già molte pubblicazioni alle sue spalle. Contenuti che, come avrete avuto modo di leggere in questi anni, sono stati sempre pensati e diffusi per dare un valore o una utilità al lettore. E di questo se ne sono accorti, con mia e nostra somma soddisfazione, anche gli addetti ai lavori. Quest’anno sono infatti davvero tanti gli eventi di settore ai quali Smart Marketing è stato invitato in qualità di media partner:

Se il numero di persone interessate ai nostri articoli aumenta e se gli addetti ai lavori, anche conseguentemente, individuano della qualità nel lavoro che portiamo avanti, questo per noi è indubbiamente il segnale che stiamo facendo le cose nella maniera giusta.

Tutto molto auto-celebrativo direte voi?
Sì, certo. Per alcuni versi non posso darvi torto. Ma non è solo questo, c’è molto altro.

Simply the best - L'editoriale di Ivan Zorico

La scelta di non affidarsi a Google, in questo caso, è voluta essere una sorta di esercizio di concentrazione.

È stata dettata dalla chiara volontà di voler prendere il controllo della massa di informazioni che si ha a disposizione, sforzarsi di asciugare il rumore nel quale siamo continuamente immersi e distillare il tutto per prendere quello che per noi è davvero importante.

In un mondo dove ormai ci confrontiamo non più o non solo con il nostro vicino di banco, ma anche con vip e influencer di ogni ordine e grado, è sempre più difficile chiarire il nostro attuale perimetro, il nostro campo da gioco e le persone e situazioni con le quali realmente possiamo avere qualcosa in comune.

Spostandoci da Google, ma rimanendo nel mondo digitale, basta guardare i nostri profili social, personali o aziendali che siano: i nostri post, i nostri contenuti o le nostre storie, sono (apparentemente) sullo stesso livello di personaggi che hanno mezzi e risorse di gran lunga superiori alle nostre. Abbiamo un senso di parità, di orizzontalità, che se vogliamo marca però, ancor di più, la distanza che c’è tra noi (anime di dio, cfr persone comuni) e loro (vip e influencer).

E questo vale sia per questioni puramente estetiche che professionali.

Ad esempio Instagram, in questo senso, non lascia scampo: mostra e alterna, intelligentemente, influencer e amici comuni.

Pertanto credo, che di tanto in tanto, sia giusto essere autocelebrativi, senza cadere nell’autoreferenzialità. Ci aiuta a capire e a fare il punto su cosa di buono abbiamo fatto e a pensare a cosa poter fare per migliorare e crescere ancora. Perché, se come ho detto, da un lato dobbiamo capire qual è il campionato in cui giochiamo per giocarlo al meglio delle nostre possibilità, ben venga avere degli stimoli continui e dei confronti con persone che sono riuscite ad avere un certo grado di notorietà. Potremo in questo modo prendere ispirazione e seguirne le orme. D’altronde anche questi fantomatici influencer non sono nati già competenti o non sono nati già con un brand personale forte.

Attenzione però: un conto è cercare di capire le dinamiche che ci sono dietro ad un percorso virtuoso, e un conto è cercare di replicare fedelmente la strada di questo o quell’influencer.
Le persone non cercano dei cloni. Bisogna rimanere fedeli alla propria unicità e lavorare sodo affinché emerga. Sarà solo questa la caratteristica che, alla lunga, sarà premiante.

Nel 2019 cerchiamo di farlo tutti. Questo è il mio augurio.

 

Ivan Zorico




I numeri del digitale nel 2018: conferme e continue opportunità di crescita.


Se sino a pochi anni fa un po’ tutti quelli che non si occupavano di digitale tendevano a prendere sotto gamba questo settore economico, oggi è davvero difficile trovare qualcuno che non riconosca la centralità del digitale e le tante opportunità di sviluppo che offre.

A dir la verità qualcuno, anzi più di qualcuno, che nega l’evidenza o che, più o meno faziosamente, sottostima l’impatto del digitale c’è e lo si può trovare a tutti i livelli. Le motivazioni di tale realtà, a mio parere, possono dipendere o da una incapacità (anche in buona fede) di non comprendere la rivoluzione digitale che ormai da 10 anni è in atto o, peggio, da una difesa strenua di posizione derivante da una old economy. In tutti i casi, entrambi i personaggi, prima o poi, dovranno fare i conti con il cambiamento.

Per tutti gli altri però, siano essi addetti ai lavori o semplici “persone informate sui fatti”, è sempre giusto tenere costantemente monitorata la situazione perché, il digitale, tutto è tranne che un business stabile, nel senso di immobile. L’evoluzione è una sua caratteristica intrinseca.

E allora vediamo un po’ lo stato dell’arte del digitale: analizziamo i numeri e le opportunità di crescita.

Nel 2017, l’industria digitale in Italia ha registrato un +9% rispetto al 2016, totalizzando quasi 58 miliardi di euro. Sempre nel 2017, l’intero indotto economico del digitale, quindi a perimetro allargato (consumi, investimenti, ecc.), ha registrato una cifra pari a 80 miliardi euro. L’intera filiera occupava oltre 600 mila persone.

E nel 2018?

Secondo quanto si apprende dalle Elaborazioni IAB/EY su dati Atoka 2017, il mercato del digitale in Italia vale 65 miliardi di euro (+22% rispetto al 2016). Gli asset che contribuiscono maggiormente alla crescita del settore sono l’e-commerce e l’online advertising. Questa crescita ha anche delle ricadute a livello occupazionale: 285 mila sono gli occupati nel digitale nel 2018 contro i 253 mila del 2017. A perimetro allargato, i numeri che abbiamo appena visto assumono valori ben più importanti: in Italia il digitale, nel 2018, genera un indotto economico pari a 89 miliardi di euro e registra 675 mila occupati. I numeri del digitale in Italia nel 2018 a perimetro allargato. Fonte: Elaborazioni IAB/EY su dati Atoka 2017

Sin qui i numeri freddi ci forniscono sì una fotografia evidentemente chiara della situazione, ma che magari non ci danno la possibilità di vedere quali possono essere le opportunità di crescita del digitale.

Per farlo ci serve analizzare altri numeri.

Il digitale infatti è entrato pervasivamente in tutti i processi aziendali: modelli di business, partnership, budgeting, way of work.

Gli impatti del digitale nei processi aziendali. Fonte: Elaborazioni IAB/EY su dati Atoka 2017E questo significa che il bisogno delle aziende di persone capaci di gestire questa trasformazione e di lavorare in questo ambito è sempre maggiore. C’è estremo bisogno di persone da impiegare sia verticalmente su singoli temi e sia di persone capaci di avere una visione di insieme. Persone quindi estremamente qualificate che abbiano un approccio al lavoro flessibile e molto diverso rispetto a quanto avveniva nel passato. Perché il digitale, oltre agli strumenti, ha portato un enorme cambiamento proprio nel modo di lavorare, nel concepire il lavoro e le relazioni.

Competenze e lavoro richiesto nel digitale in Italia. Fonte: Elaborazioni IAB/EY su dati Atoka 2017Per identificare e semplificare quanto appena espresso, si può parlare di “pensiero laterale”. Una capacità raramente acquisibile sui libri di scuola, ma che si sviluppa nel tempo e con il confronto continuo.

Chi saprà formarsi in questo senso, sviluppare capacità specifiche e gestire questi processi di trasformazione, potrà certamente godere delle opportunità del digitale. Per tutti gli altri, consiglio vivamente di correre ai ripari. Il cambiamento non si evita, e men che meno si ferma, fingendo solo che non esista. Lui arriva comunque e interessa, indistintamente, sia le persone che interi business.

Sta a noi farci trovare preparati.




Tutti i ponti e le vacanze in calendario del 2019


Sei appena tornato dalle vacanze di Natale e già hai voglia di staccare la spina o di goderti un po’ di tempo libero?
Non allarmarti, è una sensazione normalissima.

Anzi, per non farti trovare impreparato, è proprio questo il momento migliore per pianificare le vacanze del 2019. Poco importa, che siano vacanze lunghe o solo piccoli ponti da sfruttare per qualche gita fuori porta, questo è il momento di programmare il tuo 2019 all’insegna delle vacanze e dei ponti. Perché lavorare è importante, ma lo è anche sapersi ritagliare del tempo per sé e per i propri cari.

E allora andiamo subito a vedere cosa ci riserva il 2019 in termini di ponti e di vacanze.

Il 1° gennaio 2019 – Capodanno – ci sorride: cade di martedì. Mentre l’Epifania non è così benevola, cade domenica.

Dopo queste prime feste, passiamo poi direttamente a Pasqua.
La Pasqua, in questo 2019, verrà domenica 21 aprile 2019, seguita ovviamente a ruota, il 22 aprile 2019, dal lunedì dell’Angelo (o Pasquetta che dir si voglia).

Poca roba direte voi.

Sì, se dimentichiamo due festività che, almeno all’apparenza, potrebbero rappresentare solo dei piccoli ponti: giovedì 25 Aprile 2019 – Il giorno della Liberazione – e mercoledì 1 Maggio 2019 – la Festa dei Lavoratori -.
Bene, se ai giorni di Pasqua aggiungiamo questi due ponti, con soli 5 giorni di ferie riusciamo a farci ben 12 giorni di vacanza: dal 20 aprile 2019 al 1° maggio 2019.

Dopo questa scorpacciata di ponti, arriviamo alla Festa della Repubblica. Purtroppo, come è capitato per il 2018 (era un sabato), questo ponte non ci sorride. Infatti, il 2 giugno 2019 cade di domenica.

Passiamo quindi all’estate, la stagione delle vacanze per antonomasia.

Questa stagione ci riserva solo un ponte, ossia il Ferragosto che quest’anno cade il giovedì 15 agosto. Quindi, per noi, significa un giorno di ferie rosicchiato.

Passata l’estate, ci imbattiamo nel ponte di Ognissanti che quest’anno cade di venerdì 1° novembre.
“Direi bene, ma non benissimo” se invece pensiamo che il ponte dell’Immacolata, l’8 dicembre 2019, cade ahinoi di domenica.

Arriviamo quindi in scioltezza alle feste ed ai ponti di Natale 2019.

Come è stato per il 2018, anche il 2019 ci sorride regalandoci, è il caso di dirlo, delle belle soddisfazioni.
Natale e Santo Stefano 2019, ossia 25 e 26 dicembre, cadono rispettivamente di mercoledì e giovedì.

Le feste di Natale sono da sempre un tutt’uno con quelle di fine anno. E quindi andiamo a vedere se l’ultimo ponte del 2019 (anche se in realtà saremo già al 2020) ci sorride o meno. Possiamo essere sereni: Capodanno 2020, viene di mercoledì.

Pertanto, se conteggiamo le feste di Natale come un unico grande ponte (dal 21 dicembre 2019 al 1° gennaio 2020), possiamo arrivare a fare 12 giorni di vacanza impiegando 5 giorni di ferie.

Insomma, non male come fine anno.

Come ogni anno, mi riservo di fare una grossa avvertenza.

Non dimentichiamoci di controllare sul calendario quando cade la festività del vostro Santo Patrono. Magari ora non ci pensate, ma delle volte ci restituisce delle grandi soddisfazioni. Di certo non lo farà per i milanesi doc o d’adozione come il sottoscritto. Ho già controllato per tutti noi: Sant’Ambrogio purtroppo nel 2019 cade di sabato 7 dicembre.

È il caso di dirlo: #maiunagioia!




Il Natale che verrà - L'editoriale di Ivan Zorico


ivan-zorico-01-min“…è Natale, è Natale, si può fare di più… è Natale, è Natale, si può amare di più… è Natale, è Natale, si può fare di più, per noi… A Natale puoi…”.

 Immagino che, come sia stato automatico per me, avrete letto queste parole (nel mio caso scritte) canticchiandole e cercando magari anche di riprodurre la melodia e la voce della bambina della pubblicità della Bauli.
Ahimè l’effetto non è stato proprio il medesimo. Spero a voi sia andata meglio.

Ecco, se una pubblicità, un jingle o un claim, riescono a raggiungere questo grado di pervasività e di familiarità, allora vuol dire che ha assolutamente raggiunto il proprio scopo.

Non c’è niente da fare. Quando ascolto questo motivetto per me è Natale.

Riuscire a far coincidere e a ricondurre un prodotto e/o un brand ad un evento come il Natale (per non dire proprio l’Evento per eccellenza) è quanto di meglio si possa chiedere ad un messaggio pubblicitario. Il jingle della Bauli è riuscito a fare qualcosa di incredibile: diventare un fenomeno di massa. O, per usare un termine più 2.0, è riuscito a diventare virale.

Il jingle ovviamente non è stato l’unico elemento capace di generare questa sensazione di vicinanza con il consumatore. Il giusto mix tra storytelling (importantissimo e rinnovato negli anni), costruzione del messaggio e canali di diffusione (offline e online), ha fatto il resto.

Questo numero di Smart Marketing – “Il Natale che verrà” – è quindi dedicato proprio allo studio e alla ricerca di quelle campagne di comunicazione e marketing che maggiormente si sono distinte nel promuovere prodotti e servizi in questo particolare momento dell’anno: Natale!

Troverete spunti, case history e riflessioni, che vi permetteranno di analizzare più da vicino i fenomeni che hanno avuto maggiore presa e successo.

Fateci sapere se ce ne siamo dimenticati qualcuno, il prossimo anno rimedieremo sicuramente ;).

Buona lettura e buon Natale.

 Ivan Zorico




innovation.now - L'editoriale di Ivan Zorico


ivan-zorico-01-minNon so se anche a voi capita, ma quando penso a dieci anni fa non mi viene da pensare al 2008 (largo circa) bensì agli anni ‘90 o, al massimo, agli inizi dei 2000.

È una strana sensazione.

Sembra quasi che da un certo punto in avanti il mondo, il tempo, la vita, abbiano preso una velocità doppia, se non tripla. Non ci siamo più trovati di fronte ad un percorso di crescita graduale (diciamo naturale), ma di fronte ad un tipo di crescita esponenziale.
Tutto è cambiato: mondo del lavoro, modo di relazionarsi, trend, business, mode, media, ecc. È come se di colpo avessimo fatto a piè pari un balzo in avanti. Un balzo nel futuro.

In questo la tecnologia ha avuto il suo peso rilevante.

Ci sono innovazioni tecnologiche che segnano le epoche nelle quali vedono la luce. Solo per rimanere nel campo dei media non possiamo non citare l’invenzione della stampa, della radio, della televisione, di internet e, oggi, dello smartphone.

Sì, lo so. Lo smartphone non può essere annoverato come media.
Ma per la sua capacità di inglobare tutti i media precedenti non posso che considerarlo in qualche modo tale. Dieci anni fa non ci saremmo mai sognati di guardare la televisione su un semplice telefonino, così come non avremmo mai potuto leggerci un quotidiano.

Lo smartphone, attraverso internet, è stato in grado di cambiare il nostro modo di approcciarci al mondo e ha potenziato di gran lunga le nostre possibilità. Molte delle attività che prima facevamo fisicamente adesso le facciamo via digitale, nei tempi e nei modi a noi più congeniali.
Si può dire quindi che l’innovazione tecnologica ci ha portati nel futuro.

Ma, appunto, sono passati dieci anni. E a poco a poco ci stiamo abituando all’idea di un futuro coniugato al tempo presente.

Conviviamo con l’innovazione, con le scoperte e con la velocità dei cambiamenti. Ci sono voluti dieci anni, ma forse ora stiamo davvero capendo cosa è accaduto in questo periodo.

Da qui l’argomento del mese: innovation.now.

Siamo nell’era dell’innovazione. E ci stiamo dentro con tutte le scarpe. Quindi abbiamo voluto giocare con l’estensione/dominio .now accanto ad innovation, proprio per affermare che quando si parla di innovazione non si deve farlo al futuro, ma al presente.

 Ivan Zorico




La blockchain spiegata in parole semplici. Intervista a Gian Luca Comandini.


Quando ci si avvicina a temi come il digitale, la tecnologia e l’innovazione, presto o tardi non ci si può che non imbattere nella blockchain. Come spesso (per non dire sempre) accade, quando vogliamo sapere qualcosa googoleggiamo un po’ alla ricerca di informazioni che ci possano aiutare a saperne di più.

Blockchain cos'è? A cosa serve? Questa pratica è sicuramente molto valida nel momento in cui abbiamo già qualche nozione in merito mentre, ovviamente, la ricerca di informazioni risulta più ostica quando di quella data materia/tema non sappiamo pressoché nulla.

A mio parere, la blockchain rientra a pieno titolo in quest’ultimo caso.

Di blockchain se ne fa un gran parlare, soprattutto legata ai Bitcoin, ma in pochi ancora sono in grado di spiegare in parole semplici di cosa si tratta.
Cerchiamo quindi di dare una breve definizione proprio come se la stessimo cercando sul dizionario.

Blockchain: per blockchain si intende una sorta di registro digitale – un database – basato sulla tecnologia peer – to – peer (ossia da pari a pari) per il mezzo della quale si possono validare le transazioni tra due soggetti in modo sicuro, immediato, trasparente e rintracciabile.

Per certi versi, quindi, la blockchain è assimilabile a quello che oggi è l’attività di un notaio, ma senza le spese da sostenere per l’operato. Inoltre tutti i soggetti posseggono una copia della transazione favorendo, appunto, la trasparenza.

Ma per aiutarci ulteriormente a capire cos’è la blockchain e quali possono essere i suoi tanti possibili utilizzi abbiamo intervistato Gian Luca Comandini durante il Digital Innovation Day (al quale abbiamo partecipato in qualità di media partner), esperto nel campo del marketing e delle criptovalute (bitcoin), come dimostrano i numerosi interventi su questo tema (per ultima un’audizione alla Camera dei Deputati) in cui è frequentemente chiamato come relatore.

A lui abbiamo riposto le seguenti domande:

Per conoscere le risposte ti basterà guardare il video di seguito :)




Il caso Ronaldo: il Brand CR7, accuse di violenze e rischi reputazionali.


Ronaldo fa sempre parlare di sé. Ormai anche, se non soprattutto, aldilà del campo.

Tutti i media (tradizionali e non) hanno ripreso in questi giorni la notizia delle presunte violenze sessuali che vedrebbero come protagonista (in negativo) proprio il campione portoghese.

Non volendo per ovvi motivi entrare nel merito del caso della presunta violenza, è invece interessante esaminare cosa è accaduto a livello mediatico proprio in riferimento a questa vicenda.

Perché quando si parla di Ronaldo, non si parla di un semplice giocatore ma di un brand – o per enfatizzare, una sorta di azienda – che si interfaccia con altri brand, altre aziende e, soprattutto, milioni di persone.

Diverse sono state le reazioni dei suoi sponsor.

Nike e EA Sports hanno preso formalmente le distanze e si sono dette preoccupate dell’accaduto.
Yamamay e Juventus, invece, si sono schierati con il giocatore.

In situazioni come questa le reazioni dei social spostano molto l’ago della bilancia. Semplificando, le persone in rete “decretano” se una persona/brand sia nel “giusto” o meno.

Questo significa avere un ritorno positivo o negativo in termini di reputazione che plausibilmente, altro non è, l’unico vero valore realmente spendibile oggi dalle aziende.

Per approfondire:

Bene, in altri casi (come ad esempio è stato per la passata edizione del Grande Fratello) i social hanno reagito violentemente contro il brand abbassando quindi di molto l’appeal commerciale.

Il “Caso Ronaldo” e le reazioni dei social.

L’analisi dei social sul “caso Ronaldo” invece parla di una storia diversa: il sentiment è restato e resta tutto sommato positivo. Con i suoi (tanti) follower schierati con CR7.

In definitiva, questo vuol dire che a meno di una sentenza contro Ronaldo, difficilmente il brand CR7 risentirà della questione.

Il “Caso Ronaldo” resta un caso studio molto interessante da seguire e continuare ad analizzare.

Per approfondire l’argomento clicca qui




Le opportunità del marketing digitale. L’intervista a Eleonora Rocca.


Il marketing, così come la comunicazione, sono discipline in continua evoluzione. E lo sono per almeno due motivi.
Il primo: sono discipline che “vivono” a stretto contatto con le persone le quali, per definizione, sono mutevoli; il secondo: sono discipline fortemente orientate all’innovazione.

Se si parla di innovazione in riferimento al marketing ed alla comunicazione non si può non parlare di uno dei più importanti cambiamenti tecnologici avvenuti negli ultimi anni: il digitale.

Il digitale ha dato a queste discipline la possibilità di amplificare enormemente la portata delle loro azioni e di poter sviluppare opportunità di business che precedentemente, con i mezzi che si avevano a disposizione anche solo dieci anni fa, non potevano essere percorse.Le opportunità del marketing digitale. L’intervista a Eleonora Rocca.

Certamente l’online ed il digitale non nascono dieci anni fa, ma quello che ha dato davvero nuova linfa al marketing digitale è stato l’avvento sul mercato degli smartphone (il primo Iphone nasce nel 2007). Si può azzardare a dire, in qualche modo, che il vero marketing digitale nasca proprio in quel momento.

Lo dico perché, se vi ricordare l’incipit dell’articolo, uno (se non il primo) dei pilastri del marketing (digitale e non) è di natura “esterna” al marketing stesso: le persone. Nulla come gli smartphone ha infatti cambiato il modo di vivere delle persone toccando prima, e mutando poi, ogni aspetto della loro vita. Qualsiasi aspetto, nessuno escluso.

Così il sociologo e filosofo Marshall McLuhan: “Le società sono sempre state modellate più dal tipo dei media con cui gli uomini comunicano che dal contenuto della comunicazione”.

Pensiamo, ad esempio, a come prenotiamo le nostre vacanze, a come eseguiamo le operazioni bancarie, a come guardiamo i film e le serie tv, a come ascoltiamo la musica. L’elenco, capite bene, è praticamente infinito. Non tocca quindi solo il “cosa” facciamo, ma anche il “come” lo facciamo.
In sostanza, si parla di nuovi modi di pensare e di vivere.

Non è un caso che l’attenzione verso il marketing digitale sia quindi cresciuta negli ultimi anni e, con esso, anche il valore economico di questo settore.
Ma c’è ancora tanta strada da fare perché, come sappiamo, c’è sempre della ritrosia nei confronti del cambiamento.

Per questo motivo, e per spiegare meglio le opportunità che mette a disposizione il marketing digitale, abbiamo voluto intervistare Eleonora Rocca – marketing manager, imprenditrice, digital strategy consultant e blogger – che nel 2014 ​fonda​ ​il​ ​Mashable​ ​Social​ ​Media​ ​Day​ ​Italia (l’edizione di quest’anno è ormai prossima: 18-19-20 ottobre presso lo IULM Open Space a Milano), una delle manifestazioni più importanti al mondo dedicate alla rivoluzione digitale e all’innovazione.

Con oltre 30 milioni di pagine visualizzate al mese, Mashable si classifica come uno dei siti web di tecnologia più popolari e influenti al mondo. Quello che non tutti sanno è che nel 2010 organizza negli USA il primo Mashable Social Media Day, evento di approfondimento sull’impatto del digital marketing e dei social media sulla comunicazione. Da questa esperienza, Eleonora Rocca decide di portare in Italia nel 2014 Mashable​ ​Social​ ​Media​ ​Day​ ​Italia che negli anni ha riscosso un grande successo, non solo tra gli addetti ai lavori ma anche tra gli appassionati alla materia.

Eleonora Rocca, marketing manager, imprenditrice, digital strategy consultant, blogger e fondatrice, nel 2014,​ del​ ​Mashable​ ​Social​ ​Media​ ​Day​ ​Italia
Eleonora Rocca, marketing manager, imprenditrice, digital strategy consultant, blogger e fondatrice, nel 2014,​ del​ ​Mashable​ ​Social​ ​Media​ ​Day​ ​Italia

D: Ormai è innegabile che stiamo vivendo quella che in molti definiscono la “Rivoluzione digitale”. Nel 2017 l’industria digitale in Italia ha toccato gli 80 miliardi di euro, comprensivo di tutto l’indotto. Dal tuo punto di vista quali possono essere i possibili sviluppi? Vedi un settore in particolare che possa esserne maggiormente influenzato?

R: A mio avviso i possibili sviluppi devono essere la reale e strategica applicazione delle strategie di marketing digitale e il reale investimento delle aziende nel generare domanda utilizzando tutte le leve del marketing mix ma con particolare attenzione al marketing digitale. Quello che secondo me sta avvenendo negli ultimi anni è la crescita dell’attenzione in merito a questi temi, la voglia di imparare, di saperne di più, di esplorare nuove strade e allargare gli orizzonti. Tuttavia ritengo che in Italia ci sia ancora molta resistenza al cambiamento e anche poca effettiva consapevolezza del reale potenziale di questi strumenti. Penso che il marketing digitale possa e debba essere applicato a tutti i settori, specie a quelli che hanno come obiettivo l’internazionalizzazione perché, attraverso l’utilizzo del marketing digitale, diventa molto più semplice aprirsi a mercati lontani ma con un potere di spesa molto più ampio.

D: Rispetto anche a pochi anni fa ho riscontrato che tra gli operatori del settore ci sia una enorme consapevolezza e maturità sulle reali possibilità del digitale nello sviluppo del business. Di contro, ho la sensazione che l’imprenditoria italiana (le PMI ma non solo) ancora non sia totalmente aperta al digitale e che lo guardi ancora con sospetto. Cosa pensi a riguardo? E, se confermi l’inciso, cosa si potrebbe fare per agevolare una maggiore apertura al digitale?

R: Come dicevo anche prima, sono totalmente d’accordo con questo tuo punto di vista. Penso che una maggiore apertura al digitale possa essere agevolata dalla scelta dei giusti professionisti con i quali sviluppare queste strategie. Se un’azienda rischia investendo su strategie completamente nuove ma con l’aiuto di persone competenti, potrà godere di buoni risultati e di conseguenza condividere e diffondere il proprio pensiero con altri professionisti e aziende del settore, generando una consapevolezza positiva rispetto agli strumenti e alle tecnologie di ultima generazione.

D: Nel report “The Future of Jobs 2018″ del World Economic Forum si evince che entro il 2025 il 52% delle attività lavorative attuali sarà gestito da robot, in sostanza il doppio di quanto avviene oggi. Sappiamo quanto la formazione continua sia fondamentale per restare al passo con i cambiamenti tecnologici; secondo la tua esperienza quale sarebbe il percorso che un giovane, ma non esclusivamente tale, dovrebbe seguire per intercettare questi cambiamenti nel mondo del lavoro?

R: Penso che i lavori ad alto contenuto strategico e creativo, non potranno mai essere sostituiti dalle macchine, di conseguenza se si punta ad essere altamente formati e specializzati penso che non si corra alcun rischio. Per stare al passo con il futuro, in generale, ai giovani consiglio di viaggiare molto, di guardare alla Germania, all’Inghilterra, alla Cina, agli Emirati Arabi e agli Stati Uniti, in quanto il mondo là fuori è molto diverso dall’Italia e le opportunità di crescita o anche solo di imparare cose nuove sono davvero tante.




#ripartItalia - L'editoriale di Ivan Zorico


ivan-zorico-01-minEsistono due tipi di persone.
Quelle che si piangono addosso e quelle che si danno da fare.

Le prime passano tutto il loro tempo a dedicarsi alla commiserazioni di se stessi, a inveire contro il sistema e a trovare esempi negativi che confermino le loro idee.

Le seconde passano tutto il loro tempo a dedicarsi alla propria crescita personale e professionale, a cercare di individuare delle opportunità e a trarre ispirazione da quelle persone che sono riuscite nel loro campo di pertinenza.

Le prime sono ferme da anni ad aspettare che passi il fatidico treno.
Le seconde quel treno lo rincorrono e, se è il caso, partecipano addirittura alla sua costruzione.

È evidente che, in questo dualismo, mi ponga totalmente a favore “delle seconde”.
Non perché così come le ho presentate sembrano più “fighe”, ma perché hanno deciso di ricercare la propria felicità e fanno di tutto per raggiungerla.

Non sono dei fenomeni. Non sono degli extraterrestri. E non hanno nemmeno i super poteri. Sono persone normalissime, ma si riconoscono subito. Sono evidenti.
Hanno degli obiettivi definiti e sono concentrati sul come ottenerli. E questo dona loro una luce particolare. Intensa.

i nuovi super eroi sono le persone che lavorano e si impegnano

Non dico che vivono fuori dal mondo e fuori dal contesto.

Per carità, in una situazione economica e sociale come quella nella quale stiamo vivendo ormai da anni, è normale poter avere qualche momento di sconforto. Non sempre quello che si cerca di fare va poi come si vorrebbe e non sempre gli sforzi fatti vengono ripagati esattamente come meriterebbero.
Ma ci provano e continuano a provarci sempre e comunque. E questo, per me, è sintomo di grande forza interiore.

I più affezionati al nostro mensile sanno bene che il numero di settembre è da sempre dedicato alle opportunità.

Più in particolare, a quelle opportunità che si possono cogliere in Italia e che possono rilanciare il nostro Paese: #ripartItalia.

Un numero pensato e dedicato a quelle persone che tutti i giorni cercano di fare il proprio lavoro al meglio e che cercano un senso alla loro vita dedicandosi anima e corpo ai propri progetti, senza ovviamente dimenticare di vivere la vita e le emozioni che da.

Un numero quindi dedicato alle “seconde persone” di cui parlavo pocanzi, direte voi?
Assolutamente sì. Ma non propriamente.

Perché quelle persone magari necessitano di spunti di riflessione o nuove idee (che in questo sito di notizie spero troveranno) ma certamente non hanno bisogno di grandi stimoli esterni, dato che hanno già un motore interiore che li spinge dove vogliono.
Mentre sì, “le prime persone”, hanno invece bisogno della spinta a buttarsi, a lasciarsi andare e a liberarsi delle loro paure che, come possiamo immaginare, sono le loro peggiori nemiche.

Il mio auspicio è che dopo aver letto queste parole (e gli articoli pubblicati in questo numero, ma fidatevi anche nel sito più in generale) queste persone decidano di iniziare. Iniziare a inoltrare un Cv dopo tanto tempo, ad aggiornare e migliorare il proprio profilo LinkedIn o anche solo a porsi delle domande dirette.
Perché molto spesso in una giusta domanda c’è già una giusta risposta. Basta solo sapersela porre. E soprattutto rispondere, agendo!

 

Ivan Zorico




L'Italia continua a NON essere un Paese per giovani.


In queste ore si parla tanto di DEF (Documento di Economia e Finanze), di manovra economica (di manovra del popolo, per la precisione) di innalzamento del deficit (da portare al 2,4%), di superamento della legge Fornero (quella sulle pensioni per intenderci) e di reddito di cittadinanza (per chi si trova senza lavoro).

Ovviamente dato che la piazza è ormai online e soprattutto social, proprio sui vari social network si è innestato il solito dibattito – o per meglio dire la solita bagarre – tra chi sostiene fermamente le scelte del governo e chi invece ne è invece un fervido oppositore.

Semplificando all’osso, da un lato c’è chi afferma che finalmente si fa qualcosa per i cittadini italiani e, dall’altro, c’è chi sostiene che per finanziare queste operazioni si rischia un possibile default (qui entra tutta la tematica relativa ai mercati finanziari, agenzie di rating internazionali, Unione Europea et similia).

A tal riguardo assistiamo appunto a centinaia di migliaia di commenti, condivisioni, like, retweet, elucubrazioni, etc. etc..

Tutto molto interessante, per dirla alla Rovazzi.

Ma scusate, perché tanto parlare? Di cosa ci si scandalizza? Per cosa si festeggia?
Insomma: cosa c’è di nuovo?
Io lo dico chiaramente: assolutamente nulla.

Dico questo perché già si sapeva tutto. Era difficile aspettarsi qualcosa di diverso e non c’è nulla di nuovo per cui indignarsi o applaudire.

Lega e Movimento a 5 stelle lo avevano dichiarato in campagna elettorale, scritto nel Contratto di Governo e ripetuto allo sfinimento nei dibattiti televisivi, sulle loro piattaforme online e nelle piazze. Ovunque insomma. E lo hanno fatto, questo va detto.

Almeno per un attimo, proviamo a spostare l’attenzione altrove.

Quello per cui a mio modo di vedere ci si deve indignare* davvero o quantomeno iniziare a parlarne seriamente, non solo ora ma ormai da tempo, è che al centro del “dibattito” politico è scomparso dai radar il tema dei giovani, degli under 35 (ma anche degli under 40), dei millennials.

* Questa parola poi mi piace il giusto, perché non presuppone una azione successiva ma rafforza al massimo il concetto di sfogo.

Insomma, chiamateli come vi pare, mi riferisco a quella generazione che è rimasta in gran parte tagliata fuori dal mercato del lavoro, quella generazione che fa una fatica estrema a vedersi riconoscere un ruolo nella società, quella generazione che ha visto di gran lunga calare nel tempo il proprio potere d’acquisto. E che, non contenta, proprio per non farsi mancare nulla, si è vista cucire addosso tutta una serie di epiteti davvero interessanti: bamboccioni, sfigati e choosy (che no, non è una cosa figa: significa schizzinosi).

Giusto qualche numero per rinfrescarci la memoria.

Voi direte: sì, va bene, ma più o meno è sempre andata così.

Assolutamente no. E proprio per evidenziare la situazione nella quale versa la generazione dei giovani d’oggi in Italia, è giusto fare una comparazione con quella dei loro omologhi – gli under 35 – di 25 anni fa.
Bene, rispetto a quest’ultimi, i giovani d’oggi hanno mediamente un reddito più basso del 26,5%.

Prima di innestare dibattiti (sterili), è giusto specificare che questi numeri non sono inventati ma vengono dall’OCSE.

E quindi?

Quindi mi piacerebbe che si iniziasse a ragionare su un programma capace di mettere un po’ in ordine alle cose sin qui dette. Un programma che non regali l’illusione di uno stipendio a fine mese, ma che possa creare le condizioni che uno stipendio a fine mese arrivi perché frutto di un lavoro. Un programma che faccia sì i conti con il grande tema delle pensioni ma, di nuovo, tenendo in considerazione quella dei giovani finalmente.

Capisco che tutti hanno diritto alla pensione, capisco che quello della pensione è un momento sensibile nella vita lavorativa di ciascun lavoratore e capisco anche che chi è prossimo alla pensione faccia il tifo per il superamento della Legge Fornero.
Per carità, capisco tutti, ma concedetemi di chiedere chi poi dovrà pagare il prezzo di tutto ciò!? O quantomeno cosa resterà a noi giovani tra 30-40-50 anni, ossia quando dovremo essere noi ad andare auspicabilmente in pensione?

Per queste ragioni mi sarebbe piaciuto leggere, ascoltare, dibattere su questi temi e non su qualcosa di già noto.

Ma tant’è, milioni di persone hanno votato questo governo per cui ci sarà da rallegrarsi per quanto stanno facendo. Giusto?

Non so voi ma, per quanto detto, diciamo che non sono troppo d’accordo.

 

PS. Provo qui a rispondere a delle ipotetiche ma possibili domande dal “pubblico”.

D: Sì, ma gli altri governi cosa hanno fatto per i giovani? E il PD? E Renzi?
R: Come ho scritto, ormai da tempo la questione giovani è uscita dai radar del dibattito politico. O quantomeno, non è stata affrontata nel migliore dei modi dato che, visti i numeri, nessuno può dire che sia stata risolta o, per lo meno, evidentemente migliorata. Non entro nel gioco poco edificante dei “buoni” e “cattivi”. E, giusto per dissipare qualsiasi dubbio, sarei il primo ad essere felice di ricredermi se le cose cambiassero per davvero.




Il matrimonio tra Fedez e Chiara Ferragni: un caso da studiare.


Il matrimonio tra Fedez e Chiara Ferragni è senza dubbio un caso di comunicazione e social(e) da analizzare.

La coppia, insieme, supera i 20 milioni di follower su Instagram. Hanno pertanto una possibile audience, un target, un pubblico, un seguito – chiamatelo come vi pare – davvero immenso (l’intera popolazione italiana è composta da 60 milioni di persone).

Da soli, e insieme, formano un network invidiabile: i numeri che collezionano i loro post e le storie su IG lo dimostrano.

Il matrimonio tra Fedez e Chiara Ferragni - Ferragnez - numeri e riflessioni

Già, le Storie. Il racconto del loro matrimonio ha viaggiato sui social. Ed ha viaggiato per mano loro.

Hanno deciso la linea editoriale, cosa, quando, quanto, perché e come mostrare un dato momento. Il tutto facendo alternare e ruotare i vari sponsor che, fiutando il ritorno di immagine (anche se non ci voleva molto per farlo), hanno ovviamente deciso di promuovere l’evento (vedi ad esempio il caso Alitalia, ma non solo).

Altro aspetto interessante è la scelta, da parte dei Ferragnez, di puntare in maniera verticale su un social di riferimento: Instagram.
Entrambi sanno che il loro pubblico predilige quella piattaforma e hanno deciso di non disperdere energie nel confezionare contenuti che magari su FB avrebbero richiesto altri formati e un differente tono di voce. E, in aggiunta, la volontà di far passare un messaggio chiaro: le informazioni su di noi le trovate su IG. Semplice e diretto.

10 anni fa un evento come questo sarebbe passato, magari in esclusiva, dalle copertine di giornali CARTACEI come Chi, Donna Moderna, Novella 2000 et similia, mentre oggi quegli stessi giornali che avevano il monopolio dell’informazione devono accontentarsi di rimbalzare la notizia del matrimonio sui loro siti – mostrando immagini postate proprio da Fedez e Chiara Ferragni -, accrescendo in questo modo la portata mediatica del duo.

Ultimo aspetto: visibilità mediatica.

Abbiamo parlato di media tradizionali, ma molto dell’eco di cui ha goduto il loro matrimonio lo hanno portato, probabilmente, i vari post a cura delle tante pagine satiriche (vedi Casa Surace, Inchiostro di Puglia) e/o dei profili social dei vari influencer (es. Selvaggia Lucarelli). Questi, per cavalcare a loro volta il flusso mediatico, hanno accresciuto notevolmente la risonanza dell’evento.

Dalla pagina Facebook di Inchiostro di Puglia

Dalla pagina Facebook di Casa Surace

Dal profilo ufficiale di Selvaggia Lucarelli

Una classica situazione win-win

I post dedicati al matrimonio delle pagine social e degli influencer hanno ottenuto milioni di visualizzazioni e il duo Ferragnez ha potuto contare indirettamente su un un bacino di utenza trasversale e più eterogeneo.

Stiamo vivendo in un momento storico particolare. Un momento storico dove sembra sempre più marcato un Prima e un Dopo. E il matrimonio di Fedez e Chiara Ferragni si ascrive a pieno titolo in questo racconto.




L'Italia in mostra – L’editoriale di Ivan Zorico


ivan-zorico-01-minQual è secondo voi il Paese che può vantare il numero più corposo di siti Unesco riconosciuti come patrimonio dell’umanità? La Spagna? La Francia? O magari l’immensa Cina?

Nessuna delle tre.

È l’Italia.

Con i suoi 53 siti riconosciuti patrimonio dell’umanità da parte dell’Unesco, è proprio l’Italia a guidare questa particolare classifica. Al secondo posto si posiziona la Cina con 52 siti e poi, a seguire, la Spagna con 46 e Francia e Germania con 43.

Insomma una bella soddisfazione. 

Sicuramente questi sono numeri e risorse da cui partire per mettere in piedi una campagna integrata di marketing culturale, per valorizzare al meglio il nostro patrimonio artistico, culturale e ambientale e per costruire – come sistema paese – una offerta turistica in grado di attrarre un numero sempre maggiore di visitatori.

E a guardar bene ne avremmo anche bisogno.

Se leggiamo infatti le statistiche dei paesi con il maggior flusso turistico ci accorgiamo che l’Italia, seppur come abbiamo appurato vanta 53 siti patrimonio dell’umanità, non rientra neanche nella top 3.

Questi i dati relativi ai primi 10 paesi per numero di visitatori all’anno per il 2018:

  1. Francia: 83,7 milioni
  2. Stati Uniti: 74,8 milioni
  3. Spagna: 65 milioni
  4. Cina: 55,6 milioni
  5. Italia: 48,6 milioni
  6. Turchia: 39,8 milioni
  7. Germania: 33 milioni
  8. Regno Unito: 32,6 milioni
  9. Russia: 29,8 milioni
  10. Messico: 29,1 milioni

Come si dice in questi casi: bene, ma non benissimo.

C’è da dire però che, tutto sommato, la situazione negli anni è migliorata.

Secondo l’indagine condotta dal Centro Studi Turistici per Confesercenti il trend è anzi positivo. Nel 2018 sono previsti circa 4,5 milioni di presenze in più rispetto al 2017 e, cosa molto importante, la domanda interna diventerà prioritaria raggiugendo il 53,3%. Segno, questo, che anche noi italiani stiamo finalmente scoprendo cosa l’Italia ha da offrire.

Ovviamente sono previsioni, ma tutto ci suggerisce che questi dati potranno essere confermati.

L’argomento di questo mese – L’Italia in mostra – non è infatti figlio del caso. Oltre ai 53 siti patrimonio dell’umanità, il nostro paese può contare su una proposta turistica davvero importante: l’enogastronomia, il paesaggio ambientale (le coste e le montagne) e le peculiarità del territorio (città d’arte e i piccoli borghi). Non ci sono molte altre località capaci di racchiudere questo ricco ventaglio di offerte turistiche.

Tutto molto bello, ma è evidente che se ci troviamo al 5° posto della classifica dei visitatori vuol che c’è ancora tanto da fare.

Nel Report e-tourism 2018 di BEM Research “Cresce il turismo in Italia, nonostante l’offerta digitale inadeguata” troviamo una delle possibili risposte: le prestazioni dei siti dei principali siti culturali italiani sono inferiori rispetto a quello dei loro concorrenti. Ad esempio il sito della Torre Eiffel performa molto meglio rispetto a quello del Museo Egizio, ossia il migliore sito in ambito storico-culturale italiano. Stessa cosa vale confrontandolo con quello della Torre di Londra, mentre le prestazioni sono equiparabili con quello del Museo del Prado.

Un gap digitale che però deve essere visto in chiave positiva.

Sapere che nel nostro settore – marketing, comunicazione, social e digitale – ci sono ampi margini di miglioramento è sicuramente positivo. La rivoluzione digitale è ormai tra noi. Certo sappiamo anche che ci sono sempre dei freni più o meno psicologici al cambiamento. Ma ormai la strada è tracciata. E sta a noi percorrerla nel modo giusto.

Ivan Zorico