Vademecum per italiani a Oxford (e/o in UK): 5 cose che ho scoperto.


La cosa più bella del fare nuove esperienze è quella che tutto, almeno nei primi tempi, ti appare come una scoperta. È come se vedessi tutto per la prima volta.
È una condizione che ti riporta magicamente a quando da piccolo prendevi inconsciamente nota dei modi di fare e di vivere (insomma dello stare al mondo) per posizionare te stesso nella giusta direzione.

Ecco che, con gli stessi occhi da “anima di dio” (cfr. naif o di chi guarda al mondo con un velo di ingenuità), mi sono ritrovato, da ormai due settimane, a guardare le cose come nuove e a registrarle nella mia mente.

Iniziamo.

1. L’ombrello, questo sconosciuto.

La prima cosa che ho messo in valigia prima di partire è stato l’ombrello. Mi sono detto: in un posto dove piove praticamente sempre, l’ombrello è fondamentale. E in effetti, arrivato a Oxford, ne ho avuto la conferma. Perché, anche in un giorno dove apparentemente non dovrebbe piovere (in base a quello che la tua esperienza pregressa ti dice), qui invece piove. È così. C’è poco da fare. Anche solo per un’ora al giorno, ma piove. È legge.

Bene, in un posto come questo, penserete (o almeno lo pensavo io) che l’ombrello fosse l’accessorio immancabile per definizione. Del tipo, cose da prendere prima di uscire di casa: chiavi della macchina, portafogli e ombrello. Per me sarebbe questa la combinazione perfetta.

E invece no. Qui no. Per gli autoctoni non è così. Non so, saranno degli ottimisti sfegatati, saranno idrorepellenti o sarà che, da esperti bookmakers, se la giocano sulle probabilità di pioggia. Non lo so. Fatto sta che capita di sovente vedere persone che mentre scende la pioggia non fa nulla per trovare un tetto per ripararsi, non indossa il cappuccio della felpa e continuano a fare le loro attività come se nulla fosse. Ho visto anche (da leggere in modalità Roy Batty di Blade Runner) due persone parlare amabilmente sotto una pioggia bella forte, così in scioltezza e libertà. Vabbè.

2. Piovono gatti e cani

Rimaniamo sul tema pioggia. Come da noi, anche qui esistono diversi modi di dire per identificare diversi modi di piovere. Non so tipo: “piove di brutto”, “piove a catinelle” o “sembra che il Signore stia gettando l’acqua con i secchi” (non sono certo che questa si dica in tutt’Italia, forse è più meridional-tarantina). Qui una della espressioni che ho trovato più simpatica per indicare una pioggia forte è: “It’s raining cats and dogs”. Ho cercato sul web per capirne la provenienza e ho trovato diverse fonti che si rifanno ad un tempo passato e mitologico fatto di streghe e Dei. Se volete approfondire cliccate qui.

La cosa bella è che se qualcuno di qui ve la sente dire, sapendo che non siete del posto, vi guarda con ammirazione. Quindi ricambiate subito fieri lo sguardo d’approvazione e poi però ve ne andate immediatamente prima che vi smascheri. Alla fine ricordate: siete in terra straniera solo da pochi giorni. Ci sgamano facile.

3. La bacinella nel lavandino

Passiamo all’igiene in casa. Noi italiani siamo molto attenti a queste cose e lo sappiamo. Siamo evidentemente suscettibili su questo tema. Il consiglio numero uno è quindi non guardare. Sorvolare. Non fare attenzione ai “particolari”. Si vive meglio. Però dai, nel lavandino non si può mettere una bacinella ed immergere tutto indistintamente. Poi non contenti prendere i piatti insaponati, non risciacquarli e metterli direttamente ad asciugare. Sarò troppo scrupoloso io?! Non so. Non è modo.

4. Parole magiche: I mean (e dintorni), Like e A kind of, come se non ci fosse un domani

Allora partiamo con ordine: “I mean” è l’intercalare per definizione da mettere a inizio frase. È il nostro “cioè”. Quando finisci una frase ci attacchi un bel “You know what I mean” (sai quel che dico / cosa intendo / quello che voglio dire) e l’altro, da far suo, ti risponde con un altrettanto bel “I know what you mean” (ossia sì, sa di quel che parliamo). E via così in scioltezza nella conversazione.

Invece con “Like” e “A kind of” sei in grado di spiegare la qualsiasi. Esempi a ripetizione per spiegare quella c***o di parola specifica che proprio non ti viene. Per poi l’attimo dopo controllare su Google Translate ed esclamare il più classico degli “Aaaaaah, ma la sapevo”. Poi l’attimo dopo alzi lo sguardo e il tuo interlocutore ti guarda con la tipica espressione inglese del tipo: “Che stai a di’?!?!”. Vabbè, è andata anche questa.

5. Da grande voglio fare l’autista degli autobus

Se a 6 anni avessi visto con quale riverenza le persone qui si rivolgono agli autisti degli autobus non avrei avuto dubbi: da grande avrei voluto essere quel signore che guida gli autobus. Per prima cosa si sale tutti dalla porta davanti. Una volta sul mezzo si saluta gentilmente l’autista, si passa il biglietto nell’apposita macchinetta e si aspetta il suo ok ad accomodarci. Se non ce l’hai, te lo sei dimenticato, non hai soldi, o qualsiasi altra ragione, c’è poco da fare: non si sale. È l’espressione dell’autorità, cordiale ma autorevole. Quando si scende tutti lo ringraziano e lui ti augura con il sorriso una buona giornata (di pioggia, perché sappiamo già che pioverà. È scritto nelle stelle.). Il tutto in una atmosfera di insolita cordialità. Tutto molto bello.

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Post ai lettori


Le sfide nella vita ti aiutano a scoprire chi sei. (Bernice Johnson Reagon)

Esistono due tipi di sfide nella vita: quelle che ci capitano e quelle che ci cerchiamo. O, forse, altro non sono che due facce della stessa medaglia.

Viviamo costantemente in bilico tra il cercare di mantenere ciò che si ha (e che magari si è ottenuto anche duramente) e la voglia di mettersi alla prova. Molto spesso propendiamo per la prima. Il motivo è semplice ed è inutile girarci intorno: cambiare e sperimentare non è facile e può far paura.

Non è facile infatti mettere in stand-by o rivoluzionare la propria vita, fatta di certezze e soddisfazioni quotidiane, per affrontare nuovi percorsi (e sfide) che magari solo alla fine del viaggio sapranno restituirti quanto hai investito.

Certo, se si ha 20 anni, la prospettiva del futuro ha un altro significato, ma con il passare del tempo si tende ad essere più conservativi: energie e stimoli, purtroppo, non sono sempre uguali in tutte le età. (Chi tra di voi ha passato da un po’ i trenta potrà credo capire di cosa sto parlando).

Ma, superati i trenta, arriva un momento nel quale si inizia a ripensare alle esperienze fatte e a quelle che si vorrebbero ancora fare. Si inizia a capire quali sono le aree in cui si può migliorare e si inizia a capire (almeno) un po’ cosa vorremmo essere. Insomma, scopriamo chi siamo.

Non parlo per frasi fatte: molti amici e conoscenti, superati i trenta, hanno deciso di cambiare completamente vita per seguire ciò che più li appassionava. E sono certo che, seppur motivati, non sia stata la cosiddetta “passeggiata di salute”.

Nel mio caso questo percorso è sfociato nella decisione di trasferirmi per qualche mese all’estero per continuare a formarmi. Quindi non parlo certo di qualcosa di sconvolgente ma, come detto, qualsiasi cosa abbia l’aspetto della novità, mina le nostre certezze e costringe a metterci alla prova.

Con questo post volevo quindi annunciarvi l’intenzione di aprire un blog all’interno del sito del giornale (che da oltre 5 anni mi tiene compagnia) per raccontarvi questa esperienza e avere un confronto più diretto con voi. Scrivere appare come una esigenza per esprimere quanto sto provando, per condividere con voi questa avventura e per conoscerci un po’ meglio.

Inoltre sarà anche un contenitore, un diario, nel quale scriverò cose di cui sono appassionato: marketing, comunicazione e dintorni. E questo so già essere un terreno in comune con tutti voi.

A presto, Ivan

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Eco-Sistema – L’editoriale di Ivan Zorico


ivan-zorico-01-minSe in questi mesi c’è stata una persona che senza dubbio è riuscita a catalizzare l’attenzione su di sé ed il suo messaggio quella è sicuramente Greta Thunberg. Per farlo non ha utilizzato particolari espedienti, bot per aumentare la visibilità sui social o tecniche segrete.

Tutto ha inizio ad agosto dell’anno scorso quando decise di saltare la scuola per dirigersi dinanzi al parlamento svedese con un cartello che indicava il perché fosse lì – “Skolstrejk för klimatet”, ossia “sciopero scolastico per il clima” in svedese – e un po’ di materiale informativo che distribuiva a passanti distratti e, almeno in una primissima fase, poco attenti alle sue istanze.
A settembre, per la precisione dopo le elezioni svedesi del 9 settembre, Greta inizia a scioperare solo nella giornata di venerdì e sempre dinanzi al parlamento svedese: da questa scelta nascono i FridaysForFuture.

L’attenzione sull’attivista svedese, ed il suo messaggio in difesa del clima e dell’ambiente, cresce a macchia d’olio: dapprima i media locali, poi i media internazionali e i social network.

Se all’inizio ho detto che la sua popolarità è cresciuta senza particolari tecniche mi vedo costretto a contraddirmi. La Thunberg, forse inconsapevolmente, è riuscita a farsi conoscere attraverso la tecnica di marketing più efficace di sempre: il passaparola.

Il momento più alto è stato senza dubbio il discorso tenuto a dicembre nella Conferenza sul Clima COP24 a Katowice. In quell’occasione, dinanzi ad una platea che di certo non si aspettava un intervento del genere, Greta Thunberg è riuscita a far passare un messaggio limpido e semplice: [..] “Voi parlate solo di una infinita crescita della green economy, perché avete troppa paura di essere impopolari. Parlate solo di andare avanti con le stesse idee sbagliate che ci hanno messo in questo casino, anche quando l’unica cosa sensata da fare è tirare il freno di emergenza. Non siete abbastanza maturi per dire le cose come stanno, anche questo fardello lo lasciate a noi bambini. [..] A me, invece, non importa di risultare impopolare, mi importa della giustizia climatica e del pianeta. Siamo qui per farvi sapere che il cambiamento sta arrivando, vi piaccia o meno”.

Attraverso questo suo modo di comunicare ed esprimere le proprie idee è riuscita a creare una relazione con milioni di persone in tutto il mondo che hanno sposato, diffuso e amplificato il suo messaggio tanto da portare i temi dell’ambiente e della sostenibilità all’interno del dibattito pubblico e politico. Non a caso, in quest’ultima tornata elettorale europea, il partito dei Verdi ha ottenuto il miglior risultato della sua storia (69 seggi al parlamento europeo).

Ad onor del vero, oltre ai tanti attestati di stima, la Thunberg è stata (e lo è tutt’ora) anche oggetto di scherno, derisione e attacchi più o meno frontali, volti a delegittimare lei e, di conseguenza, il suo messaggio. Ma questa è un’altra (brutta) storia.

Clima, ambiente e sviluppo sostenibile sono quindi diventate le parole cardini di questo periodo. E non lo so sono diventate di certo per moda, ma per “interesse”.

Mi spiego. Se milioni di persone sposano una causa, se milioni di persone si riconoscono in determinati valori e se milioni di persone fanno sentire la propria voce, questo vuol dire avere a che fare con un gruppo di persone (cfr. milioni di persone) che influenzano attraverso le loro scelte (di portafoglio) business tradizionali e danno origine a nuovi stili di vita.

oggi Le rivoluzioni si fanno all’interno del “carrello della spesa”.

Insomma si è determinato un interesse, ed un mercato, attorno a quello che viene comunemente definito “sviluppo sostenibile”. Certamente non possiamo dire che sia un qualcosa che nasce in quest’ultimo periodo ma indubbiamente questo sembra essere il periodo della maturità, della consapevolezza.

Per sviluppo sostenibile si intende promuovere la crescita economica, aumentare la produttività e creare nuovi posti di lavoro attraverso una efficienza dei consumi delle risorse del mondo e senza recare danno all’ambiente.

Ed è anche per via di questa consapevolezza e di questo mercato maturo di persone (cfr. consumatori) che molte aziende stanno cambiando il loro modello di business puntando sulla sostenibilità. Cambiamento che, ovviamente, è oggetto di massicce campagne di comunicazione offline e online.

Vi sarà infatti capitato di imbattervi in newsletter, articoli, post e sezioni dedicate all’interno dei siti internet istituzionali, pensate appunto per comunicare come la tal azienda intenda operare in maniera sostenibile.
Una comunicazione integrata volta a parlare proprio a quella popolazione di consumatori attenti a queste tematiche e disposti anche a spendere qualcosa in più dello standard per poter fruire di prodotti che non danneggiano l’ambiente.

Attenzione però al fenomeno del greenwashing, ossia quell’espediente comunicativo volto a dare un’immagine “green” dell’azienda o dell’istituzione di turno senza che vi sia un reale processo di crescita sostenibile.

Si creerebbe il cosiddetto effetto boomerang. Perché così come questi consumatori sono disposti a spendere anche una cifra superiore per acquistare un prodotto che rispetti certi standard di qualità, sono al contempo capaci di affossare quelle aziende ritenute “infedeli” rispetto a quanto dichiarato. In una situazione come quella descritta, il rischio reputazionale sarebbe dietro l’angolo con danni (economici) difficilmente stimabili.

Buona lettura.

Ivan Zorico

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Sport Digital Marketing Festival 2019: presentati gli speaker dell'evento dedicato al marketing digitale dello sport.


Torna a Riccione l’evento di formazione top in Italia per specializzarsi in Marketing Digitale per lo Sport.

Ecco i nomi delle Star protagoniste della nuova edizione dello Sport Digital Marketing Festival che si terrà il 12 giugno 2019 a Riccione, presso il Palazzo dei Congressi: Marco Belinelli, NBA Champion, Linus, direttore artistico di Radio Deejay e ideatore della Deejay Ten, Maurizia Cacciatori , leggenda del volley italiano e Pierluigi Pardo giornalista Mediaset, conduttore di Tiki Taka!, Frank Vitucci, super coach del basket italiano, Alessandro De Rose, campione di Tuffi High Diving, Riccardo Moraschini, cestista del New Basket Brindisi, Vanessa Villa, campionessa italiana di karate e influencer e Giuseppe De Bellis, direttore SKY Tg24 e direttore editoriale SKY Sport Digital.

Un format eccezionale di una singola giornata per incontrare e interagire con grandi nomi dello sport, del giornalismo e del web marketing: in questa “STAR EDITION” ci saranno anche i migliori professionisti italiani del web, Rudy Bandiera, Riccardo Scandellari, Carlotta Silvestrini, Gianmarco Terracciano e Michael Vittori con Roberta Pinna in un focus speciale “Facebook e Instagram Ads sul Campo” disegnato appositamente per atleti e società sportive. Terranno lezioni sulle strategie digitali per aumentare l’engagement, implementare le community, coinvolgere fan e gruppi, migliorare lo storytelling.

Lo Sport Digital Marketing Festival è rivolto ad atleti ed ex atleti di tutti gli sport, appassionati di sport e digital marketing; a chi lavora in club e squadre – organizzazioni sportive a tutti i livelli – e associazioni dilettantistiche; a responsabili e addetti uffici marketing e commerciali; agenzie di comunicazione, social media marketing e pr – freelance e blogger; studenti universitari, neolaureati; giornalisti, uffici stampa e professionisti della comunicazione; start up, PMI e aziende, imprenditori del settore wellness.

Sarà un’esperienza formativa ineguagliabile “business oriented”: metodi, strategie, tattiche e strumenti per dare agli atleti e a chi lavora nello Sport-system solide basi per progettare, costruire e promuovere la propria immagine sul web, diventare un brand o influencer di rilievo e delineare, senza fare errori, il proprio business model vincente.

Siamo super felici di portare a Riccione questa nuova Star Edition 2019, sicuri di aver costruito un Festival che sarà indimenticabile! – afferma Arianna Ioli, Content manager e coordinatrice del Festival – Questi Speaker sono straordinari; lo Sport Business è un settore che cresce in modo vertiginoso e in cui si stanno aprendo moltissime opportunità di lavoro. La trasformazione digitale sta cambiando gli assetti anche di questo settore in modo irreversibile: i player tradizionali si uniscono e mescolano con piattaforme rivoluzionarie che portano alla ribalta nuovi sport e cambiano completamente il modo di vedere l’atleta e di coinvolgere il tifoso! E quando c’è una rivoluzione in atto, è importante fermarsi, incontrare chi già la cavalca, imparare a gestire le crisi che i cambiamenti portano con sé e diventarne, in questo modo, protagonisti. Al Palariccione si potrà vivere un evento straordinario con tanti personaggi, ma mantenendo la dimensione ravvicinata di incontro e racconto del Festival, in cui noi crediamo e che tanto è piaciuta al nostro pubblico lo scorso anno!”.

Il Festival sarà presentato da Rudy Bandiera – digital coach, TedX speaker e autore di best seller “social”- che porterà sul palco dell’evento professionalità, intensità e ironia.

Main partner dell’evento il Master Social Media e Digital Marketing di Europa Innovation Business School.

Informazioni e ticket sul sito ufficiale: www.sportdigitalmarketing.eu

Per i temi affrontati noi di Smart Marketing siamo felici di essere media partner dell’evento “Sport Digital Marketing Festival”, l’unico evento in Italia di formazione e aggiornamento sul Digital Marketing nel settore sport che si terrà a Riccione il 12 giugno 2019.




Anniversari – L’Editoriale di Ivan Zorico


ivan-zorico-01-minSpesso, quando intraprendiamo qualcosa di nuovo, non abbiamo bene in mente quello che ci aspetterà dopo 1, 3 o 5 anni.

Magari conosciamo bene le motivazioni che ci spingono ad iniziare qualcosa, forse abbiamo bene in mente cosa vorremmo sviluppare o raggiungere, ma quasi mai quello che abbiamo pensato in quei momenti si realizza per come ce lo siamo immaginati.

Progetti, iniziative e obiettivi nascono sì da un’idea, ma poi prendono realmente forma con il passare del tempo. Opportunità a cui non avevamo pensato, sviluppi che danno benefici superiori (o inferiori) alle aspettative o feedback che ci indicano di seguire una strada diversa, tutto contribuisce alla costruzione e alla realizzazione del nostro progetto.

Sia che si parli di un progetto personale o di vita e sia che si parli di un progetto professionale, credo sia davvero difficile trovare qualcuno in grado di affermare che quanto pensato inizialmente sia stato poi rispettato fedelmente a distanza di anni o che sia restato completamente immutato.

Passando dalla teoria alla pratica, penso a quanti ad esempio avevano in mente di laurearsi in una data disciplina per poi accorgersi che magari la propria passione li spingeva altrove, o a chi pensava di svolgere una professione e prima di riuscirci si è trovato a fare percorsi alternativi e così via.

Se puntiamo lo sguardo al mondo delle imprese, penso a quelle “piccole” storie di successo di chi, ad esempio, aprendo una singola pizzeria (o un negozio in generale), si è ritrovato poi a gestire una propria catena (piccola o grande che sia) dopo qualche anno dall’inizio dell’attività. Probabilmente non aveva considerato questa opzione, ma opportunità in itinere hanno consentito di sviluppare un business diverso da quello progettato.

Se invece penso a storie di successo più eclatanti, come ad esempio Facebook o YouTube, faccio fatica a pensare che nelle menti dei fondatori, seppur geniali, fosse già tutto ben chiaro: successi, problemi ed evoluzioni. A testimonianza di quanto detto basta infatti leggere le loro storie aziendali per trovarne riscontro.

Vediamole brevemente.

Facebook nasceva per fornire un servizio riservato ad alcuni college americani ed è diventato, a distanza di 15 anni, una piattaforma multiservizi con oltre 2 miliardi di utenti mensili attivi al mondo. Per quanto riguarda YouTube, sono tante le storie in circolazione sull’idea primordiale: c’è chi dice che doveva essere un servizio di dating, chi una sorta di sito per vacanze e viaggi e chi un modo per mostrare video ad amici e parenti; a distanza di anni oggi è stabilmente tra i siti più visitati al mondo e la Generazione Z lo utilizza come un vero e proprio motore di ricerca.

Quello che appare chiaro quindi è che pur partendo da un’idea, si deve poi lasciare spazio alla capacità di ognuno di noi di saper cogliere i segnali ed agire di conseguenza.

Nel nostro piccolo anche noi di Smart Marketing ci siamo trovati a fare i conti con questa semplice legge sintetizzata lucidamente da Albert Einstein (che quest’anno spegnerebbe 140 candeline): “Continua a piantare i tuoi semi, perché non saprai mai quali cresceranno – forse lo faranno tutti”.

Ormai lo sapete (e se non lo sapete cliccate questo link), quando siamo partiti ormai 5 anni fa con la prima pubblicazione, avevamo sì in mente cosa avremmo voluto fare ma di certo non ci aspettavamo tutto quanto è accaduto.

Non avevamo grandissime pretese, tutto quello che volevamo fare era dar “sfogo” ad una passione, il marketing e la comunicazione, e di parlarne con un linguaggio giornalistico capace di comunicare non solo agli addetti ai lavori ma anche a chi si approcciava per la prima volta a questa materia. Tutto qui.

Volevamo creare contenuti che fossero utili e di valore. Non avevamo grandi pretese. Non avevamo (e non abbiamo alle spalle) grandi gruppi editoriali e né potevamo contare (come tutt’ora) su grandi investimenti. Per questo motivo ci siamo focalizzati sull’unica cosa che poteva dipendere realmente da noi: la qualità dei contenuti.

Però, come detto, i progetti prendono corpo con il passare del tempo. E quello che era un progetto un po’ scanzonato nato in un bar, dall’idea di due amici, è diventato una realtà affermata. Ce lo dice Google (se cercate le parole chiave “giornale”, “mensile” o “rivista” di “marketing”, “comunicazione” o “social media”, il nostro sito appare stabilmente nelle prime posizioni) ma anche i tanti eventi di settore in cui siamo invitati in qualità di media partner. E soprattutto ce lo dite voi lettori che mostrate sempre una grande attenzione per i nostri contenuti.Smart Marketing, smarknews, mensile, rivista, giornale, notizie, marketing, comunicazione, social media

Pertanto se all’inizio, anche ricorrendo a tutte le analisi e i ragionamenti del caso, non possiamo determinare con certezza cosa sarà della nostra idea, quello che invece possiamo e dobbiamo fare è prendere nota della strada fatta e riscrivere la nostra idea alla luce di quanto realizzato.

Gli anniversari (da cui il titolo di questo numero) servono proprio a questo.

Per noi di Smart Marketing, ad esempio, può essere stato quando abbiamo cambiato 2 anni fa il layout del nostro sito internet o il raggiungimento proprio in questo mese della pubblicazione di 60 numeri in 5 anni di attività, per Facebook invece il 1° milione di iscritti o l’entrata in borsa. Ovviamente non importa la grandezza assoluta ma quella relativa.

Ed anche su questo punto – la relatività – credo che Einstein avrebbe qualcosa di interessante da dire.

Ivan Zorico




15 anni di Facebook: dal 2004 al 2019, l’evoluzione della piattaforma social che ha cambiato il mondo.


Magari correrò il rischio di essere smentito ma sinceramente non credo che nel 2019 ci possa essere ancora qualcuno al mondo che non sappia cosa sia Facebook.

Magari ci sarà chi nel mondo occidentale non possieda un account sul social blu ma non posso credere che, anche chi non lo usi, non sappia almeno genericamente cosa sia Facebook.

Cos’è Facebook?

Facebook è un sito web che permette di restare in contatto con i propri amici.

Ecco, questa breve definizione poteva andare bene nel 2004 ma, dopo 15 anni dalla sua nascita, forse appare un po’ troppo semplicistica. Facebook con il passare del tempo è diventato un ecosistema ben più complesso (oggi infatti possiede anche Whatsapp, Messenger e Instagram) e, basando il suo business sulle relazioni, è riuscito a coinvolgere una comunità di persone che giornalmente lo utilizzano per restare aggiornati, condividere esperienze, passare il tempo e molto altro ancora.

Lo slogan: “Facebook aiuta a connetterti e rimanere in contatto con le persone della tua vita”.

L’evoluzione di Facebook

All’inizio l’interfaccia era davvero minimale e semplice, non vi erano alcun newsfeed (arriverà una sua prima versione solo nel 2006) o applicazioni. Nel 2009 arrivarono poi le pagine fan e i tasti “mi piace” e “condividi” (dopo 5 anni il social blu stava prendendo forma). Dal 2010 in poi si sono susseguite nuove versioni, mutamenti estetici ed integrazioni (chat, video chiamate, ecc.).

Cos’è Facebook nel 2019?

Ad oggi Facebook è diventato una piattaforma di advertising, di messaggistica, di video e di marketplace. Oltre ovviamente ad essere una sorta di edicola online in quanto tutti i grandi editori (ma ovviamente non solo) lo utilizzano per diffondere notizie.

Tutti questi servizi sono destinati ad una comunità di persone che ne fruiscono in maniera più o meno consapevole e che sono di fatto il vero punto di forza di Facebook. In breve tempo ha raggiunto numeri impensabili.

Facebook infatti può rivolgersi giornalmente ad un mercato di utenti fidelizzati che non ha precedenti nella storia:

È gratis e lo sarà per sempre”, campeggia sulla homepage di Facebook. Ma Facebook non è una onlus e se è vero che noi non paghiamo fisicamente nulla per accedere alla piattaforma social è anche vero che ogni singolo utente attivo rappresenta per Facebook un valore, una fonte di guadagno. Tra ottobre e dicembre 2018 ogni utente connesso valeva per Facebook 7,37 dollari, che rappresenta un progresso annuo del 19%.

Tutti questi numeri hanno ovviamente un riverbero sui profitti di Facebook che continuano a crescere (nell’ultimo trimestre sono aumentati del 61% invece che del 49% come ipotizzato dagli analisti), nonostante gli ultimi scandali legati essenzialmente al tema della privacy e gestione dei dati ed a quello sulle fake news.

Già perché assieme ai grandi successi inevitabilmente arrivano anche i problemi.

Pensandoci non poteva andare diversamente: gestire tutta quella mole di persone e di dati (ricordiamolo oltre 2 miliardi di persone) non è affatto semplice e sicuramente porta delle implicazioni.

Negli ultimi anni stanno montando da più parti voci di protesta (forse anche strumentalmente) sul rispetto della privacy (tema peraltro relativo a tutto il mondo digitale e non solo a Facebook) e sul dilagare delle fake news (che non nascono di certo con i social network). Sono dell’avviso che sicuramente ci sia molto lavoro da fare per migliorare il sistema (e lo faranno, come ha dichiarato Zuckerberg all’F8) ma certamente non sono tra quelli che puntano il dito contro Facebook e gli altri colossi digitali pensando che in questo modo il mondo possa tornare magicamente indietro di 15 anni.

Non è così e forse non saprei neanche immaginarmelo più un mondo pre-digitale.

Perché a parte Facebook, il mondo del web e del digitale si è talmente tanto evoluto in questi anni che non solo ha creato nuove figure professionali e nuove opportunità di sviluppo ma ha cambiato qualcosa di ben più profondo: modi fare, di interagire, di pensare e di comunicare.

Vista in questi termini, più che di evoluzione, si può parlare di rivoluzione.




L'importanza del piano e del calendario editoriale nel content marketing.


Chiunque oggi voglia approcciarsi con serietà e professionalità al mondo del content marketing, web marketing, social media marketing et similia, non può non riconoscere l’importanza di una giusta pianificazione e programmazione delle attività.

Gli obiettivi della propria attività possono essere diversi.

Ci sarà chi vorrà aumentare il numero delle visite sul proprio blog con l’obiettivo di creare un brand personale riconosciuto; ci sarà chi vorrà vendere un prodotto o servizio, suo o per conto di terzi, attraverso un percorso guidato all’interno del sito internet che gestisce; o ci sarà chi, per cercare di aumentare la brand awareness di una azienda, pubblicherà contenuti di valori per uno specifico target di riferimento.

Insomma qualunque sia l’obiettivo che ci prefiggiamo con le nostre attività di marketing e comunicazione, il comun denominatore dovrà essere un lavoro strutturato e ben incardinato.

Questo lavoro prende il nome di piano editoriale e calendario editoriale.

Spesso questi due strumenti vengono visti come sovrapponibili ma hanno specificità differenti.

Il piano editoriale è un documento programmatico all’interno del quale andare a specificare obiettivi, risorse, target e canali. Il calendario editoriale invece è il “braccio armato” del piano editoriale: è un documento dove si andrà ad inserire in maniera operativa quanto determinato nel piano editoriale (es. titolo articolo, tag, fonti, data di pubblicazione, ecc.)

Una volta determinata a livello teorico l’importanza di questi due strumenti (piano editoriale e calendario editoriale) non resta che passare all’azione: la realizzazione dei contenuti. Questo è il vero tallone d’Achille di questi due strumenti o, per meglio dire, di chi li redige.

Mi spiego meglio.

In molti infatti investono una grande quantità di tempo nella fase di analisi e redazione del piano editoriale prima, e del calendario editoriale poi. Definiscono con cura:

Insomma fanno bene tutti i compiti a casa.

Però poi, definita la parte strategica (che andrà comunque monitorata nel tempo attraverso l’analisi dei dati), si deve passare alla parte operativa. Ed in questa fase si incontrano le maggiori difficoltà. Perchè, per essere efficace, questa fase si deve basare su due componenti imprescindibili:

  1. costanza;
  2. perseveranza.

Per poter raggiungere dei risultati soddisfacenti con una attività di content marketing è necessario essere costanti nella pubblicazione dei contenuti (seguendo quanto determinato in precedenza) e perseverare in questa attività.

Molte delle attività di content marketing, web marketing, social media marketing et similia, infatti non riescono a mostrare tutto il loro potenziale non perché quanto determinato nel piano e calendario editoriale non è giusto, ma perché la loro esecuzione non si basa su quelle due componenti.

In tanti non pubblicano con regolarità e abbandonano il lavoro di creazione dei contenuti troppo in fretta, perché magari sfiduciati dai risultati non proprio esaltanti dei primi mesi attività. Mentre solo costanza e la perseveranza nel tempo saranno in grado di dare dei risultati positivi.

Va ricordato che il marketing dei contenuti ha bisogno di tempo perché non serve per vendere qualcosa ma per creare relazioni di fiducia. Sarà poi attraverso questa relazione che riusciremo a raggiungere gli obiettivi prefissati (anche quelli di vendita). E le relazioni, come sappiamo, non si costruiscono in un giorno ma, appunto, nel tempo.

Il punto è proprio questo: l’importanza del piano editoriale e del calendario editoriale (se redatti bene) sta nella loro esecuzione. È lì che si gioca tutta la partita.

E tu, cosa ne pensi?




Italian design – L’editoriale di Ivan Zorico


ivan-zorico-01-minSe c’è una qualità che viene riconosciuta a noi italiani è certamente quella relativa alla nostra capacità di intendere ed interpretare il bello.

Bello da non banalizzare come una mera rappresentazione estetica ma come portatore di tutta una serie di altre caratteristiche: stile, eccellenza, modo di vivere, storia, ingegno e maestria. Chi si occupa di marketing e comunicazione semplificherebbe questo concetto con un’unica parola: Brand.

Per approfondire:

Brand da intendersi appunto non semplicemente come marca ma come un insieme di percezioni e valori.

Il brand è un insieme di percezioni nella mente dei consumatori.
Colin Bates

Questo nostro brand – il Made in Italy – ha radici forti, robuste e profonde. Nei secoli ci siamo distinti nell’arte, nella letteratura, nell’architettura, nella musica, nel cibo, nella moda, nella manifattura e, in buona sostanza, in tutti quei campi caratterizzati dal bello.

Oggi questa nostra capacità può essere declinata in tanti modi. Quello sul quale abbiamo deciso di puntare il nostro sguardo è il design.
Non a caso la nostra immane creatività ha partorito Italian Designquale titolo di questo numero. Sì, lo sappiamo, non era facile fare di meglio ma no, non fateci troppi complimenti…ci piace rimanere umili J .

Quanto vale il settore del design in Italia: numeri e opportunità

Il mondo del design italiano può contare sia su eccellenze nel campo della formazione e sia su una rete di realtà istituzionali e del mondo del lavoro. Mi riferisco a realtà come il Politecnico di Milano che può vantare di essere, prima tra le università pubbliche, nella top 10 mondiale del QS World University Rankings by Subject nell’area Design, grazie ai suoi 4.000 studenti iscritti di cui un terzo provenienti da oltre confine. E mi riferisco anche a quei distretti industriali e soggetti istituzionali capaci con il loro lavoro di creare le condizioni per diffondere la cultura del design. Non è infatti un caso che quello del design sia un settore in qualche modo in controtendenza rispetto al panorama nazionale. Siamo infatti abituati ad ascoltare storie di fuga dei (nostri) cervelli all’estero mentre il mondo del design italiano è capace di attirare i migliori talenti italiani e stranieri senza distinzione di sorta.

Questo mondo fa in qualche modo capolino nella città di Milano, vero centro del design italiano.

A Milano troviamo un quarto delle imprese del settore ed una delle più alte concentrazioni di scuole di design al mondo che attira, come detto, anche forti interessi internazionali. È il caso del gruppo londinese Galileo Global Education, già azionista dell’Istituto Marangoni e che nel 2017 ha acquisito il 100% di NABA e DOMUS Academy (parliamo di un polo della formazione della moda, delle arti e del design da 100 milioni di euro di ricavi), o la Raffles (gruppo di Singapore con 26 centri di formazione in tutta l’Asia) che ha aperto a Milano, sempre nel 2017, la sua prima scuola europea.

Non a caso a Milano si tiene ormai un appuntamento attesissimo dal tutto il mondo del design: Il Salone del Mobile, giunto ormai alla sua 58sima edizione. Ecco qualche numero: oltre 370.000 visitatori specializzati ogni anno, provenienti da più di 188 Paesi, più di 5.000 giornalisti della stampa nazionale e estera e circa 27.500 persone nel fine settimana.

Italian design, L’editoriale di Ivan Zorico, milano capitale del design
Milano capitale del design italiano.

Ma l’Italian Design fatto di manifattura, designer, artigiani, associazioni e imprese, non si ferma di certo a Milano. Lungo tutto lo stivale abbiamo eccellenze di prim’ordine:  Sassuolo “fa rima” con ceramica, Vicenza con l’oreficeria, Fermo con le calzature, Torino e l’Emilia Romagna con l’automotive, Napoli con l’abbigliamento da uomo, Firenze con la pelletteria, Pisa con la robotica e la Puglia con l’aerospaziale.

Facendo parlare i numeri, questa geografia del design italiano ci consegna, nel 2017, oltre 30.000 imprese del settore e un livello occupazionale composto da oltre 50.226 lavoratori.

Sono numeri in crescita rispetto agli anni precedenti ma che se confrontati con altri Paesi europei non ci fanno però sorridere. Il fatturato del design italiano vale 3,8 miliardi di euro, quello tedesco 4,2 miliardi e quello inglese 6,2 miliardi. Segno questo che c’è ancora tanto lavoro.

Lo scotto che paghiamo risiede in qualche modo nella nostra stessa unicità; il nostro tipico tessuto produttivo fatto di piccole (spesso piccolissime) e medio imprese: il 45% delle imprese che operano nel disegn infatti sono composte da due persone. Accanto a questo dato va anche detto che tra il 2011 e il 2017 le imprese con almeno 50 addetti hanno visto aumentare la loro quota di mercato, sia per numero di lavoratori (dal 6,6% all’8,8%), che per fatturato (dal 15,1% al 20,7%).

Fonte dati: Design Economy 2019

Quindi se è vero che il nostro Made in Italy è riconosciuto in tutto il mondo e se è vero che siamo quelli che facciamo ed esportiamo il bello probabilmente quello che manca è un sistema di politiche di sostegno che aiuti le piccole e medie imprese italiane nei processi di innovazione e internazionalizzazione.

Un discorso questo che può andar bene per il design ma anche per altri settori. Inserire questi temi all’interno del dibattito pubblico accrescerebbe sicuramente il valore e la competitività del nostro paese, e di tutti noi.

Ivan Zorico




Work in progress – L’editoriale di Ivan Zorico


ivan-zorico-01-minNoi Millennials, ossia quella generazione nata tra il 1980 ed il 1995, siamo stati abituati per gran parte della nostra vita a concepire l’ingresso nel mondo del lavoro in maniera molto lineare.

L’equazione era semplice: diploma di maturità + diploma di laurea = lavoro sicuro.
Per i più fortunati, alle volte questa equazione poteva essere anche più semplice: diploma di maturità = lavoro sicuro.

Questa equazione non era frutto della nostra immaginazione e non l’avevamo imparata guardando la TV o sui libri di scuola. A darci questa certezza e questa forma mentis era l’esperienza indiretta dei nostri genitori, degli amici più grandi, dei parenti e dei conoscenti. Il leitmotiv era più o meno questo: studia, impegnati e vedrai che il lavoro arriverà. E in effetti questo schema è stato vero per molto tempo.

Poi, ad un certo punto, questa equazione ha iniziato a non restituire più il risultato atteso o quanto meno sperato. Ecco come si è presentata la nuova equazione: diploma di maturità + diploma di laurea = precariato. E, come conseguenza, abbiamo dovuto imparare a conoscere in fretta termini come co.co.co, agenzie interinali, voucher et similia.

Oggi è evidente che viviamo e ci confrontiamo con un mondo molto più complesso di quello passato, dove per passato intendo già soltanto un mondo di 15 anni fa. Siamo stati costretti a riformattare rapidamente le nostre teste e, al contempo, sviluppare competenze nuove come flessibilità, auto-imprenditorialità e proattività, così giusto per dire le prime tre che mi vengono in mente. E tutto questo in un mercato del lavoro, quale quello italiano, sostanzialmente statico.

Opportunità di lavoro

È inutile girarci intorno, non è facile: il contesto è cambiato e la competizione è aumentata. Ma non è impossibile. In una condizione profondamente mutata, ci sono opportunità che si possono cogliere e obiettivi personali e lavorativi che si possono ancora raggiungere. Perché se è vero che rispetto ai nostri “predecessori” la vita si presenta più complessa, è vero anche che noi possiamo contare su strumenti e tecnologie che per loro erano impensabili.

Dato che noi di Smart Marketing, come ormai avrete avuto modo di conoscerci, siamo orientati a rappresentare i lati positivi e più in generale il mondo delle opportunità piuttosto che quello delle recriminazioni, abbiamo voluto dedicare questo numero – “Work in progress” – proprio al mondo del lavoro per dare nuovi spunti di riflessione a chi magari vi si affaccia per la prima volta, ma anche per coloro i quali hanno già delle esperienze lavorative alle spalle.

Scopri il nuovo numero dedicato al mondo del lavoro:

E il momento storico non poteva essere più congeniale: in attesa che il Reddito di Cittadinanza (di prossima attuazione) sviluppi realmente il suo possibile potenziale e che si manifesti davvero come un modo per avvicinare domanda e offerta (di lavoro) e non si palesi invece come una mera forma assistenzialistica come più di qualcuno ipotizza, noi siamo convinti che la conoscenza e la proattività siano le basi per il cambiamento e per poter incidere positivamente sulla propria vita. Sia essa riguardante la sfera personale che, appunto, quella lavorativa.

D’altronde, come dicevano i latini: “Homo faber fortunae suae”.

Ivan Zorico




L’evoluzione del mercato del lavoro nel marketing e nella comunicazione (digitale). Intervista a Cristiano Carriero.


Partiamo dal vedere un po’ di numeri per inquadrare il settore digitale.

Il mercato del digitale in Italia cresce di anno in anno: nel 2018 valeva 65 miliardi di euro, +22% rispetto al 2016 (Fonte: Elaborazioni IAB/EY). Questa crescita, come ovvio che sia, ha avuto anche delle ricadute a livello occupazionale: 285 mila unità nel 2018, contro le 253 mila del 2017. A perimetro allargato, i numeri che abbiamo appena visto assumono valori ben più importanti: nel 2018 il digitale ha generato un indotto economico pari a 89 miliardi di euro e fatto registrare 675 mila occupati.

Chi si occupa di marketing e comunicazione (digitale) sa bene che è molto importante conoscere il contesto in cui ci si muove per capirne le dinamiche, seguire o anticipare i trend e cogliere le opportunità di sviluppo. E mai come in questo nostro tempo tale principio appare vero.
Infatti, chi si occupa già da qualche tempo di marketing e comunicazione può dire di aver vissuto davvero il cosiddetto Prima e Dopo.

In soli 10 anni tutto è cambiato: prima il lavoro del comunicatore era impostato sulla costruzione e veicolazione del messaggio per e attraverso i mass media. Oggi ­­– dopo – il mondo della comunicazione è molto più parcellizzato e nuovo. Non si parla solo di nuovi strumenti e tecnologie – social media, blog, et similia – ma anche, se non soprattutto, di nuovi contenuti e nuovi linguaggi.

Se cambiamo il come comunichiamo, cambiamo anche il cosa comunichiamo.

L’avvento dello smartphone e la proliferazione dei social media hanno messo al centro la persona in maniera inequivocabile. Siamo, di fatto, nell’era del marketing della prossimità. E di questo ne dobbiamo essere consapevoli.

Nella foto: Cristiano Carriero. Fonte: profilo Facebook
Nella foto: Cristiano Carriero. Fonte: profilo Facebook

Per capire meglio come è cambiato il mondo della comunicazione e del marketing abbiamo voluto intervistare un professionista, Cristiano Carriero, che da tempo lavora in questo settore e che ha vissuto proprio quella fase, del prima e dopo, di cui abbiamo parlato. Cristiano può vantare una lunga esperienza lavorativa all’interno di agenzie di comunicazione, ma è anche formatore, autore di libri, curatore della collana di digital marketing per Hoepli ed ha fondato la Content Academy all’interno della quale si affrontano, in maniera trasversale, i pilastri del marketing.

Cristiano, ti sei formato in un mondo analogico e hai iniziato a lavorare nel mondo pre social/rivoluzione digitale: come e cosa è cambiato di più nella tua professione?

I media sono diventati tantissimi. Chi prima lavorava nella comunicazione doveva costruire e veicolare il messaggio attraverso la stampa, la radio e la televisione. Quindi preparare un comunicato stampa, un messaggio radio, ecc. Oggi, già all’atto della costruzione del messaggio, devi pensare ai vari format, come ad esempio alle Storie di Instagram. Se vuoi comunicare in maniera adeguata non puoi prescindere da questo aspetto.
Ovviamente niente può essere improvvisato: le radici formative ti aiutano a capire cosa comunicare per poi pensare a come diffonderlo. Lo strumento comunque viene dopo e non è di certo la panacea di tutti i mali. È comunque fondamentale conoscere bene le varie piattaforme per capire come e cosa funziona di più, quali sono le dinamiche che si sviluppano all’interno e stare vicino alle persone. Proprio quest’ultimo punto è fondamentale: lo strumento che oggi funziona veramente è conoscere le persone.

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Quali figure professionali saranno maggiormente richieste nel prossimo futuro e perché?

A breve termine, i ruoli dedicati all’influencer marketing. Questo sarà vero sia nelle piccole e medie agenzie che nelle aziende. In particolare servirà gente preparata nello scouting, mappatura, selezione, contatto, storytelling, analisi della campagna e monitoraggio delle azioni messe in campo.

Poi sicuramente persone che si occupino di content marketing, ossia figure professionali in grado di gestire tutto il funnel: dalla studio della strategia al contatto finale.

E, in ultimo, chi conoscerà molto bene lo strumento delle Ads. Persone capaci di fare la differenza e di essere davvero verticali su una piattaforma. Non so, per fare un esempio, mi viene in mente il nome di Veronica Gentili se si parla delle campagne di comunicazione su Facebook.

L’evoluzione del mercato del lavoro nel marketing e nella comunicazione (digitale). Intervista a Cristiano Carriero.

Prima di salutarci, quale percorso consiglieresti di intraprendere in termine di formazione e lavoro nel digital marketing sia per chi è alle prime armi e sia per chi invece ha già qualche anno di esperienza?

Per i più giovani certamente seguire dei punti di riferimento. Nel mio caso, ad esempio, ricordo che seguivo con costanza Luca Conti. In generale bisogna cercare di entrare in contatto con chi è del mestiere, frequentare corsi di formazione ed eventi, per individuare quelle due o tre aree in cui ci si vuole indirizzare. Poi, una volta individuate, bisogna studiare tanto e specializzarsi.

Per chi ha già qualche anno di esperienza, invece, bisogna iniziare a mischiare le carte. Magari invece di seguire un (ennesimo) evento verticale sul social media marketing, bisogna cercare di investire il proprio tempo in corsi come business management o ritornare più alle origine andando ad approfondire temi come la costruzione del messaggio. Quel che è certo è il rischio di rimanere indietro: bisogna sempre aggiornarsi ed evitare di stazionare nella zona d comfort.




Cercare il lavoro nell’era di LinkedIn, di Google e del digitale: guida e consigli pratici.


Con un tasso di disoccupazione che in Italia permane da anni stabilmente in doppia cifra, il tema del lavoro resta uno degli argomenti più spinosi da trattare.

Il mondo del lavoro è cambiato molto negli ultimi anni ed è cambiato sia sostanzialmente che formalmente. Accanto o addirittura in sostituzione alle professioni tradizionali sono nati nuovi lavori. Oltre alle competenze professionali sempre più importanza stanno registrando nel processo di selezione le cosiddette competenze trasversali o soft skills. La competizione è aumentata, il grado di preparazione richiesto è massimo e bisogna essere sempre più in grado anche di reinventarsi per saper cogliere velocemente le opportunità, sia che si abbiano 20, 30, 40 o anche 50 anni.

Tra chi dice che ormai il curriculum vitae in formato europeo sia diventato uno strumento desueto e chi afferma che oggi il lavoro non si cerca ma si attrae, sono tante le filosofie e i modi interpretare la ricerca del lavoro.

Fatto sta che oggi difficilmente si può pensare di uscire da scuola o dall’università, piuttosto che cercare una nuova occupazione, senza avere una strategia ben precisa. Non si può certo pensare che basti semplicemente redigere il CV, inviare qualche email e sperare che il lavoro arrivi subito dopo. Certo non è una legge scritta sulla pietra, ma credo siano in pochi quelli in grado di testimoniare di aver vissuto un’esperienza come quella appena descritta. Molto più facile è trovarsi ad ascoltare il racconto di amici e conoscenti che dopo aver inviato nel tempo email a pioggia con tanto di CV e lettera motivazionale in allegato, non solo non hanno trovato lavoro ma non hanno neanche ricevuto una ben che minima risposta.

Strategia per trovare lavoro con LinkedIn, Google e il digitale

Ormai lo sappiamo, quando vogliamo cercare informazioni su qualcosa o qualcuno andiamo su Google e digitiamo l’oggetto della nostra ricerca. Capita quando dobbiamo scegliere una meta turistica, per scegliere un ristorante e anche per avere informazioni in merito ad una persona che si è candidata per una posizione lavorativa o per ricercare autonomamente un professionista.

La ricerca può avvenire in due modi: possiamo fare ricerche più generiche come per esempio digitare “Ristoranti a Milano” o ricercare qualcosa di più definito come per esempio “Ristorante tal dei tali”. Nel primo caso le uniche cose che sappiamo è che vogliamo andare a cena fuori e dove, mentre nel secondo caso già conosciamo il nome di un ristorante specifico in grado di soddisfare le nostre necessità.

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Stessa cosa vale quando un selezionatore ricerca informazioni su una persona da inserire in azienda o su una persona a cui affidare una consulenza. Ma capita banalmente anche a noi quando abbiamo necessità di cercare ad esempio un/a nutrizionista, un/a commercialista o un/a elettricista.

Vediamo nel dettaglio.

Poniamo il caso – ricerca generica – che un selezionatore abbia necessità di ricercare una figura professionale e che non abbia altre coordinate se non l’oggetto della ricerca, ad esempio: formatore.

Bene la situazione potrebbe essere questa: potrebbe iniziare a vagliare dei CV che gli sono arrivati nel tempo, potrebbe avvelarsi di qualche agenzia/consulente specializzati nella ricerca e selezione del personale o potrebbe ricercarlo in autonomia attraverso LinkedIn, al momento la piattaforma social per il lavoro per eccellenza.

L’altro caso – ricerca definita –  potrebbe essere che il selezionatore (o chi per lui), magari dopo un processo di ricerca come quello che abbiamo appena visto, abbia finalmente tra le mani il CV o il nominativo della persona che idealmente potrebbe fare al caso suo.

Bene, oltre a leggere con attenzione le informazioni inserite all’interno del CV, molto probabilmente digiterà il nome del candidato su Google per cercare ulteriori informazioni sul suo conto. Informazioni in grado di restituirgli un profilo più strutturato e completo.

E se quel candidato fossi tu, quali informazioni vorresti che trovasse? Vorresti che trovasse informazioni di poco conto, addirittura controproducenti o di valore?

Evidentemente tutti vorremmo che trovasse online informazioni di valore, ossia informazioni in grado di confermare la buona impressione suscitata dalla lettura del nostro Curriculum Vitae e che rafforzasse in lui l’idea che effettivamente siamo il professionista giusto che stava ricercando.

Cercare il lavoro nell’era di LinkedIn, di Google e del digitale
Cercare il lavoro nell’era di LinkedIn, di Google e del digitale

Già, ma come si fa?

Come abbiamo detto all’inizio di questo articolo, oggi non si può pensare di cercare lavoro senza avere una strategia ben definita e il digitale in questo contesto può esserci di grande aiuto.

Consiglio 1: No a foto indesiderate

Innanzitutto partiamo con una piccola analisi: proviamo a digitare il nostro nome su Google e scopriamo cosa appare. Se vediamo che tra le “immagini relative” ci sono foto di noi non propriamente professionali magari sarebbe il caso di eliminarle o di modificare le impostazioni di privacy dei nostri profili social.

Consiglio 2: Profilo LinkedIn attivo (e aggiornato)

A meno che non abbiate un blog personale, sarebbe bene che il primo risultato espresso da Google fosse il vostro profilo LinkedIn. Se non avete un profilo LinkedIn correte subito ad attivarlo. Anzi aspettate ancora un attimo perché tra un po’ troverete dei suggerimenti per aprire (o magari modificare se già lo avete attivo) il vostro profilo LinkedIn.

Consiglio 3: Personal branding

Adoperarsi per far trovare al vostro ipotetico selezionatore informazioni di voi correlate alla vostra professione. Parlo ad esempio di interviste, di partecipazione ad eventi o convegni in qualità di relatore, di video o articoli nei quali dispensate consigli utili e nei quali mettete in mostra il vostro sapere e le vostre conoscenze professionali. In una parola, anzi due: personal branding.

In questo modo il vostro selezionatore avrà tutti gli elementi necessari per valutarvi in maniera completa potendo dedurre che siete un professionista attento, di cui potersi fidare e per il quale sarà giusto poter investire del tempo in uno o più colloqui di selezione. In sostanza, per cercare lavoro nell’era di LinkedIn, di Google e del digitale la vostra reputazione online è fondamentale.

Consiglio 4: Proattività

Come potete leggere tra le righe, la ricerca del lavoro non è un’attività passiva. Richiede tanto impegno e lavoro (sì è così, serve lavoro per trovare lavoro) da parte nostra. Emergere oggi non è facile e quindi bisogna attivarsi per posizionarsi e per essere riconoscibili. Quindi è sicuramente una scelta vincente produrre contenuti di valore da veicolare, ad esempio, attraverso un blog o un canale You Tube. Certo, non nel brevissimo termine ma nel medio-lungo termine darà i ritorni sperati. Attenzione, non serve diventare influencer o avere migliaia e migliaia di follower: l’obiettivo resta sempre quello di farsi percepire professionali, credibili e competenti. E per raggiungerlo non è necessario diventare delle web star. Poi, se lo diventerete, ben venga. In tal caso, come si dice in questi casi: ricordatevi degli amici.

Bene, abbiamo detto quindi che farsi trovare pronti ad una possibile ricerca di informazioni sul nostro conto su Google è molto importante per la ricerca del lavoro.

Ora quindi passiamo a qualche consiglio utile per avere un buon profilo LinkedIn.

La foto

L’abbiamo detto prima: sono da evitare foto non professionali. Quindi non inserire foto di noi al mare, con gli occhiali da sole o con abbigliamento poco consono. Come in tutte le cose vince la semplicità, per cui basterà che si vedano bene il viso e gli occhi, che non sia sfocata o tagliata e che indossiate degli abiti professionali. Insomma, andreste mai a fare un colloquio di lavoro in bermuda ed infradito?

Headline o descrizione breve

Qui andrete ad inserire la vostra professione, ciò che vi caratterizza, che sapete fare e dove lo fate (inteso in quale azienda). Ad esempio: Brand manager, Ingegnere informatico, ecc. Se al momento non avete una occupazione, è preferibile non scrivere frasi come “Disoccupato” o “Alla ricerca di un posto di lavoro”. Voi possedete una vostra professionalità al netto del fatto che al momento la stiate esercitando o meno. Ad esempio, uno psicologo lo è tale anche se in quel preciso momento non è assunto o se non sta svolgendo la professione come autonomo.

Il riepilogo

In questa sezione possiamo descrivere cosa sappiamo fare e chi siamo. Ho appositamente scritto prima “cosa sappiamo fare” in quanto le persone si aspettano sempre di leggere quello che può tornare utile a loro. Per farlo è fortemente consigliato l’utilizzo di parole chiave tipiche del nostro settore.

Posizioni lavorative

È giusto avere due o tre posizioni lavorative precedenti a quella attuale. In questo modo rappresenteremo correttamente le nostre passate esperienze e competenze acquisite.

La formazione

La sezione relativa alle esperienze educative è fondamentale per mettere in luce il percorso di studi realizzato. Bisogna quindi indicare il periodo in cui abbiamo svolto tali attività, il nome degli Istituti e le materie affrontate.

Le competenze

In questa sezione possiamo evidenziare le competenze acquisite come, ad esempio, potrebbe essere “Social Media Manager”. Essendo una piattaforma social, LinkedIn consente ai tuoi contatti di raccomandarvi dandogli la possibilità di confermare l’effettivo possesso di tale competenza/e.

La località

LinkedIn consente di geolocalizzarvi: in questo modo sarà più semplice per un selezionatore capire in quale località svolgete il vostro lavoro.

I collegamenti

È preferibile “sfondare il muro” dei 500 collegamenti. Per poter arrivare a tale risultato si potrebbe richiedere l’amicizia/contatto a chi ha frequentato l’università o la scuola con noi, ai colleghi di lavoro o a chi opera nel nostro stesso settore, magari per scambiarsi anche idee e suggerimenti.

Perfetto, una volta eseguite o riviste queste attività, l’ultimo consiglio è quello di utilizzare e “vivere” la piattaforma. LinkedIn è un social, certo di stampo professionale, ma pur sempre un social. Pertanto partecipate alle discussioni, condividete articoli di interesse o postate contenuti scritti da voi. L’obiettivo è sempre lo stesso: farsi percepire professionali, credibili e competenti. Questa è l’unica strategia possibile per cercare e trovare lavoro al tempo di LinkedIn, Google e del digitale.

PS Non dimenticate di consultare la sezione Lavoro di LinkedIn: è davvero ben fatta e utile.

Spero che questo articolo vi sia utile.
Fatemelo sapere nei commenti e, se volete, aggiungetemi ai vostri collegamenti per restare in contatto su LinkedIn: www.linkedin.com/in/ivanzorico




I rischi della rete: il Safer Internet Day


Il web e il digitale offrono tante opportunità. E questo credo sia noto ai più. Ogni tanto, però, è anche giusto ricordare i rischi che possono celarsi dietro l’utilizzo non corretto del mezzo. E il Safer Internet Day è sicuramente l’occasione giusta.

I rischi della rete: il Safer Internet Day 2019
I rischi della rete: il Safer Internet Day 2019

Ecco alcuni tra i maggiori rischi:

C’è la necessità di portare avanti percorsi di educazione al digitale: se pensiamo che FB ha compiuto ieri 15 anni e che lo smartphone è in circolazione da poco più di 10 anni, molto probabilmente non tutte le persone hanno avuto il tempo, o la capacità, di capire come maneggiare al meglio questi strumenti.




Back to the Future – L’editoriale di Ivan Zorico


ivan-zorico-01-minSarà che sono pienamente in target, sarà che seguo solo quello nel quale mi riconosco o per il quale ho un interesse forte, ma a me sembra di vedere solo contenuti e prodotti “confezionati” per chi si trova nei Trenta.

Profili social come Viva gli anni ’90, Serie A – Operazione Nostalgia o Sole, Whisky e sei in Pole Position, citazioni varie, film e ricordi più in generale, tutto mi ricorda e mi riporta agli ’80 e ’90.

Poi, però, dopo questa scorpacciata quotidiana di nostalgia, rinsanisco, riprendo contatto con l’oggi, e mi ricordo di come funzionano gli algoritmi che stanno dietro a siti come Facebook, Instagram, Google, et similia. In buona sostanza mi mostrano quello che voglio vedere.

Tutto molto semplice. Tutto molto regolare. Ma c’è un ma.

Il ma è che non sono solo io a vivere questa situazione. Milioni di persone si nutrono giornalmente dei medesimi contenuti: i loro ricordi affondano le radici negli stessi riferimenti culturali e si riconoscono in modelli, situazioni e archetipi comuni.
Insomma, per dirla con una terminologia cara al marketing, siamo un mercato.

Di questo, ovviamente, non me ne sono accorto solo io.

Tutta l’industria, da quella cinematografica a quella delle tecnologia, passando da quella dei dolciumi e della moda, ha capito che quelle generazioni di adolescenti (o poco più) vissute a cavallo degli anni ’80 e ’90, oggi sono cresciute ed sono diventate adulte. Adulti che hanno capacità di spesa (seppur in molti casi legata a contratti precari) e con un forte radicamento al passato. Il loro.

Remake di film di successo, prodotti in voga 20 anni fa e addirittura le merendine, che abbiamo mangiato da piccoli, sono tornate sul mercato spinte da quei brand che sentiamo ormai un po’ nostri.

Quello a cui stiamo assistendo in questo periodo è un clamoroso ritorno al passato trainato, molto probabilmente, da due fattori principali: la voglia di certezze e la voglia di sentirsi meglio o migliori.

Evidentemente, in un mondo che ormai va davvero velocissimo e che ci pone costantemente sfide sempre più importanti, tornare con la mente a momenti più rilassati ci appare come rifugio naturale al quale è difficile rinunciare. E, il secondo aspetto, è facilmente riassumibile nella tipica frase della nonna: “si stava meglio quando si stava peggio”.

Scopri il numero dedicato al marketing della nostalgia:

Bene, in questo contesto, le aziende e i brand cercano di andare a pescare quei prodotti e quelle percezioni a noi care per riproporli sul mercato (ossia a noi) e, perché no, cercare in questo modo di trainare anche il nuovo prodotto di punta.

 Ivan Zorico




Il potere del marketing della nostalgia


Il potere della TV lo si vede in azione ogni qual volta che un consumatore americano acquista una confezione di cereali per la colazione. Per uno spot pubblicitario che ha visto tanti anni fa, è disposto ancora oggi a spendere di più per quella confezione di corn flakes o riso soffiato. Nell’arco di una vita equivale a migliaia di dollari in cost premium per la pubblicità dei soli cereali per la colazione.
Naturalmente il fenomeno non riguarda soltanto i marchi in vendita nei supermercati, ma interessava anche i nomi come John Hancock e Merrill Lynch, Prudential, Archer Daniels Midland, Jeep e persino Ronald Regan. Grandi nomi e grandi idee che hanno avuto un impatto enorme sulla nostra vista.
 (Seth Godin in “La mucca viola. Farsi notare (e fare fortuna) in un mondo tutto marrone”, edito da Sperling & Kupfer).

Con queste parole Seth Godin (uno dei blogger di marketing più influenti del mondo) spiega lucidamente il motivo per il quale il marketing della nostalgia abbia un potere immenso e funzioni molto bene ancora oggi.

Prima dell’avvento dei nuovi media e del passaggio da una comunicazione di massa ad una di nicchia, l’unico vero mezzo tramite il quale i consumatori potevano conoscere i prodotti di cui necessitavano (o di cui avrebbero avuto bisogno) era la televisione. Sostanzialmente senza interferenze e senza soluzione di continuità, la televisione trasmetteva pubblicità, jingle e claim che, giorno dopo giorno, entravano nelle nostre teste e si cristallizzavano nei nostri ricordi.

Ecco la “prova del 9”:

Solo il 99,99 % di voi avrà completato correttamente i claim qui sopra e ne avrà associato il relativo brand/prodotto, sempre che siate nati tra gli anni ’80 e i primi anni ’90.

Ancora oggi, se devo pensare di comprare un pennello penso a Cinghiale, se voglio bere un digestivo propendo per l’Amaro Lucano e se ho desiderio di un gelato confezionato con il biscotto scelgo il Maxibon.
Di questi esempi potrei farne a decine.

Il punto è che questi brand/prodotti sono entrati dentro la testa di più generazioni di consumatori ed hanno un vantaggio competitivo formidabile. Per me, come per milioni di altre persone saranno sempre (o quasi) la prima scelta. Sono perfettamente riconoscibili.

Oggi, invece, questa meccanismo che permetteva di penetrare così massivamente nella testa delle persone – il complesso industriale-televisivo – è entrato in crisi. Il fattore principale che ha determinato questa situazione è la cosiddetta “guerra dell’attenzione”. Essendo immersi tra notifiche, e-mail, chat, informazioni, stimoli, et similia, non riusciamo più a prestare un’attenzione costante e, soprattutto, evitiamo tutto ciò che ci distoglie dalle nostre attività.

Fate caso a come si guarda la televisione oggi: in una mano si ha il telecomando e nell’altra lo smartphone. Sempre se siete tra coloro che ancora guardano la televisione. Perché, da tempo, ci sono migliaia di persone che ormai non l’accendono neanche più.

Pertanto per un brand che in passato è riuscito a lavorare su un certo posizionamento, e che ha instaurato un legame quasi familiare con le persone, è certamente più semplice ricorrere al marketing della nostalgia.

Solo pensare ad un prodotto o rivedere una pubblicità ci fa fare un balzo nel passato, laddove tutto era più bello e sereno. Ebbene sì, è innegabile, il passato fa questo effetto.

Scopri il numero dedicato al marketing della nostalgia:

E ora vi chiedo: quanto sareste disposti a spendere per sentirvi di nuovo sereni come un tempo? Quale prodotto scegliereste tra uno che sentite parte di voi e uno del quale avete sentito appena qualcosa?
Entrambe le domande sono ovviamente retoriche.

Ecco, l’essenza del marketing, non solo della nostalgia, si riassume tutta qui.
Il marketing non serve per vendere prodotti ma per creare percezioni.




#10yearschallenge: complotto di Facebook o semplice fenomeno social?


In questi giorni sta girando molto, proprio quasi quanto il fenomeno stesso della #10yearschallenge, l’idea che questa sorta di gioco non sia un semplice modo per condividere (ancora una volta) qualcosa che ci riguardi, ma che abbia dei secondi fini. 

 

Semplificando, l’idea che sta passando è che questa “10yearschallenge” possa essere quasi assimilata ad un “complotto” ordito da Facebook per poter avere un grosso quantitativo di nostre foto (del prima e del dopo) utili per attività di riconoscimento facciale, machine learning et similia. Tali attività (così come le altre informazioni su di noi che giornalmente cediamo ai social network, ed al mondo del web più in generale) consentirebbero di profilarci (vedi il caso di Cambridge Analytica) e di potenziare, appunto, gli strumenti di riconoscimento facciale per diversi scopi.

#10yearschallenge: complotto di Facebook o semplice fenomeno social?

Per carità il tema della privacy è certamente delicato e l’utilizzo e la gestione che si fa (e si farà) dei nostri dati è, e deve essere sempre, oggetto di dibattito. Ma credo che in questo caso non si possa gridare allo scandalo.

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Credo che da tempo abbiamo abdicato alla “riservatezza” per poter ricevere servizi in cambio. Non serve indignarsi o giocare a fare i complottisti.

Se il gioco non ci piace, basta non giocare. Se non vogliamo far conoscere qualcosa di noi, basta non pubblicarlo. Non è difficile. E credo che sia ormai cosa nota a tutti.

O, almeno, lo spero.




Un grande classico di ogni inizio anno: le previsioni sul marketing e i social media.


Quali saranno i trend del marketing nel 2019: cosa farà più vendere? Cosa funzionerà di più sui social?Le previsioni e i trend sul marketing e i social media nel 2019

Video, Podcast, Influencer di tutti i tipi (macro, micro, nano), Storie, IGTV e così via. Consigli molto utili sì, ma manca qualcosa di importante.
Quello che emerge con forza negli articoli che circolano in questi giorni è la centralità del mezzo. Una fede incondizionata verso lo strumento.

Il “Come comunicare” è diventato il “Cosa comunicare”.

Più in generale mi sembra sempre più evidente l’estrema importanza che si dà al mezzo di turno e la contemporanea sottovalutazione del Perché e del Cosa comunicare. Come se lo strumento portasse con sé qualcosa di magico.

Bisognerebbe invece tornare a puntare l’attenzione sulla strategia e sulle motivazioni. Tornare a Pensare prima a Cosa comunicare e solo dopo al Come. E non viceversa.

Lo strumento deve essere il mezzo e non il fine.

In questo modo sarà anche più “semplice” valutare l’efficacia del lavoro svolto e motivare i risultati acquisiti.




Simply the best - L'editoriale di Ivan Zorico


ivan-zorico-01-minFine anno, tempo di bilanci.

Solitamente quando voglio ricordare cosa di importante è successo in Italia e nel Mondo nell’anno che si sta per concludere, mi affido a quello che possiamo definire l’Oracolo dei tempi moderni.
Quell’entità capace di avere una risposta su tutto e di averla anche in tempi estremamente brevi, se non immediati. Sì signori, parlo di Google.

Google, che tra l’altro, proprio nel 2018, ha compiuto 20 anni.

Ma, quest’anno, voglio fare una scelta differente.

Voglio ripercorre l’anno attraverso le pagine digitali di questo mensile che, ormai, alla luce delle sue oltre 50 pubblicazioni, è divenuto una realtà riconosciuta.

Partiamo proprio da questo numero pieno: 50! A giugno del 2018 abbiamo festeggiato le 50 pubblicazioni di Smart Marketing. Per questo motivo, il numero quel mese lo abbiamo dedicato ad un tema a noi caro i Traguardi. Traguardi da intendersi non come punti di arrivo, ma come momenti da celebrare e da cui ripartire per continuare il percorso di crescita personale e professionale.

Qualche mese prima, a febbraio 2018, ci siamo soffermati su di un tema molto rilevante per chi fa informazione seriamente, come ci impegniamo a fare anche noi da 5 anni a questa parte: le Fake News. Le bufale sono sempre esistite, ma la loro propagazione negli ultimi anni ha avuto un’elevatissima impennata, con tutto quello che ne consegue. È stato un tema centrale nella campagna/vittoria elettorale di Trump. Ed è stato un tema centrale anche per l’esito delle nostre elezioni nazionali.

Negli altri numeri, essendo un mensile tematico che affronta e approfondisce argomenti e notizie relative al marketing, alla comunicazione e ai social media, abbiamo sviluppato diversi punti rilevanti.

Eccone una selezione:

Come dicevo, ormai questo mensile ha già molte pubblicazioni alle sue spalle. Contenuti che, come avrete avuto modo di leggere in questi anni, sono stati sempre pensati e diffusi per dare un valore o una utilità al lettore. E di questo se ne sono accorti, con mia e nostra somma soddisfazione, anche gli addetti ai lavori. Quest’anno sono infatti davvero tanti gli eventi di settore ai quali Smart Marketing è stato invitato in qualità di media partner:

Se il numero di persone interessate ai nostri articoli aumenta e se gli addetti ai lavori, anche conseguentemente, individuano della qualità nel lavoro che portiamo avanti, questo per noi è indubbiamente il segnale che stiamo facendo le cose nella maniera giusta.

Tutto molto auto-celebrativo direte voi?
Sì, certo. Per alcuni versi non posso darvi torto. Ma non è solo questo, c’è molto altro.

Simply the best - L'editoriale di Ivan Zorico

La scelta di non affidarsi a Google, in questo caso, è voluta essere una sorta di esercizio di concentrazione.

È stata dettata dalla chiara volontà di voler prendere il controllo della massa di informazioni che si ha a disposizione, sforzarsi di asciugare il rumore nel quale siamo continuamente immersi e distillare il tutto per prendere quello che per noi è davvero importante.

In un mondo dove ormai ci confrontiamo non più o non solo con il nostro vicino di banco, ma anche con vip e influencer di ogni ordine e grado, è sempre più difficile chiarire il nostro attuale perimetro, il nostro campo da gioco e le persone e situazioni con le quali realmente possiamo avere qualcosa in comune.

Spostandoci da Google, ma rimanendo nel mondo digitale, basta guardare i nostri profili social, personali o aziendali che siano: i nostri post, i nostri contenuti o le nostre storie, sono (apparentemente) sullo stesso livello di personaggi che hanno mezzi e risorse di gran lunga superiori alle nostre. Abbiamo un senso di parità, di orizzontalità, che se vogliamo marca però, ancor di più, la distanza che c’è tra noi (anime di dio, cfr persone comuni) e loro (vip e influencer).

E questo vale sia per questioni puramente estetiche che professionali.

Ad esempio Instagram, in questo senso, non lascia scampo: mostra e alterna, intelligentemente, influencer e amici comuni.

Pertanto credo, che di tanto in tanto, sia giusto essere autocelebrativi, senza cadere nell’autoreferenzialità. Ci aiuta a capire e a fare il punto su cosa di buono abbiamo fatto e a pensare a cosa poter fare per migliorare e crescere ancora. Perché, se come ho detto, da un lato dobbiamo capire qual è il campionato in cui giochiamo per giocarlo al meglio delle nostre possibilità, ben venga avere degli stimoli continui e dei confronti con persone che sono riuscite ad avere un certo grado di notorietà. Potremo in questo modo prendere ispirazione e seguirne le orme. D’altronde anche questi fantomatici influencer non sono nati già competenti o non sono nati già con un brand personale forte.

Attenzione però: un conto è cercare di capire le dinamiche che ci sono dietro ad un percorso virtuoso, e un conto è cercare di replicare fedelmente la strada di questo o quell’influencer.
Le persone non cercano dei cloni. Bisogna rimanere fedeli alla propria unicità e lavorare sodo affinché emerga. Sarà solo questa la caratteristica che, alla lunga, sarà premiante.

Nel 2019 cerchiamo di farlo tutti. Questo è il mio augurio.

 

Ivan Zorico




I numeri del digitale nel 2018: conferme e continue opportunità di crescita.


Se sino a pochi anni fa un po’ tutti quelli che non si occupavano di digitale tendevano a prendere sotto gamba questo settore economico, oggi è davvero difficile trovare qualcuno che non riconosca la centralità del digitale e le tante opportunità di sviluppo che offre.

A dir la verità qualcuno, anzi più di qualcuno, che nega l’evidenza o che, più o meno faziosamente, sottostima l’impatto del digitale c’è e lo si può trovare a tutti i livelli. Le motivazioni di tale realtà, a mio parere, possono dipendere o da una incapacità (anche in buona fede) di non comprendere la rivoluzione digitale che ormai da 10 anni è in atto o, peggio, da una difesa strenua di posizione derivante da una old economy. In tutti i casi, entrambi i personaggi, prima o poi, dovranno fare i conti con il cambiamento.

Per tutti gli altri però, siano essi addetti ai lavori o semplici “persone informate sui fatti”, è sempre giusto tenere costantemente monitorata la situazione perché, il digitale, tutto è tranne che un business stabile, nel senso di immobile. L’evoluzione è una sua caratteristica intrinseca.

E allora vediamo un po’ lo stato dell’arte del digitale: analizziamo i numeri e le opportunità di crescita.

Nel 2017, l’industria digitale in Italia ha registrato un +9% rispetto al 2016, totalizzando quasi 58 miliardi di euro. Sempre nel 2017, l’intero indotto economico del digitale, quindi a perimetro allargato (consumi, investimenti, ecc.), ha registrato una cifra pari a 80 miliardi euro. L’intera filiera occupava oltre 600 mila persone.

E nel 2018?

Secondo quanto si apprende dalle Elaborazioni IAB/EY su dati Atoka 2017, il mercato del digitale in Italia vale 65 miliardi di euro (+22% rispetto al 2016). Gli asset che contribuiscono maggiormente alla crescita del settore sono l’e-commerce e l’online advertising. Questa crescita ha anche delle ricadute a livello occupazionale: 285 mila sono gli occupati nel digitale nel 2018 contro i 253 mila del 2017. A perimetro allargato, i numeri che abbiamo appena visto assumono valori ben più importanti: in Italia il digitale, nel 2018, genera un indotto economico pari a 89 miliardi di euro e registra 675 mila occupati. I numeri del digitale in Italia nel 2018 a perimetro allargato. Fonte: Elaborazioni IAB/EY su dati Atoka 2017

Sin qui i numeri freddi ci forniscono sì una fotografia evidentemente chiara della situazione, ma che magari non ci danno la possibilità di vedere quali possono essere le opportunità di crescita del digitale.

Per farlo ci serve analizzare altri numeri.

Il digitale infatti è entrato pervasivamente in tutti i processi aziendali: modelli di business, partnership, budgeting, way of work.

Gli impatti del digitale nei processi aziendali. Fonte: Elaborazioni IAB/EY su dati Atoka 2017E questo significa che il bisogno delle aziende di persone capaci di gestire questa trasformazione e di lavorare in questo ambito è sempre maggiore. C’è estremo bisogno di persone da impiegare sia verticalmente su singoli temi e sia di persone capaci di avere una visione di insieme. Persone quindi estremamente qualificate che abbiano un approccio al lavoro flessibile e molto diverso rispetto a quanto avveniva nel passato. Perché il digitale, oltre agli strumenti, ha portato un enorme cambiamento proprio nel modo di lavorare, nel concepire il lavoro e le relazioni.

Competenze e lavoro richiesto nel digitale in Italia. Fonte: Elaborazioni IAB/EY su dati Atoka 2017Per identificare e semplificare quanto appena espresso, si può parlare di “pensiero laterale”. Una capacità raramente acquisibile sui libri di scuola, ma che si sviluppa nel tempo e con il confronto continuo.

Chi saprà formarsi in questo senso, sviluppare capacità specifiche e gestire questi processi di trasformazione, potrà certamente godere delle opportunità del digitale. Per tutti gli altri, consiglio vivamente di correre ai ripari. Il cambiamento non si evita, e men che meno si ferma, fingendo solo che non esista. Lui arriva comunque e interessa, indistintamente, sia le persone che interi business.

Sta a noi farci trovare preparati.




Tutti i ponti e le vacanze in calendario del 2019


Sei appena tornato dalle vacanze di Natale e già hai voglia di staccare la spina o di goderti un po’ di tempo libero?
Non allarmarti, è una sensazione normalissima.

Anzi, per non farti trovare impreparato, è proprio questo il momento migliore per pianificare le vacanze del 2019. Poco importa, che siano vacanze lunghe o solo piccoli ponti da sfruttare per qualche gita fuori porta, questo è il momento di programmare il tuo 2019 all’insegna delle vacanze e dei ponti. Perché lavorare è importante, ma lo è anche sapersi ritagliare del tempo per sé e per i propri cari.

E allora andiamo subito a vedere cosa ci riserva il 2019 in termini di ponti e di vacanze.

Il 1° gennaio 2019 – Capodanno – ci sorride: cade di martedì. Mentre l’Epifania non è così benevola, cade domenica.

Dopo queste prime feste, passiamo poi direttamente a Pasqua.
La Pasqua, in questo 2019, verrà domenica 21 aprile 2019, seguita ovviamente a ruota, il 22 aprile 2019, dal lunedì dell’Angelo (o Pasquetta che dir si voglia).

Poca roba direte voi.

Sì, se dimentichiamo due festività che, almeno all’apparenza, potrebbero rappresentare solo dei piccoli ponti: giovedì 25 Aprile 2019 – Il giorno della Liberazione – e mercoledì 1 Maggio 2019 – la Festa dei Lavoratori -.
Bene, se ai giorni di Pasqua aggiungiamo questi due ponti, con soli 5 giorni di ferie riusciamo a farci ben 12 giorni di vacanza: dal 20 aprile 2019 al 1° maggio 2019.

Dopo questa scorpacciata di ponti, arriviamo alla Festa della Repubblica. Purtroppo, come è capitato per il 2018 (era un sabato), questo ponte non ci sorride. Infatti, il 2 giugno 2019 cade di domenica.

Passiamo quindi all’estate, la stagione delle vacanze per antonomasia.

Questa stagione ci riserva solo un ponte, ossia il Ferragosto che quest’anno cade il giovedì 15 agosto. Quindi, per noi, significa un giorno di ferie rosicchiato.

Passata l’estate, ci imbattiamo nel ponte di Ognissanti che quest’anno cade di venerdì 1° novembre.
“Direi bene, ma non benissimo” se invece pensiamo che il ponte dell’Immacolata, l’8 dicembre 2019, cade ahinoi di domenica.

Arriviamo quindi in scioltezza alle feste ed ai ponti di Natale 2019.

Come è stato per il 2018, anche il 2019 ci sorride regalandoci, è il caso di dirlo, delle belle soddisfazioni.
Natale e Santo Stefano 2019, ossia 25 e 26 dicembre, cadono rispettivamente di mercoledì e giovedì.

Le feste di Natale sono da sempre un tutt’uno con quelle di fine anno. E quindi andiamo a vedere se l’ultimo ponte del 2019 (anche se in realtà saremo già al 2020) ci sorride o meno. Possiamo essere sereni: Capodanno 2020, viene di mercoledì.

Pertanto, se conteggiamo le feste di Natale come un unico grande ponte (dal 21 dicembre 2019 al 1° gennaio 2020), possiamo arrivare a fare 12 giorni di vacanza impiegando 5 giorni di ferie.

Insomma, non male come fine anno.

Come ogni anno, mi riservo di fare una grossa avvertenza.

Non dimentichiamoci di controllare sul calendario quando cade la festività del vostro Santo Patrono. Magari ora non ci pensate, ma delle volte ci restituisce delle grandi soddisfazioni. Di certo non lo farà per i milanesi doc o d’adozione come il sottoscritto. Ho già controllato per tutti noi: Sant’Ambrogio purtroppo nel 2019 cade di sabato 7 dicembre.

È il caso di dirlo: #maiunagioia!




Il Natale che verrà - L'editoriale di Ivan Zorico


ivan-zorico-01-min“…è Natale, è Natale, si può fare di più… è Natale, è Natale, si può amare di più… è Natale, è Natale, si può fare di più, per noi… A Natale puoi…”.

 Immagino che, come sia stato automatico per me, avrete letto queste parole (nel mio caso scritte) canticchiandole e cercando magari anche di riprodurre la melodia e la voce della bambina della pubblicità della Bauli.
Ahimè l’effetto non è stato proprio il medesimo. Spero a voi sia andata meglio.

Ecco, se una pubblicità, un jingle o un claim, riescono a raggiungere questo grado di pervasività e di familiarità, allora vuol dire che ha assolutamente raggiunto il proprio scopo.

Non c’è niente da fare. Quando ascolto questo motivetto per me è Natale.

Riuscire a far coincidere e a ricondurre un prodotto e/o un brand ad un evento come il Natale (per non dire proprio l’Evento per eccellenza) è quanto di meglio si possa chiedere ad un messaggio pubblicitario. Il jingle della Bauli è riuscito a fare qualcosa di incredibile: diventare un fenomeno di massa. O, per usare un termine più 2.0, è riuscito a diventare virale.

Il jingle ovviamente non è stato l’unico elemento capace di generare questa sensazione di vicinanza con il consumatore. Il giusto mix tra storytelling (importantissimo e rinnovato negli anni), costruzione del messaggio e canali di diffusione (offline e online), ha fatto il resto.

Questo numero di Smart Marketing – “Il Natale che verrà” – è quindi dedicato proprio allo studio e alla ricerca di quelle campagne di comunicazione e marketing che maggiormente si sono distinte nel promuovere prodotti e servizi in questo particolare momento dell’anno: Natale!

Troverete spunti, case history e riflessioni, che vi permetteranno di analizzare più da vicino i fenomeni che hanno avuto maggiore presa e successo.

Fateci sapere se ce ne siamo dimenticati qualcuno, il prossimo anno rimedieremo sicuramente ;).

Buona lettura e buon Natale.

 Ivan Zorico