Partiamo dal principio.

Lunedì 23 ottobre sono state ritrovate, all’interno dello Stadio Olimpico di Roma, delle foto modificate che ritraevano Anna Frank con la maglia della Roma. Ad introdurle all’interno dello stadio, insieme ad altre scritte ingiuriose di stampo razzista, sono stati un manipolo di tifosi della Lazio con il chiaro intento di offendere, appunto, i romanisti.
Questi sono i fatti.

All’indomani, come ovvio, c’è stato un gran parlare. Fiumi di parole sono stati scritti. E molti sono stati gli appelli istituzionali e non (dal Capo dello Stato alle maggiori firme del giornalismo italiano), che hanno evidentemente preso le difese di Anna Frank; chi esprimendo parole di condanna per il gesto, chi dando una propria chiave di lettura dell’accaduto.

Ma, passata la giusta ed al contempo consueta fase dell’indignazione e delle prese di posizione, quello su cui ci si dovrebbe soffermare non è tanto sul fatto in sé, ma sulle motivazioni per le quali un gruppo di persone (non mi interessa l’accostamento al tifo laziale perché, quelle stesse persone, potrebbero essere ora un collega d’ufficio, ora un barista, ora una qualsiasi altra cosa) si senta autorizzato a schernire ed a profanare l’immagine di una ragazzina che all’età di 14 anni è stata prelevata e deportata nel campo di concentramento di Auschwitz, dove vi morì all’età di 15.

Perché questo è il punto. NULL’ALTRO.

È, come sempre, un problema mediatico e culturale.
Mediatico: fare ad esempio, come si è visto in questi giorni, l’analisi dei colori politici delle tifoserie è un puro esercizio stilistico e non aiuta di certo a comprendere l’accaduto né tantomeno a trovare o generare possibili anticorpi. Anzi, alza solo i toni e devia il discorso su tutto un altro campo, appunto.
Culturale: non essere riusciti dopo così tanto tempo a bloccare il propagarsi del seme dell’odio razziale, è senza dubbio una sconfitta. Sconfitta appartenente a tutti noi.

Qui non c’è tanto da parlare di laziali contro romanisti. Qui non c’è tanto da parlare di destra o sinistra che tra l’altro, lo voglio dire qui, nulla hanno a che vedere con i totalitarismi. Qui non c’è tanto da compiere grandi gesti eclatanti e riparatori.
Qui c’è solo da chiedere scusa ad una ragazzina, di nome Anna, che all’età di 15 anni ha perso la vita per colpa di una assurda idea di integrità della specie.

Anzi, mi correggo, non basta solo chiedere scusa.
Perché dopo le scuse, dobbiamo assolutamente perseguire penalmente quel gruppo di persone ed insistere con una seria azione culturale per soppiantare quel seme di odio ed ignoranza. Alla fine se ne può uscire solo così: con un esempio di giustizia ed educazione.
O, almeno, è quello che mi auguro.

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