La figura di Lina Wertmüller si lega indissolubilmente agli anni ’70, che la elevano come prima donna della storia a conquistare una nomination agli Oscar, come migliore regista, poi assegnatole alla carriera nel vicino 2020. Da qui ha inizio il mito di Lina Wertmüller, che diventa un modello di emancipazione femminile, tra i più incisivi del mondo. Perché dimostra che le donne possono ambire anche ai ruoli apicali, in barba alla società maschilista, imperante nel ‘900.

Dicevamo, che il suo stile del tutto “personale”, si afferma nei laboriosi e non facili anni ’70, quando la regista stringe un sodalizio artistico molto rilevante con Giancarlo Giannini, giovane attore di grande prestanza fisica e presenza scenica impeccabile, erede dichiarato di Marcello Mastroianni. Quando i due decidono di proseguire la loro carriera artistica insieme, Giannini aveva già interpretato per Scola e al fianco di Mastroianni Dramma della gelosia, tutti i particolari in cronaca; mentre la Wertmüller veniva da alcuni film-esperimenti con Manfredi (Questa volta parliamo di uomini) e dal notevolissimo ma fiacco esordio de I basilischi. Con l’unione delle loro valenze artistiche entrambi arrivano al grosso successo internazionale: dal 1972 al 1975 escono in sala quattro film del tandem Wertmüller-Giannini, a cui si aggiunge Mariangela Melato, la quale manca solo in quello del ’75. Mimì metallurgico ferito nell’onore(1972), Film d’amore e d’anarchia(1973), Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto(1974) e Pasqualino Settebellezze (1975), fanno conquistare fama e notorietà al terzetto. La Wertmuller ha modo finalmente di esprimere il suo stile personale e particolarissimo fatto di toni grotteschi, stravaganti, racconti macchinosi e abbondanti.

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Giancarlo Giannini, Lina Wertmüller e Mariangela Melato.

Per quanto riguarda la coppia Melato-Giannini, anche per loro questo sodalizio vuol dire, al di là del successo, consapevolezza dei propri mezzi. I due diventano una coppia-feticcio: lui è l’uomo tutto d’un pezzo che incarna il cliché del meridionale machista; lei, con dei tratti molto particolari che calamitano lo sguardo degli spettatori, è la ragazza che non può resistere al suo fascino. Sono anche la rappresentazione di un altro tema ricorrente nella filmografia della regista, quello del conflitto di classe, esasperato e reso grottesco. Molto significativi sono i film del periodo per la regista dai “titoli chilometrici”, perché le hanno dato modo di impossessarsi con disinvoltura di situazioni e gag collaudate ormai da tre lustri di cinema satirico all’italiana; ma lei le ha arricchite con un’aggressiva profusione di sguaiataggini e indecenze, perché il suo in larga parte è stato un successo di scandalo. La Wertmuller arrivò al grosso successo non servendosi mai, di nessuno dei tradizionali specialisti del genere brillante, andando invece coraggiosamente a cercare nuovi talenti da valorizzare: nel caso di Giancarlo Giannini e Mariangela Melato, arrivando a creare due star. Il cinema della Wertmüller è caratterizzato da una attenzione quasi maniacale per i particolari e da un barocchismo che si traduce in titoli densi di ironia e di lunghezza proverbiale, rimasti nell’immaginario comune. La stessa regista, scherzava su questa curiosa scelta: “Il sogno di tutti i distributori è di avere dei film con una sola parola perché la possano scrivere più grande; ad un certo punto mi è venuta – grazie a quel tanto di “scugnizzo” che c’è in me – la voglia di scherzare col pubblico e di proporgli dei titoli talmente lunghi che nessuno se li potesse ricordare”.

Analizziamo velocemente i quattro film del sodalizio artistico. Se i primi due si inseriscono in filoni e situazioni già collaudate, quello della satira dei costumi sessuali e dei tabù linguistico-sessuali nazionali; gli ultimi due rappresentano quella maturazione artistica, che infatti porterà la coppia ad Hollywood. Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto è ritenuto il più fortunato, ma anche il migliore dei film della Wertmuller, dove prende in giro la classe dei nuovi ricchi, ignoranti e presuntuosi. E lo fa servendosi, ancora una volta di Mariangela Melato e Giancarlo Giannini, ricca e antipatica la prima, rude marinaio comunista il secondo, che si ritrovano su un’isola deserta quando il gommone guidato dal marinaio va alla deriva. Quì l’uomo si prende la sua rivincita e seduce con successo la donna, ma l’arrivo dei salvatori, dopo parecchi giorni, riporta la situazione alla normalità. Il grande successo internazionale di Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto, proietta il successivo film Pasqualino Settebellezze alle massime vette hollywoodiane. Il film ottiene quattro nomination agli Oscar nel 1977, tra cui quello alla Miglior regia (la prima volta in assoluto per una donna) e al miglior attore protagonista per Giancarlo Giannini. Il film è ambientato negli anni ’30 e racconta la storia di un ragazzo napoletano, bello, compiaciuto, con tutta la vita davanti, che commette un omicidio per salvare l’onore della sorella (all’epoca non era considerato un reato): per la dinamica con cui viene compiuto, non viene considerato un delitto d’onore quindi Pasqualino viene arrestato e portato in un manicomio criminale. Costretto ad arruolarsi nella spedizione in Russia, riesce a disertare ma viene poi rinchiuso in un campo di concentramento. Tornerà a casa profondamente cambiato e disilluso. La pellicola è un’opera violenta, nichilista e inquietante che “giustifica il male insinuando la comoda convinzione che nulla avrebbe cambiato le cose”(sia nel campo di concentramento che nella Napoli corrotta e disperata della Liberazione) e cancella ogni riferimento morale per esaltare solo le primordiali esigenze del corpo, ovvero fame e sesso.

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Lina Wertmüller.

Il sodalizio artistico tra Giannini, la Melato e la Wertmüller, rappresenta una delle vette collaborative più interessanti e qualitativamente di livello del nostro cinema. I film del sodalizio artistico arricchiscono la storia del cinema italiano e mondiale di capolavori satirici di spessore, segnandone un’epoca e, nel caso particolare della Wertmuller aprendo la strada ad altre registe donne, prima di allora ruolo quasi tabù per il gentil sesso. E siccome siamo qui per rendere omaggio ad una grande regista che ha fatto la storia del cinema italiano, scomparsa in questo uggioso dicembre del 2021, vogliamo nominare almeno altri tre film, realizzati tra gli anni ’80 e gli anni ’90, decenni nei quali forse, la sua azione diventa meno incisiva, meno graffiante, con poche eccezioni, che andiamo ora ad analizzare.

Dopo il 1978 de Fatto di sangue tra due uomini per causa di una vedova. Si sospettano moventi politici, con Sophia Loren, Marcello Mastroianni e Giancarlo Giannini, la regista ci mette ben cinque anni per trovare un progetto valido e tornare dietro la macchina da presa. Lo fa con una graffiante e sottovalutata allegoria politica, talmente scomoda, che per girarla, la Wertmüller dovette aspettare due anni. La sceneggiatura era infatti già pronta dal 1981 e si sa, quando si parla di politica in Italia, bisogna avere mille occhi. Finalmente il film ottiene le obbligatorie autorizzazioni e potè realizzarsi. Parliamo di Scherzo del destino dietro l’angolo in agguato come un brigante da strada, con un cast di primissimo ordine, in parte riciclato dal secondo capitolo di Amici miei: ci sono infatti Ugo Tognazzi, Gastone Moschin, Renzo Montagnani, Piera Degli Esposti ed una giovanissima Valeria Golino.

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Paolo Villaggio e Lina Wertmüller.

Il trio di Amici miei, funziona alla grande, con Montagnani (il migliore del gruppo), che interpreta uno spiritosissimo funzionario della Digos imbrigliato in una storia decisamente ingarbugliata, con il ministro Moschin intrappolato dentro un’auto ministeriale inceppata, ferma davanti la casa del suo più ostracizzato politico, l’onorevole Tognazzi. Da quì la trama si dipana mettendo in scena situazioni bizzarre e divertenti, che prende in giro la politica, non risparmiando colpi bassi all’uno o all’altro schieramento politico.

Quasi nove anni dopo Lina Wertmüller torna ad esprimersi ai livelli delle origini. Sublime appare infatti Io speriamo che me la cavo (1992), affresco sul disagio economico del Sud, tratto dall’omonimo bestseller di Marcello D’Orta che raccoglie temi scolastici di una terza elementare di Arzano (Napoli). La figura del maestro, assente nel libro, diviene, sullo schermo, il filtro attraverso il quale i piccoli esprimono la loro visione del mondo, e la realtà di degrado in cui vivono. Il Maestro è ovviamente Paolo Villaggio, che dona al professore tratti di incredibile e straziante comicità amara, sguardi, gestualità e tonalità di voce estremamente diversi dai film a cui eravamo abituati. E’ la rivincita dell’Attore sulla Maschera, ed è la storia di un film struggente e di un sodalizio artistico tra Villaggio e la Wertmüller, rimasto nella memoria collettiva, tanto che la pellicola è il secondo incasso della stagione dietro Puerto Escondido, di Gabriele Salvatores.

Merita un accenno, infine, l’ultimo film importante della regista, dal solito titolo chilometrico, ovvero Metalmeccanico e parrucchiera in un turbine di sesso e politica (1996), che ripropone, in chiave moderna, le sue famose coppie mal assortite. Qui a creare situazioni comiche e cortocircuiti sociali sono Tullio Solenghi e Veronica Pivetti, con un efficace Gene Gnocchi sullo sfondo.

Nell'immagine Lina Wertmüller quando ha ricevuto la stella della Walk of fame di Hollywood - Smart Marketing
Lina Wertmüller quando ha ricevuto la stella della Walk of fame di Hollywood.

23 film da regista, 10 da sceneggiatrice e in aggiunta numerosi lavori televisivi, tra cui Il giornalino di Gian Burrasca: diamo giusto qualche numero per affermare, se mai ce ne fosse bisogno, la valenza che Lina ha avuto nello spettacolo italiano del ‘900. Possiamo anche continuare aggiungendo 3 nominations agli Oscar, un Oscar alla carriera, un David di Donatello alla carriera, un Globo d’oro alla carriera e due Premi di primo livello all’importante Festival di Locarno.

Non c’è bisogno di aggiungere null’altro, se non che la Wertmüller rimarrà in eterno come simbolo della forza e della tenacia delle donne, in grado di emergere e di primeggiare, in un mondo ahimè e ahinoi, ancora troppo maschilista.

 

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