Per quanto lo stesso Carlo Verdone respinga al mittente il paragone con Alberto Sordi per umiltà o per semplice superstizione, è innegabile che l’attore romano dagli anni ’80 ad oggi, sia stato il più fulgido e concreto costruttore di maschere sociale che rappresentano l’italiano medio di fine millennio e di parte del nuovo secolo. Il cinema di Verdone, è un cinema che guarda alla realtà che lo circonda, i suoi personaggi sono monumenti comici, velati di malinconia, sui vizi, sui tanti difetti e sulle poche virtù dell’uomo italico. Verdone piace ed è intelligente come nessun altro, perché parla di noi stessi, perché parla di un popolo che lui conosce benissimo e che ha anche studiato prima di compiere il passo decisivo sul grande schermo. Già perché Carlo è laureato in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” con una tesi intitolata “Letteratura e cinema muto italiano”, nonché diplomato in regia al Centro Sperimentale cinematografico di Roma. Il padre Mario, decano dei Critici cinematografici italiani, gli ha in qualche modo inculcato e passato la passione per il Cinema, il talento e la caparbietà hanno poi fatto il resto.

carlo-verdone-foto-1uIl suo debutto cinematografico avviene nel 1980 con Un sacco bello sotto l’egida addirittura del grande Sergio Leone, che si spese affinché il film vedesse la luce, convincendo la Medusa a produrre e distribuire il film. Realizzato in cinque settimane con un budget di 500 milioni di lire, il film si guadagnò i favori di critica e pubblico, con un incasso di oltre 2 miliardi. Diviso in tre episodi che si sviluppano sullo sfondo di una Roma semideserta (siamo a ferragosto), Un sacco bello è costruito intorno a tre personaggi, comici e al contempo malinconici, tutti interpretati da Verdone, con una vis comica di incredibile efficacia. Anche la sua seconda esperienza, ovvero Bianco, rosso e Verdone (1981), segue la falsariga della prima opera, una rinnovata kermesse di personaggi del suo repertorio, in cui però emerge la figura attempata ma divertente di Elena Fabrizi, la sorella di Aldo, meglio nota come la “Sora Lella”, da allora entrata nella leggenda. Ma è da Acqua e sapone (1983) in poi, che il cinema di Verdone acquista quelle sfumature agrodolci che sono il segreto del suo successo e che lo ergono come il guru della nuova commedia all’italiana (e in questo riecheggia ancora il paragone con Alberto Sordi). In Acqua e sapone Verdone scende nel campo sentimentale basandosi su un fatto reale in puro stile da commedia all’italiana. Acqua e sapone infatti, ha uno spunto che si basa su un servizio giornalistico della Rai, realizzato da Carlo Sartori, che raccontava il fenomeno delle cosiddette “babymodelle”, per lamentare lo sfruttamento delle madri sulle loro figlie prodigio; madri non molto sensibili alla necessità di uno sviluppo psicologico equilibrato delle figlie adolescenti, che le privavano di una serena infanzia per portarle a tappe forzate al successo. Per il ruolo della giovanissima partner femminile, Verdone sceglie Natasha Hovey, nel 1983 soltanto 16enne, per cui adattissima alla parte. Questa volta il nostro abbandona bulli di borgata, padri beceri e burini emigranti ,e sonda per la prima volta(e non sara’ l’unica) le ragioni del cuore. Ne vien fuori un ritratto semplice ma mai banale,una storia dal contenuto esile che tocca momenti di pura ilarita’. E’ la svolta della carriera cinematografica di Verdone, che pur non abbandonando mai del tutto gli istinti iperbolici e virtuosisti degli esordi (vedasi Viaggi di nozze – 1995 e Grande, grosso e Verdone - 2008), pone le basi del suo modo di raccontare il cinema: un registro meno comico, con un certo retrogusto amaro nella stesura delle storie e più attento ai temi della modernità, del cinismo e degli eccessi della società e del disagio dell’individuo di fronte ad essa. E la goffaggine e inadeguatezza della maschera comica ha fatto posto alle nevrosi e all’ipocondria, reazioni quasi somatiche alle pressioni di un mondo frenetico. Verdone mantiene comunque un rapporto, per così dire, privilegiato con i canoni della commedia all’italiana presenti nella tradizione, dai grandi della comicità fino ad arrivare ai dettami di un cinema più impegnato, tenendo fede ad uno stile “medioalto” che ne fa un regista e un interprete tra più amati dal pubblico.

In mezzo a tanti film di successo, tra cui due insieme al grande Maestro Alberto Sordi (In viaggio con papà -1982 Troppo forte -1986), si arriva al 1988 del capolavoro della carriera autoriale e attoriale di Carlo Verdone. Parliamo del celebratissimo Compagni di scuola, anche a detta dello stesso attore romano, il film della vita. Ed effettivamente Compagni di scuola ha tutto per essere considerato non solo un capolavoro, ma tra i migliori film dell’intera storia del cinema italiano. E infatti è uno strepitoso spaccato veritiero e agghiacciante dell’Italia degli anni ’80, che si affaccia ai ’90; ma anche malinconico ritratto, che fa parte dell’esperienza comune di tutti, sulle rimpatriate di ex liceali. Verdone immagina, quello che in fondo sono le rimpatriate: malinconiche, tristi e amare, in cui si riaccendono antiche antipatie, si suscitano commiserazioni, si riacutizzano invidie sopite e anche vecchi amori, si esumano scherzi vetusti, si contano i morti, si constata quanto la vita ci trasforma e non in meglio. Ma poi ognuno torna alla propria vita, come una parentesi fuori tempo massimo, come il ricordo di una magia cercata, forse ritrovata per qualche attimo, ma che non torna più. Compagni di scuola, parla di noi, parla di tutta una generazione, parla di emozioni che sono nei nostri cuori, sopiti magari dagli impegni e dalle frenesie quotidiane; parla di ricordi malinconici, parla di nostalgie, di quello che desideravamo di essere e forse non lo siamo; parla delle nostre ansie, delle nostre paure. Si ride, ma si ride amaro, in pieno stile da commedia all’italiana, cui sono chiare le radici, con le sue virtù (la capacità di osservazione, la cattiveria) e i suoi vizi (il cinismo spicciolo, l’adesione alle volgarità di alcuni personaggi). Maturato come regista, Verdone è in grado di tenere sotto tiro per due ore una ventina di personaggi senza dispersione né cadute di ritmo, né momenti opachi: la mano è sempre leggera, farsa e dramma sono tenuti ugualmente a distanza. E al di là degli interpreti c’è tanto del suo autore nell’opera, c’è tanto della sua capacità di descrivere un’epoca, perché vuoi o no, Compagni di scuola è la riflessione su un’epoca, gli anni ’80, forse perché siamo alla fine del decennio (fine 1988) e quindi è anche giusto fare un bilancio; forse perché gli anni ’80, pur tra tante contraddizioni, sono il più periodo più nostalgico del nostro Paese. Tutto è giusto, ma è anche certo che Verdone si dimostra ancora una volta ottimo osservatore di un vissuto reale sul viale del decadentismo, la sua “Lente” d’osservazione entra a 365 gradi sull’involgarimento e l’A-culturazione di un periodo amaro a livello sociale.

Altro film considerato dallo stesso Verdone, sul suo podio personale, è Maledetto il giorno che t’ho incontrato (1992), una tragicomica storia d’amore di una coppia nevrotica e insoddisfatta, in cui Verdone si serve della straordinaria bravura di Margherita Buy, bella, brava, graziosa e raffinata. Maledetto il giorno che t’ho incontrato è la commedia della maturità di Carlo Verdone regista e attore, un cammino intrapreso da Acqua e sapone in poi, più spazio al racconto e all’approfondimento dei caratteri e con situazioni comiche incastonate bene nel contesto. Questo è film sull’impossibilità dell’amicizia tra uomo e donna, infatti i due si innamoreranno. Ispirato a Harry ti presento Sally, di Rob Reiner, il film è però tra i più riusciti della carriera di Verdone.  I personaggi non sono superficiali o banali, ma anzi, sono definiti bene e presi di peso dalla vita reale. Molte scene sono da antologia, come la scenata di gelosia a tre, con i due uomini che passano alle mani; oppure i momenti di fretta, gli eventi concitati che si sovrappongono, l’incomprensione dovuta alla lingua, e la donna che mette in scacco l’uomo con i suoi capricci o i suoi colpi di testa. Il regista-attore è qui misurato e controllato sia nell’uno che nell’altro dei suoi ruoli. Non si compiace di sé e non gira a vuoto. Margherita Buy è perfetta per la parte, specie quando fa la nevrotica e val la pena dirlo, qui è al massimo della sua bellezza. Insomma, un piccolo grande film senza eccessi e non pretenzioso, che regge bene per le sue quasi due ore di lunghezza.compagni-di-scuola-locandina

Ma il cinema di Verdone, oltre che dominato da una propria indipendenza autoriale (altro paragone con Sordi, vi pare?), è anche un cinema corale, fatto di brevi sodalizi con alcuni ugualmente grandi colleghi. Possiamo nominare ad esempio Cuori nella tormenta (1984), delizioso remake di Dramma della gelosia: tutti i particolari in cronaca (1970)recitato in coppia con Lello Arena; oppure I due carabinieri (1984), in coppia con Enrico Montesano; l’esilarante e surreale 7 chili in 7 giorni (1987), al fianco di Renato Pozzetto; il film corale Grand Hotel Excelsior (1982), in cui Verdone divide la scena e il successo con Diego Abatantuono, Enrico Montesano e Adriano Celentano; e per finire con il più moderno L’abbiamo fatta grossa (2016), in coppia con Antonio Albanese. Tante donne, tante attrici anche al fianco di Carlo Verdone nel corso dei 40 film della sua strepitosa carriera: dalle già citate Natasha Hovey (Acqua e sapone, Compagni di scuola) e Margherita Buy (Maledetto il giorno che t’ho incontrato; a Claudia Gerini (Viaggi di nozze, Sono pazzo di Iris Blond); ad Ornella Muti (Io e mia sorella, Stasera a casa di Alice)ad Asia Argento (Perdiamoci di vista); per finire con Laura Morante (L’amore è eterno finchè dura); o Paola Cortellesi (Sotto una buona stella).carlo-verdone-68-anni

Insomma…68 anni, 38 di carriera cinematografica, 40 film da attore, 26 da regista, 9 Nastri d’argento, 9 David di Donatello, 5 Globi d’oro, mai nessuno in Italia come Carlo Verdone, preso letteralmente d’assalto sulla sua pagina facebook da migliaia di auguri provenienti da tutta Italia. Segno che Verdone è forse l’attore italiano in vita più amato e che la sua aura è ormai pari a quella di un Totò o di un Sordi o di un Troisi, una leggenda vivente a cui dobbiamo dire grazie per la profondità delle descrizioni sociali dei suoi film, sempre azzeccate e ricche di sfumature. Qualcuno solleva un’unica pecca: mai un riconoscimento a livello internazionale? La risposta è semplice, cosi come lo fu per Sordi. Verdone è troppo italiano, ha rappresentato troppo l’essenza più profonda dell’essere italiano per poter ricevere un premio internazionale. E questo non è una pecca, ma un pregio, perchè probabilmente solo 4 attori sono stati talmente italiani, da comprendere cosa vuol dire il Cinema per il nostro Paese e cosa vuol dire “essere italiani” nel suo significato più intimo, più profondo: Totò, Alberto Sordi, Massimo Troisi e Carlo Verdone, mai nessuno come loro.

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