Il 16 aprile del 2004 fu istituito negli Stati Uniti il “Wear Pjamas to Work Day”, ossia la “Giornata del pigiama in ufficio”, che probabilmente voleva introdurre un po’ di leggerezza e divertimento nella vita dei lavoratori dopo il “Tax Day” (il giorno in cui le dichiarazioni dei redditi individuali devono essere presentate al governo federale), che di norma cade il 15 Aprile ed è un giorno molto caotico e complicato per gli Americani.

Questa ricorrenza, piano piano, ha preso piede anche nel resto del mondo, e nel nostro paese, come possiamo facilmente intuire con i due anni di pandemia appena trascorsi e con il ricorso massiccio allo smart working, ha visto una forte ed improvvisa  impennata.

Volente o nolente, per buona parte del 2021 e per almeno metà del 2022 chi poteva lavorare in remoto (e già, perché non tutti i lavori si possono fare in remoto), ha visto la propria routine quotidiana completamente stravolta.

Tre sono i fattori che sono più profondamente cambiati: la nostra casa, la nostra dotazione tecnologica, il nostro abbigliamento da lavoro.

La casa, alle volte piccolissima ed affollata dai familiari, si è dovuta trasformare in un nuovo ufficio, ricavando postazioni di lavoro in nicchie e angoli fino ad allora inutilizzati. Via libera allora a mobili trasformisti e soluzioni creative che ci hanno fatto scoprire con occhi nuovi gli ambienti delle nostre abitazioni.

La dotazione tecnologica pro capite è cresciuta sia in quantità che in qualità, molte sono state la famiglie che, aiutate anche da specifici bonus emanati dal Governo, hanno comprato il secondo (qualche volta terzo) computer, oltre che attivato connessioni internet più veloci per far fronte a tutta una nuova serie di impegni come le call, la DAD e lo smart working stesso.

L’abbigliamento, e qui torniamo alla “Giornata del pigiama in ufficio”: stando ad uno studio di InfoJobs del 2021, per il lavoratore in smart working vincono tute e felpe con un buon 65,9%. Il 15% che non abbandona mai il pigiama, neppure nei meeting in videocall, o al massimo, per 34,5%, opta per un mezzo busto elegante con sotto pigiama e ciabatte. Resta poi un 20,6% che ormai non fa più caso a cosa indossa. Ma il dato più significativo è che per il 69% degli intervistati il modo di vestire non inciderebbe sulla produttività e quindi non sarebbe l’abbigliamento a determinare il proprio grado di professionalità.

Nell'immagine un ragazzo lavora al computer seduto sul divano - Smart Marketing
Foto di Michael Burrows da Pexels.

Quindi, la diffusione ed il successo della “Giornata del pigiama in ufficio”, come abbiamo detto, sono stati aiutati dalla pandemia, ma adesso cosa ci riserva il futuro? 

Benché, come sosteneva filosofo della scienza Karl Popper, il futuro è aperto, alcune riflessioni si impongono, soprattutto perché in questi giorni la “Giornata del pigiama in ufficio”, le nuove disposizioni di legge per il lavoro agile/smart working contenute nel Decreto Legge del 24 Marzo 2022 ed un post su LinkedIn di Raffaele Giasi dal titolo “Chi ha paura di tornare in ufficio?”, si sono, in qualche maniera, affastellati gli uni sugli altri, spingendomi, oltre che a riflettere, a trarre qualche considerazione.

Cosa  abbiamo imparato e cosa hanno imparato le aziende nostrane dopo due anni e passa di Covid19 e di conseguente lavoro agile?

Noi lavoratori abbiamo forse capito che l’ufficio, o meglio il concetto di ufficio, può essere superato: lavorare da casa, stando a diverse ricerche e sondaggi effettuati negli ultimi due anni, non ha reso i lavoratori meno produttivi, anzi  in molti casi la produttività è aumentata e, soprattutto durante il primo anno di pandemia,  le ore passate a lavorare davanti al pc sono aumentate nettamente e si sono protratte ben oltre le canoniche 8 ore.

Ma le aziende, e le istituzioni politiche del lavoro più in generale,  cosa hanno imparato?

Poco, mi pare, visto che i due atteggiamenti predominanti verso lo Smart Working sono stati il fastidio e l’intolleranza manifestati dai dirigenti e titolari di aziende che vedevano fortemente ridimensionato il loro potere di controllo e dall’altra parte il voler tornare quanto prima a una condizione pre-Covid manifestato dalla politica e, in  particolar modo ed a più riprese, proprio dal Ministero del Lavoro.

Nell'immagine una ragazza lavora al computer, in pigiama, sorseggiando caffè, in compagnia di un cane, sotto una grande lampada - Smart Marketing
Foto di Samson Katt da Pexels.

Ma indietro non si torna, o almeno non vogliono farlo i lavoratori più giovani, complice anche il fenomeno della Great Resignation, quasi sicuramente figlia della “precarietà” e della “mancanza di sicurezza” a cui, nostro malgrado, questo virus ci ha addestrato e che tutto ha messo in discussione, cominciando proprio dalle nostre priorità.

Ma il timore, forse la paura, per molti di tornare in ufficio potrebbe anche nascondere motivazioni psicologiche più profonde, come ha giustamente rilevato nel suo post su LinkedIn il giornalista, videogiocatore, marketer, appassionato di cultura nerd Raffaele Giasi:

“Siamo negli anni della Great Resignation e, soprattutto, negli anni post lockdown, in cui, per lavorare, buona parte del mondo ha scoperto lo smart working, da cui oggi sembra si sia obbligati ad allontanarsi per un tassativo ritorno in ufficio.

Un ritorno che, diciamocelo, spesso nasconde più il bisogno di un controllo stringente da parte delle aziende, che un vero e proprio bisogno di lavorare in presenza.

In questo contesto, penso sia interessante parlarvi di “The Backrooms”, che altro non è che un creepypasta, che a sua volta è nulla più che un meme a tema horror, come tanti ne sono nati nel corso degli anni di forum e social.

Perché è interessante? Perché dietro The Backrooms non si nasconde nulla di strano, nulla di realmente mostruoso, se non le pareti vuote di un ufficio abbandonato. Un vasto, enorme e giallastro ufficio abbandonato.

Non ci sono mostri, ci sono solo le pareti vuote di un ufficio silenzioso ed inquietante, e trovo che questo sia quanto meno curioso, specie in un momento storico in cui è proprio il pensiero dell’ufficio a generare ansia, malcontento, se non proprio repulsione e desiderio di scappare via.”

Quindi cosa concludere?

Sinceramente non lo so, forse davvero gli uffici diventeranno dei nuovi “non-luoghi”, dei posti dove invece di incentivare politiche di lavoro agile e responsabilizzare i dipendenti, con un conseguente incremento della produttività e della gratificazione, si tornerà ad applicare quelle routine di controllo e sorveglianza dei lavoratori che accumuleranno tanta ansia e risentimento da amplificare ancor di più il fenomeno della Great Resignation.

É possibile, anche, che il ritorno in ufficio, come ben mostrato nel video “The Backrooms”, inneschi una vera e propria paura, una sorta di horror vacui, in cui quello che davvero ci spaventa sia il tornare in un ambiente che dopo due anni ha smesso di essere centrale e nevralgico nelle nostre vite?

Oppure è la nostra paura del cambiamento (qualsiasi esso sia) a terrorizzarci davvero?

O, ancora peggio, non è che quello di cui abbiamo davvero paura sia tornare a ripetere ruotine ed azioni che pensavamo di esserci lasciati per sempre alle nostre spalle?

Vuoi vedere che alla fine aveva ragione il re del terrore Stephen King quando diceva:

Esiste l’idea che l’inferno siano gli altri. La mia è che potrebbe essere la ripetizione.

 

 

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