Shhh!! Fermati un attimo: l’attenzione è finita

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Sovraccarico cognitivo, multitasking e pubblicità: come l’eccesso di stimoli sta cambiando attenzione, consumo e comunicazione.
Foto di Wayhomestudio da magnific.com

L’attuale periodo storico è un’epoca abbondante di tutto ma si parla solo di ciò che manca. Le risorse mancano e tra qualche mese sarà l’Earth Overshoot Day 2026. Poi ci sono le terre rare che sono diventate una risorsa strategica ad alto impatto ambientale. E la scarsità idrica, di carburanti, di materie prime. Non dimentichiamo di tutto quello di cui l’essere umano sente la mancanza. Primo fra tutti il tempo e l’essere perennemente di corsa ne accentua la percezione di assenza e lo stress. Ma anche la costante denuncia di mancanza di rapporti umani dove tutto è filtrato attraverso uno schermo.

Non ultima viviamo in una costante mancanza di attenzione dovuta ad un sovraccarico di stimoli. Il cervello è fatto per analizzare tutte le migliaia di informazioni che riceve contemporaneamente ma di privilegiare solo quelle davvero importanti in un dato momento. Spostare l’attenzione è una costante scelta, talvolta involontaria. Quello che ci distoglie può essere un fattore esterno, come un oggetto in movimento mentre stiamo leggendo, o interno, come un desiderio improvviso che si presenta o un pensiero. Così, mentre si cerca di rimanere concentrati su qualcosa, il mondo circostante cerca di attirarci verso altro. Questo è ciò che per anni è stato chiesto nel mondo del lavoro: essere multitasking.

L’essere multitasking significa avere gli occhi un po’ ovunque e saper gestire molte cose nello stesso momento. Ma come verranno svolti questi compiti? Talvolta in modo impeccabile, spesso in maniera approssimativa e superficiale. Non tanto per una disattenzione ma per la modalità operativa del nostro cervello che cerca di mettere ordine alle attività in mezzo a tanti stimoli. Meglio tanto lavoro svolto in modo mediocre che poco fatto bene.

Sulla stessa linea viaggia la pubblicità che inonda la vita delle persone sotto ogni aspetto. I media sono ovunque: l’outdoor, lo smartphone, i podcast, la radio, la musica, i media tradizionali. E se da sempre l’obiettivo della pubblicità è attirare l’attenzione verso il famigerato funnel e condurre alla fase finale, all’action del metodo AIDA, oggi si è giunti alla saturazione. Dinnanzi a troppi stimoli il cervello si sovraccarica e concede solo brevi attimi. Gli spot diventano corti, immediati, con messaggi semplici e sensazionalistici.

Le televendite da 5 minuti degli Anni ‘80 sono state sostituite da Reel, video brevi e cambi immagini repentine su TikTok che catturano l’attenzione ma distruggono la capacità di rimanere attenti su ciò che non sia altrettanto interattivo. Sulla rivista Brain and Behavior è stata analizzata la correlazione tra i problemi di attenzione dei bambini e la loro permanenza davanti agli schermi. L’Università di Srinakharinwirot in Thailandia ha analizzato 528 bambini dai 6 ai 12 anni che trascorrevano in media 4 ore al giorno davanti agli schermi di cui quasi 2 davanti a video brevi. Questi bambini hanno registrato una tendenza a dimenticare le cose, distrarsi e propensione a fare errori di distrazione e l’11% ha ricevuto una diagnosi di ADHD.

Sovraccarico cognitivo, multitasking e pubblicità: come l’eccesso di stimoli sta cambiando attenzione, consumo e comunicazione.
Foto di KamranAydinov da magnific.com

In tutto questo l’algoritmo ci sguazza perché più vengono richieste certe tipologie di video, più le stesse vengono proposte, producendo quello che viene definito un sovraccarico cognitivo che impedisce ulteriormente l’attenzione e rende difficile la regolazione emotiva. Si genera quindi una dipendenza, perché le aree del piacere presenti nel cervello vengono attivate.

Le caratteristiche di questi contenuti sono una riduzione della profondità a favore di una maggiore comprensibilità con un impoverimento del lessico e la creazione di stereotipi. Inoltre la velocità è tutto per creare un immediato legame nei primi secondi e portare al completamento del video. Infine l’assuefazione che rende normale ciò che un tempo era attrattivo portando ad alzare costantemente l’asticella – e abbassare il livello.

Alcuni soggetti, per sopravvivere hanno sviluppato quella che viene definita AD blindness cioè una completa cecità rispetto ai banner pubblicitari che vengono così ignorati dal cervello, concentrato in attività più importanti. Per fare questo, spesso, è necessario un allenamento e una forte capacità di focalizzare l’obiettivo.

Per contro continuano a spopolare i video BrainRot, con tutto il sequel di merchandising, passando da parola dell’anno per l’Oxford Dictionary nel 2024 a marchio registrato in Italia nel 2025 con le carte in edicola a maggio dello stesso anno. Un fenomeno interessante e inquietante allo stesso tempo, sia per l’attenzione che ha ottenuto un prodotto che si autodefinisce spazzatura sia per quanto sia stato facile uscire dalla rete e diventare oggetto di interesse e introiti nel mondo reale.

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Viviamo in un ecosistema in cui tutto compete per un’unica risorsa realmente scarsa: non il tempo, non il denaro, ma la nostra attenzione.
Notifiche, feed, contenuti generati dall’AI, breaking news, reel, newsletter, podcast, advertising e messaggi istantanei si contendono ogni giorno il nostro spazio mentale, influenzando non solo i consumi mediali ma anche il modo in cui prendiamo le decisioni, lavoriamo e costruiamo relazioni gli altri e con brand.

Cosa può aver portato l’Italia, centro di cultura, di storia, di arte e letteratura in questa direzione?

La necessità di nonsense e la ripetività sono tra le ipotesi del loro successo. Di fronte a costanti richieste di logicità, attenzione, contenuti negativi il cervello cerca di staccare la spina cercando un territorio dove non è richiesto uno sforzo cognitivo, dove una ripetizione ossessiva di suoni e frasi permette di calmare l’ansia e un contenuto ritenuto banale diventa un tormentone.

La scelta per le ADV Agency e le aziende diventa etica. Puntare ai like, generando contenuti con l’AI di facile realizzazione o cercare di riportare il valore della comunicazione in altre maniere che non distruggano il cervello.

Mi immagino uno spot con un prato verde, e l’erba lunga che accenna un movimento con il vento. Un fruscio agreste in sottofondo, un rumore che sa di natura. E un logo che appare sullo sfondo e si avvicina lentamente. Basterebbe questo NIENTE a rivoluzionare la comunicazione e vincere con la lentezza tutta questa velocità?

Hai letto fino qui? Allora questi contenuti devono essere davvero interessanti!

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