Il giorno dopo il Festival di Sanremo si vive sempre con quella sensazione che non sia finita davvero, come se mancasse qualcosa.
È finita la settimana più importante per la discografia italiana?
Sal Da Vinci ha davvero vinto il 76esimo Festival di Sanremo?
A quanto pare è andata proprio così e anche quest’anno possiamo archiviare la 76esima edizione del Festival della Canzone Italiana, l’ultima (almeno per il momento) guidata da Carlo Conti, che ha già passato il testimone a Stefano De Martino per la 77esima edizione.
Un’edizione all’insegna della commozione e del ricordo di Pippo Baudo, in cui piangono e si emozionano praticamente tutti, dal conduttore ai cantanti in gara, ed in cui è la tradizione a farla da padrone, con pochissimi colpi di scena, a cominciare dai vincitori.
Il Festival di Sanremo 2026 si è chiuso, infatti, come si chiudono le cose ben organizzate: senza strappi, senza sorprese, senza bisogno di spiegazioni e dove tutto ha funzionato, tutto è stato al proprio posto, tutto è apparso esattamente come ci si aspettava che fosse.
Nessun rimpianto per la belle èpoque dei Festival baudiani in cui davvero è successo di tutto (e noi ve l’abbiamo racconto qui), ma un Festival caratterizzato da compostezza nel solco della tradizione, un Festival che ha scelto consapevolmente di restare dentro un’idea molto precisa di sé stesso, formale ma non troppo, didascalico quanto basta.
La vittoria di Sal Da Vinci con “Per sempre sì” è la fotografia perfetta di questa edizione, dove il significato della canzone è così palese che non lascia spazio ad altre interpretazioni, un’energica ballata costruita secondo regole antiche ma solidissime, cantata con mestiere e cuore e che per questo, non chiede di essere interpretata, ma riconosciuta.
Nessun tema divisivo, nessuna rottura con niente o con nessuno, nessuna provocazione, semplicemente l’amore di chi si sceglie per sempre con un sì che sa della buona famiglia italiana tradizionale e reazionaria ma soprattutto rassicurante.
Forse era quello che ci voleva?
Sentirsi al sicuro mentre fuori dall’Ariston e dai confini nazionali incalzano i conflitti e ci ricordano che siamo ben lontani dal costruire quel mondo di pace immaginato nelle canzoni.
Qualcuno ci ha anche provato a ricordacerlo, come Ermal Meta con la sua “Stella stellina” dedicata ai troppi bambini vittime inconsapevoli dei conflitti a cui stiamo assistendo, primo fra tutti il genocidio di Gaza, e Dargen D’Amico, che nella serata delle cover fonde un canzonetta orecchiabile degli anni ’80, “Su di noi”, cantata da Pupo, e la accosta al testo de “Le Déserteur”, canzone pacifista di Boris Vian della metà degli anni ’50; il risultato, accompagnato dalla memorabile tromba di Fabrizio Bosso, è “Il giorno dell’armistizio”, versione inedita della cover di “Su di noi”, di un’attualità così incalzante che fa paura e, allo stesso tempo, ci fa riflettere su ciò che lasceremo alle generazioni future.
Scopri il nuovo numero: “Il marketing dell’Odio”
I social sono strumenti. Certo sono in grado di acuire istinti e passioni, ma sono sempre strumenti. Il marketing dell’odio non crea il malessere. Ma lo intercetta, lo amplifica e lo trasforma in valore economico o politico.
Abbiamo sicuramente assistito ad un Festival elegante, professionale, sobrio, dove la sensazione costante è stata quella di trovarsi in corsa su un treno dai binari ben saldi e dove è quasi impossibile deragliare, cambiare direzione; persino nella serata delle cover, tradizionalmente lo spazio più libero e anticonformista del Festival, dove, Dangen D’Amico a parte, i momenti che hanno funzionato meglio sono stati quelli familiari e ben impressi nell’immaginario collettivo, come il revival dance di Elettra Lamborghini e Las Ketchup, che tutti abbiamo cantato e ballato, e Bambole di pezza, con Cristina D’Avena nella versione rock della celebre sigla dell’anime “Occhi di Gatto”, in voga alla fine degli anni ’80 in Italia.
Alla fine la classifica finale di edizione prova a suggerire un’apertura al contemporaneo, con Sayf secondo con la canzone “Tu mi piaci tanto”, critica sociale calata nella realtà quotidiana, e Ditonellapiaga terza con “Che Fastidio!” che, per certi versi, appare la versione moderna di “Nuntereggae” di Rino Gaetano, mentre i premi collaterali assegnati a Fulminacci (Critica Mia Martini) e a Serena Brancale (Sala Stampa Lucio Dalla e Premio TIM) e il riconoscimento al miglior testo per Fedez e Marco Masini sembrano riequilibrare la classifica, spostando l’attenzione sulla qualità delle canzoni.
Quello che è mancato è stato sicuramente quel tipo di impronta generazionale che, in qualche edizione recente, ha trasformato il palco dell’Ariston in un catalizzatore di tendenze, mentre ha vinto l’impronta tradizionale che affonda le sue radici nella canzone partenopea e che sta vivendo un particolare momento felice.
Anno dopo anno, Sanremo appare come se viva a due velocità: da un lato la spasmodica ricerca di modernità che si nutre soprattutto di rincorsa ai trend social e dall’altro l’attaccamento a sé stesso con l’operazione nostalgia, come se non volesse perdere (o scontentare) nessuna fetta del suo vasto pubblico.
Il risultato è la vittoria di una canzone nazionalpopolare che sicuramente ha incontrato il gusto dei più e che restituirà un’immagine di un’Italia “da cartolina” all’Eurovision, dove attingere all’immaginario dell’amore all’italiana con il classico anello al dito e alle sonorità tipiche della canzone popolare, il classico “Starter Pack” (per dirla con le parole di J-AX) che potrebbe favorire, se non la vittoria, una buonissima posizione in classica.


