Con Robert Redford, morto lo scorso 16 settembre all’età di 89 anni, ci ha lasciato probabilmente l’ultimo vero gigante del cinema americano e mondiale.
Alto, bello, biondo, con quella faccia dolce eppure impertinente, Robert Redford ha incarnato per anni il perfetto esempio del divo e del sex symbol hollywoodiano. Attore duttile, ha spesso interpretato, nei circa 50 film in cui ha recitato, ruoli da buono, giusto e idealista: tre caratteristiche che appartenevano davvero al suo carattere e al suo modo di agire nella vita reale.
Ma Robert Redford non è stato solo uno dei più grandi attori della sua generazione: fu anche regista di 9 pellicole, la prima delle quali, Gente comune del 1980, gli valse l’Oscar alla regia. Nel 2002 l’Academy gli conferì l’Oscar alla carriera e nel 2017 ricevette il Leone d’oro alla carriera dalla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia.
E se tutto questo non dovesse bastare, Redford è stato anche produttore e, soprattutto, organizzatore e promotore di eventi cinematografici. Primo fra tutti il celebre Sundance Film Festival, che prende il nome dal personaggio di Sundance Kid, bandito gentiluomo interpretato da Redford nel film Butch Cassidy di George Roy Hill del 1969.
Nel 1981, infatti, Robert Redford, insieme all’amico Sydney Pollack, fondò il Sundance Institute nelle sue proprietà nello Utah, dove, dal 1978, si svolgeva lo Utah/United States Film Festival dedicato al cinema indipendente. Inizialmente Redford fu mecenate e promotore dell’evento, che dal 1984 vide la direzione artistica e l’organizzazione proprio della sua fondazione no-profit. Dal 1991 il festival venne ufficialmente rinominato Sundance Film Festival, diventando il più importante al mondo per il cinema indipendente.
Istituto e Festival che, per capirci, hanno supportato e promosso registi come Kevin Smith, Robert Rodriguez, Quentin Tarantino, Jim Jarmusch, Steven Soderbergh, Darren Aronofsky, Christopher Nolan e James Wan, consentendo loro di ottenere notorietà al debutto sul grande schermo.
Insomma, un attore e soprattutto un uomo che ha donato al cinema non solo ruoli memorabili, ma anche opportunità, supporto ed energie che andavano ben oltre i suoi ruoli di attore, regista e produttore.
Celebrare questo gigante del cinema con una lista di soli 5 film + 1 è davvero arduo, ma come spesso faccio in queste tristi occasioni, vi parlerò delle pellicole che ho visto più volte e che, secondo me, permettono di inquadrare la grandezza e la bravura di Robert Redford.
La stangata, regia di George Roy Hill (1973)
Un film iconico passato alla storia non solo per la trama e l’incredibile cast di attori, ma anche per l’iconica colonna sonora di Marvin Hamlisch. Vinse 7 Oscar e vide per la seconda volta affiancati Paul Newman e Robert Redford dopo Butch Cassidy del 1969.
I tre giorni del Condor, regia di Sydney Pollack (1975)
Quarto film del sodalizio fra Redford e Pollack, è uno dei primi in cui l’attore interpreta una spia, ruolo che tornerà più volte nella sua carriera. Thriller teso e pieno di colpi di scena, è considerato tra i migliori film cospirativi. È anche, che io ricordi, il primo film con Robert Redford che io abbia visto.
Tutti gli uomini del presidente, regia di Alan J. Pakula (1976)
Il film racconta lo scandalo Watergate che portò alle dimissioni di Richard Nixon. È anche il manifesto dell’impegno civile che il giornalismo può incarnare quando è al meglio. Redford è Bob Woodward, Hoffman è Carl Bernstein, entrambi circondati da un cast straordinario dove spicca Jason Robards, Oscar come Miglior attore non protagonista per il ruolo di Ben Bradlee, direttore del Washington Post.
Brubaker, regia di Stuart Rosenberg (1980)
Ispirato alla vera storia del criminologo Thomas Murton, il film narra le vicende di Henry Brubaker (Redford), criminologo riformista che si infiltra come detenuto per capire dall’interno le condizioni del penitenziario di Wakefield. Una sorta di boss in incognito ante litteram, tra i film più rappresentativi del cinema d’impegno sociale caro a Redford.
I signori della truffa, regia di Phil Alden Robinson (1992)
Martin Bishop (Redford) guida un’agenzia di pentest che testa la sicurezza di banche, istituti di ricerca e governi. Un giorno Bishop si ritrova invischiato in un incarico pieno di insidie. Ad accompagnare Redford c’è un cast stellare e ben amalgamato fra cui ci sono David Strathairn, Dan Aykroyd, River Phoenix, Ben Kingsley ed uno straordinario Sidney Poitier.
Il castello, regia di Rod Lurie (2001)
Film molto sottovalutato, Il castello, è la storia di Eugene Irwin, medagliato generale dell’Esercito degli Stati Uniti che viene condannato dalla corte marziale per aver infranto gli ordini e causato la morte di otto uomini. Condannato a 10 anni di reclusione nel carcere militare di massima sicurezza diretto con il pugno di ferro dal colonnello Winter interpretato da uno straordinario e disturbante James Gandolfini. Affine, per certi versi, a Brubaker, anche questo film racconta l’alienazione e le storture del sistema carcerario.
Con Robert Redford, a guardar bene, muore anche una certa idea di cinema: più sentimentale, come le sue commedie romantiche; più impegnato, come i suoi film di denuncia sociale; più politico, come tante pellicole che denunciavano le storture del potere.
Oggi, mi sembra, il cinema appare più cinico, disilluso e al tempo stesso frivolo. E, se è vero che il cinema è lo specchio dei tempi, anche la nostra società è cinica, disillusa e frivola.
Ciao Robert, ci mancheranno il tuo impegno, il tuo senso etico e il tuo modo unico di interpretare i tuoi tanti ruoli e il tuo ruolo di attore.


