“Ricomincio da me”, il film con J-Lo, è una commedia leggera, ma forse anche un’aspra critica alla società meritocratica

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Cosa ci rende sicuri delle nostre capacità?

La domanda può sembrare scontata, al limite del banale, ma è una domanda che molto più spesso di quello che vorremmo si impone all’attenzione di quella parte della nostra coscienza che non riesce a scrollarsi di dosso l’ansia e le inquietudini della “sindrome dell’impostore”.

Riflettevo su tutto questo dopo aver visto in televisione il film “Ricomincio da me”, del 2018, di Peter Segal, con una sempre in tiro e a fuoco Jennifer Lopez che interpreta Maya Vargas, una 40enne addetta vendite in una piccola catena di supermercati che è sì preparata, capace, entusiasta, piena di idee, ma (sì, c’è un ma) ahimè non ha un’adeguata preparazione accademica, lei ha solo un diploma e come spesso accade nell’attuale mondo del lavoro viene spesso tagliata fuori e sorpassata nelle promozioni per le posizioni apicali da manager più giovani, accademicamente più qualificati ma privi di un’esperienza pratica.

Ora, il film, che comincia come una tipica commedia leggera della way of life all’americana e poi vira verso il dramma familiare, è tutto sommato modesto, ma mi pare assai interessante per porre sul tavolo un paio di riflessioni.

La prima è quella che cerca di rispondere alla domanda iniziale: come si fa ad essere sicuri delle proprie capacità in un mondo altamente competitivo e votato alla performance come il nostro?

Nell'immagine una scena del film "Ricomincio da me" - Smart Marketing
Una scena del film “Ricomincio da me”.


Il punto di vista statunitense, affrontato nel film, è perfetto per descrivere quella società “fintamente” meritocratica e radicalmente credenzialista che il filosofo Michael J. Sandel ha descritto nel suo celebre libro “La tirannia del merito”, una mentalità che invece risulta, alla prova dei fatti, umiliante e discriminatoria. 

Maya Vargas è super qualificata e preparata per i posti di lavoro a cui ambisce, ma la sua mancanza di credenziali accademiche, si badi bene un problema oggettivo, ha scavato un dubbio assai più profondo del necessario nella sua personalità e motivazione, facendola sentire insicura, rassegnata e demotivata nei colloqui di lavoro che affronta.

Il film si sviluppa attraverso un escamotage: Maya Vargas, aiutata dai suoi amici e con un’identità online ed un curriculum accademico riscritti di sana pianta, riesce ad essere assunta come consulente in una grande azienda e qui a farsi finalmente valere per ciò che è.

Insomma, una bugia, per quanto ben architettata, riesce nel miracolo di far ri-credere in se stessa la nostra protagonista, che diventa finalmente la donna in carriera che ha sempre desiderato essere. Gli sviluppi ovviamente saranno altri, perché si sa che le bugie hanno le gambe corte e i nasi lunghi e che tramano per essere scoperte.

Ma anche la seconda riflessione penso sia interessante, e riguarda il settore delle HR, delle risorse umane, che si trovano, spesso e volentieri, nella situazione di preservare e promuovere un vera situazione paradossale, uno stallo alla messicana, che immobilizza il mondo del lavoro.

Da una parte dello schieramento si trovano i “giovani” appena laureati, magari con un master e un dottorato sul loro curriculum, che annaspano in un mondo del lavoro che cerca, anche e soprattutto, l’esperienza; dall’altra parte si trovano i 40-50enni, con un’esperienza pratica ventennale o trentennale, ma magari sprovvisti di laurea, i cui curriculum non vengono presi neanche in considerazione; in mezzo a loro i reclutatori che faticano a riconoscere le skill dei candidati più capaci.



Per quanto riguarda me, che sono prevalentemente un autodidatta senza laurea, è inutile dirvi quanto mi sia rispecchiato nel personaggio di Maya Vargas, magistralmente interpretata da J-Lo, e quanto questo film leggero mi abbia fatto riflettere e anche un po’ commuovere, un film che alla fine mi ha lasciato con una pesante e improcrastinabile domanda:

Chi decide chi siamo e di cosa siamo capaci?

Sono i responsabili delle risorse umane, i nostri capi, i nostri superiori, insomma,sono gli altri o, alla fine, siamo solo noi?

Inutile dirvi che, per parafrasare il grande Stanley Kubrick, non ho risposte semplici né certe, ma solo tanti dubbi con cui ogni giorno devo fare i conti.

Hai letto fino qui? Allora questi contenuti devono essere davvero interessanti!

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