Perché Umberto Eco ci manca (e ci serve ancora)

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A dieci anni dalla morte di Umberto Eco, un ricordo personale tra romanzi, semiotica e amore per i libri. L’eredità di un gigante del pensiero.

Sono passati già dieci anni dalla morte di Umberto Eco, questo gigante del pensiero che il mondo ci invidia. Un intellettuale che, durante la sua vita, fu semiologo, filosofo, medievalista, romanziere, divulgatore, critico del linguaggio, esperto di cultura di massa e tanto altro ancora. E tutto, sempre, ad altissimo livello.

La cosa bella è che Eco non fu mai, in virtù di tutta questa conoscenza ed erudizione, un intellettuale ostico, difficile e irraggiungibile. Anzi, la sua immensa cultura fu sempre temperata da un’ironia dolente e, a tratti, malinconica, e da una chiarezza ed eloquenza di pensiero che lo resero celebre e letto anche dalla gente comune.

Oltre a essere uno degli studiosi italiani più citati all’estero, autore di oltre 50 libri, Umberto Eco offrì contributi significativi all’interpretazione dell’arte con Opera aperta (1962), alla semiotica con Trattato di semiotica generale (1975), al tema della cultura di massa e dei mezzi di comunicazione con Apocalittici e integrati (1964), e ai limiti dell’interpretazione con il saggio omonimo del 1990 e con Kant e l’ornitorinco (1997). Ma Eco fu anche autore di sette romanzi nei quali mise in scena le sue passioni e ossessioni.

Il più famoso è senza dubbio il primo, Il nome della rosa (1980), che ebbe un successo strepitoso: fu tradotto in oltre 40 lingue e pubblicato in più di 60 Paesi. Un romanzo che fonde mistero medievale, teologia, semiotica e indagine poliziesca, dal quale nel 1986 il regista Jean-Jacques Annaud trasse un film altrettanto celebre con Sean Connery, F. Murray Abraham e Christian Slater.

A questo seguirono Il pendolo di Foucault (1988), che affronta le tematiche dell’esoterismo e del complottismo; L’isola del giorno prima (1994), una riflessione sul tempo, sul romanzo e sulla scienza mascherata da romanzo; Baudolino (2000), un racconto ironico e dotto che si dipana in un Medioevo fantastico; La misteriosa fiamma della regina Loana (2004), romanzo visivo e autobiografico che esplora i temi della memoria e dell’identità; Il cimitero di Praga (2010), una caustica, quasi feroce critica storica all’antisemitismo moderno; e infine Numero zero (2015), una lucida analisi sul giornalismo, sui meccanismi dell’informazione e sulla creazione e proliferazione delle fake news.

Sono tantissime le cose di cui sono debitore a questo autore immenso: le sue citazioni, le sue lucidissime analisi su costumi e malcostumi degli italiani, la curiosità e la conoscenza che mi regalava ogni settimana attraverso le sue brevi “Bustine di Minerva” sull’Espresso, e tanto, tanto altro ancora.

Se però devo scegliere la cosa più importante che mi ha lasciato, è il suo amore per i libri e per la libreria. Ricordo come rimasi sbigottito quando vidi il famoso video in bianco e nero in cui Umberto Eco passeggia nella sua casa-studio di Milano, le cui pareti erano completamente arredate con librerie a tutta altezza che custodivano oltre 33.000 volumi.

Ecco, il suo amore per i libri e per la lettura è forse l’eredità più grande che ci lascia questo autore. O almeno lo è per me. Perché Umberto Eco ha, come si legge nella sua biografia sul sito della Fondazione a lui dedicata, “con sguardo acuto e ironico attraversato generi, linguaggi e media, evi della storia e delle letterature, suggerito innumerevoli modi per passeggiare tra i libri. La sua opera ci insegna che raccontare non è solo dire, ma anche scegliere, montare, condividere spazi di senso. E che leggere, davvero, è un rivoluzionario atto di libertà”.

Grazie, Umberto Eco. Grazie di tutto ciò che ci hai regalato.

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