Ero appena adolescente quando la guerra arrivò nelle case degli italiani e, di conseguenza, anche nella mia, e, ad un tratto, quella che sembrava essere un’opzione remota si trasformò in un’eventualità.
Non c’era davvero la guerra in casa mia, non avevamo i carri armati in giardino, nessuno ci bombardava, ma le immagini trasmesse costantemente dalla televisione ci facevano sentire assediati, preoccupati, minacciati: eravamo in guerra senza esserlo davvero, la vivevamo pur non essendo lì.
Non erano immagini cruente, solo colpi di mitraglia e bagliori di bombe sullo skyline di Baghdad, insomma niente che non avevamo già visto in qualsiasi pellicola cinematografica o in un videogame di quelli in cui si spara a tutto, ma ci turbarono perché erano in diretta e non erano finzione, erano la realtà.
Questa simultaneità, forse, era la cosa che più spiazzò tutti, adulti e bambini, perché in altre occasioni la guerra era solo raccontata, filtrata, c’erano le immagini dal fronte ma erano storia, erano cronaca, insomma niente di istantaneo.
Racconto di un tempo in cui non c’erano i social network e la televisione era il media mainstream e questa fu definita come “la prima guerra del villaggio globale”, la Prima Guerra del Golfo che segnò uno spartiacque non solo nella storia geopolitica contemporanea, ma anche nel modo in cui i conflitti vengono raccontati e percepiti dall’opinione pubblica globale.
Per la prima volta, una guerra entra nelle case di milioni di persone in tempo reale, trasformandosi in un evento mediatico senza precedenti.
A dominare la scena è la CNN, che inaugura una nuova era dell’informazione continua 24 ore su 24, e le immagini in diretta da Baghdad durante i bombardamenti notturni diventano iconiche, la narrazione fortemente spettacolarizzata e dove la tecnologia delle dotazioni belliche contribuisce a costruire l’illusione di una guerra mirata agli obiettivi strategici.
La storia ci restituirà poi le immagini degli sfollati, le macerie, i civili vittime innocenti, spesso inconsapevoli, una guerra tutt’altro che asettica, in cui i reportage giornalistici erano spesso al servizio della propaganda politica.
Scopri il nuovo numero: “Il marketing della Guerra”
Si dice che “in guerra, la prima vittima è la verità”. Spesso non perché manchi, ma perché è parziale. Filtrata. Interpretata. Raccontata da un punto di vista: il proprio. E questo vale per tutti.
In quei giorni ricordo una domanda insistente che mi assillava e che non avevo il coraggio di pronunciare: “quando arriverà qui la guerra?”, non un “se”, non un “perché”, solo un “quando” che girava nella testa.
I discorsi degli adolescenti lasciarono il posto ai discorsi di guerra: che si fa durante un conflitto? Come si studia? Come si sopravvive? Da chi o da cosa ci si deve difendere?
Non eravamo preparati, e non lo erano neanche i nostri genitori e i nostri insegnanti.
A scuola ci avevano ripetuto fino alla noia l’articolo 11 della Costituzione: “l’Italia ripudia la guerra…”; allora perché ci trovavamo coinvolti in un’azione militare?
Negli anni ‘90 del XX secondo questo nessuno riusciva a spiegarcelo con parole semplici, ma le immagini riuscivano a raccontarcelo.
Passa il tempo e innumerevoli conflitti a cui non avrei mai voluto assistere, e mi ritrovo nel 2026 della comunicazione liquida, in cui tutto è veloce, istantaneo, passato prima ancora di compiersi, tutto è normale, anche accendere la TV e sentir parlare dell’ennesima guerra che non ci tocca più e poco quasi ci interessa; mi ritrovo così, cuffie alle orecchie, ad ascoltare il podcast di Francesca Mannocchi, “Per esempio la guerra”.
Un altro tempo, un altro conflitto e la stessa domanda posta da un bambino: “ma quando arriva la guerra?” E mi accorgo che di fronte alla cosa più atroce che l’essere umano possa fare il tempo non conta e i dubbi esistenziali sono sempre gli stessi.
Fortunatamente oggi abbiamo la possibilità di parlarne, abbiamo i mezzi e abbiamo chi, come Francesca Mannocchi, giornalista e documentarista, ha rischiato la vita nelle zone di conflitto per raccontarcelo senza filtri, riportando una testimonianza diretta e scevra dalla propaganda.
Qualcuno potrebbe pensare che non sono argomenti da bambini e che raccontare la guerra ai bambini potrebbe sembrare un paradosso, dimenticandosi che quei bambini sono gli uomini e le donne del futuro, quelli che decideranno sull’eventualità di un ennesimo conflitto, quelli che decideranno se prevarranno le armi o la diplomazia, dimenticandosi che i bambini e i ragazzi, seppur spensierati, non sono impermeabili alle situazioni politiche e sociali del loro tempo e meritano dialogo e risposte.
Ripetere a cantilena l’articolo 11 della Costituzione non basta più, studiare la guerra sui manuali di storia non spiega come la si possa evitare e, se si vuole costruire un mondo di pace, bisogna partire dal dialogo intergenerazionale prima e dall’esempio poi; non sono “cose da grandi”, sono temi che riguardano tutta la comunità.
Francesca Mannocchi entra nelle aule delle scuole elementari e medie, sedendosi accanto a chi guarda il mondo con la curiosità e la paura di chi non sa ancora quanto il dolore umano possa essere grande, ma ha già capito che qualcosa nel mondo degli adulti non funziona.
La Mannocchi non spiega la guerra come farebbe un manuale di storia, la racconta come fosse un’esperienza condivisa, e nel suo podcast riporta i suoi incontri con i bambini di diverse scuole romane, rispondendo alle loro domande più dirette e lancinanti: Perché le persone si fanno la guerra? Chi decide di combattere? Che fine fanno i bambini che vivono nei paesi in guerra?
Domande difficili, a cui non esistono risposte complete, Francesca non offre certezze, ma restituisce complessità e, senza semplificare, riesce a trasformare la tragedia in esercizio collettivo di empatia.
Ogni episodio attraversa un conflitto diverso, dall’Ucraina all’Afghanistan, dalla Siria alla Libia, dall’Iraq al Libano senza pietismo, senza sensazionalismo, senza impressionare, ma educando all’ascolto, al dialogo e alla responsabilità.
C’è un tratto profondamente politico, ma ancor più profondamente umano, in questo podcast, prodotto nel 2024 da Chora Media in collaborazione con Giffoni Innovation Hub: Francesca, che da inviata ha percorso i luoghi del dolore, lavora qui al contrario riportando la guerra dentro la quotidianità, dentro le nostre città, e la mette davanti agli occhi dei più piccoli, e così facendo, ci obbliga a chiederci come siamo arrivati a considerare normale l’eccezione della violenza.


