Un dialogo con la dottoressa Daniela Latanza, sociologa ed esperta di violenza sugli uomini, per riflettere su un tema delicato: il rischio che il dibattito su molestie e sessismo, nato per difendere diritti sacrosanti, finisca per trasformarsi in una polarizzazione ideologica e in una vera e propria “caccia all’orco”.
De Vincentiis: Sembra che oggi si stia creando un clima di misandria, in cui la televisione ci ha insegnato a cercare i segni di abuso e/o molestia ovunque. Esiste un contesto culturale al femminile in cui ogni gesto di un uomo viene posto sotto esame, come in una vera e propria “autopsia” del comportamento. Così come in un contesto legale si cercano le tracce di un delitto, allo stesso modo in questo contesto si cercano i segni della molestia o dell’abuso anche dove non ci sono, e si è pronti a portare tutto all’attenzione dei media o a mettere alla gogna qualcuno perché ha rivolto uno sguardo più profondo del solito, ha usato un tono insolito in un complimento o ha fatto una battuta. Ma cosa sta succedendo? È possibile che, nel tentativo di denunciare sessismo, patriarcato e simili, si stia perdendo di vista l’obiettivo e che la situazione rischi di trasformarsi in una vera e propria caccia all’orco?
Latanza: È una domanda sicuramente provocatoria, ma utile per indagare una trasformazione più profonda di quanto sembri. Quella che può essere percepita come una “caccia all’orco”(e spesso lo è) , si inserisce in un clima di iperattenzione e sospetto verso ogni gesto o parola maschile. Tutto ciò è, in realtà, il riflesso visibile di un mutamento storico e culturale epocale: la ridefinizione dei ruoli di genere nella società contemporanea.
Negli ultimi decenni, le donne hanno conquistato spazi di libertà e autodeterminazione che, fino a poco tempo fa, erano loro preclusi. La crescente indipendenza economica, il superamento (ancora parziale) di modelli familiari tradizionali, l’accesso a posizioni di potere e la capacità di denunciare soprusi e disuguaglianze hanno trasformato radicalmente il loro ruolo sociale. Questo processo, che possiamo a buon diritto chiamare progresso, come ogni trasformazione, ha avuto anche un effetto collaterale: ha messo in crisi l’identità tradizionale maschile. Molti uomini si sono ritrovati spiazzati. Il ruolo del “protettore”, del “capofamiglia”, del “dominante”, non solo non è più necessario, ma spesso viene criticato o messo in discussione. Il risultato? Una generazione maschile in cerca di un nuovo posto nel mondo, che fatica a ridefinirsi al di fuori di quei codici di virilità appresi e interiorizzati fin dalla giovane età. In questa fase di transizione, alcuni uomini si sentono giudicati a prescindere, osservati, persino colpevolizzati per il solo fatto di essere uomini. Ecco allora che ogni sguardo, complimento o battuta, specialmente nei contesti pubblici e mediatizzati, può diventare oggetto di scandalo o di accusa, contribuendo alla percezione di una giustizia “sommaria” affidata ai social network più che ai tribunali. Tuttavia, ribadisco, siamo davanti a una crisi di ridefinizione dell’essere uomo nel XXI secolo, una totale ridefinizione dei ruoli. E’ in corso una transizione culturale. E come ogni transizione, è segnata da tensioni, paure e incomprensioni.
De Vincentiis: Non vi è alcun dubbio che esistano situazioni in cui è giusto denunciare o reagire. Tuttavia, anche alla luce di alcuni recenti aneddoti, non certo fatti di cronaca, sembra che vi sia una sorta di noncuranza nel distinguere tra ciò che è davvero una molestia e ciò che non lo è. Capita infatti che gesti o parole, seppur stupide o inopportune, vengano interpretati come vere molestie, facendo perdere di vista il senso e la gravità di ciò che una molestia realmente rappresenta. Questa caccia all’orco, che oggi sembra essere in una fase di avanzamento, rischia di diventare controproducente proprio per chi subisce davvero una molestia. Il pericolo è che, amplificando ogni episodio e trasformandolo in una cassa di risonanza, i casi seri finiscano per non essere più presi sul serio, confusi tra tante lamentele di minore entità. In pratica, sembra che si stia perdendo l’equilibrio delle cose, al punto che un uomo debba vivere quasi sotto costante osservazione. La cosa curiosa è che, a volte, lo stesso uomo, quasi per “farsi bello” e rendersi più popolare, diventa complice di questa caccia all’orco.
Latanza : Questa sua domanda esprime una preoccupazione, lecitamente, molto diffusa: quella che l’eccesso di attenzione verso episodi minori o ambigui finisca per banalizzare le vere molestie e, in generale, comprometta le relazioni tra uomini e donne. È un discorso che si inserisce sempre nel quadro illustrato precedentemente di trasformazione sociale e culturale, dove i ruoli di genere si stanno ridefinendo. Si vive in una costante percezione di una “caccia all’orco”. Una forma di ipervigilanza sociale in cui tutto può essere frainteso, ogni gesto è potenzialmente sotto accusa. Pensiamo ad esempio al catcalling o al mansplaining dove davvero si rasenta l’eccesso. Donne che si indignano perché non le viene offerta la cena e si sentono “abusate” per un complimento per strada. Sono l’equilibrio e il buon senso che talvolta mancano…Se tutto è molestia, niente lo è più veramente. In tutto questo è determinante il fatto che ogni persona interpreta gesti, parole, sguardi e situazioni in base alla propria sensibilità, storia e vissuto personale. È fondamentale anche il contesto, ad esempio in uno degli episodi di cronaca recenti una ragazza ha denunciato via social una “violenza” relativa ad una battuta infelice del medico; qui al di là delle diverse opinioni che si possono assumere in merito, la posizione del medico si compromette per una questione di una condizione di asimmetria e vulnerabilità nello specifico caso. Quello che per qualcuno può sembrare una battuta innocente o un complimento maldestro, per qualcun altro può evocare disagio, fastidio o addirittura paura. Non si tratta di relativismo etico, ma di riconoscere che la percezione del limite tra interazione lecita e comportamento molesto è fortemente influenzata dalle esperienze pregresse. In questo senso, non esiste una misura oggettiva ed esaustiva della molestia. Esistono criteri legali, certo, ma il discorso sociale è molto più sfumato. L’“offesa” non è solo nel gesto, ma nella relazione tra chi lo compie e chi lo riceve. Infine, per quanto riguarda il fatto che “anche gli uomini partecipano alla caccia all’orco”, forse è vero, magari non sempre per “farsi belli”. Spesso è una forma goffa di alleanza, di riconoscimento di un problema storico, o il tentativo di trovare un nuovo modo di esprimere la propria maschilità in un mondo che cambia. In fondo, non è una guerra tra sessi. È una negoziazione collettiva, in corso, tra vecchio e nuovo. Una fatica inevitabile, ma necessaria. Perché è solo imparando a stare in questa complessità che potremo costruire relazioni più libere, rispettose e autentiche, per tutti.
De Vincentiis: La questione porta con sé un aspetto ancora più grave: rappresenta un argomento altamente divisivo, al punto da creare un vero e proprio “tifo da stadio”. Davanti a un episodio discutibile, infatti, si formano immediatamente due fazioni: da una parte chi difende chi denuncia, spesso con slogan ideologici estesi a tutto il genere maschile; dall’altra chi prende le parti della categoria maschile. Il risultato è un divario sempre più marcato e un irrigidimento delle posizioni, che spinge alcuni a cercare segni di molestia anche dove non ci sono, soltanto per dimostrare di avere ragione.
La cosa, oserei dire triste, è che se un uomo prende semplicemente le difese di un altro uomo, rischia di finire a sua volta alla gogna, accusato di sessismo o di complicità. Basta che un uomo chieda: “Ma cosa è successo davvero?” perché scatti l’accusa ideologica: “Non credi solo perché è una donna”.
Sono convinto che anche queste riflessioni saranno filtrate attraverso una lente ideologica, forse in parte anche misandrica. Ma non possiamo certo sottrarci a una riflessione seria solo per timore degli estremismi culturali.
Latanza: Questa domanda tocca un punto critico: oggi, in molti casi, parlare di molestie e di rapporti uomo-donna non è più solo questione di analisi o giustizia, ma di identità collettive in lotta. Ogni episodio, anche ambiguo o poco chiaro, diventa il terreno su cui si scontrano due tifoserie: da una parte chi difende in automatico chi denuncia, dall’altra chi difende “gli uomini”, come se la questione riguardasse il genere, più che le singole responsabilità. Questa polarizzazione è figlia del nostro tempo. Viviamo in una società iperconnessa, ipermediatizzata e sempre più frammentata, in cui il confronto si svolge spesso sui social, con i loro tempi rapidissimi e la loro logica binaria: o con me, o contro di me. E così il dibattito si svuota: non c’è spazio per la complessità, per il dubbio, per le sfumature. Ogni posizione è letta come una bandiera, ogni domanda come un attacco. Da una parte troppe donne vittime di violenze e in casi estremi (non rari) di femminicidi, dall’altra uomini vittime di misandria legale, in un sistema legale sbilanciato che toglie loro risorse economiche e dignità, come nei processi di separazione.
Il problema, allora, non è solo la caccia all’orco, ma il fatto che ci si muove in uno spazio pubblico dove la discussione è sempre più tribale. O sei con le vittime o sei un negazionista. O sei per la libertà d’espressione maschile o sei un moralista. In questo terreno di profondo scontro ideologico, chi prova a tenere una posizione mediana, analitica, ragionata, problematizzante, rischia di essere travolto da entrambe le parti.
Ma io sostengo che non possiamo rinunciare a quella zona intermedia. Il progresso sociale non è mai frutto del tifo, ma di una fatica collettiva, che richiede capacità di ascolto ed empatia. La verità, in questi casi, non è un assoluto, ma un equilibrio instabile tra due vissuti soggettivi, spesso distanti, a volte inconciliabili. Ed è proprio per questo che serve un dibattito meno ideologico, più umano.
In definitiva, De Vincentiis hai ragione su un punto centrale: non possiamo permettere che il timore degli estremismi culturali ci paralizzi. Anzi, è proprio ora che serve più che mai una riflessione seria, lucida, capace di resistere alle semplificazioni. Perché se il confronto diventa tifo da stadio, perdiamo tutti: uomini e donne.
Daniela Latanza
Docente, sociologa, mediatrice familiare ed esperta di violenza sugli uomini. Collabora con il Centro Antiviolenza Cumm (centro antiviolenza per uomini maltrattati e maltrattanti) e già co-autrice del saggio “Ci ameremo fino a farci male” e collaboratrice di rubriche scientifiche sui magazine Cosmopolismedia e LoJonio.it.



Daniela Latanza