Prova a immaginare questa scena.
Sei ad un concerto.
Ad un tratto le luci si abbassano. Le urla si alzano. Ma sono le sole. Perché mentre il cantante sale sul palco, gli occhi non lo seguono. Sono intenti a guardare uno schermo che guarda il cantante.
Prova a immaginarne un’altra.
Sei al ristorante.
Accanto a te un tavolo di 4 persone. Arrivano i piatti, segue il classico “cin cin” e buon appetito. Sorrisi sparsi. Prima di iniziare a mangiare, uno prende il telefono e inizia a guardare la partita sul proprio smartphone, un altro dà un occhio alle notifiche e un paio fotografano il piatto. Per condividere. La foto si intende, non la pietanza.
Ora un’ultima.
Sei in spiaggia.
È l’ora del tramonto. L’atmosfera c’è. Il panorama c’è. Le persone ci sono. Per una storia su Instagram. Giusto il tempo di fotografare o fare un breve video. Poi subito sull’applicazione social per trovare il filtro giusto e la canzone da abbinarci. Senza neanche attendere lo spettacolo di vedere il sole immergersi completamente nell’acqua.
Se ci pensi, nessuna di queste scene, che poi altro non sono che la nostra pura quotidianità, si sarebbe potuta verificare sino a 22 anni fa (Facebook nasce nel 2004) o poco meno (il primo smartphone, l’Iphone, è del 2007; Instagram nasce nel 2010).
In una ventina d’anni, tutto è cambiato: il nostro modo di comunicare, informarci, lavorare e costruire relazioni. Il nostro modo di stare al mondo.
Lo smartphone è diventato il principale punto di accesso alla realtà. Difficile che oggi si faccia qualcosa senza averlo prima consultato. Fosse anche guardare il meteo prima di decidere se andare a correre o meno di lì a poco. Come se, udite udite, affacciarsi a un balcone non fosse già sufficiente.
Tant’è che oggi lo utilizziamo per parlare con gli amici, organizzare il lavoro, prenotare viaggi, fare acquisti, allenarci, informarci, trovare indicazioni stradali, ascoltare musica e intrattenerci. Lo attiviamo decine, a volte centinaia di volte al giorno. È spesso, molto spesso, la prima cosa che guardiamo al mattino e l’ultima prima di addormentarsi.
Scopri il nuovo numero: “Offline”
In una ventina d’anni, tutto è cambiato: il nostro modo di comunicare, informarci, lavorare e costruire relazioni. Il nostro modo di stare al mondo. Lo smartphone è diventato il principale punto di accesso alla realtà. Difficile che oggi si faccia qualcosa senza averlo prima consultato. Eppure, riscoprire la magia dell’offline potrebbe essere la chiave per un uso davvero consapevole della tecnologia.
Per anni abbiamo raccontato questa trasformazione come una grande opportunità di sviluppo e soprattutto di connessione. E in parte lo è stata davvero. Nello specifico, per noi di Smart Marketing, sono 12 anni per l’esattezza: questo mese compiamo gli anni…tanti auguri a noi!
Mai nella storia dell’umanità è stato così semplice “comunicare”, mantenere rapporti con persone lontane, accedere a informazioni in tempo reale o trovare comunità accomunate dagli stessi interessi. Facciamo un salto indietro di qualche anno e immaginiamoci come sarebbe stato vivere il periodo della pandemia, non cento anni fa, ma anche solo negli ‘90 o inizi anni 2000, senza le tecnologie che oggi diamo per scontate.
Nel corso di questi venti anni siamo passati dai social network ai social media. Non una semplice trasformazione linguistica, ma semiotica. Di significato.
Perché da luoghi di connessione tra persone, i social sono divenuti broadcaster. E così, invece di essere più uniti, più connessi, ci siamo ritrovati a essere più soli. Facci caso: quanti contenuti vedi dei tuoi amici sui social rispetto ai contenuti di brand, influencer e vip vari?
Negli ultimi anni stanno emergendo le prime criticità di questo fenomeno che, proprio in queste pagine digitali, ho provato a raccontare: dal paradosso di essere sempre connessi e allo stesso tempo sentirsi sempre più soli, alla crescente tendenza a instaurare relazioni con sistemi di intelligenza artificiale, fino alla riflessione sul rapporto tra tecnologia, isolamento e benessere psicologico.
Diciamolo subito: indietro non si torna.
Ma imparare a usare queste tecnologie, e non viceversa, è possibile. Non facile, ma possibile.
Non facile, perché in tutti questi anni le abbiamo usate in maniera indiscriminata, senza consapevolezza. E questo ha determinato una certa assuefazione e dipendenza da parte nostra. Le (tante) ore che passiamo a guardare una tavoletta nera ne sono testimonianza.
Possibile, perché in ogni caso dipende da noi. Anche se questi dispositivi e le applicazioni sono studiate proprio per tenerci con loro, per agganciare la nostra attenzione, possiamo e dobbiamo usarle con consapevolezza. Maneggiare con cura, si potrebbe dire.
E recuperare momenti di disconnessione. Una passeggiata, lasciando lo smartphone a casa. Stare a tavola senza dispositivi. Chiamarsi, e non mandarsi un vocale.
Ma anche silenziare le notifiche. Attivare lo smartphone solo quando c’è un perché.
Già un perché.
Perché usiamo così tanto lo smartphone (con tutto quello che contiene): te lo sei mai chiesto?
E, ancora più importante, perché ci sono volte in cui non ce ne curiamo per niente?
Io sì, me lo sono chiesto. E lo faccio continuamente. Come monito.
Ma, a queste domande, ognuno deve dare le proprie personali risposte.
Partendo da quelle si può riscoprire la magia dell’offline.
Buona lettura,
Ivan Zorico


