Oggi sembra non ci sia più spazio per fare qualcosa senza trasformarla in un risultato. Hobby inclusi.
Se corri, devi preparare una gara. Se leggi, devi leggere cinquanta libri all’anno. Se vai in palestra, devi trasformarti. Se cucini, devi fotografare il piatto. Se ti riposi, devi quasi spiegare perché te lo sei meritato.
Come se una cosa fatta solo per piacere non bastasse più. Come se, per avere valore, dovesse produrre un risultato, lasciare una traccia, diventare qualcosa da misurare oppure da mostrare.
Forse abbiamo portato nel tempo libero la stessa logica con cui siamo abituati a valutare il lavoro: obiettivi, numeri, confronto, ottimizzazione. O, forse, il giudizio degli altri ci preme. O, ancora, la voglia di dimostrare il nostro valore social(e) prende il sopravvento.
Per carità, gli obiettivi servono. Avere una direzione può motivare, dare continuità, aiutare a crescere. E infatti il problema, se così lo vogliamo chiamare, non è la performance in sé. Ma la sua continua e affannosa ricerca. Il fatto che non riusciamo più a liberarcene, neppure quando facciamo qualcosa che avevamo scelto semplicemente perché ci piaceva.
Così corriamo, ma non ascoltiamo più il corpo. O leggiamo, ma più per accumulare titoli che per lasciarci ispirare da una storia. Piano piano perdiamo il contatto con il motivo per cui avevamo iniziato. E con il benessere che quelle attività ci davano.
Scopri il nuovo numero: “AI slop”
L’intelligenza artificiale ha aggravato una situazione già molto complessa. La capacità dell’AI di creare contenuti (testo, video, immagini) è pressoché senza fine. Contenuti di bassa qualità e in grado di assorbire la nostra attenzione, distrarci, abbassare il nostro livello di concentrazione. Contenuti spesso studiati per polarizzare e per portarci a fare determinate azioni. Anche nelle urne elettorali. Questo, in breve, è l’AI Slop (poltiglia digitale).
La Self-Determination Theory di Ryan e Deci distingue tra motivazioni autonome e motivazioni controllate. Secondo questo modello, la motivazione più sostenibile è legata anche alla soddisfazione dei bisogni psicologici di autonomia, competenza e relazione. Una meta-analisi di Deci, Koestner e Ryan su 128 studi ha inoltre mostrato che alcune ricompense esterne, soprattutto se attese e legate alla performance o al completamento, possono ridurre la motivazione intrinseca.
In altre parole: non conta solo cosa facciamo, ma anche come lo facciamo.
Possiamo correre per prepararci a una gara. E va bene. Ma possiamo anche correre per liberarci la mente. Possiamo leggere per imparare. Ma anche per restare in compagnia di un pensiero. Possiamo allenarci per migliorare. Ma anche per prenderci cura di noi.
Non tutto deve essere misurabile per avere valore. E forse dovremmo tornare a riconoscere il valore di ciò che facciamo per noi stessi. Di ciò che ci fa stare bene. Senza sentire il bisogno di contarlo, mostrarlo o giustificarlo.
Forse il giudizio di cui abbiamo paura non arriva più soltanto dagli altri. Lo abbiamo interiorizzato. Nessuno ci chiede davvero di leggere cinquanta libri all’anno o di registrare ogni corsa. Eppure, senza una misura o qualcosa da raccontare, a volte è l’esperienza stessa a sembrarci meno significativa.
Ma ciò che non produce un risultato non è necessariamente una perdita di tempo.
A volte è semplicemente vita.


