L’era della rabbia permanente: come nasce il marketing dell’odio

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Dal linguaggio violento ai social polarizzati: come l’abitudine alla rabbia diventa un modello comunicativo e un vero e proprio marketing dell’odio.
Foto di cookie_studio da FreePik.

Ogni volta che ci si abitua a qualcosa è sempre difficile tornare indietro. È così per il benessere, per le comodità, per il viaggio in prima classe rispetto al tragitto in piedi in treno.
Questa abitudine per essere efficace deve consolidarsi nel tempo. Il primo caposaldo quindi è essere costanti. La costanza premia.
Come le buone abitudini si acquisiscono con il tempo anche quello che è nocivo si assapora con pazienza. La prima sigaretta non uccide, ma perseverando, con costanza, si riesce a diventare buoni fumatori. La prima partita a VLT è un passatempo, ma perseverando con costanza, riesce a creare dipendenza. Una birra ogni tanto è ristoratrice, ma perseverando con costanza si rischia l’alcolismo.

L’ abitudine al male è una costante del genere umano, basta perseverare.

Così, i libri si fanno più violenti, i video sui social parlano di violenza o di situazioni estreme, i film sono pieni di sangue o violenza psicologica, l’età a cui si inizia ad approcciarsi a contenuti violenti è sempre più bassa.
Basti pensare alla violenza presentata in modo ironico e divertente nei cartoni animati. I risultati sono visibili sia nel breve che nel lungo periodo: aumenta l’aggressività – fisica o verbale – genera imitazione e insegna come esprimere la rabbia. Inoltre la ripetizione di scene violente, spesso presentate in chiave comica, desensibilizza e riduce la repulsione alla violenza e diminuisce l’empatia verso la vittima. Numerosi studi dimostrano come le ripercussioni di contenuti violenti in età prescolare possono avere ripercussioni durante l’adolescenza, aumentando comportamenti antisociali.

L’avanzare dell’età porta a confrontarsi con la rete dove il funzionamento dell’algoritmo di certo non aiuta. Più un argomento è visualizzato dall’utente più viene proposto. Questo porta a pensare che un granello di sabbia sia l’universo e che un atteggiamento di nicchia sia la normalità per tutti. Se un atteggiamento violento può casualmente attirare l’attenzione verrà riproposto fino a diventare una costante, creando abitudine. Questo vale purtroppo anche per la pluralità culturale e la miscellanea di civiltà e culture che, invece di portare arricchimento e integrazione sta portando a disgregazione, ghettizzazione e divisioni. È un muro contro muro, dove le posizioni si estremizzano e i problemi non si affrontano.

La comunicazione in questo contesto è fondamentale. Non solo come modo di parlare o scrivere, ma come atteggiamento, presenza sulla rete, foto profilo, immagini e video rese pubbliche.

Sembra che l’unico modo per farsi ascoltare e notare in questa moltitudine di voci sia urlare, provocare e offendere. Quello che una volta sarebbe stato definito un linguaggio scurrile ha raggiunto i social, la TV, i contenuti web, le sale del governo. Quelle che una volta sarebbero state immagini discutibili hanno raggiunto la ribalta dietro il diktat della libertà d’espressione. Ma la libertà di espressione di qualcuno fa a botte con il rifiuto ad accettare commenti e reazioni che quella comunicazione ha generato. Meno vociare, porta a più rispetto. Ma la voglia di dire, commentare, esprimersi è ovunque. E allora da un lato si diffondono gli hate speech, mentre si predica la leadership gentile. Si insegna l’empatia ma gli esseri umani sono sempre più isolati.

E quindi con chi si esprimerà questa sensibilità ritrovata?

Con chi è lontano, oltre lo schermo, ma non con il vicino di casa a cui si è pronti a fare causa per l’auto parcheggiata male (La relazione del 2025 del Ministero della Giustizia segnala un aumento dell’11% delle cause nell’ultimo anno!)
Voler giungere al risultato ci fa odiare il viaggio. Vedere gli altri fare la bella vita sui social – che poi sarà vero? – c’è li fa odiare di più. E ci stressa! E così arrabbiati e stressati finiamo per cercare ristoro nel mindfulness e nella meditazione e nello scrolling compulsivo perché non riusciamo a sopportare il mondo in cui siamo immersi.

E finiamo per odiare gli altri e noi stessi.

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