Dawson, i sogni e quel caffè che non abbiamo mai preso

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Dawson, i sogni e quel caffè che non abbiamo mai preso

Dawson non era l’eroe perfetto.
Non era il più brillante, non era il più carismatico.
Era fragile. Idealista. Cervellotico. Indeciso.

Era uno come noi.

Un ragazzo convinto che i sogni si potessero realizzare: basta crederci. Che l’amore fosse eterno. Che le amicizie resistessero al tempo. Che il talento, prima o poi, avrebbe trovato il suo spazio. Ossia era quello che ci hanno ripetuto sempre e da sempre: studia, impegnati e poi le cose arriveranno. Spoiler: promessa tradita.

Il suo personaggio parlava di possibilità. Di sogni. I nostri sogni.

E forse è per questo che oggi questa perdita pesa così tanto (tantissimo). Oltre alla parte affettiva (mi chiamavano Dawson da piccolo…ho detto tutto), la sua perdita riguarda la fine di un’illusione collettiva: quella che il tempo ci avrebbe lasciato rivedere tutto con calma. Che avremmo avuto modo di tornare su quei sogni, di riprenderli in mano, di dar loro una seconda occasione.

Quante volte, abbiamo detto a qualcuno: “Ci vediamo domani, prendiamo un caffè”?

E poi quel caffè non è mai arrivato.
Non per cattiveria.
Ma semplicemente perché la vita accelera, cambia.

Dawson era un po’ quel “domani”.

Un domani in cui saremmo diventati ciò che volevamo essere.
Un domani in cui il talento avrebbe trovato spazio.
Un domani in cui le relazioni, le amicizie, non si sarebbero interrotte.

Oggi, con l’addio a James Van Der Beek (il nostro Dawson), diciamo addio anche a qualcos’altro: molti di quei domani non torneranno. Non perché abbiamo fallito, ma perché il tempo non è neutrale. Passa. Trasforma. E, a volte, chiude capitoli senza chiederci il permesso.

Oggi non siamo più gli adolescenti che guardavano quella serie con il cuore aperto, la stanzetta come rifugio e il futuro davanti. Con le passioni intatte e il bello dei nostri ideali. Ma siamo persone che si rendono conto(?) che i sogni, se non li proteggiamo, prendono polvere…svaniscono. Che le possibilità non restano in sospeso all’infinito.

E la domanda che dobbiamo porci non è: “che fine ha fatto quel tempo?”, ma “che fine ha fatto quella versione di noi?”.

Forse inconsciamente siamo così tristi (io moltissimo) non solo per la perdita di James/Dawson (andato via troppo presto), ma anche per quella parte di noi che pensava che la nostra storia fosse ancora tutta da scrivere e che il mondo era pronto ad accoglierci.

Eppure, se siamo onesti, non tutto è andato perduto. I sogni adolescenziali forse non li abbiamo tutti realizzati. Ma magari, a guardare bene, qualcuno sì. E c’è da andarne fieri. Cosa che facciamo poco.

Forse oggi dovremmo abbandonare l’idea del “ciò che non è stato” e fare pace con il tempo. E decidere quali altri sogni seguire di qui in avanti. Perché i sogni, se vogliamo salvarli, e soprattutto realizzarli, non possono restare in pausa per sempre.

Torniamo a guardarci realmente dentro. A parlare con noi. A riscoprire chi siamo. A recuperare ciò che conta. A scrivere la nostra storia. E a non rimandare quel caffè.

Dawson ne sarebbe felice.

 

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