Negli anni ’90 Enrico Vaime e Iaia Fiastri scrissero per Pippo Baudo, una commedia musicale dal titolo L’uomo che inventò la televisione, per la regia di Pietro Garinei, già orfano da almeno quindici anni di Sandro Giovannini. In quest’opera, che per la verità non ebbe il successo sperato, è racchiusa simbolicamente tutta l’esperienza, il talento, la caparbietà, ma anche l’umanità di Pippo Baudo, al secolo Giuseppe Raimondo Vittorio Baudo. Da Militello di Catania ai fasti romani della televisione italiana, Baudo può essere considerato tra i presentatori più conosciuti e rappresentativi della nostra storia. Se il cinema italiano, da tradizione, aveva i suoi “quattro moschettieri” (Alberto Sordi, Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi e Nino Manfredi), anche la televisione potè presto sfoggiare il suo “poker d’assi”: Enzo Tortora, Corrado, Mike Bongiorno e il più giovane, ovvero proprio Pippo Baudo.
Baudo è stato uno dei padri fondatori di quel palcoscenico in pollici che è il teleschermo, nessuno come lui ha incarnato, attraverso tutti i generi dell’intrattenimento leggero (dai quiz ai varietà del sabato sera, dal “contenitore” che sposava cultura, attualità e show al Festival di Sanremo) quello che la lucetta rossa e un’antenna hanno diffuso per un sessantennio (il tempo lunghissimo della sua carriera) nelle case del nostro Paese. Già dai tempi della gioventù, dimostra grande attitudine all’intrattenimento, non tralasciando però gli studi, anche per volere del padre Giovanni, che negli anni ’50 era uno dei “principi del foro” più apprezzati del Tribunale di Catania. La laurea in Giurisprudenza, conseguita all’Università di Catania, non sarà sufficiente a spezzare le sue velleità artistiche. Si narra che, la sera prima della seduta di laurea, salì sul palcoscenico per presentare il concorso di bellezza «Miss Sicilia» a Chiaramonte Gulfi, in provincia di Ragusa. Ripartì all’alba dopo aver ottenuto un passaggio su un camioncino, sdraiato in mezzo a frutta e verdura, e arrivando a Catania appena in tempo per la discussione della tesi.
La sua fortuna artistica però, la deve a due momenti ben precisi: ad un provino Rai e al forfait di un cane “televisivo”. Nel 1960 partecipa infatti ad un provino in via Teulada dove venne definito “adatto per programmi minori”. In seguito esordisce come conduttore televisivo per il programma Guida degli emigranti, che rappresentò un’esperienza formativa fondamentale. Baudo fu poi incaricato dal direttore del telegiornale di realizzare servizi all’estero sulle comunità italiane emigranti. Durante i viaggi, che lo portarono dall’Africa al Belgio, ebbe modo di osservare direttamente le condizioni di vita degli emigranti, compresa la drammatica situazione dei minatori a Marcinelle, dove incontrò anche il padre del futuro cantante Adamo. Queste esperienze contribuirono a consolidare la sua sensibilità giornalistica e la capacità di raccontare storie con empatia e precisione. La popolarità, quella universale, però la deve a un cane, in quegli anni assai più famoso di lui, Rin-Tin-Tin (amava dire: “Anche oggi, quando vedo un cane per strada, mi viene quasi da inginocchiarmi”): il tecnico di turno non trovava la “pizza” del telefilm e la prima cosa che gli capitò fra le mani fu il “numero zero” di Settevoci: la gara canora delle giovani ugole votate in studio dall’applausometro, che diventerà da subito un successo fortuito e inatteso. Nascono Baudo e il baudismo che è un nuovo modo di colloquiare col “pubblico a casa”: meno affettato di quello di Enzo Tortora, meno nobiliare di quello di Mike Bongiorno. Il presentatore lascia il posto al conduttore.

Il successivo step alla sua carriera, sarà il suo primo Festival di Sanremo (13 edizioni in tutto), quello del ‘68, il più complicato da condurre in porto dopo la tragedia del “caso Tenco” della precedente edizione. Ne esce vincitore, nemmeno la rigidità quasi istituzionale della popolare gara canora scalfisce una familiarità che va sempre cementandosi con chi sta davanti al televisore. È un po’ l’uomo delle sfide impossibili, d’altronde: perché qualche anno dopo, prende in mano la storica trasmissione Canzonissima, nelle edizioni del 1972 e del 1973, affiancato rispettivamente da Loretta Goggi e Mita Medici e fa anche meglio di Corrado e di Mina, che condussero la trasmissione nel 1971. Il mito di Baudo si consolidò quindi in un contesto storico-sociale, non particolarmente roseo: l’Italia era entrata negli anni di piombo, nell’austerity, nel terrore degli attentati di matrice brigatista.
Ma la sfida è anche quella del giorno di festa e a Domenica in, dalle due del pomeriggio alle otto di sera, tra la fine degli anni ‘70 e metà anni ‘80, ospita in studio politici, scrittori, attori, cantanti, filosofi e scienziati e battezza il “contenitore”. La sfida è pure inventarsi nuove formule di intrattenimento, meno tradizionale, cercare volti nuovi, freschi, desiderosi di affacciarsi alla ribalta della televisione. E così facendo riesce a scovare nuovi talenti comici, come Beppe Grillo, Massimo Troisi, Carlo Verdone, Heather Parisi, Gianni Ciardo, Jinny Steffan, Fioretta Mari, Tullio Solenghi e molti altri ancora. Tanti devono la popolarità all’intuito da “talent-scout” del Pippo Nazionale, che amabilmente amava ripetere un mantra divenuto proverbiale: “l’ho inventato io”. Ma la natura di talent scout Pippo la sfodera anche nei suoi trionfali Sanremo, che tracciano il solco di un preciso format baudiano nel festival (la valletta bruna e la valletta bionda, gli intermezzi dei comici, i superospiti stranieri, il Dopofestival), ma anche la scoperta di talenti della musica come Ramazzotti, Pausini, Giorgia, Bocelli.
Interessante anche il suo impegno cinematografico, che merita certamente almeno una citazione. Tra i migliori film interpretati, possiamo ricordare su tutti Il mio nome è Donna Rosa (1969), di Ettore Maria Fizzarotti, tardo-musicarello, con Albano, Romina Power, Nino Taranto e Bice Valori, ispirato alla notissima canzone (Donna Rosa), che lo stesso Baudo aveva composto con Luciano Fineschi, che peraltro era la sigla di chiusura del programma Settevoci. Nelle altre opere cinematografiche, in cui Baudo è presente, possiamo dire che quasi sempre interpreta sé stesso, simbolo di una popolarità ormai universale: Zum Zum Zum n.2 (1969); L’esercito più pazzo del mondo (1981); FF.SS. –Cioè:… che mi hai portato a fare sopra a Posillipo se non mi vuoi più bene? (1983), al fianco di Renzo Arbore; Alla conquista di Roma (1985), insieme a Gianni Ciardo; Sono un fenomeno paranormale (1985), al fianco di Alberto Sordi.

Pippo Baudo insomma, per la sua popolarità e per la sua poliedricità, rimane una delle personalità italiane più influenti del 900 e del secolo attuale. E’ una mancanza che si farà sentire, perché ci sono dei personaggi “di famiglia”, che fanno parte delle nostre vite e continueranno sempre a farne parte. Pensate a Totò, ad Alberto Sordi, a Marcello Mastroianni, a Bud Spencer, a Paolo Villaggio, a Mike Bongiorno, a Corrado, a Eduardo e Peppino De Filippo e a tanti altri…qualcuno può davvero dire che loro siano morti per davvero? La morte è solo un passaggio naturale, che fa parte della stessa concezione ciclica della vita, invece chi ha fatto del bene, chi ha saputo donare un’emozione, diventando nazional-popolare senza mai apparire scortese, non potrà mai davvero morire. E questo spetta ad una ristretta cerchia di intellettuali e di artisti…e io sono sicuro che Pippo in questo club esclusivo, riservato a pochi “illuminati”, su una nuvoletta del Paradiso, ha il suo posto riservato.
A…dio Pippo, con te se ne va un pezzo della nostra vita, della nostra memoria, dei nostri ricordi, delle malinconie che diventano nostalgie.


