Addio a Claudia Cardinale: la più grande tra le grandi

Omaggio a Claudia Cardinale - 1a parte.

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Nell'immagine una giovanissima e bellissima Claudia Cardinale - Smart Marketing
Il mondo del cinema è in lutto. E’ morta a Parigi, all’età di 87 anni, Claudia Cardinale, icona di stile, di eleganza, di bellezza, di bravura e di tante altre cose.

Claudia Cardinale è stata meravigliosa attrice, dotata di una voce del tutto particolare. Quella dizione zoppicante a causa di un accento fortemente francese, unito però a chiari influssi linguistici siciliani, fu dapprima quasi una zavorra alla sua carriera cinematografica; viceversa da Fellini in poi, che con 8 e mezzo decide di non doppiarla, quella voce diventa parte integrante della sua grandezza d’attrice ed elemento seduttivo fondamentale del suo enorme fascino.

I suoi genitori erano emigranti trasferitisi a Tunisi, dalla Sicilia, dove però tornavano non di rado, infatti la Cardinale, visse per qualche tempo anche a Trapani, dove imparò il siciliano. L’italiano, invece, soprattutto in età giovanile non lo parlava ancora bene e lo imparerà meglio appena avviata la sua carriera cinematografica. Ma la svolta determinante è, nel 1957, durante la Settimana del Cinema Italiano a Tunisi organizzata dall’Unitalia-Film, quando vince in modo del tutto involontario e inconsapevole il concorso per la “più bella italiana di Tunisia”, che le vale in premio un viaggio a Venezia, durante la Mostra del Cinema. Al Lido, dove negli anni futuri incanterà tutti, l’affascinante diciottenne non passa inosservata agli occhi dei molti registi e produttori presenti.

Ciò che successe in seguito fa parte della storia del cinema.

Tutti i grandi maestri nostrani la vollero: Mario Monicelli, Valerio Zurlini, Luchino Visconti, Federico Fellini, Sergio Leone, Luigi Magni, Luigi Zampa, Luigi Comencini. Il suo primo film italiano è però I soliti ignoti (1958) di Mario Monicelli, nel quale interpreta il ruolo di Carmelina, una ragazza segregata in casa dal fratello, il primo di tanti ruoli di donna siciliana a cui il suo aspetto mediterraneo – adatto ad essere tanto aristocratico quanto contadino – sembra destinarla. La commedia è un enorme successo e la Cardinale diventa immediatamente riconoscibile, addirittura già presentata da alcuni giornali come “la fidanzata d’Italia”. Ma la Cardinale all’epoca custodiva un grande segreto. Dopo aver abbandonato gli studi presso il “Centro sperimentale di Cinematografia di Roma”, tornata a Tunisi, si trova però di fronte all’inattesa scoperta di essere incinta. È il risultato di una drammatica esperienza personale: una breve, dolorosa relazione con un uomo francese, più grande di lei di una decina d’anni, iniziata quand’era ancora solo diciassettenne, con una violenza. Decisa a non abortire, trova una via di salvezza nella proposta di un contratto di esclusiva da parte della casa di produzione Vides di Franco Cristaldi. Quando teme ormai di non poter più nascondere la gravidanza, incontra Cristaldi per chiedergli l’interruzione del contratto, in modo da potersene andare, ma lui intuisce il problema, l’aiuta ad affrontare la famiglia e la manda a partorire a Londra, lontano dagli sguardi della stampa, con la scusa di dover imparare la lingua inglese per un film. Grata della comprensione da parte del produttore, è però sconvolta quando lui le impone di non rivelare la propria maternità, perché questa sarebbe un tradimento verso il pubblico e sarebbe significato la fine della sua carriera, facendo leva sul dettagliatissimo contratto all’americana che la vincola in ogni aspetto della sua vita, compresa la propria immagine, privandola di qualsiasi capacità di autodeterminazione: “Non ero più padrona né del mio corpo né dei miei pensieri. Persino a un’amica era rischioso raccontare qualcosa che prendesse le distanze dalla mia immagine pubblica, perché poteva essere divulgato, mettendomi nei guai. Tutto era in mano alla Vides”.

Per sette anni conserva questo segreto, al pubblico e anche al suo stesso figlio, Patrick, cresciuto in famiglia come un fratello, finché un giornale scandalistico non scoprirà la verità e la Cardinale deciderà di narrarla, con liberazione, al giornalista Enzo Biagi, in un articolo pubblicato su “Oggi” e “L’Europeo”. Sul lato artistico, nel 1959, prende parte a quello che può essere definito il secondo film importante della sua carriera. Parliamo di Un maledetto imbroglio (1959) di Pietro Germi, che per lei è una vera rivelazione. Fino a quel momento ha lavorato senza essere conquistata dal cinema, ma grazie alla sapiente direzione del burbero e laconico regista-attore, con il quale nasce un’immediata affinità tra due caratteri simili, comincia ad imparare cosa sia il mestiere della recitazione e a sentirsi a proprio agio davanti alla macchina da presa. Si tratta della sua prima vera prova di attrice, per la quale riceve una lusinghiera recensione da parte di Federico Fellini (“una Cardinale che io mi ricorderò per un pezzo. Quegli occhi che guardano con gli angoli accanto al naso, quei capelli bruni lunghi e spettinati, quel viso di cerva, di gatta, e così passionalmente perduta nella tragedia”). Mentre la maternità nascosta le fa condurre una vita sempre più appartata, impedendole di viverne a pieno la parte pubblica, tutta la sua esistenza si riduce al solo dovere, ad un lavoro serrato e ininterrotto, un film dietro l’altro. La successiva tappa professionale è segnata dall’incontro con Mauro Bolognini. È l’inizio di un fortunato rapporto professionale e privato, che darà vita a cinque film, fra i quali alcuni che lei considera tra i suoi preferiti, come Senilità, Libera, amore mio! e soprattutto La viaccia. “Con lui, dietro la macchina, ancora una volta, come con Germi, mi sono sentita sicura di me, considero Mauro Bolognini un grandissimo regista: un uomo di rara sapienza professionale, di grandissimo gusto e cultura. Oltre che, per me personalmente, un amico sensibile e sincero”.

Nell'immagine Claudia Cardinale nel film "Il Gattopardo" (1963) di Luchino Visconti - Smart Marketing
Claudia Cardinale nel film “Il Gattopardo” (1963) di Luchino Visconti.

Nei film di Bolognini, la Cardinale incarna la figura della donna come perdizione per l’uomo, la mantide religiosa, grazie alla sua grande femminilità estetica. In effetti, durante le riprese del primo di questi, Il bell’Antonio, la star della Dolce Vita, ovvero Marcello Mastroianni si innamora di lei che, pur attratta dal suo fascino gentile, lo respinge, perché non lo prende sul serio e lo considera uno di quegli attori che non possono fare a meno di innamorarsi delle loro compagne di lavoro. Mastroianni, anche a distanza di molti anni, le rinfaccerà di non aver creduto all’autenticità dei suoi sentimenti. Malgrado il dispiacere di Bolognini per la situazione, l’atmosfera di tensione tra i due interpreti si rivela ideale per trasmettere quella fra i personaggi del film. Un vero e proprio film auto-biografico, suo malgrado, è La ragazza con la valigia di Valerio Zurlini, che mette in scena involontariamente la parte più dolorosa della sua vita reale, il figlio nascosto, e le permette un’identificazione totale con il personaggio della ragazza-madre Aida. Il coinvolgimento è tale che le richiede poi un paio di mesi per essere superato e lasciato alle spalle. Il regista la sceglie contro il parere di tutti, per un personaggio così difficile, quando lei non è ancora considerata una vera attrice, tanto come la maggiore bellezza nazionale. Come Germi, le si mette accanto durante la lavorazione: “Zurlini era di quelli che amano molto le donne: aveva una sensibilità quasi femminile. Mi capiva da uno sguardo. Mi ha insegnato tutto, senza impormi niente. (…) Mi ha voluto veramente bene”. Con lui nasce una vera amicizia, basata su una profonda comprensione reciproca. Tanto La viaccia di Bolognini quanto La ragazza con la valigia di Zurlini vengono selezionati in concorso per il Festival di Cannes 1961. Alla Kroisette l’attrice ventiduenne, almeno inizialmente, non è paragonabile alle due dive italiane presenti, Sophia Loren (che vince il premio per la migliore interpretazione femminile con La ciociara) e Gina Lollobrigida, ma per alcuni giornali appare come una credibile antagonista di Brigitte Bardot, tanto che la rivista francese “Paris Match” le dedica una copertina intitolata “La chiamano già CC. È Claudia Cardinale la giovane rivale di B.B.”.

Entrata come una delle tante, ne esce come la diva rivelazione di quell’edizione, pur senza vincere nulla.

Nel 1962 poi, la Cardinale realizza la celebre intervista con Alberto Moravia nella quale lo scrittore si concentra esclusivamente sul suo corpo, trattandola come un oggetto, ma lei stessa trova adeguato che le si chieda solo di quello che è il suo strumento dell’essere attrice: “Io usavo il mio corpo come una maschera, come rappresentazione di me stessa”. L’articolo, pubblicato su “Esquire” con il titolo “The next goddess of love”, è ripreso in tutto il mondo e poi ampliato in un libro intitolato “La dea dell’amore”, pubblicato nel 1963. L’attrice si rende conto, con un certo divertimento, di mettere a disagio lo scrittore, per il suo prorompente aspetto fisico (1,70 cm distribuiti su curve naturali esuberanti, a partire da una quarta di reggiseno), che l’avvicina ai personaggi femminili dei suoi romanzi. E qualche anno dopo interpreterà proprio uno di essi nel film Gli indifferenti, tratto dal suo omonimo romanzo.

Il 1963 rappresenta un anno cruciale per la carriera della Cardinale. Ha l’irripetibile occasione di lavorare contemporaneamente con due dei maggiori maestri del cinema italiano in veri e propri film-simbolo destinati a fare la storia: con Luchino Visconti per Il Gattopardo e con Federico Fellini per Otto e mezzo. Ebbe modo quindi, di sperimentare in prima persona come due artisti possano essere dei geni in maniera totalmente diversa: seguendo strade, istinti, metodi addirittura opposti. Sul set di Visconti, il clima è quasi religioso, si vive solo per il film, lasciando fuori il mondo esterno. Tanto Visconti ha bisogno del silenzio per lavorare, quanto Fellini ne ha invece di essere immerso nella confusione e circondato dal massimo della volgarità e del rumore. Con il primo, è impossibile cambiare una virgola, con il secondo il clima è di improvvisazione totale, anche se di fatto si viene portati dove lui vuole, senza nemmeno accorgersi. Visconti, che con il ruolo di Angelica le ha fatto “il più bel regalo della mia vita d’attrice”, ha il vezzo di parlarle in un ottimo francese, quasi da madre lingua, imparato quando era assistente di Jean Renoir, Fellini la coinvolge in lunghe passeggiate e chiacchierate. Entrambi sono molto teneri con lei e la chiamano con lo stesso diminutivo affettuoso, Claudina, ed entrambi lasciano un segno nella sua vita: “Luchino ha fatto e farà parte per sempre della mia vita: è nei miei pensieri, nei ricordi, nei sogni, ma lo ritrovo persino più concretamente, materialmente, nel viso e nello sguardo che ho oggi, nelle mie mani; con Federico ho girato un solo film. Mi ha fatto sentire il centro del mondo: la più bella, la più speciale di tutte, la più importante”. Fellini fa esprimere al proprio alter ego Mastroianni una reverente dichiarazione d’amore all’attrice (“Quanto sei bella, mi metti in soggezione, mi fai battere il cuore come un collegiale. Che rispetto vero, profondo, comunichi”) e la trasforma in una sorta di ideale femminile salvifico, l’interprete ideale della “ragazza della fonte”: “bellissima, giovane e antica, bambina e già donna, autentica, misteriosa”. È lui il primo a volerla non doppiata: per lui, ogni differenza è poesia, compresa quella voce caratteristica che, per merito suo, viene finalmente rivelata sul grande schermo, aggiungendo ulteriore fascino a quello già irresistibile derivato dall’intensità dello sguardo e alla magnificenza dei tratti. Entrambi i film partecipano con successo al Festival di Cannes: Il Gattopardo conquista trionfalmente la Palma d’oro, mentre Otto e mezzo è presentato fuori concorso. La Cardinale presenzia brevemente sulla Kroisette, giusto il tempo sufficiente per la storica fotografia sulla spiaggia in compagnia dei “tre gattopardi”, Luchino Visconti, Burt Lancaster e un vero ghepardo.

Se l’interpretazione di Angelica nel Gattopardo e la breve apparizione nel ruolo di se stessa in Otto e mezzo segnano la sua definitiva consacrazione come stella di prima grandezza, la sua prima interpretazione da protagonista con la propria voce, nel film La ragazza di Bube di Luigi Comencini (che segue saggiamente l’esempio di Fellini), le vale il primo importante riconoscimento al suo lavoro di attrice, il Nastro d’Argento come migliore attrice protagonista. Dopo Visconti e Fellini, anche quello con Comencini è un incontro importante: “Luigi Comencini è un altro di quelli che mi ha capita subito, senza parole. (…) Ci siamo parlati poco anche mentre giravano insieme: a me non servono le parole del regista, mi serve sentirmi capita, amata da lui. E lui mi ha sempre amata e capita”. In questo stesso anno partecipa anche al suo primo film americano (seppur girato in Italia), La pantera rosa di Blake Edwards, nel quale recita accanto ad attori del calibro di Peter Sellers e David Niven, che conia per lei l’eccentrico complimento “la più bella invenzione italiana… dopo gli spaghetti!”. Per tre anni lavora negli Stati Uniti, vivendoci stabilmente sei mesi all’anno, riuscendo a mantenersi fredda e a non lasciarsi andare alla favola: “Il mio vantaggio a Hollywood è stato che l’iniziativa non è partita da me, ma da loro: era il periodo in cui invitavano tutte le attrici europee di un certo successo, non tanto per apertura e generosità, quanto piuttosto perché gli americani volevano avere il monopolio delle star e, se ne intravedevano altrove, cercavano di farle immediatamente proprie. Io mi sono difesa, per esempio rifiutando con decisione l’offerta di un contratto in esclusiva con la Universal: firmavo di volta in volta, per singoli film. E alla fine me la sono cavata”.

Nell'immagine Claudia Cardinale nel film "C’era una volta il West" (1968) di Sergio Leone - Smart Marketing
Un’intensa Claudia Cardinale nel film “C’era una volta il West” (1968) di Sergio Leone.

Di quei film in America, ricordiamo Il circo e la sua grande avventura (1964) di Henry Hathaway, che le permette di lavorare con due star assolute come John Wayne e Rita Hayworth ma, mentre instaura un rapporto molto amichevole con “the Duke”, deve assistere suo malgrado alla straziante decadenza della Hayworth. Lavora poi con Rock Hudson in L’affare Blindfold (1965) di Philip Dunne, e con Anthony Quinn in Né onore né gloria (1966) di Mark Robson. Proprio il primo, di cui non ignora le segrete preferenze sessuali, è il miglior compagno del suo periodo hollywoodiano: Hudson si dimostra molto protettivo nei suoi confronti, comprendendo il suo disagio di europea in un mondo diverso. Frequenta anche Barbra Streisand ed Elliott Gould, diventa amica di Steve McQueen, ma continua a sentirsi inevitabilmente estranea a quel mondo. In Italia invece, lavora tra gli altri con Ugo Tognazzi, nel film Il magnifico cornuto (1965), che sul set le fa una corte incessante e spietata.

Ma è nel 1968, che Claudia Cardinale interpreta il ruolo della vita, quello della prostituta Jill nel più bel western della storia del cinema, ovvero C’era una volta il West, diretto dal maestro Sergio Leone. Qui al massimo della sua bellezza, si trova a lavorare insieme a un mito come Henry Fonda e ad attori emergenti di indiscusso talento come Jason Robards e Charles Bronson. Tanto fu azzeccata, sofferta e riuscita la sua interpretazione, che la Cardinale è diventata l’unico, vero grande simbolo cinematografico femminile del western. Il film è stato riconosciuto tra le 100 pellicole più belle della storia del cinema mondiale. L’esperienza con Leone fu particolarmente positiva, sia sul piano umano che professionale: “Ho voluto un gran bene a Sergio: il nostro era un legame di grande affetto. Con il suo bellissimo film mi ha regalato un personaggio magnifico. Tutto il periodo è legato a un’impressione complessiva di grande benessere: con Sergio mi sono sentita diretta sempre nel modo giusto, ho provato la sensazione di essere sempre perfetta, grazie a Sergio: mai avuto un problema”. Il fermo-immagine di Claudia Cardinale che osserva la fine malinconica di un’epopea, quella appunto del West, è entrato nella memoria collettiva, e venne riutilizzato dalle riviste dell’epoca, anche americane, che dopo l’uscita del film la definirono “la donna più bella del cinema”.

Il tutto quando lei aveva appena compiuto trent’anni.

L’articolo continua e finisce nella seconda parte che trovate a questo link.

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