Raffaello CastellanoQuali sono oggi i lavoratori che si collocano al gradino più basso della rivoluzione digitale? Mi spiego meglio, quali sono o potrebbero essere i raccoglitori di pomodori della cosiddetta Gig Economy? E soprattutto cosa c’entrano con il tema di questo numero di Smart Marketing che, come sapete, è “Tutto è comunicazione”?

Procediamo con ordine.

Qualcuno di voi ha mai sentito l’espressione “sharecropper”?

Forse si, oppure no, comunque si tratta di un sottoproletariato creato dalla rivoluzione digitale. Sono quei milioni di lavoratori che arrotondano uno stipendio principale, prestando il loro tempo libero a grosse aziende del settore informatico (ne ha parlato recentemente Massimo Gaggi sulle pagine de La Lettura n°391 del 26 maggio 2019).

Ma cosa fanno di concreto?

Qualcuno starà pensando ai fattorini di Deliveroo o agli autisti di Uber (sono anch’essi un prodotto della rivoluzione digitale), ma è fuori strada, il lavoratore più umile e sottopagato, nonché il più richiesto della rivoluzione digitale, è il cosiddetto “etichettatore”.1_hinv8c5xhb0_ncjv1pcvgq-990x510

Ma cosa fa un etichettatore?

Bella domanda, in pratica è lui che istruisce attraverso l’etichettatura di milioni di foto tutte le intelligenze artificiali che cominciano ad invadere ogni aspetto delle nostre vite. Sono loro, ad esempio, che insegnano ai computer che guideranno le moderne auto a guida automatica a riconoscere e distinguere la foto di un gatto da quella di un pedone o da quella di un semaforo. Sono, potremmo dire, il gradino più basso, e più elementare, della programmazione informatica. Per il momento sono localizzati prevalentemente nelle nazioni più popolose e povere del mondo, o almeno in quelle con le più marcate disparità sociali, come Kenya e Malaysia; ma ha fatto notizia recentemente un’azienda del Texas, la Alegion, che dà lavoro ai veterani di guerra disabili che istruiscono l’intelligenza artificiale a riconoscere nelle foto aeree le differenze fra un pick up ed un autobus, un minivan ed un’auto. Per il proprietario dell’azienda, Nathaniel Gates, questo lavoro ha anche importanti risvolti sociali.

Comunque, chi pensava che le intelligenze artificiali facessero tutto da sole era fuori strada, ora sappiamo che vanno istruite, informate, potremmo dire che vanno addestrate, da un esercito di invisibili programmatori elementari che etichettano foto nelle loro ore libere (ma, in alcuni casi, anche a tempo pieno) e che vanno ad ingrossare le file di tutti quei lavoratori invisibili di cui recentemente hanno parlato i due ricercatori Mary L. Gray e Siddharth Suri, antropologa la prima e computer scientist il secondo, nel loro libro “Gosth Work” (non ancora tradotto in italiano). Ma non sono solo gli etichettatori a far parte di questa categoria di lavoratori fantasma, come spiega Mary L. Gray: “Fanno parte di questa categoria anche molti altri addetti invisibili, come le decine di migliaia di operatori che individuano contenuti inappropriati sulle reti sociali e li rimuovono, i cosiddetti content moderator, ma anche il personale che si occupa della sottotitolazione di molti video o della rifinitura delle traduzioni automatizzate. L’elenco può essere infinito: comprende tutti i casi in cui un mestiere complesso, in genere affidato ad un dipendente a tempo pieno, può essere smantellato e spezzettato in una serie di funzioni più elementari”.

La copertina del libro "Ghost Work: How to Stop Silicon Valley from Building a New Global Underclass" (Ghost Work: come fermare la Silicon Valley dalla costruzione di un nuovo sottoproletariato globale)
La copertina del libro “Ghost Work: How to Stop Silicon Valley from Building a New Global Underclass” (Ghost Work: come fermare la Silicon Valley dalla costruzione di un nuovo sottoproletariato globale)

Viene da pensare che questa categoria di lavoratori sia un’altra maniera della rivoluzione digitale per aggirare e/o non riconoscere le competenze e gli studi di professionisti che costerebbero molto di più di un “sharecropper”, ma noi non vogliamo essere maligni e ci limitiamo a dire che se non fosse per questo esercito di lavoratori invisibili, il nostro mondo sarebbe molto meno “smart” di quello che effettivamente è.

Ma, dopo aver risposto alla prima delle domande posteci all’inizio di questo editoriale, veniamo alla seconda: “cosa c’entrano i sharecropper con il tema del nostro magazine che è “Tutto è comunicazione”?

Beh, io penso tutto, in fondo questo esercito di coltivatori altri non è che una categoria sui generis di comunicatori ed informatori che addestrano il computer e le intelligenze artificiali disseminate nel mondo a parlare e tradurre il linguaggio umano in linguaggio macchina. Ovvero trasformano miliardi di immagini, del tutto indecifrabili dalle macchine, attraverso l’etichettatura, in qualcosa che le intelligenze artificiali possono tradurre e memorizzare con più facilità. I “sharecropper” sono i puericultori e i pedagogisti dei cervelli elettronici e delle intelligenze artificiali, fra i più sottopagati al mondo e della storia.call_center

Il grande psicologo costruttivista autore del fondamentale “Pragmatica della Comunicazione Umana”, Paul Watzlawick, ha detto che l’interazione comunicativa fra due umani avviene su due piani distinti: quello del contenuto (che chiamiamo informazione) e quello della relazione (che rappresenta tutto il resto), inoltre ci ha detto che quanto più il livello della relazione è disteso e sereno tanto più velocemente e profondamente percepiamo quello del contenuto. Ma i computer e le I.A. non elaborano l’informazione in questo modo, la loro forza sta nella potenza di calcolo bruta e cruda, non sono in grado, ancora, di percepire né classificare le implicazioni e le sfumature emotive di un discorso, né ad esempio di cogliere l’ironia di una frase; quello che possono fare è comparare informazioni, e sulla base di questi confronti stilare classifiche, statistiche e riconoscere schemi. Attenzione però, queste cose le sanno fare molto bene e sempre più velocemente grazie ai big data e grazie anche a quella miriade di “sharecropper” che li istruiscono e li addestrano a comprendere, o quantomeno tradurre, il complesso linguaggio umano.

Scopri il numero: “Tutto è Comunicazione”

D’altronde, lo aveva detto pure il linguista Steven Pinker, noi umani siamo fatti di parole, e noi possiamo dire che le macchine sono fatte di numeri, e, almeno per adesso, ci vorrà sempre un umano che traduca le immagini di cui è fatto il mondo in numeri che i nostri computer e le intelligenze artificiali possano comprendere.

Tutto questo alla faccia della fantascienza più estremista che ci immagina succubi o schiavi delle macchine e dei device elettronici che affollano le nostre vite.

Quindi, tornando a noi, possiamo concludere due cose: la prima è che “Tutto è comunicazione”, la seconda è che la “comunicazione” è ancora una faccenda maledettamente umana.

Buona lettura a tutti, umani e non.

Raffaello Castellano
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