ivan-zorico-01-minI social media sono diventati strumenti più che familiari, le notizie circolano veloci, le fonti di informazioni sono esplose e siamo sempre più portati a farci un giudizio su un fatto o su un personaggio attraverso l’elaborazione di una battuta, un frame o uno slogan, senza andare in profondità.

Non è superficialità, è più bisogno di sintesi.

Sino a solo venti anni fa il mondo dell’informazione era più semplice: fonti ufficiali da cui informarsi, agenzie stampa che ribattevano le dichiarazioni del personaggio di turno, fatti ripresi e commentati da un operatore dell’informazione; il tutto ad una velocità che vista con gli occhi di oggi ci sembra preistorica.

In quel tempo le notizie si leggevano su carta e non su uno schermo da 5 o 6 pollici. Si leggeva il giornale al bar, in ufficio prima di iniziare a lavorare o alla sera, così, per rilassarsi un po’ e tenersi aggiornati. Una lettura più attenta, ragionata e meno attaccabile: difficile pensare che un’email, una notifica di Facebook o un WhatsApp potesse saltare fuori dalle pagine di un quotidiano e distrarti dalla lettura, agganciare la tua attenzione e sfilacciarla tra i vari link, contenuti multimediali e molto altro ancora. Formarsi un’opinione consapevole era più semplice; non dico facile, ma più semplice di oggi certamente sì. Va bene, c’era anche la televisione, ma i momenti dedicati all’informazione erano quelli del primo mattino, del pranzo e della cena, con l’aggiunta degli approfondimenti serali in cui conduttori e ospiti dibattevano del tema del momento. Nulla di nuovo sotto al cielo e, ancora una volta, il tutto era segnato da una liturgia abbastanza nota e compassata.

Poi la rivoluzione, tutto è cambiato.

I cellulari hanno fatto spazio agli smartphone e d’un tratto siamo passati dal maneggiare un comune telefono senza fili a un oggetto ultra performante in grado di fare fotografie, produrre video, elaborare dati, immagazzinare dati, potenziare le nostre risorse e aprire infinite finestre su infinite possibilità.

L’uso di internet è esploso, abbiamo conosciuto i blog, sono nati i social media e abbiamo scoperto che anche noi stessi potevano essere generatori di contenuti, oltre che meri fruitori di notizie. Quello che prima era appannaggio di pochi, oggi è nelle disponibilità di tutti: rivoluzionario.

Talmente rivoluzionario che non riusciamo ancora pienamente a gestire e a codificare questa nuova realtà. Fatichiamo a starle dietro e i rischi sono alti.

Capire questo mondo non è più né facile né semplice, anzi è complicatissimo.

Siamo al centro di un flusso talmente ampio e denso che riuscire a venirne a capo è davvero arduo. In questo mare di informazioni, dobbiamo destreggiarci tra fake news, titoli acchiappa click e dichiarazioni contraddittorie. Poi dobbiamo intercettare le notizie vere, verificarne l’attendibilità, fare almeno una comparazione con altre fonti per avere un quadro completo e, se ci rimane del tempo, vivere la vita di tutti i giorni che ormai sembra andare (anzi va) ad una velocità elevatissima (per questo punto sono da escludere gli ultimi 3 mesi). Insomma se non si indossa un mantello rosso, non ci si chiama Clark Kent e di giorno non facciamo i giornalisti mentre nascondiamo di essere un supereroe, siamo evidentemente di fronte ad una missione impossibile.

La comunicazione ha preso il posto dell’informazione.

In questo contesto abbiamo bisogno di sintesi. Paradossalmente apprezziamo molto di più chi in 15 secondi va dritto al punto piuttosto che un’analisi dettagliata che ci porta via, ovviamente, maggiore tempo (dove per maggiore si può intendere 5-6 minuti). Cediamo profondità in favore della rapidità. Il divulgatore, o il comunicatore, ha quindi maggiore seguito del giornalista, ossia di chi dovrebbe saper maneggiare la materia informativa, perché meglio sa utilizzare i nuovi media e meglio sa utilizzare il nuovo linguaggio. (Nell’ultimo periodo molti giornalisti sono diventati degli ottimi comunicatori, ma è una evoluzione del mestiere a cui non tutti sanno adeguarsi efficacemente).

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La comunicazione è diventata centrale nella vita di tutti noi ed è cambiata molto nell’ultimo periodo a causa dell’epidemia. Abbiamo assistito all’esplosione di nuove piattaforme digitali come Zoom, alla comparsa degli scienziati nei talk show televisivi e ad una comunicazione di brand incentrata su valori diversi rispetto al recente passato.

E se come detto prediligiamo la rapidità, ovviamente chi comunica ci darà qualcosa da fruire rapidamente. Qualcosa attraverso la quale possiamo crearci un’idea o almeno una sua illusione. Per cui via libera agli slogan, alle frasi ad effetto e alla battute. Se ci pensate in questi anni ce sono stati davvero tanti e ogni volta si cerca di alzare sempre più l’asticella per catturare l’attenzione e per costringerci a fermarci almeno quei 15 secondi.

L’attenzione va nutrita.

Sarò controcorrente, ma credo che questo giochino alla lunga stancherà. Attenzione non sto dicendo che bisogna ritornare al passato. Non lo vorrei mai: credo infatti che si debba vivere al meglio il tempo presente e che non esistano isole felici nel passato. Quello che dico è altro.

Le persone vogliono essere informate non spintonate a destra e a sinistra a colpi di notizie flash. Chi sarà in grado di nutrire l’attenzione delle persone senza farle sentire a disagio, senza destabilizzarle con proclami o senza andare a toccare sistematicamente elementi viscerali, sarà premiato.

Il ruolo della comunicazione a servizio dell’informazione dovrà essere questo: nutrire l’interesse e l’attenzione delle persone per portarle ad avere un pensiero consapevole. E se devono essere 15 secondi purché siano di qualità e magari sommati ad altri 15 e poi ancora altri 15 e così via. L’appetito, si sa, vien mangiando.

Intanto, se sei arrivato a leggere sino a qui, ti ringrazio. Mi hai dedicato alcuni minuti della tua intensissima giornata e questo è per me un grande riconoscimento di fiducia. Grazie!

Buona lettura,

 Ivan Zorico

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