“È una guerra!”, “siamo in trincea”, “dobbiamo vincere questa battaglia contro questo nemico subdolo”, i medici e gli infermieri sono i nostri eroi, ed ancora, “il coronavirus è il male”, “gli anziani sono i nostri martiri”, “gli scienziati ci salveranno da questa catastrofe”.

Negli ultimi due mesi il vocabolario attraverso cui ci esprimiamo su mezzi di comunicazione, TV, giornali, internet e social media è stato sommerso da metafore belliche. La pandemia da Coronavirus non solo ci ha messo di fronte alla fragilità della condizione umana a causa di un virus, ma, di più, ci ha fatto vedere di nuovo la morte in faccia.camion1

Avevamo come rimosso la morte dalle nostre vite, non ne parlava nessuno, se non gli anziani e gli addetti alle pompe funebri. Per l’uomo medievale non era così, la morte era sempre presente, anche perché l’aspettativa di vita era di poco superiore ai 30 anni e non è andata tanto meglio nel Rinascimento e per buona parte del ‘600; bisogna aspettare l’Ottocento, con i progressi della medicina, per vedere l’aspettativa di vita salire intorno ai 45 anni.

Poi è arrivato il Coronavirus e, soprattutto in Europa, dove ha colpito molto duramente, ha ricordato le pandemie storiche come la Peste del 1300 e la Spagnola, durante e dopo la Prima Guerra Mondiale. Sono arrivati i morti, tanti morti, i cimiteri si sono riempiti, i corpi sono stati cremati, poi è toccato ai convogli di camion partiti per trasportare “altrove” tutte le vittime di questa emergenza sanitaria; insomma, la morte è tornata prepotente e inesorabile nelle nostre vite.5123411

Eppure, benché siano cambiate le nostre abitudini di vita, il nostro vocabolario, le parole che usiamo per esprimerci e quindi anche la maniera con cui ci raffiguriamo il mondo, i media, non solo quelli digitali, hanno finito per dettare la nostra agenda setting e “distrarci” da tutta una serie di altre “variabili” e “fatti” che pure abbiamo sotto gli occhi, ma che semplicemente non riusciamo a vedere.

Se davvero si tratta di una guerra (in barba agli ammonimenti che Susan Sontag ci aveva dato nel suo saggio Malattia come Metafora già nel 1978[1]), davvero questa battaglia la stanno combattendo solo in prima linea?1584030647218-jpg

Che fine hanno fatto le retrovie, la logistica, gli approvvigionamenti, le comunicazioni, il genio civile?

È una ben strana guerra se a combatterla ci sono solo i fanti i prima linea e gli eroi.

Ma come abbiamo fatto a dimenticare, al netto del personale sanitario, tutta quella massa di lavoratori che non si sono potuti permettere il lockdown e la quarantena domiciliare?

Sono davvero così invisibili?464919712_368382

O piuttosto siamo così ubriacati da una comunicazione propagandistica da guardare, ma non riuscire a vedere il postino che ci consegna la posta o il camionista che continua a trasportare alimenti e bevande, su e giù per lo stivale italico?

Non riusciamo a vedere l’edicolante da cui compriamo il giornale o il tabaccaio da cui compriamo le sigarette, o il ferramentista da cui compriamo il flessibile della doccia che dobbiamo sostituire.

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Questo particolare momento necessita di una azione collettiva che vada oltre il semplice ottimismo che da solo non basta, anche se comunque aiuta. Solo insieme si può uscire da questa situazione.

Non riusciamo più a vedere i riders, non che prima del virus ci accorgessimo di loro, che continuano a consegnarci i cibi a domicilio nella totale insicurezza e precarietà lavorativa.

Non riusciamo a vedere neanche i giornalisti che ci informano, benché li abbiamo perennemente sotto gli occhi, dalla tv allo schermo degli smartphone, e addirittura le forze dell’ordine sono pressoché invisibili, anche se magari ci hanno fermato per controllare la nostra autocertificazione l’ultima volta che siamo usciti.1584101

E, cosa ancora più grave, nonostante la spesa alimentare sia diventata un nuovo rito laico, con la sua liturgia fatta di distanze prefissate, file ordinate, e tempi contingentati, proprio non riusciamo a vedere i volti spaventati e stanchi di commessi e commesse, di cassiere e cassieri al supermercato.

Magari ci raccontiamo la scusa che con le mascherine i volti sono meno visibili, con le visiere o i pannelli in plexiglass la loro immagine pare filtrata, sfocata e apparentemente ci sembra che attraverso queste barriere, tutto sommato, siano al sicuro dal contagio.

Ma non è così!

Postini, corrieri, autotrasportatori, edicolanti, forze dell’ordine, giornalisti, addetti al supermercato non li vediamo perché il vocabolario bellico che abbiamo adottato in emergenza da Coronavirus non li contempla. Queste voci, questi lemmi non ci sono, ma questo, attenzione, non vuol dire che sono astrazioni linguistiche, queste sono persone, sono uomini e donne con sogni e desideri, paure ed angosce, sono “individui” grazie ai quali possiamo mangiare, comprare, bere, leggere notizie, fumare, sentirci sicuri, essere informati e cambiare le lampadine fulminate delle nostre abitazioni.news211817

Tutti questi lavoratori, questi operai, questo esercito “invisibile” sono quelli che hanno permesso che il Paese non si fermasse, che le nostre quarantene fossero meno claustrofobiche e le nostre vite meno drammatiche di quanto già non ci appaiano.

Sono un esercito invisibile solo perché siamo innamorati della “propaganda bellica”, vogliamo gli eroi, vogliamo i martiri, ma una battaglia, un conflitto, una guerra come questa contro l’implacabile Coronavirus la vinceremo solo come esercito. Gli eroi ed i martiri da soli non basteranno, per evitare che il tessuto sociale, già lacerato, si strappi, ci vogliono tutti i reparti di cui è composto un esercito: la logistica, i trasporti, le comunicazioni, il genio civile, anche le retrovie, perché ogni ingranaggio è essenziale ed insostituibile, e soprattutto ci vuole cameratismo.

Cosa fare allora per non diventare schiavi di una propaganda bellica che limita fortemente la nostra capacita di vedere la realtà?bruno

Come ampliare l’orizzonte delle nostre percezioni in maniera da riuscire a “vedere” tutto l’esercito di persone che sta combattendo questa guerra, per poterlo finalmente ringraziare?

Purtroppo non ho risposte, né formule magiche, posso solo suggerirvi le tre “buone pratiche” che hanno funzionato per me.

Per pima cosa, credo, come ha ribadito Daniel Goleman in un recente saggio[2], che la nostra capacità di concentrazione sia la facoltà che più di tutte meriti di essere allenata, in un tempo scandito da armi mediatiche di “distrazione di massa”; la nostra capacità di concentrarci, di prestare attenzione a tutto ciò che facciamo, anche quando facciamo cose scontate come la spesa, può letteralmente ampliare il nostro campo visivo e di coseguenza la nostra mente.antonellaIn secondo luogo studiate il vocabolario bellico di questi giorni, analizzatelo, e vedrete quante parole ne sono state omesse, e ricordate che ogni parola, ogni vocabolo, ogni lemma “assente” rappresenta una categorie di persone, degli individui, degli esseri umani.

Parole omesse non vuol dire inesistenti, noi dobbiamo sforzarci di riconoscere, pronunciare, ricordare e tradurre queste parole, queste persone, questo esercito di invisibili che ci regala ogni giorno (lo so, sembra strano dirlo mentre siamo in quarantena) la libertà di cui godiamo.

Volenti o nolenti la realtà e perfino noi stessi siamo fatti di parole, da quelle che usiamo, da quelle che pronunciamo, da quelle che scordiamo e anche da quelle che non conosciamo; il grande filosofo, ingegnere e logico austriaco Ludwig Wittgenstein, nella sua opera principale[3], scrisse: “I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”, impossibile per noi oggi non cogliere la profonda verità di queste parole.corona1

Infine, dovremmo aspirare a diventare paleontologi delle parole e scavare il racconto del quotidiano per riportare alla luce tutte le parole che abbiamo smarrito, ignorato e dimenticato. Come i fossili di dinosauri molte ci spaventeranno, alcune ci sembreranno incredibili, altre scontate, altre ancora prive di significato, ma, attenzione, così come i fossili ritrovati ci aiutano a disegnare la storia dell’evoluzione, allo stesso modo le parole che ritroveremo sono tutte degne di esistere, di vivere, di essere raccontate e di far parte della storia contemporanea che stiamo narrando agli altri, ma soprattutto a noi stessi.

[1] Susan Sontag, Malattia come Metafora, Milano, Mondadori, 2002.

[2] Daniel Goleman, Focus. Perché fare attenzione ci rende migliori e più felici, Milano, Rizzoli, 2013.

[3] Ludwig Wittgenstein, Tractatus Logico-Philosophicus, Torino, Einaudi, 1989.

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