È già passato più di un mese dalla morte di George Floyd.
Difficilmente potremo dimenticare le immagini che hanno ripreso gli istanti precedenti la sua morte e difficilmente potremo dimenticare le sue ultime parole: I can’t breathe.

Parole sin da subito diventate manifesto e che hanno riportato prepotentemente al centro del dibattito pubblico un tema ancora così lontano dall’essere risolto: il razzismo.

Nei giorni seguenti l’uccisione di Floyd, centinaia di migliaia di persone appartenenti al movimento Black Lives Matter si sono riversate (e ancora lo stanno facendo) nelle strade delle città americane (e non solo) per manifestare contro le discriminazioni e gli abusi delle forze dell’ordine.

Manifestazioni che, ad un certo punto, hanno preso di mira non solo le forti disuguaglianze razziali presenti nel sistema socio-politico degli Stati Uniti d’America, ma anche alcuni simboli – monumenti e statue – che incarnano, a loro dire, valori fortemente divisivi e che sono espressione diretta del razzismo. E così abbiamo assistito alla rabbia e alla violenza riversate contro personaggi storici come Cristoforo Colombo o Winston Churchill e, qui da noi in Italia, Indro Montanelli. La loro colpa sarebbe quella di essere in qualche modo depositari di valori intolleranti e, per mezzo delle loro effigie, di esserne ancora veicolo di diffusione.

Vedendo quelle scene alla televisione ho provato a mettermi nei panni dei manifestanti per cercare di capire acriticamente le ragioni di tali gesti. Ho voluto fare un ragionamento laterale: sarei contento o anche solo neutrale nel vedere la statua di Hitler nelle strade o piazze della mia città? Evidentemente no. E perché non lo sarei? Perché è un personaggio che nel recente passato si è macchiato di crimini contro l’umanità. E su questo non ci sono dubbi.

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La comunicazione è diventata centrale nella vita di tutti noi ed è cambiata molto nell’ultimo periodo a causa dell’epidemia. Abbiamo assistito all’esplosione di nuove piattaforme digitali come Zoom, alla comparsa degli scienziati nei talk show televisivi e ad una comunicazione di brand incentrata su valori diversi rispetto al recente passato.

Questo stesso ragionamento potrebbe essere traslato ad esempio su Cristoforo Colombo reo, a suo tempo, di azioni che oggi, nel XXI secolo, potremmo valutare più che discutibili? La risposta è no? E perché? Perché non si possono giudicare le azioni di una persona se la togliamo dal suo contesto storico e sociale. Quello che per noi oggi è giusto, magari non lo sarà tra 500 anni o più. Non per questo, però, le azioni degli uomini e delle donne avranno meno importanza e valore se, nel loro tempo, erano state meritevoli di considerazione.

La statua di Cristoforo Colombo simboleggia e comunica, ad esempio, valori come coraggio e determinazione, e non riporta altri significati se non questi.

Non possiamo commettere l’errore di giudicare le azioni degli uomini con le lenti del nostro tempo. E non lo possiamo commettere per almeno due motivi: primo, sarebbe un esercizio sterile che non porterebbe a nulla e, secondo, dirotterebbe le nostre energie su qualcosa di immutabile.

La storia va conosciuta e dibattuta per guadagnare nuove consapevolezze. Impegniamoci a costruire un mondo migliore in cui vivere oggi piuttosto che sfregiare la memoria di quello passato.

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