La Copertina d’Artista – Work in Progress


Un denso e stratificato collage fa da copertina a questo numero di Smart Marketing. L’artista ha inserito diversi materiali, ha ammassato diversi significati ed ha accumulato diversi messaggi. L’opera ci parla, forse ci interroga, sul senso e l’importanza che diamo ad uno degli argomenti più urgenti della nostra quotidianità: che cosa significa la parola lavoro per noi? Ha senso parlare di “work in progress”, lavori in corso, se oggi, oltre ad aver perso, oltre a cercare, oltre a sognare, abbiamo anche smarrito il significato della parola lavoro?copertina-febbraio-2019-sd

L’opera “Work in Progress” è un manifesto nel senso più letterale del termine. È un manifesto perché manifesta e rende palese la cifra stilistica dell’artista ed è un manifesto perché rende intellegibile le intenzioni, le dichiarazioni e la volontà dello stesso.

L’opera, come in un interrogatorio, ci punta in faccia un riflettore, ci acceca con una luce fredda e tagliente ed il suo autore, al secolo Azio Speziga, come un risoluto poliziotto, come un accigliato inquirente ci tormenta con una serie interminabile di domande. Non possiamo eluderle, non possiamo evitarle, non possiamo scappare e, cosa più importante di tutte, non sappiamo cosa rispondere. Siamo fregati! L’unica cosa che possiamo fare è ammettere la nostra inettitudine, confessare le nostre colpe e accettare la sentenza, sperando nella clemenza della corte.

Inesorabile, opera premiata alla BIBART 2019 nella sezione  "Arte concettuale".
Inesorabile, opera premiata alla BIBART 2019 nella sezione “Arte concettuale”.

L’opera di Azio Speziga, rappresenta l’arte quando è al meglio, perché, come disse lo scrittore francese Premio Nobel André Gide “Le più belle opere degli uomini sono ostinatamente dolorose”, e, non vi è dubbio alcuno, che l’artista non voglia farci riposare tranquilli, ma voglia scuotere le nostre coscienze infiacchite e farci uscire dal recinto delle nostre illusorie certezze. E noi lo sappiamo che ogni cambiamento oltre che difficile, è pure doloroso.

L'Artista di questo mese Azio Speziga.
L’Artista di questo mese Azio Speziga.

Azio Speziga (classe 1945): abbandona gli studi da geometra e si dedica alla pittura, sperimenta con successo ed entusiasmo varie tecniche. Fin dall’inizio predilige uno stile materico ed inserisce diversi materiali sui suoi quadri: sabbia, cemento, resine, colle, tempere, china, catrame e materiali di riciclo.

Il risultato sono opere che si caratterizzano per pochi elementi visivi, ma che condensano e fanno esplodere una espressività carica di sentimenti, emozioni e vita vissuta.

Sulla scena artistica nazionale da oltre mezzo secolo, partecipa a innumerevoli mostre e prestigiosi concorsi in tutta Italia rimanendo sempre un artista indipendente; Azio Speziga è apprezzato anche all’estero e alcune sue opere sono presenti anche a New York.

Da segnalare, i riconoscimenti ricevuti alla Biennale di Roma, alla XXIX Edizione di Arte Padova nel 2018 ed all’ultima BIBART di Bari nel 2019. Lavora nel suo atelier a Casamassima (BA).

L'Uomo in frac
L’Uomo in frac

Per informazioni e per contattare l’artista Azio Speziga:

Facebook: www.facebook.com/azio.speziga

www.facebook.com/ilcovodellartista

E.mail: aziospeziga@gmail.com

Studio d’arte e galleria “Il Covo dell’Artista”, Centro Storico, Piazza del Popolo, n° 1, Casamassima (BA).

Ricordiamo ai nostri lettori ed agli artisti interessati che è possibile candidarsi alla selezione della quinta edizione di questa interessante iniziativa scrivendo ed inviando un portfolio alla nostra redazione: redazione@smarknews.it



Work in progress – L’editoriale di Ivan Zorico


ivan-zorico-01-minNoi Millennials, ossia quella generazione nata tra il 1980 ed il 1995, siamo stati abituati per gran parte della nostra vita a concepire l’ingresso nel mondo del lavoro in maniera molto lineare.

L’equazione era semplice: diploma di maturità + diploma di laurea = lavoro sicuro.
Per i più fortunati, alle volte questa equazione poteva essere anche più semplice: diploma di maturità = lavoro sicuro.

Questa equazione non era frutto della nostra immaginazione e non l’avevamo imparata guardando la TV o sui libri di scuola. A darci questa certezza e questa forma mentis era l’esperienza indiretta dei nostri genitori, degli amici più grandi, dei parenti e dei conoscenti. Il leitmotiv era più o meno questo: studia, impegnati e vedrai che il lavoro arriverà. E in effetti questo schema è stato vero per molto tempo.

Poi, ad un certo punto, questa equazione ha iniziato a non restituire più il risultato atteso o quanto meno sperato. Ecco come si è presentata la nuova equazione: diploma di maturità + diploma di laurea = precariato. E, come conseguenza, abbiamo dovuto imparare a conoscere in fretta termini come co.co.co, agenzie interinali, voucher et similia.

Oggi è evidente che viviamo e ci confrontiamo con un mondo molto più complesso di quello passato, dove per passato intendo già soltanto un mondo di 15 anni fa. Siamo stati costretti a riformattare rapidamente le nostre teste e, al contempo, sviluppare competenze nuove come flessibilità, auto-imprenditorialità e proattività, così giusto per dire le prime tre che mi vengono in mente. E tutto questo in un mercato del lavoro, quale quello italiano, sostanzialmente statico.

Opportunità di lavoro

È inutile girarci intorno, non è facile: il contesto è cambiato e la competizione è aumentata. Ma non è impossibile. In una condizione profondamente mutata, ci sono opportunità che si possono cogliere e obiettivi personali e lavorativi che si possono ancora raggiungere. Perché se è vero che rispetto ai nostri “predecessori” la vita si presenta più complessa, è vero anche che noi possiamo contare su strumenti e tecnologie che per loro erano impensabili.

Dato che noi di Smart Marketing, come ormai avrete avuto modo di conoscerci, siamo orientati a rappresentare i lati positivi e più in generale il mondo delle opportunità piuttosto che quello delle recriminazioni, abbiamo voluto dedicare questo numero – “Work in progress” – proprio al mondo del lavoro per dare nuovi spunti di riflessione a chi magari vi si affaccia per la prima volta, ma anche per coloro i quali hanno già delle esperienze lavorative alle spalle.

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E il momento storico non poteva essere più congeniale: in attesa che il Reddito di Cittadinanza (di prossima attuazione) sviluppi realmente il suo possibile potenziale e che si manifesti davvero come un modo per avvicinare domanda e offerta (di lavoro) e non si palesi invece come una mera forma assistenzialistica come più di qualcuno ipotizza, noi siamo convinti che la conoscenza e la proattività siano le basi per il cambiamento e per poter incidere positivamente sulla propria vita. Sia essa riguardante la sfera personale che, appunto, quella lavorativa.

D’altronde, come dicevano i latini: “Homo faber fortunae suae”.

Ivan Zorico




Work in progress – L’editoriale di Raffaello Castellano


Raffaello CastellanoDisoccupazione, welfare, Reddito di Cittadinanza, Quota 100, sono queste le parole che stanno tenendo banco dall’inizio dell’anno. Discorsi e parole intorno al concetto del lavoro, di chi ce l’ha, di chi l’ha perso, di chi lo cerca, di chi non lo cerca più.

Il grande problema, dell’Italia, dell’Europa e delle Democrazie Occidentali, in questi primi 20 anni del XXI secolo è, sempre e solamente, il lavoro.

Stiamo facendo i conti con una popolazione che invecchia sempre di più, soprattutto in paesi come Spagna, Germania ed Italia, con il debito pubblico, della quasi totalità delle grandi democrazie europee, in costante aumento, con un mercato del lavoro profondamente mutato e con tutta una serie di nuove professioni, impensabili ed inesistenti solo 20 anni fa.

Stiamo sperimentando quello che in gergo si chiama gap, che è culturale, evolutivo e sistemico. La scienza e la tecnologia, ad un certo punto, hanno cominciato a correre più in fretta di noi, siamo passati, in poco più di 30 anni, da una tecnologia analogica ad una digitale. Siamo sempre connessi, raggiungibili, localizzabili, rintracciabili e profilati. Cinque termini, tanto per dire, che non tutti ancora conoscono, benché agiscano con effetti profondi e potenti nella società contemporanea.success-2697951_1920

Più di cinquanta anni fa il famoso sociologo e filosofo dei media Marshall McLuhan aveva previsto tutto e coniato il termine “Villaggio Globale”. Nel 1964 nel libro “Gli strumenti del comunicare” scriveva “Oggi, dopo più di un secolo di tecnologia elettrica, abbiamo esteso il nostro sistema nervoso centrale fino a farlo diventare un abbraccio globale, abolendo limiti di spazio e tempo per quanto concerne il nostro pianeta”.

Lui si riferiva ad una tecnologia satellitare e ai primordi di quella digitale ed informatica, pensate cosa avrebbe detto oggi, che la sua previsione, anzi, la sua profezia, è diventata non solo realtà, ma è stata ampiamente superata.

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Sono profondamente convinto che la scienza e le nuove tecnologie offrano prospettive e sviluppo incommensurabili ma, allo stesso tempo, mi rendo conto che se non riusciamo a stare dietro al loro sviluppo ed evoluzione, e non ci stiamo tutti riuscendo, la tecnologia e la scienza possono frenare il nostro sviluppo ed annichilirci.hands-600497_1920

I problemi legati al lavoro ed alla sua mancanza, sono da rintracciare anche in questo gap fra le infinite possibilità del progresso e le nostre limitate possibilità di coglierle, comprenderle e adoperarle.

Questo numero di Smart Marketing, “Work in Progress”, vuole essere una mappa dei nuovi lavori e delle nuove opportunità lavorative di oggi e di domani, proporremo esempi, suggerimenti e case history, ma, non dimenticate che, come disse un altro grande filosofo, nonché ingegnere e matematico, il polacco Alfred Korzybski: “La mappa non è il territorio!”.

Buona lettura a tutti.

Raffaello Castellano



Digital Transformation una moda o esiste per davvero?


Quanto spesso negli ultimi tempi ci imbattiamo in concetti nuovi ma talmente sentiti che ci sembrano già vecchi? E’ il caso di parole come rivoluzione digitale e digital transformation talmente entrate nell’uso comune che forse non ci si è mai realmente fermati a capire che cosa vogliono davvero dire.

Per rivoluzione digitale si intende l’espansione che prodotti e servizi digitali hanno visto negli ultimi anni in diversi settori con impatto sociale, economico, politico.

Per stare ai tempi di questa “rivoluzione” ecco che le aziende si devono attrezzare innovando le organizzazioni e cogliendo l’ampia opportunità che il digitale fornisce loro. La tecnologia è un valido mezzo che ci proietta verso l’innovazione ma da sola non basta, anzi non è sufficiente.

E’ opportuno creare una visione verso l’innovazione dove la cultura digitale sia alla base della formazione delle persone e il #digitalmindset una strategia. Va creato quel qualcosa chiamato anche #digitaldistruption quel cambiamento mentale che si mette in discussione ricercando elementi innovativi, momenti ispirazionali, supporti tecnologici che guidano un radicale e definitivo cambiamento anche rispetto al modello di business fino a quel momento attuato.

E’ una trasformazione che cambia radicalmente il modo di lavorare e le modalità con le quali l’azienda si relaziona con i propri stakeholders, un’immagine diversa, un modo di comunicare diverso, un modo di vendere altrettanto diverso.

La grande sfida non è creare una cultura del digitale e farne parte integralmente ma, evitare che sia semplicemente una moda, un trend. Questo accade quando non si sa realmente dove si vuole andare, quella visione che ci si auspica non è realmente nitida e quell’integrazione che ci si aspetta tra tecnologia e mentalità, in realtà, è solo presente sulla carta.

La difficoltà sta anche nel fatto che non esistono le regole da seguire alla lettera ed ogni azienda è a sé e reagisce a modo suo a questo cambiamento. La chiave giusta sta nell’identificare la strada che è maggiormente percorribile e che più facilmente porta ai grandi risultati. Perché di grandi risultati si tratta e parlano chiaramente i dati che prevedono un forte incremento delle spese in ambito digital su tutti i settori dall’healthcare ai beni di lusso, nessuno escluso.

D’altronde come si può chiudere gli occhi quando intono a noi l’Internet of Things rende ogni oggetto connesso, i Big Data ci forniscono informazioni su qualsiasi cosa e l’Intelligenza Artificiale è il futuro presente?

L’importante è sapere come muovere le carte e farsi guidare da chi sa come stare al tavolo da gioco.

Coa'è la Digital Transformation

Tre i grandi pilastri sui quali focalizzarsi:

  1. Trasformazione della Customer Experience
  2. Trasformazione dei processi operativi
  3. Trasformazione dei modelli di business

Prestando, però, grande attenzione a elementi che possono sembrare scontati ma che senza i quali non sarà possibile fare la differenza.

Grande attenzione, infatti, va sulle persone che dovranno riuscir a lavorare in un ambiente sempre più collaborativo e coinvolgente dove la comunicazione è l’aspetto più importante, quello che permetterà di rendere le diverse fasi del progetto di trasformazione digitale più semplice.

Ci vuole competenza e conoscenza in un piano strategico integrato dove la tecnologia è un puro strumento che deve lasciare convivere con tanti processi obsoleti, “analogici” ancora un po’ retrò ma che fisiologicamente non possono essere dall’oggi al domani cancellati.

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La grande sfida è, infatti, proprio questa il nuovo potrà sorpassare il vecchio solo quando quest’ultimo avrà effettivamente dato il proprio massimo, se ancora una piccola parte di esso può essere utile a preparare al cambiamento allora vuol dire che ancora non si è pronti a passare il testimone.

Mi chiedo non è come la vita? Siamo forse anche noi delle macchine che lavoriamo fino a quando non abbiamo più nulla da dare per passare il testimone?

Si è così, ma questa è la versione pessimistica dell’esistenza, quella tradizionale, quella obsoleta, quella “analogica”

La versione innovativa e digitale ci direbbe, invece, che il giovane si appresta a camminare in quella strada realizzata dal vecchio con tanti sacrifici che a missione compiuta “regala” il suo sapere a disposizione del nuovo che sarà anche esso vecchio tra un po’… e il ciclo si ripete!




L’evoluzione del mercato del lavoro nel marketing e nella comunicazione (digitale). Intervista a Cristiano Carriero.


Partiamo dal vedere un po’ di numeri per inquadrare il settore digitale.

Il mercato del digitale in Italia cresce di anno in anno: nel 2018 valeva 65 miliardi di euro, +22% rispetto al 2016 (Fonte: Elaborazioni IAB/EY). Questa crescita, come ovvio che sia, ha avuto anche delle ricadute a livello occupazionale: 285 mila unità nel 2018, contro le 253 mila del 2017. A perimetro allargato, i numeri che abbiamo appena visto assumono valori ben più importanti: nel 2018 il digitale ha generato un indotto economico pari a 89 miliardi di euro e fatto registrare 675 mila occupati.

Chi si occupa di marketing e comunicazione (digitale) sa bene che è molto importante conoscere il contesto in cui ci si muove per capirne le dinamiche, seguire o anticipare i trend e cogliere le opportunità di sviluppo. E mai come in questo nostro tempo tale principio appare vero.
Infatti, chi si occupa già da qualche tempo di marketing e comunicazione può dire di aver vissuto davvero il cosiddetto Prima e Dopo.

In soli 10 anni tutto è cambiato: prima il lavoro del comunicatore era impostato sulla costruzione e veicolazione del messaggio per e attraverso i mass media. Oggi ­­– dopo – il mondo della comunicazione è molto più parcellizzato e nuovo. Non si parla solo di nuovi strumenti e tecnologie – social media, blog, et similia – ma anche, se non soprattutto, di nuovi contenuti e nuovi linguaggi.

Se cambiamo il come comunichiamo, cambiamo anche il cosa comunichiamo.

L’avvento dello smartphone e la proliferazione dei social media hanno messo al centro la persona in maniera inequivocabile. Siamo, di fatto, nell’era del marketing della prossimità. E di questo ne dobbiamo essere consapevoli.

Nella foto: Cristiano Carriero. Fonte: profilo Facebook
Nella foto: Cristiano Carriero. Fonte: profilo Facebook

Per capire meglio come è cambiato il mondo della comunicazione e del marketing abbiamo voluto intervistare un professionista, Cristiano Carriero, che da tempo lavora in questo settore e che ha vissuto proprio quella fase, del prima e dopo, di cui abbiamo parlato. Cristiano può vantare una lunga esperienza lavorativa all’interno di agenzie di comunicazione, ma è anche formatore, autore di libri, curatore della collana di digital marketing per Hoepli ed ha fondato la Content Academy all’interno della quale si affrontano, in maniera trasversale, i pilastri del marketing.

Cristiano, ti sei formato in un mondo analogico e hai iniziato a lavorare nel mondo pre social/rivoluzione digitale: come e cosa è cambiato di più nella tua professione?

I media sono diventati tantissimi. Chi prima lavorava nella comunicazione doveva costruire e veicolare il messaggio attraverso la stampa, la radio e la televisione. Quindi preparare un comunicato stampa, un messaggio radio, ecc. Oggi, già all’atto della costruzione del messaggio, devi pensare ai vari format, come ad esempio alle Storie di Instagram. Se vuoi comunicare in maniera adeguata non puoi prescindere da questo aspetto.
Ovviamente niente può essere improvvisato: le radici formative ti aiutano a capire cosa comunicare per poi pensare a come diffonderlo. Lo strumento comunque viene dopo e non è di certo la panacea di tutti i mali. È comunque fondamentale conoscere bene le varie piattaforme per capire come e cosa funziona di più, quali sono le dinamiche che si sviluppano all’interno e stare vicino alle persone. Proprio quest’ultimo punto è fondamentale: lo strumento che oggi funziona veramente è conoscere le persone.

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Quali figure professionali saranno maggiormente richieste nel prossimo futuro e perché?

A breve termine, i ruoli dedicati all’influencer marketing. Questo sarà vero sia nelle piccole e medie agenzie che nelle aziende. In particolare servirà gente preparata nello scouting, mappatura, selezione, contatto, storytelling, analisi della campagna e monitoraggio delle azioni messe in campo.

Poi sicuramente persone che si occupino di content marketing, ossia figure professionali in grado di gestire tutto il funnel: dalla studio della strategia al contatto finale.

E, in ultimo, chi conoscerà molto bene lo strumento delle Ads. Persone capaci di fare la differenza e di essere davvero verticali su una piattaforma. Non so, per fare un esempio, mi viene in mente il nome di Veronica Gentili se si parla delle campagne di comunicazione su Facebook.

L’evoluzione del mercato del lavoro nel marketing e nella comunicazione (digitale). Intervista a Cristiano Carriero.

Prima di salutarci, quale percorso consiglieresti di intraprendere in termine di formazione e lavoro nel digital marketing sia per chi è alle prime armi e sia per chi invece ha già qualche anno di esperienza?

Per i più giovani certamente seguire dei punti di riferimento. Nel mio caso, ad esempio, ricordo che seguivo con costanza Luca Conti. In generale bisogna cercare di entrare in contatto con chi è del mestiere, frequentare corsi di formazione ed eventi, per individuare quelle due o tre aree in cui ci si vuole indirizzare. Poi, una volta individuate, bisogna studiare tanto e specializzarsi.

Per chi ha già qualche anno di esperienza, invece, bisogna iniziare a mischiare le carte. Magari invece di seguire un (ennesimo) evento verticale sul social media marketing, bisogna cercare di investire il proprio tempo in corsi come business management o ritornare più alle origine andando ad approfondire temi come la costruzione del messaggio. Quel che è certo è il rischio di rimanere indietro: bisogna sempre aggiornarsi ed evitare di stazionare nella zona d comfort.




La situazione lavorativa italiana, raccontata in 5 film


La complessa tematica della disoccupazione, la difficoltà di arrangiarsi con lavori sottopagati, il problema dei neolaureati costretti a fuggire all’estero, sono argomenti che spesso sono stati affrontati sul grande schermo. Tra i tanti film che parlando della situazione lavorativa attuale in Italia, cinque opere trovo particolarmente interessanti:

Santa Maradona (2001, regia Marco Ponti): film che rappresenta una generazione, uno dei primi film italiani ad affrontare la difficile tematica del lavoro precario. “Santa Maradona” è un mix di citazioni letterarie, sportive e cinematografiche, che racconta la routine di due giovani squattrinati, i grandiosi Stefano Accorsi e Libero De Rienzo, attraverso dialoghi esilaranti e una movimentata regia stile fine anni ’90.

Il regista, circa quindici anni prima di dedicarsi ai fortunati “Io che amo solo te” e “La cena di Natale”, distanti anche per stile e tematica da “Santa Maradona”, regala uno spaccato dei neolaureati di inizio duemila, preda delle incertezze e dell’amore (anch’esso incerto) nello sfondo di una Torino dinamica e talvolta cupa. Fugace apparizione dei Subsonica, che interpretano loro stessi, dopo soli cinque anni dalla loro nascita.

Tutta la vita davanti (2008, regia Paolo Virzì): Il regista livornese ci ha sempre abituati ad un riso amaro, invitandoci a guardare e a riflettere su situazioni goffe e realistiche ed anche in questa pellicola non è da meno. E’ la storia di Marta, interpretata da una emergente e già brava Isabella Ragonese, che dopo una laurea in filosofia e tante porte in faccia, finisce per accrescere la sua carriera professionale in un call center, con a capo una brillante Sabrina Ferilli, in una delle sue migliori interpretazioni.

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Come sempre nei film di Virzì, anche in questo film i protagonisti sono personaggi umani, con numerosi limiti e difetti, che vivono una vita mediamente soddisfacente e fanno di tutto per non restare indietro e anche Marta, alla fine, troverà il modo di affrontare la sua banale, ma estremamente vera, esistenza.

Workers – Pronti a tutto (2012, regia Lorenzo Vignolo): commedia divisa in tre episodi, tutti incentrati sul tema del precariato. Le tre storie (“Badante”, “Cuore di toro” e “Il Trucco”) partono da un elemento comune, una coppia di colleghi, proprietari dell’agenzia interinale “Workers”, che propina a tre giovani in cerca di futuro, dei lavori improponibili. Film piacevole e poco conosciuto che, con ironia, affronta il tema, purtroppo ancora attuale, del doversi accontentare di lavori mortificanti e sottopagati, ben lontani dal percorso di studi intrapreso. L’ultimo episodio, il più bello, ha un tocco surreale, non usuale per il cinema italiano ed è reso ancor più strambo e tetramente divertente, dal contributo attoriale di Paolo Briguglia, Nicole Grimaudo e Nino Frassica.

Smetto quando voglio (2014, regia Sydney Sibilia): Esordio del regista salernitano con un action movie tutto italiano, una saga di tre episodi intelligente, spassosa e coinvolgente. E’ la rocambolesca storia di Pietro Zinni, ricercatore a caccia di un posto fisso all’università, che quando le sue aspettative vengono disattese, decide di provare a guadagnare con una folle intuizione.

Vuole creare una smart drug, una droga considerata legale perché non ancora inserita nella lista delle sostanze stupefacenti; vuole riuscire in questa impresa radunando una banda di geniali ricercatori squattrinati. Esilarante pellicola che affronta il triste tema dei ricercatori plurilaureati, costretti a fare lavori sottopagati o addirittura ad emigrare all’estero, argomento trattato nel secondo capitolo della saga “Smetto quando voglio – Masterclass”, del 2017. Uscito nel 2017 anche l’episodio finale “Smetto quando voglio – Ad Honorem”, dove Pietro e la sua banda dovranno fare i conti con l’astuto Walter Mercurio.

Gli ultimi saranno ultimi (2015, regia Massimiliano Bruno): commedia amara con protagonisti Paola Cortellesi, Alessandro Gassmann e Fabrizio Bentivoglio. Il film, ambientato in un piccolo comune romano, racconta la storia di Luciana e Stefano, moglie e marito: lei lavora in una fabbrica tessile e lui cerca di sbarcare il lunario, provando a fare il meccanico e facendo piccoli scambi commerciali, non sempre fortunati. In contemporanea, è narrata anche la vicenda del poliziotto Antonio (Fabrizio Bentivoglio), che da poco è stato trasferito in paese. La vita va avanti tra difficoltà economiche e solita routine, finché la gravidanza di Luciana non cambierà le cose, causando il suo licenziamento.




Cercare il lavoro nell’era di LinkedIn, di Google e del digitale: guida e consigli pratici.


Con un tasso di disoccupazione che in Italia permane da anni stabilmente in doppia cifra, il tema del lavoro resta uno degli argomenti più spinosi da trattare.

Il mondo del lavoro è cambiato molto negli ultimi anni ed è cambiato sia sostanzialmente che formalmente. Accanto o addirittura in sostituzione alle professioni tradizionali sono nati nuovi lavori. Oltre alle competenze professionali sempre più importanza stanno registrando nel processo di selezione le cosiddette competenze trasversali o soft skills. La competizione è aumentata, il grado di preparazione richiesto è massimo e bisogna essere sempre più in grado anche di reinventarsi per saper cogliere velocemente le opportunità, sia che si abbiano 20, 30, 40 o anche 50 anni.

Tra chi dice che ormai il curriculum vitae in formato europeo sia diventato uno strumento desueto e chi afferma che oggi il lavoro non si cerca ma si attrae, sono tante le filosofie e i modi interpretare la ricerca del lavoro.

Fatto sta che oggi difficilmente si può pensare di uscire da scuola o dall’università, piuttosto che cercare una nuova occupazione, senza avere una strategia ben precisa. Non si può certo pensare che basti semplicemente redigere il CV, inviare qualche email e sperare che il lavoro arrivi subito dopo. Certo non è una legge scritta sulla pietra, ma credo siano in pochi quelli in grado di testimoniare di aver vissuto un’esperienza come quella appena descritta. Molto più facile è trovarsi ad ascoltare il racconto di amici e conoscenti che dopo aver inviato nel tempo email a pioggia con tanto di CV e lettera motivazionale in allegato, non solo non hanno trovato lavoro ma non hanno neanche ricevuto una ben che minima risposta.

Strategia per trovare lavoro con LinkedIn, Google e il digitale

Ormai lo sappiamo, quando vogliamo cercare informazioni su qualcosa o qualcuno andiamo su Google e digitiamo l’oggetto della nostra ricerca. Capita quando dobbiamo scegliere una meta turistica, per scegliere un ristorante e anche per avere informazioni in merito ad una persona che si è candidata per una posizione lavorativa o per ricercare autonomamente un professionista.

La ricerca può avvenire in due modi: possiamo fare ricerche più generiche come per esempio digitare “Ristoranti a Milano” o ricercare qualcosa di più definito come per esempio “Ristorante tal dei tali”. Nel primo caso le uniche cose che sappiamo è che vogliamo andare a cena fuori e dove, mentre nel secondo caso già conosciamo il nome di un ristorante specifico in grado di soddisfare le nostre necessità.

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Stessa cosa vale quando un selezionatore ricerca informazioni su una persona da inserire in azienda o su una persona a cui affidare una consulenza. Ma capita banalmente anche a noi quando abbiamo necessità di cercare ad esempio un/a nutrizionista, un/a commercialista o un/a elettricista.

Vediamo nel dettaglio.

Poniamo il caso – ricerca generica – che un selezionatore abbia necessità di ricercare una figura professionale e che non abbia altre coordinate se non l’oggetto della ricerca, ad esempio: formatore.

Bene la situazione potrebbe essere questa: potrebbe iniziare a vagliare dei CV che gli sono arrivati nel tempo, potrebbe avvelarsi di qualche agenzia/consulente specializzati nella ricerca e selezione del personale o potrebbe ricercarlo in autonomia attraverso LinkedIn, al momento la piattaforma social per il lavoro per eccellenza.

L’altro caso – ricerca definita –  potrebbe essere che il selezionatore (o chi per lui), magari dopo un processo di ricerca come quello che abbiamo appena visto, abbia finalmente tra le mani il CV o il nominativo della persona che idealmente potrebbe fare al caso suo.

Bene, oltre a leggere con attenzione le informazioni inserite all’interno del CV, molto probabilmente digiterà il nome del candidato su Google per cercare ulteriori informazioni sul suo conto. Informazioni in grado di restituirgli un profilo più strutturato e completo.

E se quel candidato fossi tu, quali informazioni vorresti che trovasse? Vorresti che trovasse informazioni di poco conto, addirittura controproducenti o di valore?

Evidentemente tutti vorremmo che trovasse online informazioni di valore, ossia informazioni in grado di confermare la buona impressione suscitata dalla lettura del nostro Curriculum Vitae e che rafforzasse in lui l’idea che effettivamente siamo il professionista giusto che stava ricercando.

Cercare il lavoro nell’era di LinkedIn, di Google e del digitale
Cercare il lavoro nell’era di LinkedIn, di Google e del digitale

Già, ma come si fa?

Come abbiamo detto all’inizio di questo articolo, oggi non si può pensare di cercare lavoro senza avere una strategia ben definita e il digitale in questo contesto può esserci di grande aiuto.

Consiglio 1: No a foto indesiderate

Innanzitutto partiamo con una piccola analisi: proviamo a digitare il nostro nome su Google e scopriamo cosa appare. Se vediamo che tra le “immagini relative” ci sono foto di noi non propriamente professionali magari sarebbe il caso di eliminarle o di modificare le impostazioni di privacy dei nostri profili social.

Consiglio 2: Profilo LinkedIn attivo (e aggiornato)

A meno che non abbiate un blog personale, sarebbe bene che il primo risultato espresso da Google fosse il vostro profilo LinkedIn. Se non avete un profilo LinkedIn correte subito ad attivarlo. Anzi aspettate ancora un attimo perché tra un po’ troverete dei suggerimenti per aprire (o magari modificare se già lo avete attivo) il vostro profilo LinkedIn.

Consiglio 3: Personal branding

Adoperarsi per far trovare al vostro ipotetico selezionatore informazioni di voi correlate alla vostra professione. Parlo ad esempio di interviste, di partecipazione ad eventi o convegni in qualità di relatore, di video o articoli nei quali dispensate consigli utili e nei quali mettete in mostra il vostro sapere e le vostre conoscenze professionali. In una parola, anzi due: personal branding.

In questo modo il vostro selezionatore avrà tutti gli elementi necessari per valutarvi in maniera completa potendo dedurre che siete un professionista attento, di cui potersi fidare e per il quale sarà giusto poter investire del tempo in uno o più colloqui di selezione. In sostanza, per cercare lavoro nell’era di LinkedIn, di Google e del digitale la vostra reputazione online è fondamentale.

Consiglio 4: Proattività

Come potete leggere tra le righe, la ricerca del lavoro non è un’attività passiva. Richiede tanto impegno e lavoro (sì è così, serve lavoro per trovare lavoro) da parte nostra. Emergere oggi non è facile e quindi bisogna attivarsi per posizionarsi e per essere riconoscibili. Quindi è sicuramente una scelta vincente produrre contenuti di valore da veicolare, ad esempio, attraverso un blog o un canale You Tube. Certo, non nel brevissimo termine ma nel medio-lungo termine darà i ritorni sperati. Attenzione, non serve diventare influencer o avere migliaia e migliaia di follower: l’obiettivo resta sempre quello di farsi percepire professionali, credibili e competenti. E per raggiungerlo non è necessario diventare delle web star. Poi, se lo diventerete, ben venga. In tal caso, come si dice in questi casi: ricordatevi degli amici.

Bene, abbiamo detto quindi che farsi trovare pronti ad una possibile ricerca di informazioni sul nostro conto su Google è molto importante per la ricerca del lavoro.

Ora quindi passiamo a qualche consiglio utile per avere un buon profilo LinkedIn.

La foto

L’abbiamo detto prima: sono da evitare foto non professionali. Quindi non inserire foto di noi al mare, con gli occhiali da sole o con abbigliamento poco consono. Come in tutte le cose vince la semplicità, per cui basterà che si vedano bene il viso e gli occhi, che non sia sfocata o tagliata e che indossiate degli abiti professionali. Insomma, andreste mai a fare un colloquio di lavoro in bermuda ed infradito?

Headline o descrizione breve

Qui andrete ad inserire la vostra professione, ciò che vi caratterizza, che sapete fare e dove lo fate (inteso in quale azienda). Ad esempio: Brand manager, Ingegnere informatico, ecc. Se al momento non avete una occupazione, è preferibile non scrivere frasi come “Disoccupato” o “Alla ricerca di un posto di lavoro”. Voi possedete una vostra professionalità al netto del fatto che al momento la stiate esercitando o meno. Ad esempio, uno psicologo lo è tale anche se in quel preciso momento non è assunto o se non sta svolgendo la professione come autonomo.

Il riepilogo

In questa sezione possiamo descrivere cosa sappiamo fare e chi siamo. Ho appositamente scritto prima “cosa sappiamo fare” in quanto le persone si aspettano sempre di leggere quello che può tornare utile a loro. Per farlo è fortemente consigliato l’utilizzo di parole chiave tipiche del nostro settore.

Posizioni lavorative

È giusto avere due o tre posizioni lavorative precedenti a quella attuale. In questo modo rappresenteremo correttamente le nostre passate esperienze e competenze acquisite.

La formazione

La sezione relativa alle esperienze educative è fondamentale per mettere in luce il percorso di studi realizzato. Bisogna quindi indicare il periodo in cui abbiamo svolto tali attività, il nome degli Istituti e le materie affrontate.

Le competenze

In questa sezione possiamo evidenziare le competenze acquisite come, ad esempio, potrebbe essere “Social Media Manager”. Essendo una piattaforma social, LinkedIn consente ai tuoi contatti di raccomandarvi dandogli la possibilità di confermare l’effettivo possesso di tale competenza/e.

La località

LinkedIn consente di geolocalizzarvi: in questo modo sarà più semplice per un selezionatore capire in quale località svolgete il vostro lavoro.

I collegamenti

È preferibile “sfondare il muro” dei 500 collegamenti. Per poter arrivare a tale risultato si potrebbe richiedere l’amicizia/contatto a chi ha frequentato l’università o la scuola con noi, ai colleghi di lavoro o a chi opera nel nostro stesso settore, magari per scambiarsi anche idee e suggerimenti.

Perfetto, una volta eseguite o riviste queste attività, l’ultimo consiglio è quello di utilizzare e “vivere” la piattaforma. LinkedIn è un social, certo di stampo professionale, ma pur sempre un social. Pertanto partecipate alle discussioni, condividete articoli di interesse o postate contenuti scritti da voi. L’obiettivo è sempre lo stesso: farsi percepire professionali, credibili e competenti. Questa è l’unica strategia possibile per cercare e trovare lavoro al tempo di LinkedIn, Google e del digitale.

PS Non dimenticate di consultare la sezione Lavoro di LinkedIn: è davvero ben fatta e utile.

Spero che questo articolo vi sia utile.
Fatemelo sapere nei commenti e, se volete, aggiungetemi ai vostri collegamenti per restare in contatto su LinkedIn: www.linkedin.com/in/ivanzorico




Quali sono le idee di franchising migliori per il 2019


Anche per il 2019 si prevede che sempre più giovani e meno giovani sceglieranno di aprire in franchising, dato che nonostante l’incertezza e l’instabilità dell’economia italiana, il desiderio di avviare un’attività imprenditoriale è ancora molto alto. Si tratta di una tendenza che accomuna soprattutto i più giovani, che vedono nel lavoro un modo per gratificarsi, rendersi autonomi ed esprimere al massimo le proprie capacità e potenzialità.

Sempre più spesso, infatti, sono proprio i giovanissimi imprenditori a saper avviare e condurre al successo attività innovative, generando importanti fatturati capaci di far rientrare dall’investimento iniziale in un solo anno.

Il segreto sta non solo nelle capacità e competenze del team e dell’imprenditore, ma soprattutto nella capacità di studiare il mercato, pianificare l’attività e creare un prodotto e servizio che sia allo stesso tempo richiesto e molto innovativo.

Le idee di successo nell’ambito del franchising

Le idee di franchising migliori

Molti casi di successo sono legati proprio al franchising, dato che chi ha avviato un’azienda valida e redditizia tende a creare una propria rete di franchising, per permettere ad altri imprenditori di affermarsi sul mercato.

Il franchising è un modello di business che conviene sia alla casa madre sia all’affiliato dato che i costi di avvio e gli oneri di gestione vengono distribuiti ed è sicuramente più semplice espandere un brand già collaudato. Infine, far parte di una rete di franchising estesa a livello nazionale e locale permette di ridurre i prezzi delle forniture.

Quali sono le idee più originali che caratterizzano oggi il settore del franchising? Quali i mercati più redditizi del momento e a minore concorrenza? Scopriamolo assieme.

1. La diffusione dei bubble tea

Questa bevanda nasce a Taiwan negli anni Ottanta e si tratta di uno snack dring in piena regola, che non solo si beve ma anche si mastica. Gli ingredienti tradizionali dei bubble tea sono il tè nero, il latte e le perle di tapioca dal sapore simile alla liquirizia e lo snack è privo di glutine.

Da poco è arrivato in Occidente e americani e tedeschi se ne sono già innamorati, ma anche a Milano e Roma molti bar lo servono e sono nati locali dedicati.

Si tratta di una vera rivoluzione nel mondo del beverage e un trend davvero irrinunciabile e in Italia sono nate le prime reti di franchising per aprire bubble tea shop, con prodotti originali.

2. La tradizione del Bed&Breakfast

Si tratta di una scelta tradizionale che si conferma ancora una delle più redditizie per chi vuole aprire un’attività ricettiva anche nel 2019. Le tendenze dei viaggiatori moderni sono cambiate, così come le loro abitudini, e aprire un B&B low cost con un brand in franchising per offrire convenienza, comodità e pasti tipici è un’iniziativa di sicuro successo.

3. Cannabis Light Shop: il franchising di tendenza

Dal 2017 la cannabis light è un trend inarrestabile e anche nel 2019 il mercato non sarà affatto saturo. In particolare avranno successo coloro che, soprattutto nelle grandi città, sceglieranno di aprire un franchising che combina il tradizionale coffee shop con la vendita di cannabis light.

La canapa, infatti, sarà sempre più spesso l’ingrediente base di dolci e caffè aromatizzati.

4. Estetica maschile e barber shop

Le moderne reti di franchising offrono anche la possibilità di aprire barber shop moderni, ovvero locali dedicati al benessere e all’estetica maschile, che si confermano una tendenza di grande successo anche per il 2019.

5. Soluzioni ristorative originali

Seppure altamente concorrenziale, anche il mercato della ristorazione si presenta come un investimento sicuro, soprattutto per chi vuole entrare nel settore aprendo con una rete di franchising. Nel 2019 domineranno la scena le polpetterie, i ristoranti ambulanti e lo street food gourmet, ma anche i locali capaci di proporre i prodotti tipici delle varie regioni.

6. L’home delivery

Continua, infine, la crescita del settore dell’Home Delivery, che comprende oggi diversi settori e servizi, come la consegna a domicilio di cibo (food delivery), medicinali e spesa alimentare, colazioni, ma anche vini e birre o ancora cocktail ricercati. Tutte idee di franchising di sicuro successo per il 2019.

Scopri il nuovo numero dedicato al mondo del lavoro:

Perché aprire in franchising: tutti i vantaggi.

Sicuramente aprire in franchising presenta alcuni importanti vantaggi rispetto all’avvio di un’attività imprenditoriale totalmente autonoma, tra cui:

Il mondo del lavoro è oggi in continua evoluzione, cala l’interesse di giovani e Millennials per il lavoro dipendente, mentre aumenta la ricerca di auto-imprenditorialità: aprire in franchising sarà sempre più spesso la risposta a tali tendenze.

Quali saranno i nuovi franchising del 2019 oltre a quelli indicati? Staremo a vedere!