Perché i vaccini hanno questo nome?


In questi giorni una delle parole più usate, ascoltate e ribattute da telegiornali, politici, agenzie di stampa, social media, insomma da tutti quanti noi, è: Vaccino.

Il Vaccino è considerato uno dei traguardi più importanti della medicina; l’OMS ha dichiarato in più occasioni che i vaccini nel loro complesso sono il più grande successo in campo medico di sempre, ed hanno salvato più vite umane di qualsiasi altro farmaco o terapia.

Anche se i movimenti no vax e quelli pseudoscientifici continuano a demonizzarli, oggi, in piena emergenza sanitaria da Coronavirus, virologi, biologi e epidemiologi, ma anche molti di noi, non vedono l’ora che la scienza scopra il vaccino per il SARS-CoV-2.

Sappiamo che i progetti scientifici in tal senso a livello globale sono diversi, ma che quelli arrivati alla fase di sperimentazione sull’uomo sono pochi ed ancora meno quelli autorizzati.

Foto di Chokniti Khongchum da Pexels
Foto di Chokniti Khongchum da Pexels

Ma se oggi ci riscopriamo tutti quanti più interessati al tema vaccino, cosa sappiamo davvero di questo interessantissimo argomento?

Poco, forse pochissimo, ed è un peccato, perché non si dovrebbe aspettare una pandemia per approfondire un argomento che ci riguarda tutti e ci può salvare la vita.

Io non sono un biologo, né un virologo, né un infettivologo, sono un giornalista e credo nella forza e potenza delle parole. Ed è proprio dalla parola che voglio partire per approfondire innanzitutto la mia, ma se avrete la bontà di seguirmi, anche la vostra conoscenza del termine “vaccino”.

Cominciamo, come mi ricordava la mia maestra di italiano delle medie, dall’etimologia della parola.

Il termine “vaccino” deriva dal latino vacca, parola che identifica la mucca. E questa è già una scoperta sorprendente; perché, dovremmo chiederci, per identificare uno dei migliori rimedi al mondo contro le malattie si usa un termine che indica un animale così umile, perché non si è scelto un animale più regale, dal portamento più nobile? Che so, un leone o un lupo?

Foto di Ulrike Leone da Pixabay
Foto di Ulrike Leone da Pixabay

Il motivo chiama in causa un’altra parola: Vaiolo, una delle peggiori piaghe dell’umanità, una malattia infettiva estremamente virulenta e mortale con la quale l’uomo ha dovuto convivere per tantissimo tempo. Ebbene, nel 1796 il grande medico britannico Edward Jenner, osservando le mungitrici di una fattoria che avevano contratto il “vaiolo bovino”, una forma molto meno pericolosa del vaiolo umano, si rese conto che, dopo essere guarite, non contraevano poi la variante umana.

Jenner provò allora un esperimento: estrasse una piccolissima quantità di materiale prelevato dalla pustola di una mucca e lo iniettò nel corpo di un bambino di 8 anni, che contrasse una lieve forma di malattia da vaiolo bovino, ma poi risultò immune alla variante più pericolosa del vaiolo umano.

Insomma, Edward Jenner aveva scoperto una maniera di immunizzare gli esseri umani da una malattia letale, inoculando una versione diversa e meno letale della malattia stessa per far sì che l’organismo dei soggetti sviluppasse i propri anticorpi. Chiamò questo rimedio Vaccino (appunto dal nome latino della mucca) e diede avvio alla pratica della vaccinazione.

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Dopo aver parlato, a febbraio, dell’interconnessione in “Virale” ed esserci interrogati a marzo sulla situazione attuale in “Tutto andrò bene (?)”, oggi, con “Reset”, vogliamo parlare di soluzioni concrete. L’online ed il digitale saranno quantomai utili per offrire soluzioni e creare nuove opportunità.

Come avete visto, anche la semplice etimologia della parola che potete trovare in qualunque buon vocabolario o su Wikipedia ci ha aperto un mondo di significati e fornito una serie di spunti per approfondire e rendere più vasta la nostra conoscenza.

La ricerca del significato di tutte quelle parole che usiamo e delle quali magari ignoriamo l’origine, e delle volte anche il significato, può diventare un ottimo esercizio per concentrare la nostra attenzione, allenare la nostra mente ed accrescere le nostre competenze; tre risultati mica da poco in un mondo come il nostro, dove siamo sommersi da stimoli ed informazioni che spesso non riusciamo ad ordinare.

Foto di Retha Ferguson da Pexels
Foto di Retha Ferguson da Pexels

Ma perché abbiamo parlato proprio oggi della parola “vaccino”?

Un primo motivo potrebbe essere che è il momento adatto, vista l’emergenza sanitaria in corso, ma in realtà ne parliamo oggi perché l’esperimento di Jenner, che abbiamo sopra esposto, si svolse proprio il 14 maggio del 1796, ossia 224 anni fa; e mi è sembrato doveroso ricordare questa parola, che oggi, molto più che negli ultimi anni, è divenuta di vitale importanza per le nostre vite.

Se, come spero, vi è venuta voglia di approfondire il significato di altre parole molto usate di questi tempi, ma delle quali non sempre abbiamo chiaro il significato, ve ne suggerisco una da analizzare, della quale forse vi parlerò in un futuro articolo; questa parola è: “spillover”.

Un termine nato in ambito economico, ma che in seguito ha assunto un significato anche in campo biologico. Troverete anche un ottimo libro scritto dal giornalista scientifico David Quammen su questo termine, che dovremmo necessariamente imparare a conoscere, perché nel futuro avrà sempre più una fondamentale importanza per tutti noi.

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Reset - L’editoriale di Raffaello Castellano


Raffaello CastellanoNon me ne vogliate ma, siccome il lockdown mi ha relegato in casa, e la lettura come sempre nella mia vita è stata rifugio, conforto, formazione e scoperta, voglio parlarvi di uno dei libri che più mi ha impressionato in questo periodo di apparente inattività e sospensione temporale.

Nel suo ultimo libro “Virus – Catastrofe e solidarietà”[1], uscito in ebook in piena emergenza sanitaria, il noto filosofo e sociologo sloveno Slavoj Žižek, con la lucidità e l’irriverenza che contraddistingue il suo pensiero, traccia un paragone molto calzante fra la maniera in cui il mondo ha reagito alla pandemia di Coronavirus e la maniera in cui si articola il “processo di elaborazione del lutto in 5 fasi”[2] proposto dalla nota psichiatra svizzera Elisabeth Kϋbler Ross negli anni ’70 del secolo scorso, diventato poi il modello principale adottato dalla psichiatria e dalla psicologia mondiali.

Prima di vedere nel dettaglio l’interessante paragone fatto dal filosofo sloveno, vale la pena approfondire un attimo il modello delle “5 fasi dell’elaborazione del lutto” postulato dalla Kϋbler Ross: secondo la nota psichiatra, quando dobbiamo elaborare una notizia particolarmente dolorosa (la morte di un congiunto, familiare o l’apprendere di una malattia terminale incurabile) passiamo attraverso 5 fasi scandite da un perfetto ordine cronologico.

Facciamo un esempio, immaginando una persona che apprende, in seguito ad alcune analisi, di avere un tumore incurabile e che gli rimangono pochi mesi di vita.

Il noto filosofo e sociologo sloveno Slavoj Žižek.
Il noto filosofo e sociologo sloveno Slavoj Žižek.

La 1° fase è la Negazione (rifiuto). Il soggetto di solito non crede alla diagnosi e pronuncia frasi del tipo: “Ma è sicuro dottore, le analisi sono esatte?”, “Non ci posso credere, non può essere vero”, etc.. Ѐ una delle fasi più delicate. Il soggetto adotta un meccanismo di difesa rigettando la realtà dei fatti e della diagnosi.

La 2° fase è la Rabbia. È quella in cui si manifestano le emozioni più forti, quali appunto la rabbia, la paura e la disperazione, che il soggetto fa esplodere in tutte le direzioni. È in questa fase che egli di solito aggredisce tutte le persone intorno a sé, familiari, personale medico, amici. È uno stadio molto delicato nel quale il soggetto manifesta sia una disperata richiesta di aiuto, che la volontà di ritirarsi in se stesso, rifuggendo dagli altri.

La 3° fase è la Contrattazione (patteggiamento). È questa la fase in cui il soggetto cerca un accordo con la sua diagnosi e la sua malattia. Egli comincia a verificare a cosa si può dedicare e/o su quali progetti può investire le sue speranze. In questa fase il soggetto si esprime spesso con frasi del tipo: “Se seguo questa terapia sperimentale, posso allungare la mia aspettativa di vita”, “Se avrò un atteggiamento positivo, avrò più possibilità di sconfiggere questo tumore”, etc.. Di solito è in questo passaggio che il malato cerca di riprendere il controllo della sua vita, di riparare il riparabile, e può coincidere con momenti di grande slancio creativo.

La 4° fase è la Depressione. È quella in cui il soggetto prende coscienza della reale situazione che sta vivendo; di norma coincide con l’aggravarsi della malattia e con l’insorgere delle prime sofferenze fisiche. In questa fase i primi tre passaggi (negazione, rabbia e contrattazione) vengono annichiliti da una sensazione di sconfitta e inutilità di ogni azione atta a contrastare il procedere della malattia. Il soggetto diventa di solito apatico e pessimista.

La 5° fase è l’Accettazione. In questa fase il soggetto prende piena coscienza della situazione, ed accetta l’inevitabile epilogo, è in questo passaggio che il malato cerca di sistemare tutte le faccende rimaste in “sospeso” nella propria vita, non solo quelle testamentarie, ma tutte, cercando attraverso una profonda e sincera comunicazione con i suoi parenti ed amici di sistemare tutte le “cose” e gli oggetti della propria vita. Alla fine di questa fase arriva il momento dei saluti e del commiato.

La psichiatra svizzera Elisabeth Kϋbler Ross.
La psichiatra svizzera Elisabeth Kϋbler Ross.

Ora che abbiamo fatto un breve ripasso della teoria della Kϋbler Ross, arriviamo al calzante paragone che ne ricava Slavoj Žižek, che, oltre a dire che questo modello ben si adatta a diverse crisi umane, scandisce la puntuale, divertente e tragica escalation della pandemia da Coronavirus.

Fase 1 Negazione: come sappiamo l’epidemia è scoppiata in Cina verso la fine del 2019, eppure fino a metà febbraio 2020 l’Europa e il mondo hanno minimizzato il problema. Vi ricordate a febbraio i politici italiani intenti a promuovere la movida milanese? Le frasi più sentite erano: ”non sta succedendo niente”, “è una semplice influenza!”, affermazioni, in realtà, riportate alcune volte anche da epidemiologi e virologi.

Fase 2 Rabbia: quando si è cominciato a capire che il problema era grave e che il governo cinese aveva tardato a comunicarlo alle autorità internazionali, sono subentrati la rabbia e l’odio di tipo razziale verso la Cina e verso le comunità cinesi presenti sui nostri territori, con manifestazioni di insulti, minacce e boicottaggio delle loro attività.

Fase 3 Negoziazione: quando, con il manifestarsi dei primi casi in Italia ed Europa, si è capito che la situazione stava evolvendo velocemente, abbiamo assistito al dietrofront e mea culpa dei politici, che hanno cominciato a proferire parole del tipo: “va bene ci sono le vittime, ma erano anziane, con altre patologie, se stiamo attenti la situazione non precipiterà”, oppure “l’Italia non è la Cina, non ci saranno gli stessi contagi”. È in questa fase che sono nate le iniziative spontanee di artisti e cantanti, ma pure di gente comune, che dai balconi e dalle bacheche dei propri profili social hanno cercato di esorcizzare la paura attraverso la musica e gli atti di solidarietà inneggiando, più verso se stessi che verso gli altri, con i famosi slogan: “tutto andrà bene!”, “Ne usciremo!”, e via discorrendo.

Fase 4 Disperazione: questa fase almeno nel nostro paese è coincisa con il lockdown esteso a tutto il territorio nazionale con il famoso DPCM del 9 marzo scorso. Questo passaggio, che una parte di noi sta ancora vivendo, è conciso con l’impennata dei contagi, con la dichiarazione da parte dell’OMS che il Coronavirus era diventato una pandemia, con la crisi sanitaria, l’intasamento delle terapie intensive di mezz’Italia, con le foto dei segni di mascherine sui visi esausti di medici ed infermieri, con il crescere del numero dei morti e con i tristemente noti cortei di camion militari che trasportavano le salme in altre regioni per il collasso di alcuni cimiteri del nord Italia.

Fase 5 Accettazione: è la fase in cui ci troviamo adesso, dopo due mesi buoni di lockdown e più di tre di pandemia, con i numeri che sono più eloquenti di qualsiasi dotta citazione. In Italia al 30 aprile 2020 ci sono stati 205.463 casi totali, 27.967 deceduti e 75.945 guariti. Nel Mondo, sempre al 30 aprile 2020, ci sono stati 3.023.788 casi di contagio, 208.112 morti. La situazione più grave è negli Stati Uniti, con 983.457 casi di contagio e 50.429 morti. Ma se questa fase coincide non solo con la presa di coscienza del problema, ma anche con la fase in cui si sistemano le “cose” che si possono sistemare, a questo punto Žižek si chiede cosa possiamo fare adesso, e da questo quesito si sviluppa il suo saggio.

Insieme a lui, ce lo chiediamo anche noi, adesso che abbiamo tracciato i giusti contorni di questa pandemia. Con l’avvio a giorni, il 4 maggio, della famigerata ed attesa Fase 2 per contrastare il Coronavirus (da non confondere con quella delineata dalla Kϋbler Ross), che cosa abbiamo imparato, se abbiamo imparato qualcosa, da questi due mesi buoni di quarantena?140510442-0b94b2d0-c165-4464-8c2b-52923d

Torneremo alle nostre vite come se tutto fosse come prima?

O piuttosto questo fermo forzato ci avrà reso più maturi ed avveduti?

Una cosa pare certa: le nostre vite, il nostro concetto di normalità, non potranno essere gli stessi di prima, le regole del distanziamento sociale resteranno in vigore almeno fino a settembre, se non fino a dicembre. La partecipazione agli eventi tipicamente estivi come i concerti ed i festival sarà impossibile fino all’estate 2021, le vacanze, l’accesso al mare e nelle città d’arte, avranno quantomeno fortissime limitazioni; probabilmente per evitare futuri contagi di ritorno dovremo essere monitorati attraverso una app che traccerà le nostre vite più di quanto già non facciano Facebook, Google e compagnia bella. La scuola, quando riaprirà a settembre, sarà diversa. L’università è già cambiata e cambierà ancora. Anche la formazione, lo abbiamo già visto durante la quarantena, trasmigrerà sul web. Il lavoro diverrà sempre più smart. Prendersi un caffè al bar con gli amici e/o andare a mangiare al ristorante sarà una cosa completamente diversa da come era prima. I cinema ed i teatri dovranno cambiare radicalmente metodi e mezzi di fruizione.

Insomma, il mondo che ci aspetta nella fase 2 e nella fase 3 del post pandemia è un mondo per molti aspetti nuovo, diverso e più complicato, ma anche pieno di opportunità e sfide del tutto inedite che ci troveremo a dover cogliere. Perché, come ci insegnano gli orientali, nella crisi è insita anche una nuova opportunità.

È con questa consapevolezza che abbiamo intitolato questo numero del nostro magazine “Reset”, perché davvero dal 4 di maggio tutti noi dovremo ripristinare e riavviare il nostro hardware, perché il mondo che affronteremo sarà molto diverso da quello che abbiamo chiuso fuori 2 mesi fa.

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Dopo aver parlato, a febbraio, dell’interconnessione in “Virale” ed esserci interrogati a marzo sulla situazione attuale in “Tutto andrò bene (?)”, oggi, con “Reset”, vogliamo parlare di soluzioni concrete. L’online ed il digitale saranno quantomai utili per offrire soluzioni e creare nuove opportunità.

Abbiamo chiesto ai nostri collaboratori di immaginare una serie di tool, strumenti, idee, chiamateli software se volete, utili per aggiornare i nostri sistemi operativi e renderli idonei alle nuove sfide che si prospettano.

Tra l’altro, in questo mese, con questo numero, il 72esimo, che state leggendo ora, il nostro magazine compie sei anni. Sei anni che sono volati e che pure hanno prodotto tanta informazione, 1100 articoli, pieni di consigli, suggerimenti, spunti, che voi lettori avete dimostrato di apprezzare, premiando soprattutto il nostro “approccio laterale” al concetto di marketing, comunicazione e social media. Infatti non è un caso che insieme agli articoli più tecnici, i più letti e condivisi risultano quelli di cinema, costume e cultura.

Noi, io e l’amico e collega Ivan Zorico, vogliamo dire grazie a tutti i collaboratori e lettori, perché il successo e la longevità di questo magazine è soprattutto merito vostro.

Grazie e buona lettura, e cercate di ricordare che il futuro, checché ne dicano i complottisti, dipende soprattutto da noi, da quello che faremo come singoli, gruppi e comunità.

 

Raffaello Castellano

[1] Slavoj Žižek, Virus – Catastrofe e solidarietà, Milano, Adriano Salani Editore, 2020.

[2] Elisabeth Kϋbler Ross, La morte e il morire, Assisi, Cittadella editore, 1976.

 

 

 

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Il film “Vieni avanti cretino” è la perfetta allegoria della Fase 2 e della ripartenza


Nel 1982 esce nelle sale italiane “Vieni avanti Cretino”, un film di Luciano Salce, con uno strepitoso Lino Banfi, che in una serie di esilaranti sketches ha modo di sfoggiare tutto il suo estro e i suoi tempi comici.

Ma perché rispolverare un grande classico della commedia comica italiana in un momento come questo?

Perché mettere in relazione questo film “leggero” con la “complicata” Fase 2 che il nostro Paese ha da poco intrapreso?

Credo che questo sia il film perfetto per la ripartenza per almeno due fattori.

Il primo è che si tratta obbiettivamente di un film esilarante, un vero e proprio antidepressivo, del quale si avverte la necessità dopo due mesi buoni di ansia, distanziamento sociale e bollettini di guerra della Protezione Civile. Farsi quattro grasse risate guardando questo film è non solo il miglior esercizio ginnico per il nostro diaframma, ma anche, e soprattutto, per il nostro morale duramente colpito dal periodo di quarantena.

Il secondo motivo è un po’ più articolato da esporre, ma è anche il messaggio più forte che, a mio modo di vedere, questo film veicola. E prima di parlarne dovremmo rivedere la trama del film.

https://www.youtube.com/watch?v=vmJH_-Vhfo8

La storia è nota: siamo a Roma, e Pasquale Baudaffi (Lino Banfi) è un detenuto appena uscito dal carcere di Regina Coeli; ad attenderlo all’uscita c’è il cugino Gaetano (Franco Bracardi, il famoso pianista del Maurizio Costanzo Show), impiegato presso un ufficio di collocamento, che cercherà di aiutarlo in tutti i modi per avviarlo in un percorso di reinserimento onesto nella società, proponendogli svariate attività lavorative con impiego immediato.

Sono proprio i vari tentativi lavorativi che Pasquale Baudaffi intraprenderà a fornire la materia narrativa e comica alla pellicola. Ma, ovviamente, prima di tutto, dopo essere uscito di prigione la prima cosa a cui pensa un uomo è il sesso, e quindi la prima tappa del peregrinare del nostro eroe nella tentacolare città eterna è proprio una vecchia “casa chiusa”. Ma il tempo è passato, e lì dove c’era la casa d’appuntamento ora c’è un rinomato studio dentistico, e lo sketch con uno dei pazienti (Gigi Reder) nella sala d’attesa mette in scena quello che è il tema sotterraneo di tutto il film:l’ inadeguatezza “temporale” del nostro protagonista.

Infatti, così come il tempo ha trasformato la casa d’appuntamento in uno studio dentistico, il mondo nel quale Pasquale si sforza di trovare lavoro non è quello che lui conosceva. Il suo personaggio ci diverte proprio perché è sempre goffamente in ritardo sul tempo in cui vive. Il mondo che conosceva semplicemente non esiste più. Ed è qui che già ravviso una prima similitudine con la nostra personale esperienza: il mondo con cui ci andremo a confrontare durante la “Fase 2” non è più lo stesso che abbiamo lasciato due mesi fa, ed affrontarlo come se nulla fosse cambiato metterà anche noi in ridicolo o peggio in pericolo.

https://www.youtube.com/watch?v=IJDoaOI-Whg

Ma continuiamo con la trama.

Pasquale è uno che non sia arrende e non molla, oggi diremmo che è resiliente, e che come un novello Ulisse attraversa la sua odissea alla ricerca prima dell’impiego perfetto, poi di quello migliore ed infine di qualsiasi tipo di impiego, pur di reinserirsi come membro produttivo della società.

Da principio ci proverà come guardiacaccia, ma una nevrotica esaminatrice (Annabella Schiavone) gli sbarrerà la strada, dimostrando ancora una volta i meccanismi talvolta perversi di certi posti pubblici.

Poi ci proverà come garagista in un’autorimessa, dove la sfortuna arriverà sotto le conturbanti forme di una ragazza, Carmela (Michela Miti), in fuga dai possessivi fratelli siciliani, che poi ruberanno tutte le auto della rimessa. È in questo episodio che il nostro protagonista si scontra con la malavita organizzata, che spesso impedisce a chi vuol rifarsi una vita onesta di raggiungere i propri scopi.

Pasquale ci proverà come cameriere, ma, complice una coppia indecisa sulla consumazione e un datore di lavoro, Salvatore Gargiulo (Nello Pazzafini), vessatorio ed autoritario, anche questa esperienza sarà fallimentare. Ma il nostro eroe continua a provarci e, sempre come cameriere, viene ingaggiato presso una festa aristocratica organizzata da una contessa, dove però viene scambiato per un famoso cantante e ballerino di flamenco con esiti comici facilmente immaginabili.

https://www.youtube.com/watch?v=xmHjALASoH0

L’ultimo tentativo è quello che Pasquale fa presso un’azienda di cibernetica, dove conoscerà, sì, una splendida impiegata (l’attrice Moana Pozzi), ma anche il suo diretto superiore, il dottor Tomas (Alfonso Tomas), agitato, pieno di tic e oramai consumato dal suo lavoro, che spiegherà al nostro beniamino le sue semplici mansioni, che però crescono di numero e complessità in maniera molto veloce, trasformando anche Pasquale in una copia del suo superiore.

Adesso, senza svelarvi il finale di questo film che vi invitiamo a recuperare, veniamo al secondo motivo per cui questa pellicola rappresenta una allegoria del nostro tempo, ancora sospeso fra paura, clausura, voglia di normalità e nuovi paradigmi.

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Ciò che in questo film ci fa ridere a crepapelle non è solo il perfetto meccanismo degli sketches che, come il titolo (una famosa battuta dei fratelli De Rege), rappresentano un omaggio alla tradizione dell’avanspettacolo italiano, ma, come abbiamo detto, è l’inadeguatezza di Pasquale per qualunque lavoro che gli viene proposto che crea il meccanismo comico per eccellenza: quello della caduta, tipico delle comiche mute.

Pasquale è sempre in ritardo sul tempo della storia, non è formato a sufficienza per i lavori più professionalizzanti come il guardiacaccia, è schiacciato dalla burocrazia, è vessato da datori di lavoro, è raggirato dai malintenzionati, è sfortunato ed infine non riesce a rapportarsi adeguatamente all’automazione ed informatizzazione del suo posto di lavoro.

https://www.youtube.com/watch?v=hCS4L6dLOOs

Anche noi abbiamo sperimentato durante la quarantena un gap tecnologico; chi ha potuto ha trasformato il suo lavoro in modalità smart, facendo i conti con connessioni lente, strumenti inadeguati e l’incapacità di molti colleghi. Chi, meno fortunato, ha dovuto interrompere il proprio lavoro, forse l’ha perduto e ora, con la partenza della “Fase 2”, dovrà come Pasquale Baudaffi reinventarsi in una nuova professione. Altri ancora, come organizzatori di eventi, artisti e ristoratori, si troveranno in una situazione di precarietà per almeno altri 3, 4 mesi.

Insomma, “Vieni avanti cretino” parla molto più del presente oggi di quando usci negli anni ’80, e, come ci insegna Italo Calvino, l’universalità e la contemporaneità di un testo sono i presupposti fondamentali di un classico.

Noi parteggiamo per Pasquale, perché ci riconosciamo in lui, perché soffriamo e lottiamo insieme a lui, cadiamo, ci rialziamo e ci proviamo, in una parola cerchiamo, o meglio creiamo, la nostra “nuova normalità” attraverso quell’unico mezzo che davvero ci definisce in questo mondo: il nostro lavoro.

Perché, come il sistema capitalistico nel film e nelle nostre vite dimostra, non importa chi sei, non importa dove stai andando, quello che importa davvero e unicamente è cosa fai.

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The lost words: Vocabolario bellico, linguaggio e propaganda ai tempi del Coronavirus


“È una guerra!”, “siamo in trincea”, “dobbiamo vincere questa battaglia contro questo nemico subdolo”, i medici e gli infermieri sono i nostri eroi, ed ancora, “il coronavirus è il male”, “gli anziani sono i nostri martiri”, “gli scienziati ci salveranno da questa catastrofe”.

Negli ultimi due mesi il vocabolario attraverso cui ci esprimiamo su mezzi di comunicazione, TV, giornali, internet e social media è stato sommerso da metafore belliche. La pandemia da Coronavirus non solo ci ha messo di fronte alla fragilità della condizione umana a causa di un virus, ma, di più, ci ha fatto vedere di nuovo la morte in faccia.camion1

Avevamo come rimosso la morte dalle nostre vite, non ne parlava nessuno, se non gli anziani e gli addetti alle pompe funebri. Per l’uomo medievale non era così, la morte era sempre presente, anche perché l’aspettativa di vita era di poco superiore ai 30 anni e non è andata tanto meglio nel Rinascimento e per buona parte del ‘600; bisogna aspettare l’Ottocento, con i progressi della medicina, per vedere l’aspettativa di vita salire intorno ai 45 anni.

Poi è arrivato il Coronavirus e, soprattutto in Europa, dove ha colpito molto duramente, ha ricordato le pandemie storiche come la Peste del 1300 e la Spagnola, durante e dopo la Prima Guerra Mondiale. Sono arrivati i morti, tanti morti, i cimiteri si sono riempiti, i corpi sono stati cremati, poi è toccato ai convogli di camion partiti per trasportare “altrove” tutte le vittime di questa emergenza sanitaria; insomma, la morte è tornata prepotente e inesorabile nelle nostre vite.5123411

Eppure, benché siano cambiate le nostre abitudini di vita, il nostro vocabolario, le parole che usiamo per esprimerci e quindi anche la maniera con cui ci raffiguriamo il mondo, i media, non solo quelli digitali, hanno finito per dettare la nostra agenda setting e “distrarci” da tutta una serie di altre “variabili” e “fatti” che pure abbiamo sotto gli occhi, ma che semplicemente non riusciamo a vedere.

Se davvero si tratta di una guerra (in barba agli ammonimenti che Susan Sontag ci aveva dato nel suo saggio Malattia come Metafora già nel 1978[1]), davvero questa battaglia la stanno combattendo solo in prima linea?1584030647218-jpg

Che fine hanno fatto le retrovie, la logistica, gli approvvigionamenti, le comunicazioni, il genio civile?

È una ben strana guerra se a combatterla ci sono solo i fanti i prima linea e gli eroi.

Ma come abbiamo fatto a dimenticare, al netto del personale sanitario, tutta quella massa di lavoratori che non si sono potuti permettere il lockdown e la quarantena domiciliare?

Sono davvero così invisibili?464919712_368382

O piuttosto siamo così ubriacati da una comunicazione propagandistica da guardare, ma non riuscire a vedere il postino che ci consegna la posta o il camionista che continua a trasportare alimenti e bevande, su e giù per lo stivale italico?

Non riusciamo a vedere l’edicolante da cui compriamo il giornale o il tabaccaio da cui compriamo le sigarette, o il ferramentista da cui compriamo il flessibile della doccia che dobbiamo sostituire.

Scopri il nuovo numero > Tutto andrà bene (?)

Questo particolare momento necessita di una azione collettiva che vada oltre il semplice ottimismo che da solo non basta, anche se comunque aiuta. Solo insieme si può uscire da questa situazione.

Non riusciamo più a vedere i riders, non che prima del virus ci accorgessimo di loro, che continuano a consegnarci i cibi a domicilio nella totale insicurezza e precarietà lavorativa.

Non riusciamo a vedere neanche i giornalisti che ci informano, benché li abbiamo perennemente sotto gli occhi, dalla tv allo schermo degli smartphone, e addirittura le forze dell’ordine sono pressoché invisibili, anche se magari ci hanno fermato per controllare la nostra autocertificazione l’ultima volta che siamo usciti.1584101

E, cosa ancora più grave, nonostante la spesa alimentare sia diventata un nuovo rito laico, con la sua liturgia fatta di distanze prefissate, file ordinate, e tempi contingentati, proprio non riusciamo a vedere i volti spaventati e stanchi di commessi e commesse, di cassiere e cassieri al supermercato.

Magari ci raccontiamo la scusa che con le mascherine i volti sono meno visibili, con le visiere o i pannelli in plexiglass la loro immagine pare filtrata, sfocata e apparentemente ci sembra che attraverso queste barriere, tutto sommato, siano al sicuro dal contagio.

Ma non è così!

Postini, corrieri, autotrasportatori, edicolanti, forze dell’ordine, giornalisti, addetti al supermercato non li vediamo perché il vocabolario bellico che abbiamo adottato in emergenza da Coronavirus non li contempla. Queste voci, questi lemmi non ci sono, ma questo, attenzione, non vuol dire che sono astrazioni linguistiche, queste sono persone, sono uomini e donne con sogni e desideri, paure ed angosce, sono “individui” grazie ai quali possiamo mangiare, comprare, bere, leggere notizie, fumare, sentirci sicuri, essere informati e cambiare le lampadine fulminate delle nostre abitazioni.news211817

Tutti questi lavoratori, questi operai, questo esercito “invisibile” sono quelli che hanno permesso che il Paese non si fermasse, che le nostre quarantene fossero meno claustrofobiche e le nostre vite meno drammatiche di quanto già non ci appaiano.

Sono un esercito invisibile solo perché siamo innamorati della “propaganda bellica”, vogliamo gli eroi, vogliamo i martiri, ma una battaglia, un conflitto, una guerra come questa contro l’implacabile Coronavirus la vinceremo solo come esercito. Gli eroi ed i martiri da soli non basteranno, per evitare che il tessuto sociale, già lacerato, si strappi, ci vogliono tutti i reparti di cui è composto un esercito: la logistica, i trasporti, le comunicazioni, il genio civile, anche le retrovie, perché ogni ingranaggio è essenziale ed insostituibile, e soprattutto ci vuole cameratismo.

Cosa fare allora per non diventare schiavi di una propaganda bellica che limita fortemente la nostra capacita di vedere la realtà?bruno

Come ampliare l’orizzonte delle nostre percezioni in maniera da riuscire a “vedere” tutto l’esercito di persone che sta combattendo questa guerra, per poterlo finalmente ringraziare?

Purtroppo non ho risposte, né formule magiche, posso solo suggerirvi le tre “buone pratiche” che hanno funzionato per me.

Per pima cosa, credo, come ha ribadito Daniel Goleman in un recente saggio[2], che la nostra capacità di concentrazione sia la facoltà che più di tutte meriti di essere allenata, in un tempo scandito da armi mediatiche di “distrazione di massa”; la nostra capacità di concentrarci, di prestare attenzione a tutto ciò che facciamo, anche quando facciamo cose scontate come la spesa, può letteralmente ampliare il nostro campo visivo e di coseguenza la nostra mente.antonellaIn secondo luogo studiate il vocabolario bellico di questi giorni, analizzatelo, e vedrete quante parole ne sono state omesse, e ricordate che ogni parola, ogni vocabolo, ogni lemma “assente” rappresenta una categorie di persone, degli individui, degli esseri umani.

Parole omesse non vuol dire inesistenti, noi dobbiamo sforzarci di riconoscere, pronunciare, ricordare e tradurre queste parole, queste persone, questo esercito di invisibili che ci regala ogni giorno (lo so, sembra strano dirlo mentre siamo in quarantena) la libertà di cui godiamo.

Volenti o nolenti la realtà e perfino noi stessi siamo fatti di parole, da quelle che usiamo, da quelle che pronunciamo, da quelle che scordiamo e anche da quelle che non conosciamo; il grande filosofo, ingegnere e logico austriaco Ludwig Wittgenstein, nella sua opera principale[3], scrisse: “I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”, impossibile per noi oggi non cogliere la profonda verità di queste parole.corona1

Infine, dovremmo aspirare a diventare paleontologi delle parole e scavare il racconto del quotidiano per riportare alla luce tutte le parole che abbiamo smarrito, ignorato e dimenticato. Come i fossili di dinosauri molte ci spaventeranno, alcune ci sembreranno incredibili, altre scontate, altre ancora prive di significato, ma, attenzione, così come i fossili ritrovati ci aiutano a disegnare la storia dell’evoluzione, allo stesso modo le parole che ritroveremo sono tutte degne di esistere, di vivere, di essere raccontate e di far parte della storia contemporanea che stiamo narrando agli altri, ma soprattutto a noi stessi.

[1] Susan Sontag, Malattia come Metafora, Milano, Mondadori, 2002.

[2] Daniel Goleman, Focus. Perché fare attenzione ci rende migliori e più felici, Milano, Rizzoli, 2013.

[3] Ludwig Wittgenstein, Tractatus Logico-Philosophicus, Torino, Einaudi, 1989.




E se l’informazione scientifica fosse easy, smart e fast come una storia di Instagram? Ecco a voi le “Pillole d’Informazione” ideate dal Gruppo giovanile dei Lions Puglia e dal Segretariato Italiano Giovani Medici.


È indubbio che in questo periodo di pandemia da Coronavirus, dove il distanziamento sociale pare l’unica maniera, fino ad ora, per contenere i contagi e la conseguente clausura forzata, ci sta facendo riscoprire l’importanza di tutta una serie di cose che davamo per scontate.

Ma, forse, ancora più rilevante è l’importanza che il web, internet e i social media stanno assumendo, nel bene e nel male, nelle nostre nuove vite di segregati in casa. Se di smart working, webinar, lavoro a distanza, lezioni a distanza, esami in video conferenza, dirette di concerti via social e simili ne hanno parlato un po’ tutti, l’aspetto più interessante e preponderante di questa situazione è l’importanza ancora più massiva che tutta la galassia di internet si è presa nell’informazione.

Mai come ora è un proliferare di blog, podcast, post, video che cercano di tenerci informati 24 ore al giorno, 7 giorni su 7, sui progressi della pandemia e sugli sviluppi della scienza. Ma si sa, un surplus d’informazione non ci garantisce nulla della sua attendibilità e veridicità, e quindi a fianco dei Bollettini Ufficiali della Protezione Civile, dell’Istituto Superiore della Sanità, delle testate giornalistiche e radiotelevisive serie, si sono moltiplicati i siti ed i blog di complottisti, e il proliferare incontrollato di bufale e fake news.

Grafica realizzata da Federica Desantis
Grafica realizzata da Federica Desantis

È in questo clima di infodemia, di caos mediatico e di disinformazione di massa che molti giovani fra professionisti, attivisti, giornalisti, si stanno mobilitando per promuovere una corretta informazione medico-scientifica, mai così necessaria come adesso.

Fra le tante, una delle iniziative più originali e pregnanti è quella organizzata dal Gruppo giovani LIONS di Puglia e dal SIGM (Segretariato Italiano Giovani Medici) che stanno promuovendo dai primi giorni di marzo una serie di brevi video denominati Pillole d’Informazione, che, condivise nelle storie di Instagram e Facebook, stanno riscuotendo un successo sempre maggiore, arrivando ad oltre 4000 view a storia su Instagram.

Noi di Smart Marketing, da sempre fautori di una corretta informazione scientifica e attenti osservatori dei fenomeni della rete, abbiamo intervistato i due responsabili delle due organizzazioni che hanno promosso questa importante iniziativa. Loro sono la dott.ssa Adriana Stringaro, Presidente regionale Giovani LIONS, e la dott.ssa Martina Tarantini, referente regionale per il SIGM.

Adriana Stringaro, Tecnico di radiologia, Presidente del Distretto LEO 108 Ab - Puglia, componente giovanile LIONS.
Adriana Stringaro, Tecnico di radiologia, Presidente del Distretto LEO 108 Ab – Puglia, componente giovanile LIONS.

Domanda: Innanzitutto la domanda più scontata ma pure la più necessaria, che in realtà è composta da tre domande fra loro connesse, come vi è venuta in mente questa originale iniziativa, come mai avete scelto il format del breve video e soprattutto perché avete optato per le storie di Instagram?

Adriana Stringaro: In questa situazione surreale ci siamo chiesti cosa avremmo potuto fare per dare il nostro contributo come associazione di servizio giovanile per aiutare a contrastare il Covid-19; così è nata l’idea (semplice, ma assolutamente non scontata!) di contrastare fake news e bufale da cui siamo inondati e quindi di divulgare – nella maniera più diretta possibile – le corrette informazioni, tramite un canale che si riferisse in particolar modo ai giovani. Per questo abbiamo scelto Instagram – il social più in voga del momento – con la modalità delle storie. Ci è venuto naturale pensare di coinvolgere gli amici del SIGM, con i quali avevamo già collaborato in passato, per far sì che il messaggio arrivasse ancora più forte, perché veicolato da medici giovani e dinamici, così da essere ancora più d’impatto sul target al quale ci stiamo riferendo.

L’iniziativa sta avendo così tanta risonanza da essere stata inserita nel palinsesto social #DistantiMaUniti, promosso dal Ministero per le Politiche Giovanili e lo Sport e dall’Agenzia Nazionale Giovani.

Martina Tarantini: L’emergenza Covid 19 è stata caratterizzata da un forte impatto mediatico e, purtroppo, dalla circolazione di informazioni eccessive e contradditorie. Ciò, ancor prima che l’OMS avesse dichiarato la pandemia, ha determinato l’esplosione di un’infodemia. Si è resa necessaria da parte della comunità scientifica una comunicazione strategica basata su fonti affidabili e certe. Nel nostro piccolo, abbiamo voluto contribuire a questo scopo con una comunicazione veloce e che avesse un impatto immediato sull’ascoltatore. Quale miglior veicolo se non Instagram, la piattaforma più usata dai giovani e dagli influencer, soprattutto ora che si ha più tempo libero? Noi del Sigm abbiamo messo a disposizione la nostra giovane esperienza scientifica e curato i contenuti. Tutte le informazioni diffuse sono basate su fonti ministeriali, riviste scientifiche e sulle indicazioni dei principali istituti di sanità. Il Leo Club, invece, ha curato la parte social del progetto. Da questa comunione d’intenti è nata “Pillole di comunicazione”.

Grafica realizzata da Federica Desantis
Grafica realizzata da Federica Desantis

D: Quanto è importante, secondo voi, in questo particolare momento storico, una informazione scientifica corretta, rigorosa, verificata e, come nel caso delle vostre “Pillole d’Informazione”, anche divulgativa e facile da comprendere?

Martina Tarantini: È importantissimo. In questo momento continuano a proliferare informazioni di ogni genere, troppo spesso fake news, che generano confusione e dubbi. La popolazione, invece, per proteggersi adeguatamente necessita di informazioni affidabili. I nostri video sono delle piccole certezze che rassicurano gli ascoltatori: sono brevi, diretti, vengono promossi da organizzazioni note e i giovani medici protagonisti di ogni video ci mettono la faccia. Per sconfiggere questa infodemia consigliamo di verificare la fonte delle informazioni e di non soffermarsi solo sui titoli degli articoli, poiché potrebbero essere fuorvianti rispetto al loro contenuto e nascondere informazioni importanti.

Adriana Stringaro: In questo contesto non solo storico, ma anche mediaticamente complesso, è fondamentale! Siamo bombardati da fake news, che trovano terreno fertile in una generazione che, spesso, invece di volersi informare, vuole sentirsi informata. Mi spiego meglio: l’utilizzo di internet ci permette di essere aggiornati su ogni argomento o evento di attualità, ma quanto veramente sappiamo di questi argomenti? Basta un titolo o un messaggio veicolato su WhatsApp per far sì che io mi senta informato, che possa a mia volta divulgare quell’idea o concetto, senza senso critico, senza approfondire se quello che sto leggendo sia vero o falso. Anche per questo le nostre “pillole” partono sempre da una domanda sul Covid19 a cui rispondiamo con vero o falso, così anche chi si fermerà “al titolo” potrà, comunque, essere correttamente informato.

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Questo particolare momento necessita di una azione collettiva che vada oltre il semplice ottimismo che da solo non basta, anche se comunque aiuta. Solo insieme si può uscire da questa situazione.

D: La pandemia di Coronavirus sta impartendo lezioni importantissime al genere umano, prima fra tutte quella di non dare per scontate neanche le cose più banali della nostra quotidianità. Ma fra le lezioni più importanti, di sicuro c’è la “riscoperta” tardiva dell’importanza della Sanità per un sistema Paese. Oggi tutti chiamano, con un po’ troppa retorica, “EROI” tutti quei medici, infermieri, OSS, e volontari che operano nei nostri ospedali e che fino a ieri venivano trattati con sufficienza, fastidio, se non proprio con aggressività, come la cronaca ci ha spesso riportato. Come state vivendo voi questo radicale cambio di percezione delle vostre attitudini e funzioni?

Adriana Stringaro: Spero solo che quello che stiamo vivendo oggi ci insegni a rispettare l’altro ed il suo lavoro, a dare valore a tutto ciò che di veramente importante c’è nelle nostre vite, prima fra tutte la salute. Purtroppo, gli operatori sanitari subiscono un attacco continuo, dovuto in particolar modo alla mancanza di personale, di risorse strumentali ed economiche e questo si riversa sul livello assistenzialistico che un ospedale può offrire.

Non siamo “Eroi”, ma non vogliamo nemmeno essere capro espiatorio delle mille problematiche che affliggono il nostro Sistema Sanitario Nazionale; noi cerchiamo di fare tutto il possibile, con i mezzi che abbiamo, per aiutare i nostri pazienti… ieri come oggi!

Martina Tarantini: Con rammarico registriamo che la pandemia ha accresciuto la considerazione dei cittadini e delle istituzioni nei confronti della classe medica. Serviva una pandemia a far comprendere il valore della classe medica? Il nostro Paese da anni non investe le risorse necessarie a sostenere il Servizio Sanitario nazionale. Infatti, come spesso la nostra associazione di giovani medici sottolinea, mentre in tv si parla di mancanza di medici, in realtà mancano medici specialisti. Non investendo in maniera adeguata sulla formazione medica, il nostro Paese ha consentito che migliaia di “camici grigi” (medici abilitati alla professione senza sbocchi formativi) rimanessero nel così detto “imbuto formativo”. Speriamo, dunque, che gli sforzi compiuti dai nostri colleghi oggi non vengano vanificati e che si pensi subito ad una seria programmazione volta ad incrementare il numero di professionisti sul territorio nazionale per far fronte non solo alla crisi odierna, ma anche alle ordinarie difficoltà di ogni struttura sanitaria.

Martina Tarantini, Medico in formazione specialistica in Neuropsichiatria Infantile, Segretario del Sigm Bari e Coordinatore del Dipartimento Specializzandi - Sigm.
Martina Tarantini, Medico in formazione specialistica in Neuropsichiatria Infantile, Segretario del Sigm Bari e Coordinatore del Dipartimento Specializzandi – Sigm.

D: Un’ultima domanda. Spesso e volentieri si sente parlare, soprattutto da parte degli over 50, della propensione dei “giovani” a perdere troppo tempo sui social, alimentando la falsa credenza di una generazione, quella dei “Millennials”, che non è in grado di vedere, né tantomeno confrontarsi, con i problemi reali della contemporaneità. Insomma di non pensare alle cose “concrete” della vita vera, preferendo la vita virtuale. Come rispondete a queste critiche, neanche troppo velate, che perfino i nostri politici vi muovono contro?

Martina Tarantini: I social network sono ormai parte integrante della nostra vita quotidiana. È vero che non sempre se ne fa un uso consapevole ed equilibrato. Tuttavia, le piattaforme di libera condivisione hanno numerosi vantaggi che abbiamo valorizzato con questa iniziativa. Le nostre pillole di comunicazione dimostrano che social come Instagram possono essere lo strumento idoneo ad una divulgazione globale, accessibile a tutti, gratuita, semplice da utilizzare e d’impatto. Le Instagram stories, inoltre, hanno permesso a molti utenti di interagire direttamente con gli autori delle pillole. Possiamo considerare i social, quando usati nel modo giusto, dei preziosi sensibilizzatori sociali.

Adriana Stringaro: Ogni generazione ha le sue caratteristiche; i ragazzi di oggi hanno accesso a tecnologie che 10 anni fa non esistevano nemmeno ed è normale che questo cambi i modi di fare ed agire. Un nativo digitale avrà competenze tecnologiche e capacità di codificare i messaggi virtuali quasi innate, che noi abbiamo sviluppato molto dopo. La tecnologia è uno strumento potentissimo se utilizzato correttamente, lo dico senza retorica alcuna. Il virtuale in questo momento storico ci sta salvando, mi permette di vedere la mia famiglia e i miei amici, di sentirmi meno sola nell’isolamento collettivo. Non è mai un oggetto ad essere dannoso, ma sono sempre le intenzioni che muovono l’utilizzatore a renderlo meraviglioso o distruttivo. Ecco perché mi piacerebbe che si realizzasse il cosiddetto “umanesimo digitale”, nella misura in cui le tecnologie diventano strumento per migliorare la vita di ciascuno.

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La Copertina d’Artista – Tutto andrà bene (?)


Una strana immagine fa da copertina al nostro magazine questo mese. Si tratta di una macchina assemblata con diversi pezzi, un curioso Frankenstein composto da una caffettiera moka, una maschera antigas, la sezione trasversale ed esplosa di un motore a scoppio e la motrice di un camion. La cosa sorprendente è che, per quanto bizzarra, questa macchina impossibile ha una sua compiutezza stilistica, una sua logica intrinseca, una sua elegante complessità.

Più la guardiamo e più ci rendiamo conto che deve avere sicuramente un suo funzionamento, una sua ragion d’essere, un suo perché. Ma, cosa mai possono avere a che fare tra loro elementi così eterogenei?copertina-mazo-2020-sd

Proviamo ad analizzarli uno ad uno, forse ne verremo a capo.

L’elemento predominante è la caffettiera moka, che conosciamo fin troppo bene, la vediamo ed adoperiamo almeno due volte al giorno. Sappiamo che è un simbolo dell’italianità, cosa c’è di più italiano del caffè fatto con la moka?

Il secondo elemento che salta all’occhio è la maschera antigas che fa da base alla caffettiera: in periodo da epidemia di Coronavirus, questo elemento ci è fin troppo familiare. La maschera che vediamo però è una di quelle militari, denominate Anti – NBC (Nucleare Biologica Chimica), pensate per quegli scenari di guerra dove vengono usati agenti patogeni, chimici e radioattivi.

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Il terzo elemento degno di nota è la motrice del camion che sorregge e trasporta tutti gli altri elementi. Un camion normale che ricorda le motrici degli autotreni.

Infine, l’ultimo elemento, la sezione trasversale ed esplosa (ossia aperta su di un lato per vedere gli elementi interni ed il funzionamento degli stessi) di un motore a scoppio. Simbolo della mobilità, della motricità e della potenza.

L'Artista di questo numero Riccardo Antonelli.
L’Artista di questo numero Riccardo Antonelli.

L’opera e gli elementi che la compongono sembrano il progetto per un assemblage artistico come quelli molto in voga degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso. Ma l’opera richiama anche i giochi della nostra infanzia, quando smontavamo (in realtà rompevamo) i nostri giocattoli e ci divertivamo ad rassembrarli con grande fantasia, creando giochi e scenari tutti nuovi dove farli muovere ed agire.

Ed è proprio l’elemento fanciullesco che emerge prepotente nell’opera che ha anche un titolo ironico e divertito, “Un Caffè e si riparte”, realizzata, nonostante gli elementi meccanici che la compongono, con grande sensibilità e delicatezza da Riccardo Antonelli, l’artista di questo mese.

Nell’opera, l’Antonelli ha profuso in una sintesi sublime tanti elementi della più stringente quotidianità: la maschera antigas che ci parla di rischio contagio da Coronavirus; la caffettiera moka che ci parla di Made in Italy, di Italia; il motore a scoppio che ci parla di trasformazione, energia, calore e movimento; il camion che ci parla di strade da percorrere, ripartenze, viaggi.

Insomma, l’artista ci parla di tutti quegli elementi che saranno decisivi per far ripartire questo nostro Paese ad emergenza finita, e ne inserisce un altro: questa macchina impossibile, questo giocattolo Frankenstein ci dice che per ripartire avremo bisogno anche di creatività, gioco e spensieratezza.

Caffè complesso, 2018, della serie Impossible Machine.
Caffè complesso, 2018, della serie Impossible Machine.

Avremo bisogno di riscoprire questo strano Mondo post Coronavirus con gli occhi sorpresi e gioiosi propri dei bambini, o degli artisti, perché è solo ripensando il nostro rapporto con gli altri, la malattia, la tecnologia, la natura ed il mondo che eviteremo che succedano altre crisi come quella che stiamo vivendo.

Riccardo Antonelli nasce nel 1976 a Città di Castello (PG). Vive e lavora a Sansepolcro (AR). Diplomato all’istituti statale d’arte “G.Giovagnoli” di Sansepolcro, porta avanti la sua ricerca influenzato inizialmente dagli artisti impressionisti. Nel primo periodo si concentra sul ritratto e sul paesaggio. In seguito inizia una ricerca che si amplia fino alla scultura e alle installazioni, anche in relazione alle residenze artistiche, in Italia e all’estero, che ha vissuto.

Le contaminazioni e le passate esperienze lavorative hanno fortemente influenzato la sua cifra stilistica e il suo lavoro incentrato sulla costruzione di meccanismi surreali che raccontano suggestioni e tematiche varie. Particolarmente importanti nel suo percorso le presenze alla Biennale di Firenze nel 2009, Biennale di Roma nel 2014 e la collaborazione con il Ministero dei Trasporti nel 2011, quando viene chiamato a realizzare un’opera per la campagna nazionale sulla sicurezza stradale.

Senno di poi. 2009.
Senno di poi. 2009.

Ultime mostre e residenze:

2019

Innesti, Palazzo Alberti, Sansepolcro;

2°Piano Art Residence, Z.N.S. Project, Palagiano (Taranto).

2018

Mutatio, Auditorium Santa Chiara, Sansepolcro;

Artcevia International Art Festival, Arcevia;

Ritratti Contemporanei, Aurum, Pescara;

Biennale di Frosinone e Anagni;

Percorsi D’Arte 2018, Villa Magherini Graziani;

Antonelli, Tuscher, Cortona;

Ritratto a Mano 4.0, Caramanico Terme;

Artist Residence, Velden am Wörthersee,  Austria.

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Tutto andrà bene (?) – L’Editoriale Raffaello Castellano


Raffaello CastellanoÈ domenica 29 marzo 2020, una domenica mattina strana; un sole pallido fa sovente capolino fra le nuvole grigie, è il colpo di coda dell’inverno, ci dicono i meteorologi, una perturbazione proveniente dal nord Europa che sta attraversando da quattro, cinque giorni anche la nostra penisola.

La primavera è cominciata da più di una settimana, da oggi grazie al ripristino dell’Ora Legale le giornate si allungheranno, insomma, tutto sommato la “normale” ripresa, lenta e pigra, della bella stagione. Almeno così sembrerebbe, ma non è così, rispetto allo scorso anno tutto è cambiato. Non c’è niente di “normale” in questo inizio primavera.

Dagli inizi di gennaio per la Cina e da metà febbraio per noi Italiani ed il resto del Mondo, la normalità semplicemente non esiste più. La causa è la pandemia di Coronavirus che sta flagellando l’intero pianeta Terra.

Foto di Gerd Altmann da Pixabay
Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Mentre finisco di scrivere questo editoriale, la pagina del Ministero della Salute dedicata al Covid19 (dati aggiornati al 29 marzo alle ore 18:00), ci dice che solo in Italia ci sono 97689 casi totali, di cui 73880 attualmente positivi, con 13030 guariti e, purtroppo, 10779 deceduti. Numeri, freddi numeri, che fotografano una situazione drammatica, che il Governo sta cercando di contrastare a forza di decreti e leggi che vengono emanate oramai quotidianamente.

È una guerra!

È stato detto da tutti, politici, medici, infermieri, giornalisti. Una Guerra globale, senza quartiere, sanguinaria, sistemica, contro un nemico subdolo ed implacabile, una guerra con i suoi eroi, i suoi martiri e migliaia e migliaia di morti.

Guerra è la parola perfetta per definire questa emergenza, e so bene che Susan Sontag già nel 1978 nel suo celebre saggio “Malattia come metafora”, ci aveva messi in guardia dall’usare la metafora bellica per definire una malattia, perché sostanzialmente e moralmente sbagliato. Però io non riesco a non farlo, mai come ora mi sembra che stiamo combattendo una battaglia impari contro un nemico subdolo, potente e letale.

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L’Italia, mentre scrivo, è in prima linea in Europa in questa battaglia, seguita dalla Spagna, e via via da altri Paesi. La solita Europa sembra, per l’ennesima volta, incapace di affrontare la crisi con una politica ed un’azione globale e collettiva, e stenta a dare quegli aiuti che sarebbero “naturali” e “sacrosanti” in una situazione drammatica come questa. Ma, come spesso accade, gli aiuti arrivano da dove meno ce li si aspetterebbe, alcuni disinteressati, altri un po’ meno, come rivela in un ottimo articolo su Formiche.net Igor Pellicciari (professore di Storia delle Relazioni Internazionali all’Università di Urbino e alla Luiss Guido Carli), ma comunque tutti estremamente necessari e graditi.

Ed allora, a cominciare è stata la Cina, che ci ha offerto un pool di medici altamente specializzati provenienti da Wuhan, epicentro dell’epidemia cinese, che è andato in soccorso della Regione Lombardia, la più colpita in Italia. Inoltre, ci ha fornito una prima partita di mascherine, insieme alla promessa di intensificare la produzione, da destinare all’Italia (la Cina è fra i primi produttori al mondo di questi presìdi medici).

Foto di pasja1000 da Pixabay
Foto di pasja1000 da Pixabay

Poi è intervenuta, forse meno disinteressatamente, la Russia, che ha mandato un contingente molto numeroso di militari e tecnici esperti nella gestione e disinfezione di tutti quegli ambienti a rischio chimico/batteriologico/virale/nucleare. Secondo quanto si è appreso, Putin dovrebbe inviare circa 120 specialisti epidemiologici e virologi, ospedali da campo, 100 ventilatori polmonari e 500mila mascherine. Ad oggi, questo è l’aiuto più sostanzioso e concreto offerto da una nazione straniera.

Ed ancora il governo di Cuba, che ha recepito una richiesta dall’Assessore alla Salute ed al Welfare della Regione Lombardia, Giulio Gallera, inviando medici altamente specializzati nella gestione dei virus e farmaci come l’antivirale Interferone Alfa 2B, usato con successo per contrastare il Coronavirus in Cina.

In ultimo, forse l’aiuto più bello, quello della piccola e non ricchissima nazione dell’Albania, che ha inviato un contingente di 30 medici ed infermieri, per aiutare “le sorelle e fratelli italiani”, come ha dichiarato il premier albanese Edi Rama in un video diventato subito virale sul web. Gli Albanesi, ha detto Rama, non hanno dimenticato la solidarietà del popolo italiano: “l’Italia, le sorelle ed i fratelli italiani ci hanno salvati, ospitati ed adottati in casa loro quando l’Albania bruciava di dolori immensi”.

https://youtu.be/Nd8p7yW4_Jw

Insomma, vedendo questi casi, e soprattutto l’ultimo, potremmo affermare che la solidarietà, l’accoglienza dei migranti ed altre operazioni umanitarie sono “investimenti” importanti ed a lungo termine, che lasciano un vero e duraturo segno nei popoli che ne sono beneficiari.  In parole povere la beneficenza, l’aiuto che diamo agli altri, è non solo la cosa che ci rende più compiutamente degli autentici “esseri umani”, ma è anche, e permettetemi di essere solo per un momento utilitaristico, la strategia economica di lungo periodo di più sicuro ed ampio successo.

Una lezione antica che già ci aveva insegnato, tra gli altri, lo scrittore britannico Lewis Carroll, quando scrisse: “Uno dei più grandi segreti della vita è che quello che vale veramente la pena di fare è quello che facciamo per gli altri”. Una lezione che i politici sovranisti italiani come Salvini e la Meloni, ma anche europei, sembra non abbiano mai imparato.

Questa massima mi dà l’occasione per una piccola digressione che riguarda il nostro magazine: come sapete il nostro è un mensile on line estremamente specifico e tecnico, occupandosi prevalentemente di comunicazione, marketing e social media. Nel tempo però sono emersi altri focus importanti, come le rubriche di cinema e musica e gli articoli culturali e di costume che i nostri lettori hanno dimostrato di apprezzare. Da ultimo, si è affiancata la rubrica video “Il sonno della Ragione”, che cerca di demistificare tutti quei fenomeni di pseudoscienza, bufale e fake news che purtroppo dilagano sul web, ancora di più in tempi di crisi e paura come questi.

Da quando è scoppiata la crisi del Coronavirus abbiamo chiesto ai nostri collaboratori di incrementare i loro contributi per cercare di stare più vicino ai nostri lettori, costretti a casa dalla clausura forzata e devo dire che i nostri contributor hanno risposto alla grande. In questo mese di marzo, oltre ai soliti 10, 12 articoli dell’uscita mensile, abbiamo pubblicato altri 13 contributi fra video ed articoli di approfondimento sul Coronavirus, ma anche su cinema, musica e serie tv che sono diventati compagni, ancora più importanti, dei nostri giorni di quarantena.

Tredici “pezzi” che, per un piccolo mensile on line senza contributi, senza pubblicità e senza aiuti statali, non sono stati né pochi né facili da produrre, ma che sono stati la maniera di dare il nostro apporto con un informazione puntuale, rigorosa e verificata, alla crisi che stiamo vivendo. Voglio ringraziare tutti i nostri collaboratori che hanno accolto il nostro invito producendo ottimi approfondimenti che vi invito a recuperare e leggere.

Ma cosa c’entra tutto questo con la massima di Carroll e con il discorso che ho appena fatto?

Avete ragione, ve lo spiego subito. Anche io, nel mio piccolo, ho voluto contribuire, ed allora ho proposto all’amico e collega Ivan Zorico una nuova rubrica prettamente social e “sociale” che abbiamo chiamato “Il Buongiorno del Mattino”, che periodicamente, e fino a crisi finita proporrà “massime d’autore”, “citazioni celebri” e “parole di saggezza” accompagnate da un breve post esplicativo che pubblicheremo giornalmente sulle nostre pagine Facebook ed Instagram.

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Anche questa nuova rubrica è una maniera di stare vicino e di tirare su il morale ai nostri lettori.

Ho sempre pensato che le parole ci possano ispirare, ho sempre ammirato la capacità dei grandi autori di condensare un’infinita saggezza in poche righe, ho sempre creduto che le parole abbiano il magico potere di cambiare il mondo. La massima di Lewis Carroll, che avete letto poco sopra, è quella che troverete sui nostri canali social mercoledì 1° Aprile, andate a scoprire questa rubrica ammazza pessimismo e, se vi va, condividete l’ottimismo e la speranza che tutto questo, questa crisi, questa pandemia, questa emergenza, saranno superate e che la guerra al Coronavirus sarà vinta.

Cosa altro dirvi?

Solo una cosa: non rattristatevi, non abbattetevi, non disperate, questa strana “primavera silenziosa”, come l’avrebbe chiamata la prima e più celebre attivista per l’ambiente della storia, Rachel Carson, tornerà a riempirsi di rumori, suoni, profumi, parole ed amori, che noi sicuramente avremo imparato ad apprezzare più intensamente.

Buona lettura e ricordate che alla fine #tuttoandràbene
Raffaello Castellano

 

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Nel 1995 usci “Safe”, un film che parlava di malattia, quarantena forzata e isolamento sociale. Una cupa profezia cinematografica che tutti dovremmo vedere.


In questi giorni di Coronavirus e di clausura forzata, mi è tornato in mente un film abbastanza vecchiotto, del 1995, “Safe”, di Todd Hayne, lo stesso regista che il mese scorso (febbraio) aveva portato nelle sale italiane il film “Cattive acque” con Mark Ruffalo.

Perché mi sia tornato in mente questo film è presto detto.

Credo che questo profetico film d’autore, all’epoca assai sottovalutato, abbia diverse cose in comune e molti punti di contatto con il momento storico che stiamo vivendo, segregati in casa e smaniosi di recuperare una normalità che oggi ci pare straordinaria ed ammantata di nostalgia.

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Il film “Safe” parla di Carol White (una straordinaria Julianne Moore), signora dell’alta borghesia californiana, che da giorno all’altro si scopre affetta da Sensibilità chimica multipla, una rara malattia che la porta rapidamente a diventare allergica ad ogni composto, prodotto, agente ed oggetto della modernità, così come ai gas di scarico ed all’inquinamento ambientale.

La ricca e annoiata Carol, che passava le giornate fra il parrucchiere e lo shopping con le amiche, le sedute di aerobica e l’hobby del giardinaggio, fra le sue manie salutiste e quelle di design che la portavano a variare spesso l’arredamento della sua lussuosa villa, dovrà cambiare radicalmente stile di vita. Per prima cosa si isolerà nel suo appartamento, rendendolo a poco a poco asettico e sterilizzato, poi cambierà dieta ed orari e comincerà a rimpiangere tutto ciò che prima le sembrava scontato e banale, perfino il rapporto con il marito Greg (l’attore Xander Berkeley) ed il figlio di prime nozze di quest’ultimo, Rory, di 10 anni.safe-e1533562389746

Ma l’isolamento forzato non funziona, e, alla ricerca spasmodica di un rimedio, un giorno si imbatte nella pubblicità del Wrenwood Center, un ranch che raccoglie una comunità di 200 individui un po’ asceti ed un po’ hippie, che vivono e ricercano un ideale ritorno alla natura ed alla semplicità. A capo della comunità c’è un tale, Peter Dunning (l’attore Peter Friedman), uno scrittore a sua volta malato di AIDS, che si atteggia a guida spirituale in pieno stile new age.

Todd Hayne gira il film prediligendo i campi lunghi, che rendono le composizioni fredde e le atmosfere inquietanti, oltre a creare un ideale distacco dalla protagonista, il che ne accentua ancora di più l’isolamento. Il film è diviso in due parti abbastanza distinte: una prima più narrativa, sperimentale, visionaria nel restituirci la quotidianità dell’alta borghesia americana; la seconda più formale, convenzionale, quasi documentaristica, perfetta nel tratteggiare il calvario della protagonista, che vive su di sè tutte le possibili cure psicologiche e farmacologiche alle quali si sottopone per guarire. Il film, cupo e pessimista, che ricorda per molti aspetti Cronenberg, è una critica aspra e cruda alla società consumistica e materialistica occidentale, ripiegata su se stessa ed incapace di vedere i danni che sta arrecando al pianeta in cui vive.

https://youtu.be/MP3kLKLaiTw

Todd Hayne, che in seguito si farà apprezzare per film come “Lontano dal Paradiso”, “Carol” e “Io non sono qui”, dirige gli attori con maestria, tirando fuori ottime performance. Fra tutte, è proprio Julianne Moore che ci restituisce un’interpretazione perfetta nel tratteggiare la sfaccettata personalità di Carol con tutte le sue nevrosi, le sue idiosincrasie e le sue fragilità, un personaggio sempre sull’orlo del precipizio, pronto ad esplodere, ma che in realtà interiorizza tutta l’angoscia e le tensioni della sua patologia e del suo male di vivere.

Rivedere questo film oggi, in piena emergenza coronavirus, può sembrare ai più un dannoso atto di masochismo, ma sono profondamente convinto che in realtà rappresenti un essenziale esercizio ginnico per allenare la nostra memoria, così spesso incapace di fissare i ricordi importanti, le esperienze significative e le emozioni più profonde.safe7

Quando usci, “Safe” era un film potente, crudo e visionario, quasi di fantascienza, che anticipava sul finire del secolo scorso un mondo che ancora doveva venire e che oggi è quello in cui viviamo, ci muoviamo e nel quale ci ammaliamo.

E non importa se ci ammaliamo di Sensibilità chimica multipla o a causa del Coronavirus, quello che il film ci racconta è la lenta ed inesorabile parabola di un essere umano che, in un mondo oramai sintetico, per scampare da un male senza forma, peso e consistenza, è costretto a richiudersi nel profondo della propria individualità, scoprendo con sgomento che ciò che chiamava vita era riempita più di cose e di oggetti che di significati ed emozioni.

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La Copertina d’Artista – Virale


È un bizzarro corteo quello che vediamo sulla Copertina d’Artista del nostro magazine. Tre elefanti stanno eretti sulle zampe posteriori, appoggiati l’uno sul dorso dell’altro, e sembrano eseguire uno strano ballo di gruppo, anzi, un vero e proprio trenino, come quelli che si fanno durante le feste o ai veglioni di fine anno.

Ma, benché la scena trasmetta un’apparente ironia ed allegria, tanto che, a chi scrive, i tre pachidermi hanno ricordato gli elefanti rosa del film Disney “Fantasia”, qualcosa non torna.

Non capiamo subito cosa sia, come spesso accade con le opere di arte contemporanea, gli elementi davvero importanti sono spesso più sottili, rarefatti, se non proprio nascosti ad una prima fugace occhiata.

Come ben hanno imparato i nostri affezionati lettori dopo oltre 60 Copertine d’Artista, l’arte, soprattutto quella contemporanea, richiede uno sforzo maggiore, un più intenso impegno cognitivo, insomma più attenzione, perché l’arte è sempre portatrice di un messaggio che sta a noi cogliere ed interpretare.copertina-febbraio-2020-sd

Guardando bene l’opera, ci rendiamo conto che due elementi fra gli altri stridono con l’apparente ironia della scena che osserviamo. Il primo è che i tre animali non hanno i contorni ben definiti, le tre figure sembrano rarefarsi, dissolversi, sembra quasi che vengano assorbiti dal secondo elemento stridente, il fondo dell’opera: un nero assoluto, denso, materico, che, come un mostruoso abisso, tutto sembra inghiottire. Siamo sicuri, dopo aver guardato l’opera con attenzione: l’iniziale impressione è mutata, di sicuro non stiamo pensando più al lungometraggio disneyano, e l’ironia e l’allegria stanno lasciando il posto ad una strana e strisciante inquietudine.

Il titolo scelto dall’artista, “Viral conga”, sembra venirci in aiuto per provare a dispiegare il mistero di quest’opera conturbante (nell’accezione letterale del termine) che ci attrae e ci respinge allo stesso tempo. Sappiamo tutti il significato della parola viral. Virale è una parola che deriva dall’ambito medico, ma oggi designa qualunque cosa si diffonda in maniera capillare e veloce. I conga, invece, sono strumenti musicali, degli alti e slanciati tamburi usati nella tradizione musicale afro-cubana, ma la conga è anche un ballo della tradizione popolare cubana, caratterizzato da un ritmo sincopato scandito appunto dal suono delle percussioni dei tamburi conga.

Quindi, se dovessimo tradurre il titolo, esso suonerebbe più o meno come “Tamburi Virali”. Ma allora cosa vuole dirci l’artista di questo numero di Febbraio, Angela Lazazzera?

L'artista di questo mese Angela Lazazzera .
L’artista di questo mese Angela Lazazzera .

Come sappiamo fin troppo bene, questo mese è stato segnato dalla diffusione di due epidemie virali: quella del “Coronavirus Covid-19”, e quella assai più preoccupante dell’Infodemia, la diffusione incontrollata di notizie, vere ma soprattutto false, sullo stesso virus.

Allora forse i tamburi virali cui allude l’opera sono gli stessi percossi in maniera impazzita dagli organi d’informazione?

Non dimentichiamo che i tamburi sono stati fra i primi strumenti musicali inventati dall’uomo e che il loro utilizzo principale era comunicare da una tribù all’altra con velocità e coprendo grandi distanze. Inoltre, anche la scelta degli elefanti come protagonisti dell’opera non sembra casuale, come sappiamo, questi maestosi animali hanno, fra le altre, due caratteristiche peculiari: innanzitutto il loro verso, il “barrito”, è uno dei suoni più potenti della savana e, in secondo luogo, la loro mole li rende animali poco aggraziati, tanto che il termine viene usato in maniera spregiativa per indicare quelle persone prive di tatto, invadenti e dalla corporatura abbondante.

Ma allora, perché mai la nostra artista ha messo tre pachidermi a ballare facendo un trenino ed ha intitolato la sua opera “Viral conga”?

Angry mealt, 2019.
Angry meal, 2019.

Credo che Angela Lazazzera abbia voluto in un certo modo rappresentare la deriva che una certa informazione ha preso in questo mese: come sappiamo, la ricerca affannosa del clic, del titolone che facesse vendere più copie, dell’articolo più allarmistico, ha contagiato l’intero comparto dell’informazione. Ed allora, forse, lo spettacolo che ci offre l’artista è la rappresentazione del gigantesco circo mediatico a cui non solo abbiamo assistito, ma del quale tutti noi siamo stati anche, più o meno intenzionalmente, fomentatori.

Ma è stata soprattutto l’informazione a mettere in piedi questo spettacolo circense indecoroso e goffo, proprio quando una comunicazione chiara e ponderata avrebbe migliorato la situazione ed evitato inutili e dannosi allarmismi.

Quei tre elefanti siamo noi, che udiamo i tamburi battenti di un’informazione malata e non sufficientemente verificata. Sulle sue note ci mettiamo a ballare come in una festa di fine anno, o, peggio ancora, la divulghiamo attraverso i nostri barriti.

Ecco spiegato tutto quel nero, ecco spiegato il rarefarsi delle tre figure, ecco spiegato il senso di inquietudine strisciante: quello che vediamo nella copertina di Angela Lazazzera è il riflesso della nostra società, lo stato dell’arte dell’informazione, l’arteriosclerosi della comunicazione.

Madrenatura.
Madrenatura.

Una metafora potente quella che ci offre questa artista, che ha sempre posto l’uomo al centro della la sua ricerca, raffigurandolo in situazioni strane e al contempo riconoscibili, sfumando i contorni dei volti e dissolvendo la sostanza dei corpi, ma lasciando immutata e potente l’intensità espressiva. È facile riconoscere nella sua opera i tratti, lo stile e i temi cari a Francis Bacon, anche se, lì dove il grandissimo pittore irlandese preferiva insistere sulle tematiche della disperazione, della paura e del dolore, nell’opera della nostra artista, nonostante tutto, dal nero dello sfondo vediamo emergere comunque uno sprazzo di ironia, una luce, che come una candela resiste alla furia dell’abisso che cerca di inghiottirla.

Classe 1990, Angela Lazazzera è nata a Santeramo in Colle, dopo gli studi scientifici consegue con lode i diplomi di laurea in pittura di I e II livello all’Accademia di Belle Arti di Bari. Nel suo lavoro artistico predilige la pittura ad olio, ma non mancano sperimentazioni di altro genere attraverso lo studio e l’applicazione di tecniche antiche rapportate al contemporaneo. Sulla scena artistica dal 2013, ha partecipato a diverse mostre, fra le quali ricordiamo: “La fabbrica dell’arte”, Bari; “Wondertime”, Catania; mostra galleria Nartist, Gioia del Colle; “g12” Palazzo Beltrani, Trani. Si è aggiudicata il primo premio al concorso “Il pendio” 2018 e il terzo nel 2019. Inoltre ha partecipato alla Residenza artistica presso “Museo dello Splendore”, Giulianova, con mostra e pubblicazione presso lo “Spazio Urano”, Roma, ed alla Residenza artistica e mostra 2° Piano Art Residence a Palagiano (TA) nel 2019.

Per informazioni e per contattare l’artista Angela Lazazzera:

angelazazzera@gmail.com

Ricordiamo ai nostri lettori ed agli artisti interessati che è possibile candidarsi alla selezione della quinta edizione di questa interessante iniziativa scrivendo ed inviando un portfolio alla nostra redazione: redazione@smarknews.it

 

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Virale – L’editoriale di Raffaello Castellano


Raffaello Castellano

Dalla fine di gennaio una parola ha calamitato tutta l’attenzione mediatica ad un livello, forse, mai visto prima. Questa parola è “Coronavirus” o “Covid-19”, per chi ama i termini tecnici.

Sono giornalista dal 2008, iscritto all’Ordine dal 2011, e da quando, bene o male, ho fatto dell’informazione il mio lavoro, non avevo mai assistito ad una cosa come questa. I media, tutti i media, non solo quelli digitali, si sono fiondati sullo scoppio dell’epidemia di Coronavirus con una velocità, una foga ed una sovrabbondanza di pubblicazioni, dibattiti, interviste, grafici, e chi più ne ha più ne metta, che ricorda i paparazzi ritratti nella Dolce Vita di Fellini.

Questa sovrabbondanza di informazione e comunicazione ha portato l’OMS a resuscitare il neologismo “infodemia”, utilizzato per la prima volta in un articolo del Washington Post nel 2003 a firma di David J. Rothkopf.

Soprattutto in Italia, tanto per cambiare, l’informazione sembra aver fatto del suo peggio per diffondere paura, panico o quantomeno angoscia, inseguendo ad ogni costo la “notiziabilità” di ogni cosa legata all’epidemia di Coronavirus.

Eppure, per quanto l’informazione sembri “dopata” in questo mese, tanto da ricordare gli atleti dell’URSS degli anni ’80 del secolo scorso, che facevano incetta di medaglie a tutte le Olimpiadi, il fenomeno non è del tutto nuovo, e se ci concediamo il gusto ed il piacere della ricerca dei precedenti storici, le scoperte saranno diverse e tutte molto interessanti dal punto di vista mediatico, sociologico e psicologico.

Voglio citare solo due casi, uno successo durante la metà degli anni ’80, del quale ho un ricordo diretto perché l’ho vissuto, l’altro, forse il più emblematico, del 10 giugno 1981, del quale serbo un ricordo più confuso, dovuto alla mia giovane età, all’epoca avevo solo 8 anni.coronavirus-4817450_1920

Ma procediamo con ordine: è il 26 aprile del 1986, sono le ore 1:23:45 del mattino ed alla Centrale Nucleare V.I. Lenin, situata a 18 km da Chernobyl in Ucraina (all’epoca parte dell’Unione Sovietica) scoppia il reattore n°4. In seguito all’esplosione ed all’incendio che me consegue, si libera nell’aria una densa nube di materiale radioattivo che, piano piano, grazie a correnti atmosferiche favorevoli, raggiunge ampie zone dell’Europa orientale, ma arriva, seppur molto attenuata, anche in Germania, Svizzera, Austria, Balcani e perfino in Francia ed Italia.

Le similitudini con il caso del coronavirus sono tante, ma tre su tutte sono così simili da sembrare una sorta di vademecum non scritto della cattiva gestione delle crisi.

Innanzitutto ci fu anche in questo caso l’intenzione del governo di nascondere la notizia sul disastro nucleare, l’URSS aspettò due giorni per dare una notizia ufficiale dell’incidente e solo perché incalzata dai tecnici della centrale nucleare svedese di Forsmark, non troppo lontana da quella di Cernobyl, che avevano rilevato con i loro strumenti un’impennata dei valori radioattivi in quell’area.

Stessa cosa successa con il coronavirus, il governo di Pechino ha provato per almeno due settimane a tenere nascosta l’epidemia, convinto di poterla contenere.

Ma veniamo alle altre due similitudini, più specifiche per il nostro Paese. La prima fu che i media soprattutto televisivi (internet ancora non era quella di oggi) non parlarono di altro per settimane e mesi, mi ricordo che anche allora alcuni comuni decisero la chiusura per qualche giorno di alcune scuole, ed anche allora la paura e l’angoscia, che giornali e televisioni aiutarono a diffondere, attanagliarono la popolazione per molto tempo. Eravamo in piena “guerra fredda” ed il rischio nucleare era, allora, il più temuto dalla popolazione, non solo italiana.

La centrale nucleare di Chernobyl.
La centrale nucleare di Chernobyl.

Secondo, anche allora ci fu una corsa impazzita ai supermercati per acquistare beni di prima necessità, come pasta, olio, zucchero, caffè e latte a lunga conservazione, la domanda di questi prodotti crebbe in maniera esponenziale, tanto che la grande distribuzione e i produttori si trovarono nell’impossibilità di esaudire le innumerevoli richieste e gli scaffali dei negozi si svuotarono, e, come una profezia che si autoavvera, la paura di restare senza viveri e la presa d’assalto dei supermercati creò di fatto il problema dell’esaurimento dei prodotti, con il conseguente aumento dei prezzi e dei casi di speculazione.

Anche nel caso del coronavirus abbiamo assistito ad una cosa simile, anche se riferita a prodotti più specifici, come il caso dei gel disinfettanti all’Amuchina sta a dimostrare.

Ma davvero emblematico per capire la valanga di infodemia che ci ha travolto è il secondo caso storico, si tratta del famoso episodio dell’incidente di Vermicino che coinvolse il piccolo Alfredo Rampi di soli 6 anni, della sua caduta in un pozzo e dei tentativi durati più di tre giorni di salvarlo. Un caso così esemplare per la nostra storia e per quella dei nostri media da essere studiato nelle facoltà di comunicazione e sociologia.

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La storia del piccolo Alfredo, che giocando cade in un pozzo, è tutto sommato banale, ma il circo mediatico che si costruì intorno alla vicenda fu il primo della storia italiana. La Rai, che fino ad allora aveva utilizzato le dirette solo per le competizioni sportive, realizzò nelle ultime 18 ore di vita del bambino la prima diretta televisiva per fatti di cronaca a reti unificate, che incollò davanti ai teleschermi 21 milioni di Italiani, come non erano riusciti a fare né i Mondiali di Calcio, né il Festival di Sanremo.

All’epoca si coniò il termine di “tv del dolore”, che tanta fortuna avrebbe avuto nei palinsesti del futuro televisivo italiano. Per molti autori e studiosi della comunicazione si trattò di un caso ante litteram di reality show, come dichiarò il giornalista Piero Badaloni, all’epoca conduttore del TG1: “Era diventato un reality show terrificante”.

Il piccolo Alfredino Rampi vittima dell'incidente di Vermicino nel giugno 1981.
Il piccolo Alfredino Rampi vittima dell’incidente di Vermicino nel giugno 1981.

Il piccolo Alfredino Rampi morirà in diretta nazionale. Il filmato delle ultime 18 ore diventa, probabilmente, quello più visto della storia italiana, farà letteralmente scuola, anche se rappresenta una pessima pagina di giornalismo nostrano. Il fatto avrà una profonda influenza culturale, con tanti documentari, saggi e romanzi dedicati al caso di Alfredino. Ma la nostra stampa, la nostra televisione ed i nostri giornalisti dimostreranno ancora nei tempi a venire di non aver imparato nulla.

Se per l’epidemia di coronavirus c’era poco o nulla che si poteva fare, per l’infodemia il giornalismo italiano poteva fare molto di più, per evitare lo scoppio di psicosi e angosce che ci hanno portato allo stato attuale delle cose. Credo che chi faccia informazione abbia il dovere di darsi un codice di condotta etico, che lo faccia desistere dall’inseguire lo scoop a tutti i costi, per tentare di fare la cosa giusta. Si dovrebbe scrivere, filmare, fotografare per informare il cittadino e non per allarmarlo, e se questo ci farà perdere qualche like, ci farà diventare impopolari, pazienza, il senso del dovere e l’etica sono attributi fondamentali per chi fa informazione.

Voglio chiudere questo editoriale dedicato al Coronavirus con una nota positiva e allo stesso tempo curiosa: il tanto demonizzato web è forse stato meglio dei suoi padri e madri (stampa e televisione) in quest’occasione. È vero che, come al solito, ha diffuso meglio di tutti ed in maniera veloce e capillare le ansie sul virus, ma, ad un certo punto, ha sviluppato degli anticorpi propri, cominciando a produrre meme e video che cercassero di esorcizzare la paura sul virus strappandoci una risata.

https://youtu.be/v3qnxvnd-0Y

Noi sappiamo però che l’ironia è una forma eccelsa e raffinata di comunicazione e che veicola più significati di quelli immediatamente percepibili. Voglio lasciarvi con uno fra i tanti video che stanno impazzando sui social e che trovo non solo divertentissimo e geniale, ma anche estremamente dissacrante, e Dio sa quanto in questo particolare momento se ne senta il bisogno.

Gustatevelo e dopo immergetevi nella lettura dei nostri articoli, vi dico subito che non troverete i soliti “pezzi” acchiappa like ma approfondimenti seri e documentati sul tema “Virale” dal nostro particolare punto di vista, che dimostrate di apprezzare sempre di più.

Noi ce la stiamo mettendo tutta per darvi un mensile di qualità e lo facciamo esattamente da 70 numeri.

Quindi, buona lettura a voi e buon compleanno a noi di Smart Marketing.

Raffaello Castellano
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Il film Parasite mette in scena la globalizzazione al suo zenit ed è per questo che dovremmo vederlo


Siamo nella ricca e moderna Corea del Sud, anche se dalle immagini non si direbbe, sembra la più desolata delle periferie orientali, trafficata, sporca, tentacolare e affaccendata. Attraverso una piccola finestra a livello del suolo, entriamo in un angusto e raffazzonato appartamento, ma meglio sarebbe dire tugurio, ed è qui che conosciamo la famiglia Kim, composta dal padre Ki-taek, la madre Chung-sook, il figlio Ki-woo e la figlia Ki-jeong.

Li vediamo poveri, quasi indigenti, alla continua ricerca di piccoli lavoretti temporanei per sbarcare il lunario, o di una connessione internet gratuita a cui connettersi, od ancora ad approfittare della disinfestazione stradale per bonificare “gratuitamente” la loro abitazione.

Insomma, i Kim sono una famiglia al margine, ottimi rappresentanti di quei nuovi poveri, quella moltitudine di individui che cresce in tutto il mondo civilizzato e che la globalizzazione ha lasciato indietro, se non proprio dimenticato.

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La vita della famiglia Kim scorre, o meglio si trascina, senza che si intraveda una possibilità di riscatto sociale e/o economico. Nonostante la miseria, li vediamo molto uniti, ancora portatori sani di quella tipica “dignità” orientale e dotati di una vena di furbizia che li aiuta a sopravvivere.

Ma adesso cambiamo scenario. Attraverso una enorme finestra in vetro, entriamo in un’altra casa, quella della ricchissima famiglia Park, una lussuosissima villa in un quartiere residenziale della città. Anche qui la famiglia è composta da quattro individui: Park Dong-ik, il ricco capofamiglia che dirige una grande azienda informatica, l’ingenua ed annoiata moglie Choi Yeon-kyo, la timida, ma non troppo, figlia adolescente Park Da-hye ed il piccolo e problematico figlio Park Da-song.

La separazione, anzi la frattura, esistente fra le due famiglie è marcata da tutti gli elementi presenti, perfino l’architettura crea divisone di classe: la casa dei poveri Kim è sotto il livello del suolo, quella dei Park è sopra una collina; gli spazi della casa dei Kim sono angusti e luridi, quelli della casa Park ampi, luminosi, lussuosi, sembrano usciti da una rivista di arredamento. I Kim vivono a ridosso di un malfamato marciapiede e sono avvolti dal cemento, i Park conducono un’esistenza dorata, protetti da un grande muro di cinta e immersi in un grandioso giardino. Perfino il cibo è differente, notiamo anche in questo una marcata differenza di classe. Insomma, i Kim ed I Park sono letteralmente e fisicamente agli antipodi, tutto potremmo pensare tranne che queste famiglie possano avere qualcosa in comune (tranne il fatto di vivere nella stessa città), o possano mai venire in qualche maniera in contatto.

locandina

Eppure il contatto ci sarà ed è da questo scontro di civiltà che prende avvio il plot del film “Parasite” di Bong Joon-ho, già vincitore della Palma d’Oro al Festival di Cannes nel 2019 e trionfatore, un po’ a sorpresa, all’ultima Notte degli Oscar del 2020 dove, a fronte di 6 candidature, il film si è aggiudicato 4 premi fra i più prestigiosi: Miglior Film, Miglior Film Internazionale (l’ex premio Miglior Film Straniero), Miglior Regista e Migliore Sceneggiatura Originale.

L’incontro fra queste due famiglie avviene per mezzo di una strana raccomandazione grazie alla quale Kim Ki-woo entrerà nella casa dei Park per insegnare inglese alla ricca figlia adolescente, Da-hye, assunto dall’apprensiva madre Choi Yeon-kyo, che si farà abbindolare da un titolo di studio fasullo e da millantate credenziali. Fin da subito Kim Ki-woo intuisce l’estrema malleabilità della signora Choi Yeon-kyo e già dal loro primo incontro la convince ad assumere la sorella Kim Ki-jeong come insegnate d’arte del figlio Park Da-song, ritenuto dalla madre depositario di un talento artistico grezzo e da affinare.

Piano, piano i due fratelli Kim riusciranno con sotterfugi, intrighi e complotti a far licenziare l’autista e la governante dei signori Park per far assumere negli stessi ruoli i propri genitori. Insomma, l’osmosi fra queste due famiglie tanto diverse pare completa ed alla fine tutti sembrano contenti, se non fosse che il destino un giorno bussa alla porta, o meglio al videocitofono della residenza dei Park. Infatti una sera nella quale, partiti i Park per un campeggio, i Kim si sono riuniti a fare baldoria nella villa dei propri datori di lavoro, ricevono la visita inaspettata della vecchia governante, la signora Moon-gwang che chiede di poter recuperare una cosa importante dallo scantinato della villa.

https://youtu.be/iPOugEDF8tk

Fermiamoci qui con il racconto della trama per non togliervi il gusto di recuperare questo straordinario film, che è tornato in molte sale italiane dal 6 febbraio scorso prima dell’assegnazione degli Oscar ed è, dopo il trionfo, ancora in programmazione su molti schermi, e proviamo a capire come mai questo film outsider abbia sbaragliato una concorrenza così agguerrita come quella di quest’anno dei Premi Oscar.

Sicuramente l’Academy Award ha voluto lanciare un messaggio alla politica del presidente Trump, ma questo non basta a spiegare come film eccezionali come “1917”, “The Irishman” e “C’era una volta… a Hollywood”, con 10 candidature ciascuno, e un film notevole come “Joker”, con addirittura 11 nomination, siano rimasti pressoché a bocca asciutta di Oscar “pesanti” in favore di questo film sudcoreano.

Credo che il successo stia nella forza della storia raccontata che è un ibrido fra thriller, commedia, drammatico, con una spolverata di horror, ma non un horror qualunque, bensì un orrore quotidiano, persistente, pestilenziale, un orrore che sentiamo latente in ognuna delle scene del film, un orrore esaltato dalla splendida ed estremamente fluida fotografia di Hong Kyung-po, che ci mostra una realtà alla quale sembra sempre mancare qualcosa o che nel migliore dei casi sia carica di nefasti presagi. Il film Parasite ci mostra uno scontro di civiltà nel quale i ricchi non sono malvagi profittatori, ma ingenui e sempliciotti, gente buona tutto sommato, mentre i poveri non sono virtuosi e stoici, ma meschini e profittatori, un po’ cinici e pronti a tutto pur di manipolare il prossimo.

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Insomma, Parasite ci mostra cosa sia diventata la società civile di oggi: da una parte abbiamo i benestanti, radical chic, buonisti ed abbastanza ingenui e dall’altra una classe media impoverita dalla globalizzazione che è diventata perfida e pronta a tutto pur di migliorare la propria condizione sociale. I Park, a loro modo, sono i parassiti della società intera nella quale, come sappiamo, pochi individui detengono la ricchezza dei due terzi della popolazione più povera e ci mostrano quanto sarebbe necessaria una redistribuzione del reddito alle classi più bisognose. Dall’altra parte abbiamo i Kim che diventano veri e propri parassiti della ricca famiglia con cui vengono in contatto, e, al pari di un morbo o di un virus, diventano infestanti e tossici fino alla morte dell’organismo ospite che li ha accolti.

Il regista Bong Joon-ho ci mostra in maniera potente, scintillante e senza filtri a cosa la nostra società intrisa di disuguaglianze sociali, economiche e culturali può portare, anzi ci ha già portato. La stragrande maggioranza degli uomini e delle donne di questo film si muovono senza ideali, senza piani, senza moralità, non sono più neanche individui nei quali riconoscerci o specchiarci, sono diventati una moltitudine, una folla indistinta, una massa a cui tutto è concesso e nella quale non vi sono colpe, né punizioni, neanche per i crimini più efferati. Una massa informe nella quale non vogliamo riconoscerci, ma della quale siamo già adepti, seguaci e credenti.

Il regista Bong Joon-ho tionfatore alla Notte degli Oscar 2020.
Il regista Bong Joon-ho tionfatore alla Notte degli Oscar 2020.

Insomma, Parasite ci mostra non tanto la banalità del male, quanto la sua ineluttabilità, sembra che il regista Bong Joon-ho, abbia fatto sua la riflessione del sociologo e filosofo polacco Zygmunt Bauman quando, parlando del sentimento della paura ai tempi della globalizzazione, scrisse:

“La fiducia si trova in difficoltà nel momento in cui ci rendiamo conto che il male si può nascondere ovunque; che esso non è distinguibile in mezzo alla folla, non ha segni particolari né usa carta d’identità; e che chiunque potrebbe trovarsi a essere reclutato per la sua causa, in servizio effettivo, in congedo temporaneo o potenzialmente arruolabile.”

Quello che ci mostra Parasite allora è la globalizzazione al suo zenit, quando l’unica legge che ha valore è la legge della giungla, nella quale, se non si è un predatore, non si ha grande scelta, si può essere preda o appunto diventare un parassita.

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Call for Artist | 2° Piano Art Residence 2020 – È on-line il bando della V Edizione


Torna, per il quinto anno consecutivo, l’iniziativa “Call for Artist | 2° Piano Art Residence 2020”, il progetto di residenze artistiche promosso dall’Associazione Z.N.S.project, animata dall’artista Cristiano Pallara (che ha realizzato la nostra Copertina del marzo 2018) e dalla curatrice Margherita Capodiferro, che ha portato alla ribalta artistica nazionale il piccolo comune di Palagiano in provincia di Taranto.

Originale e collaudata la formula che prevede, attraverso la selezione dei progetti candidati, la selezione di 2 fra artisti, creativi e curatori che per un minimo di due settimane saranno ospitati appunto nella residenza “2° Piano Art Residence”, in un clima familiare e casalingo (si tratta dell’abitazione stessa degli organizzatori) e potranno fruire degli spazi del contenitore “Via Murat Art Container”, 120 mq dove far convergere, incontrare, confrontare e interagire gli artisti e le loro idee.

Duplice, quindi, lo scopo degli organizzatori: da una parte far confluire nel piccolo comune pugliese il meglio degli artisti, creativi e curatori nazionali e non, dall’altro, come si è detto, quello di far interagire artisti, creativi, curatori, cittadini, istituzioni, media e appassionati di arte contemporanea fra loro. Il fine è quello di far germogliare idee e progetti che da una parte dialoghino con il territorio, le sue radici e le sue peculiarità, e dall’altra sappiano avere una visione più ampia ed articolata su tutti quei temi, problematiche e complessità che l’arte, prima di tutti gli altri media, riesce a vedere, a denunciare ed a proporre nel dibattito quotidiano.call-for-artist_2020-2bunner

Come ci dicono gli organizzatori: “L’Arte può attivare dispositivi virtuosi in grado di aiutarci a decodificare il nostro tempo e il nostro spazio. Focalizzare l’attenzione sul punto di vista locale può, attraverso l’Arte, riflettere e restituire la dimensione globale di una civiltà e del suo tempo. L’Arte può raccontare una comunità e il suo macrocosmo di riferimento, in questo senso gli artisti si fanno interpreti di uno scenario globale e sociale. La condivisione di spazi domestici, urbani e quotidiani in ambito artistico ha la potenza di generare nuove connessioni in perenne divenire e offrire un valore aggiunto per una comunità che li accoglie”.

Due sono le modalità di partecipazione: è possibile scegliere tra “2°Piano_Project” e “2°Piano_Independent”, per ogni sezione è stato pubblicato un bando specifico che è possibile recuperare sul sito dell’Associazione Z.N.S.project.

La Deadline è fissata per il 16 Aprile 2020!

Partner del progetto “2° Piano Art Residence” è lo studio e spazio espositivo InCUBOazione a Prato, di Federica Gonnelli (artista della nostra Copertina del gennaio 2019), che darà la possibilità, ad uno o più artisti, selezionati tra i più meritevoli all’interno dell’esperienza “2°Piano Art Residence”, di esporre nella mostra /Simbionte/, rassegna annuale promossa appunto da InCUBOazione.

Come detto, il nostro magazine Smart Marketing è media partner del progetto per il secondo anno, e non poteva essere altrimenti, viste sia la validità del progetto promosso dall’Associazione Z.N.S.project che la passione e l’attenzione che da sempre il nostro giornale riserva all’arte contemporanea, come la pubblicazione della “Copertina d’Artista”, che in quasi 6 anni ha prodotto 60 copertine e coinvolto 58 artisti, sta a dimostrare. Di sicuro fra tutti gli artisti che hanno partecipato alla nostra iniziativa o fra i nostri attenti e curiosi lettori ci sarà qualcuno che vorrà sperimentare questa originale forma di residenza artistica.

Per aderire alla V Edizione di “2° Piano Art Residence 2020” basta rispondere alla chiamata, entro e non oltre il 16 APRILE 2020, scaricando il regolamento e compilando il form di adesione presente sul sito dell’Associazione Z.N.S.project o scrivendo per maggiori info a: znsprojectlab@gmail.com

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La Copertina d’Artista - Il Futuro è aperto 2020


Un hashtag alquanto bizzarro fa bella mostra di sé sulla copertina del 69° numero del nostro magazine che apre un nuovo decennio di pubblicazioni.

Fedele alla natura di “aggregatore tematico” dell’hashtag, l’artista di questo mese, al secolo Costantino De Sario, amalgama diverse visioni, codici, linguaggi e significati in una potente immagine, quasi un’icona laica della nostra contemporaneità.

L’artista ha fatto del suo meglio per addensare, stratificare, destrutturare e manipolare i materiali che compongono l’immagine finale, come se cercasse una maniera di nasconderci i suoi riferimenti, le sue fonti, che però emergono potenti dappertutto nella sua opera.

La Copertina d'Artista di gennaio 2020.
La Copertina d’Artista di gennaio 2020.

Riconosciamo le pitture rupestri di Altamira in Spagna e Lascaux in Francia con cavalli, tori, uri e le impronte in negativo delle mani disseminati su tutta l’immagine, in basso a sinistra vediamo la Venere di Willendorf, qui e là altri elementi più difficili da interpretare, come la cartina geografica di una porzione del Sud Africa, il volto di una bambina, forse dai tratti orientali, che piange disperata e le scritte di un manifesto cinematografico.

L’artista omaggia anche il nome ed il logo del nostro mensile ed il titolo di questo numero: “Il futuro è aperto”.

Insomma, siamo di fronte ad un’immagine davvero fitta di elementi, della quale non comprendiamo immediatamente il significato, ma che non di meno ci attrae e ci incatena al suo mistero.

L'artista di questo numero Costantino De Sario.
L’artista di questo numero Costantino De Sario.

La domanda che ci poniamo immediatamente è: ma perché se il tema ed il titolo del giornale è “il futuro è aperto” l’artista ci rappresenta soprattutto elementi arcaici, come le pitture rupestri e una delle sculture più antiche, come la Venere di Willendorf?

E poi ancora: cosa significano la bambina che piange e la cartina geografica?

Come sempre ci chiediamo: che cosa vuole dirci l’artista?

Questa volta la complessità della rappresentazione ci costringe a qualche volo pindarico, nondimeno, però, noi sappiamo che il significato ultimo di qualsiasi opera lo attribuisce lo spettatore, e con la consapevolezza di questa verità noi azzardiamo un’interpretazione, partendo dalle nostre più immediate sensazioni, dal nostro istinto, dalla nostra prima impressione.

Trailers, 2016.
Trailers, 2016.

L’opera di Costantino De Sario pare un omaggio all’arte come supremo patrimonio dell’uomo; per parlarci di futuro, l’artista ci immerge nel nostro più recondito passato, con la nascita stessa del gesto artistico e dell’arte. Come una macchina del tempo, l’hashtag del De Sario ci trasporta nel passato e ci racconta di come l’uomo si affranchi dalla mera sopravvivenza e cominci davvero a vivere, proprio quando inizia a rappresentare artisticamente il mondo intorno a lui.

Prima della scrittura, prima della storia, prima dell’epica, prima di tutto quanto, l’uomo si distacca dal mondo animale quando comincia a dipingere e scolpire. È in quel momento che l’uomo diventa sapiens, che l’uomo diventa il dio del suo destino, diventa l’alfa e l’omega.

L’arte ci ha permesso, ci dice l’artista, di scrollarci di dosso la nostra bestialità, ci ha definitivamente consacrato come individui, attraverso l’arte ci siamo evoluti e proprio l’arte ci ha aperto le porte del progresso e quindi del futuro.

E, probabilmente, in tempi come i nostri, persi nel flusso caotico dell’informazione, sommersi dai dati, assillati dalle immagini, l’hashtag del De Sario ci ricorda che l’arte, quella antica e quella contemporanea, può, o meglio deve, essere il punto di partenza per un nuovo rinascimento dell’umanità.

Mammamiabanksy, 2018.
Mammamiabanksy, 2018.

L’arte che dischiude il nostro futuro, carico di promesse, pieno di opportunità, è finalmente aperto davanti a noi.

L’artista sarebbe stato d’accordo con Winston Churchill, quando scrisse che “Più si riesce a guardare indietro, più avanti si riuscirà a vedere”, e noi non possiamo che convenire con loro.

Costantino De Sario è nato a Terlizzi in provincia di Bari, dove vive e opera. Ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Bari ed ha esposto in numerose mostre, personali e collettive, in Italia ed all’Estero. È un artista che si occupa di tematiche legate alla comunicazione visiva, da sempre attento indagatore dei linguaggi contemporanei. La sua ricerca artistica si muove fin dagli esordi, negli anni ’80, nel solco della pop art, che gli ha permesso di sperimentare una moltitudine di tecniche e materiali, dalla tela dei jeans ai pannelli pubblicitari, dai manifesti cinematografici alle lattine, dalle luci intermittenti ai monitor televisivi.

Ultime mostre

2019

“Coming soon”, Mediateca Regionale Pugliese, Bari (Personale)

2016

“Parola d’Artista”, Pinacoteca De Napoli, Terlizzi (Bari)

2014

“Look in my heart” Mostra Antologica (Opere dal 1984 al 2014), Pinacoteca De Napoli, Terlizzi (Bari) (Personale)

2011

“Meridiana Face” Studio- abitazione Lucia Buono, Bari e Ra comunicazione totale, Terlizzi (Bari)

Per informazioni e per contattare l’artista Costantino De Sario:

www.costantinodesario.it

www.saatchionline.com/Costantino De Sario

Ricordiamo ai nostri lettori ed agli artisti interessati che è possibile candidarsi alla selezione della quinta edizione di questa interessante iniziativa scrivendo ed inviando un portfolio alla nostra redazione: redazione@smarknews.it




Il Futuro è aperto – L’editoriale di Raffaello Castellano


Raffaello CastellanoNell’ultimo numero del nostro magazine chiudevo il mio editoriale con una citazione del famoso filosofo della scienza Karl Raimund Popper, tratto dal libro “La lezione di questo secolo”:

“Il futuro è molto aperto, e dipende da noi, da noi tutti. Dipende da ciò che voi e io e molti altri uomini fanno e faranno, oggi, domani e dopodomani. E quello che noi facciamo e faremo dipende a sua volta dal nostro pensiero e dai nostri desideri, dalle nostre speranze e dai nostri timori. Dipende da come vediamo il mondo e da come valutiamo le possibilità del futuro che sono aperte.”

Ragionando e riflettendo su questa citazione con l’amico e collega Ivan Zorico, abbiamo deciso di partire proprio dall’augurio del filosofo austriaco per il tema di questo nuovo numero di Smart Marketing, che apre un nuovo anno e un nuovo decennio.

Era un po’ di tempo che ragionavamo sull’esigenza di creare un tema fisso per il numero di gennaio, mese che, sia per consuetudine che per definizione, è quello dei buoni propositi, delle decisioni e delle scelte che molti di noi si pongono sul futuro. Non potevamo rischiare però di fare un altro “#Ripartitalia”, anche se i temi e gli obbiettivi erano per lo più gli stessi del nostro abituale numero di settembre, con una differenza sostanziale tuttavia: lì dove “#Ripartitalia” si occupa delle idee per far ripartire un sistema, un’economia, il Paese, qui, nel numero di gennaio, ci sembrava che la riflessione riguardasse gli “individui”.

Foto di Wokandapix da Pixabay
Foto di Wokandapix da Pixabay

Insomma, si trattava di trovare un argomento che, ogni gennaio, ci desse gli spunti, le motivazioni e gli strumenti per affrontare il nuovo anno con una marcia in più ed una ritrovata e rinnovata fiducia.

Sarà stata la citazione di Popper o il cambio del decennio, o entrambe le cose, ma questo gennaio siamo riusciti a trovare una sintesi prendendo a prestito proprio la prima parte della citazione del filosofo, che è anche il titolo di un libro scritto a 4 mani con il celebre etologo Konrad Lorenz e quindi, da questo gennaio 2020, il nostro numero si chiamerà “Il Futuro è aperto”, proprio perché sposa perfettamente la nostra filosofia aziendale, la nostra mission, il nostro inguaribile ottimismo.

Però, qualcuno dei più disincantati fra i nostri lettori si potrebbe chiedere: ma davvero questo “inguaribile ottimismo” è la strategia giusta per affrontare il futuro, aperto o chiuso che sia???
La fiducia nelle nostre possibilità, la speranza nelle nostre potenzialità, la certezza del nostro valore sono ben riposte???
Insomma, non sarebbe più funzionale un sano pessimismo???

In fondo, questo gennaio 2020 non è proprio cominciato con i migliori auspici, tre crisi su tutte: la concreta e non ancora scongiurata guerra fra gli USA e l’Iran; il fallimento del World Economic Forum di Davos sulle tematiche green e sulle politiche sul riscaldamento globale; l’esplosione in Cina dell’epidemia di Coronavirus.

Scopri il nuovo numero > Il futuro è aperto

Insomma, c’è poco da stare allegri: in fondo rischiamo una guerra fra uno stato fondamentalista e un’America sempre più guerrafondaia ed imperialista; il riscaldamento globale continua ad essere ignorato, nonostante i disastri ambientali e fenomeni climatici estremi che ormai periodicamente ci affliggono; infine, l’epidemia del “coronavirus” ha messo in ginocchio il gigante economico cinese che, secondo le previsioni, perderà 1,2 punti del PIL e che già sta vedendo la chiusura delle grandi multinazionali come McDonald e Starbucks e la sospensione dei voli da e per la Cina delle maggiori compagnie del mondo.

Foto di Gerd Altmann da Pixabay
Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Vuoi vedere che io, l’amico Ivan, Karl Popper e Konrad Lorenz non abbiamo capito la gravità della situazione e ci stiamo sbagliando???

Ma quale fiducia, speranza ed ottimismo, qui la situazione è tragica!

Beh, permettetemi di argomentare un attimo la mia risposta: essere ottimisti non vuol dire ignorare i problemi, sottovalutarli o simili, essere ottimisti significa sapere quanto si vale e sapere che, alla fine, si può fare la differenza, essere ottimisti significa affrontare quegli stessi problemi, sicuri di riuscire a risolverli, sbagliando ed imparando da quagli stessi sbagli, essere ottimisti non significa essere immuni o al sicuro dall’errore, ma, paradossalmente, significa imparare ad “amare” i nostri errori, perché è proprio quando erriamo che impariamo qualcosa di nuovo, di utile e di funzionale per le nostre vite.

E, su questo argomento, Karl Popper la pensava allo stesso modo, sentite cosa ha scritto per noi e per se stesso:

“Evitare errori è un ideale meschino. Se non osiamo affrontare problemi che sono così difficili da rendere l’errore quasi inevitabile, non vi sarà allora sviluppo della conoscenza. In effetti, è dalle nostre teorie più ardite, incluse quelle che sono erronee, che noi impariamo di più. Nessuno può evitare di fare errori; la cosa grande è imparare da essi.”

Fatemelo ripetere: “Nessuno può evitare di fare errori; la cosa grande è imparare da essi”. Ecco, questo è, alla fine, quello che differenzia un’ottimista: sapere che, anche sbagliando, qualcosa s’impara, forse la cosa più importante, s’impara a non sbagliare più ed a trovare altre vie per risolvere i nostri problemi.

Quindi vi lascio, fiducioso di avervi convinto ed attirato al mio – al nostro – ideale ottimistico, e se non ci sono riuscito, se mi sono sbagliato, se sono in errore, pazienza, non mi arrendo, troverò altre strade per persuadervi che “essere ottimisti” è meglio per tutti.

Buona lettura.

Raffaello Castellano
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I 100 anni di Federico Fellini, il Re dei sognatori


Nato a Rimini da una famiglia piccolo borghese il 20 gennaio del 1920 e morto a Roma il 31 ottobre del 1993, Federico Fellini è il regista italiano (insieme a Sergio Leone) più celebre, amato, citato e studiato all’estero.

Il suo cinema, visionario e onirico, con una maniera unica di raccontare storie attingendo alla propria biografia, lo rende difficilmente collocabile in un genere ben definito; ha fatto film sempre diversi e non si è mai ripetuto, consegnando alla storia del cinema capolavori immortali.federico-fellini-1-1280x720

Scorrendo la lista dei sui film lo si capisce bene: , La dolce vita, I Vitelloni, Le notti di Cabiria, La strada, Amarcord, Il Casanova, etc., sono tutti capolavori, tutti pietre miliari del cinema mondiale, tutti imprescindibili visioni del nostro immaginario collettivo.

Niente male per un regista a cui non piaceva la definizione di “Artista” e che anzi si definiva: “un artigiano che non ha niente da dire ma sa come dirlo”.

Aveva abbandonato gli studi universitari per recarsi nella capitale per fare il giornalista, finì a lavorare in un giornale satirico, il Marc’Aurelio, come vignettista ed entrò nel mondo del cinema dalla porta di servizio, come illustratore e gagman (scrive, tra l’altro, alcune gag per Macario), per poi diventare dapprima soggettista e sceneggiatore ed infine regista.che-strano-chiamarsi-federico-scola-racconta-fellini

“La sua opera – come ci ricorda Giordano Lupi nel suo Federico Fellini (Mediane,2009) – è un mosaico composito che commuove, diverte, modifica il mondo, rende nostalgici, sognatori e fa spiccare voli pindarici di fantasia”. Il suo sguardo sul mondo è attento, infatti tutti i suoi film risentono della sua biografia, ma la sua maniera di girare film è unica. Le sue sontuose scenografie, ad esempio, erano esagerate, magniloquenti, al limite del kitsch, ma il regista aveva sempre il timore che fossero troppo autentiche, troppo vere, lui voleva che si capisse che fossero finte, artificiali, che fossero appunto delle scenografie. Lo si capisce bene nel docufilm “Intervista” del 1987, che svela diversi retroscena sulla maniera di pensare e girare il cinema propri del Maestro.

I suoi primi film, da “Luci del varietà” del 1950 fino a “La strada” del 1954, risentono della lezione neorealista (Fellini era stato fra gli sceneggiatori di Roma città aperta e Paisà, entrambi di Roberto Rossellini), ma da “La dolce vita” (1960) in poi il suo stile unico e riconoscibile diventerà il suo marchio di fabbrica, imponendo la sua cifra stilistica a livello mondiale.

Nessuno come lui ha saputo mettere in scena il mondo della fantasia, della creatività e soprattutto del sogno. Fellini era un vero appassionato del mondo onirico ed aveva letto, e ne era stato ispirato, il grande psichiatra e psicoanalista svizzero Carl Gustav Jung.

Insieme a Vittorio De Sica, sarà l’unico regista italiano che vincerà 4 volte l’Oscar per il Miglior Film Straniero per “La strada” nel 1957, “Le notti di Cabiria” nel 1958, “8½” nel 1964 ed infine “Amarcord” nel 1975. Anche se, per essere precisi, De Sica aveva vinto i primi due Oscar – quello per Sciuscià (1948) e quello per “Ladri di biciclette” (1950) – nella categoria “Oscar Speciale”, perché quello per “il Miglior Film Straniero” ancora non esisteva. Infatti sarà proprio un film di Fellini, il già citato “La strada”, ad aggiudicarsi per l’Italia il primo Oscar in una categoria competitiva.federico-fellini

Ma oltre ai 4 Oscar per il Miglior Film Straniero, Fellini riceverà nel 1993 l’Oscar alla Carriera, insieme ad altri prestigiosi premi come il Leone d’Oro alla Carriera alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1985 e la Palma d’Oro al Festival di Cannes nel 1960 e ad un’infinità di David di Donatello e Nastri d’Argento.

Insomma, siamo di fronte ad un gigante della cinematografia mondiale, inventore di uno stile, lo “stile alla Fellini”, o meglio ancora dell’aggettivo “felliniano”. I suoi film hanno ispirato generazioni di registi, fra cui Woody Allen, Matteo Garrone, Michel Gondry e tanti altri.

Nessuno come lui ha saputo indagare con il suo sguardo ambienti e personaggi surreali, onirici e magici, come il Circo, i saltimbanchi, i diversi, i matti, i sognatori.CINEMA FELLINI FEDERICO

Un maestro che quest’anno verrà celebrato dalla sua natia Rimini e da Roma, sua città d’adozione, con una serie di iniziative, mostre, proiezioni e rassegne. Ma anche la televisione farà la sua parte, non a caso il nuovo canale del gruppo Mediaset “Cine 34” inizierà le sue trasmissioni proprio il 20 Gennaio 2020, per i 100 anni dalla nascita del Maestro riminese, con una programmazione ad hoc denominata “Fellini 100”, una non-stop dalle 06.00 di mattina alle 03.30 di notte, con la proiezione di ben 8 film restaurati, che culminerà con la messa in onda in prima serata, alle 21.00, di “Amarcord” e in seconda serata, alle 23.00, de “La dolce vita”.

Cosa altro dire di questo regista e di questo importante anniversario?

Solo un’ultima cosa: questa ricorrenza potrebbe essere l’occasione giusta per gli appassionati di rivedere qualcuno dei grandi film di Fellini e per chi non lo conosce (ma ci sarà davvero qualcuno che non sappia chi sia Federico Fellini?) per imparare ad amarlo attraverso i suoi film, le mostre, le iniziative e la programmazione televisiva, perché forse non lo sappiamo, o forse lo abbiamo scordato, o forse lo abbiamo solo sognato, ma tutti noi siamo un po’ sognatori, un po’ folli, un po’ saltimbanchi, in altre parole, siamo tutti un po’ “felliniani”.

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Tolo Tolo: gli Italiani davanti allo specchio.


Nelle sale dal 1° gennaio 2020, l’ultimo film di Checco Zalone (del quale, per la prima volta, il noto attore comico è anche regista) è il campione indiscusso del Box Office, con un totale di € 39.193.464 di incasso e 5.587.955 presenze registrate all’11 gennaio. Ancora più significativo il successo se guardiamo al primo giorno di programmazione: infatti a Capodanno il film di Zalone è stato visto da 1.174.285 persone, incassando € 8.668.926 e diventando il maggior incasso di sempre nella storia del cinema nelle prime 24 ore.

Frainteso, discusso e criticato ancora prima di uscire nelle sale, complice un videoclip promozionale sibilino, “Tolo Tolo” spadroneggia anche sui social: su Twitter l’hashtag #ToloTolo è uno di quelli che fa più tendenza, mentre su Instagram e Facebook si sprecano i post che commentano, criticano od esaltano il film.

https://youtu.be/we1sS9EJt8w

Noi di Smart Marketing, da sempre appassionati di cinema, vogliamo dire la nostra su quello che al di là delle opinioni che ciascuno di noi si può (e si deve) fare rimane il fenomeno, non solo cinematografico, di quest’inizio decennio.

Per farvi sapere cosa ne pensiamo, dopo averlo visto (cosa che non tutti i commentatori hanno fatto), abbiamo scelto, in luogo della più classica recensione, la formula dei 5 buoni motivi per vedere Tolo Tolo.

Ed allora cominciamo

1) La storia (soggetto e sceneggiatura)

La sceneggiatura è nata dal sodalizio fra Checco Zalone e Paolo Virzì, che anzi, secondo indiscrezioni, ebbe l’idea iniziale del film e contattò il comico pugliese per lavorare insieme al soggetto. Lo script finale risente di entrambe le mani dei due autori, con i toni caustici ed irriverenti propri dello Zalone e con la poesia e lievità che contraddistinguono invece la cifra di Virzì. Il film parla della parabola discendente e del successivo riscatto di Pierfrancesco Zalone, strampalato imprenditore pugliese che dopo il fallimento del suo improbabile ristorante giapponese “Murgia&Sushi”, perseguitato da creditori e famigliari ridotti sul lastrico, scappa in Africa a lavorare in un lussuoso villaggio turistico in Kenya. Qui varie vicissitudini lo porteranno ad affrontare un viaggio a ritroso per tornare in occidente, durante il quale conoscerà la tragedia dei migranti che lo trasformerà, si spera, in un uomo migliore.dsc01598-checco-checco-zalone-e-oumar-souleymane-sylla-scaled-e15779596582132) Le location

Il film Tolo Tolo è girato in diverse e suggestive location sparse principalmente fra la Puglia e l’Africa. Le location italiane, con l’eccezione di Roma, Trieste e Latina, sono tutte Pugliesi, cominciando da Spinazzola (dove è ambientato la primissima parte del film), Acquaviva delle Fonti, Bari, Gravina di Puglia, Minervino Murge, Monopoli, Poggiorsini e Torre Guaceto. Per quanto concerne le location africane gran parte delle riprese si sono svolte in Kenya e in Marocco. Il film fa della celebrazione del paesaggio naturale ed architettonico uno dei punti salienti della narrazione, infatti tutta la storia si svolge on the road: la strada, ma anche il mare, diventano il percorso lungo il quale matura la consapevolezza del personaggio di Zalone. Ma lungo questo percorso anche il budget è lievitato, il film, infatti, è costato oltre 20 milioni di euro.tolo-tolo3) Il cast (gli attori, i cammei e le comparse)

Benché il film ruoti intorno alla figura di Zalone, il cast di cui si circonda l’attore/regista gira a meraviglia. Le scene in Africa sono sempre corali, girate in autentici villaggi, con gli attori presi per la maggior parte fra gli abitanti degli stessi. Fra i personaggi principali vanno ricordate le interpretazioni di Souleymane Sylla, che interpreta Oumar, l’amico di colore del protagonista appassionato di cinema e cultura italiana, quella di Manda Touré, la bellissima Idjaba, cameriera del resort dove lavora anche Zalone che ha perso la testa per lei, quella del piccolo Doudou, il giovanissimo Nassor Said Birya, molto naturale e a suo agio nelle riprese. Ma, oltre a queste vanno ricordate almeno altre due interpretazioni, quella dell’Avvocato Russo, impersonato dal sempre bravo Nicola Nocella, e quella di Luigi Gramegna, interpretato dal talentuoso Gianni D’Addario, che già avevamo apprezzato nel precedente film di Zalone “Quo Vado” e nel “Viva la sposa” di Ascanio Celestini, entrambi del 2015. Ma la vera chicca sono i cammei di alcuni volti noti e di vecchie glorie sia del piccolo che del grande schermo. Prima fra tutte la splendida Barbara Bouchet, che con i suoi 77 anni suonati è ancora un modello di stile ed eleganza, poi ci sono i due giornalisti Massimo Giletti e Enrico Mentana, nella parte di loro stessi in collegamento rispettivamente dagli studi di “Non è l’Arena” e del “TG La7”. Inoltre c’è il mitico Nicola Di Bari che interpreta l’arzillo Zio Nicola. Ma senza dubbio il più riuscito cammeo è quello di Nichi Vendola, che interpreta se stesso in un gustosissimo siparietto che non vi vogliamo svelare.

20191227_12144) L’Ironia

Diciamolo subito: dimenticatevi le grasse, e un po’ becere, risate a cui Zalone ci ha abituato con i suoi precedenti film. Certo, si ride, ma a denti stretti, e sempre con un misto di disagio e imbarazzo. Il film è pieno di trovate geniali, che prendono in giro tutto il costume dell’Italia di oggi. Dalla mania per i ristoranti fusion, alla fissazione per i marchi dell’alta moda, fino all’ossessione per i prodotti di bellezza (la ricerca di una crema per le rughe sarà il vero tormentone del film). Ancora una volta siamo posti di fronte ad uno specchio e mentre intorno a noi imperversa una crisi umanitaria, la fame, addirittura la guerra, il personaggio di Zalone è preso da faccende futili e superficiali, la sua felicità come la nostra è dettata da ciò che possiede, da ciò che indossa o da ciò che usa per idratare la sua pelle. Il contrasto con le popolazioni locali è molto forte e stridente, i poveri migranti non hanno nulla di tutto questo, eppure durante il viaggio e nelle peggiori situazioni non perdono il sorriso, la voglia di cantare e di divertirsi.

tolo-tolo-checco-zalone-25) Checco Zalone (l’attore e il regista)

Ancora una volta Luca Medici (questo il vero nome di Checco Zalone) prende in giro i peggiori vizi italiani, in questo caso il razzismo, la mancanza di legalità, il non rispetto delle regole, l’esterofilia, ma pure l’ignoranza e l’atteggiamento radical chic. Molti commentatori hanno scomodato addirittura mostri sacri come Totò a cui paragonare il Zalone di quest’ultimo film. Ma, al di là di certi improbabili paragoni, il percorso cinematografico intrapreso dall’attore pugliese, prima con il regista Gennaro Nunziante e adesso da solo, ricorda, per molti versi e con tutti i giusti distinguo, il percorso di un altro gigante del nostro cinema, tale Alberto Sordi, soprattutto se ci focalizziamo sui film girati dall’Albertone nazionale dopo il 1960. Lo so, il paragone è azzardato, ma nel comico pugliese rivedo lo stesso cinismo un po’ gigione, la stessa irriverente ironia sugli italici vizi, la prepotente presa in giro dell’ignoranza con cui Alberto Sordi ha tratteggiato i suoi personaggi più celebri ed indimenticabili.

Ricordo molto bene tutte le polemiche intorno all’italiano medio interpretato da Sordi, che fu poco amato dalla critica e dagli intellettuali quando era in vita, a differenza del pubblico che invece lo adorava.

Ebbene, lo ripeto ancora una volta, con tutte le differenze del caso, anche la parabola cinematografica di Checco Zalone mi pare stia subendo la stessa sorte. Fintanto che Zalone ha fatto il comico tutto andava bene, ma da quando ha deciso di cimentarsi con il cinema molti critici e commentatori hanno cominciato a storcere il naso, eppure nulla è cambiato nella ironia feroce o nelle imitazioni irriverenti con le quali il comico si era fatto conoscere, prima ancora che a Zelig, nei programmi comici di Telenorba (la stessa emittente, per dire, che ha lanciato le carriere di Toti e Tata, ovverosia Emilio Solfrizzi e Antonio Stornaiolo).checco_zalone_tolo_tolo_2019

Quindi in conclusione, cosa altro dirvi?

A noi di Smart Marketing il film “Tolo Tolo” è piaciuto e vi consigliamo di andarlo a vedere, e se non vi sono bastati i 5 motivi sopra elencati ve ne diamo un altro, l’ultimo. Il film di Checco Zalone va visto perché l’italiano che mette in scena attraverso le vicissitudini del protagonista rappresenta la nostra cartina tornasole, il nostro specchio segreto, il nostro lato oscuro (ma non troppo). Durante il film ridiamo poco, perché il protagonista Pierfrancesco Zalone ci somiglia troppo, con la sua mania per le griffe, il suo finto buonismo, la sua smania di seguire i trend del momento, il suo fascismo di ritorno e la sua incapacità di apprezzare la tradizione, la semplicità e la bellezza.

Checco Zalone sono io, sei tu, siamo noi, ed è per questo che quando usciamo dal cinema ci rendiamo conto che abbiamo riso meno di quanto pensavamo, che avvertiamo un certo disagio, quasi un fastidio, e che non possiamo fare a meno di dire la nostra opinione sul film, quasi a voler esorcizzare il momento catartico che stiamo vivendo.

Un film, un buon film, prima ancora che intrattenerci, divertirci ed appassionarci, dovrebbe farci riflettere, e in questo senso il film Tolo Tolo centra perfettamente l’obbiettivo. È impossibile infatti uscire dalla sala senza quella sensazione di amaro in bocca, le idee un po’ confuse e la voglia di capire perché il film inneschi questi strani effetti.




La Copertina d’Artista – Simply the best 2019


Il busto di un uomo riempie totalmente lo spazio visivo della Copertina d’Artista di questo dicembre.

È una strana prospettiva quella che ci offre l’artista di questo mese, DES, al secolo Giuseppe De Simone (classe 1968), volutamente ci nasconde la testa e quindi la faccia dell’uomo, quasi a voler impedire una qualsivoglia identificazione o riconoscimento. Ma, d’altra parte, l’artista ci offre una grande quantità di indizi per provare ad azzardare qualche ipotesi, se non sull’identità del nostro protagonista, quantomeno sulla sua nazionalità.copertina-dartista-dicembre-2019-sd

Per aiutarci, o forse confonderci, o entrambe le cose, DES utilizza la tecnica dell’assemblage, componendo la sua opera con vari materiali, per lo più recuperati. Anche la scelta dei materiali non sembra casuale, il corpo del nostro soggetto è fatto di cartoni o carta pacco riciclata ed incollata su un supporto, riciclato anch’esso. Il colore e la consistenza del materiale scelto danno un effetto simile ad un collage, o meglio ad un “patchwork”. Il tutto alla fine sembra il corpo asciutto di un immigrato segnato dalla fatica, dalla fame e dalle cicatrici.

L'artista di questo numero: DES, Giuseppe De Simone.
L’artista di questo numero: DES, Giuseppe De Simone.

Ma, ancora più emblematici, anche se non chiarificatori, sono gli altri elementi che l’artista inserisce sul suo assemblage, primo fra tutti il grande cuore di pezza letteralmente graffettato sul corpo del nostro protagonista, che, non tanto per forma, ma per tipologia e materiali, ricorda in maniera impressionante le stelle gialle di pezza che i nazisti cucivano sui pigiami degli Ebrei nei campi di concentramento.

In alto, sulla sinistra del cuore (a destra per chi guarda l’opera), è attaccata la silhouette di un angioletto, un amorino forse, che suona la tromba; ed anche qui la scelta operata dall’artista è interpretabile in maniere differenti, l’angioletto può essere portatore di buone novelle, ma può anche essere l’angelo dell’apocalisse che suona la sua tromba e preannuncia la fine del Mondo.

Sul collo del soggetto è collocata una collana, anche questa fatta con materiali poveri: il ciondolo sembra una sorta di esca sintetica per la pesca e la collanina sembra quella dei tappi dei lavandini. Infine, il supporto usato dal nostro artista è una tavola sul cui sfondo risaltano i simboli internazionali del riciclo, con un omino stilizzato che butta i rifiuti ed il n° 6 all’interno di un triangolo di frecce.

La domanda, allora, come sempre, è: cosa vuole dirci l’artista???

Forse vuole dirci che non importa la nazionalità del nostro protagonista, non conta la sua identità, conta solamente la sua condizione, la sua umanità, conta solo l’amore con cui noi spettatori guardiamo quest’immagine. Sì, forse la risposta al significato dell’opera è l’amore, quell’amore universale ed incondizionato che dobbiamo ad ogni nostro simile, ad ogni essere umano. Sì, forse la risposta, l’unica possibile, alla domanda posta sopra è l’amore, quello con la “A” maiuscola, l’Amore Supremo che è anche il titolo scelto per l’opera da DES.

Forse, azzardando ancora di più la nostra interpretazione, l’opera di Giuseppe De Simone è uno specchio, o meglio uno di quei pupazzi di cartone o plastica che si trovano nei parchi divertimenti, quelli usati per farsi le fotografie e che sono il corpo di questo o quel personaggio dei cartoni animati o dei fumetti, ma senza testa, in maniera che chiunque voglia farsi una foto possa mettere la sua faccia al posto di quella del pupazzo stesso.

Scopri il nuovo numero > Simply the best

Allora chissà, il messaggio ultimo che l’opera “Amore Supremo” di DES vuole darci è che l’altro, chiunque sia, l’altro sono io, sei tu, l’altro siamo noi.

Made in italy, 2015.
Made in italy, 2015.

DES, Giuseppe De Simone nasce a Cosenza nel 1968, ma vive e opera a Taranto.

Artista autodidatta dotato di un potente talento visionario, si interessa fin da giovanissimo all’arte, di cui esplora tutti gli stili, le tecniche ed i linguaggi, passando agevolmente dalla scultura alla pittura e all’assemblage. Le sue opere manifestano il suo eclettico girovagare fra stili e forme, la sua ricerca è una sintesi armoniosa di contrasti, le sue opere che richiamano sia la Pop art, sia il Dada, sia l’Arte povera, sono filosofiche dichiarazioni dell’ambivalenza insita nell’uomo: profondità ed elevazione, luce ed ombra, movimento e immobilità, bene e male.

Per informazioni e per contattare l’artista DESGiuseppe De Simone:
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Simply the best – L’editoriale di Raffaello Castellano


Raffaello CastellanoCosa rimarrà di questo secondo decennio del nuovo secolo?

Quali sono le parole che nel 2019, e negli ultimi anni, sono diventate il bagaglio o il fardello di noi viaggiatori del terzo millennio?

Sono diverse le parole che ci hanno accompagnato, rintronato e confuso nei secondi anni ‘10 del 2000. Fra le tante: immigrazione, terrorismo, Brexit, Trump, ecosistema, riscaldamento climatico, antropocene, violenza di genere, fake news, pseudoscienza, innovazione, intelligenza artificiale, Marte, etc., etc.. Per ognuna di esse c’è una definizione, ma innumerevoli spiegazioni o cause, molte delle quali controverse e ancora dibattute.

Secondo me sono almeno tre le parole a cui prestare più attenzione: fake news, riscaldamento climatico e intelligenza artificiale; state pur certi che intorno a questi tre concetti si giocheranno le sorti del nostro futuro sia come individui che come specie.

A ben vedere tutte e tre queste parole sono legate al progresso e all’innovazione tecnologica che negli ultimi 20 anni ha fatto passi da gigante, correndo all’impazzata e lasciandoci spesso indietro ad arrancare. Inoltre, ognuno dei termini che ho scelto è collegato a molti altri della lista e di altre liste; prendete ad esempio “riscaldamento climatico”: da essa derivano parole come terrorismo, immigrazione ed ecosistema.

Foto di Free-Photos da Pixabay
Foto di Free-Photos da Pixabay

Insomma il prossimo anno ed il prossimo decennio che si stanno per aprire rappresenteranno per tutti noi abitanti della terra sia un problema che un’opportunità. Dovremo, come in ogni aspetto della vita, operare delle scelte dalle quali dipenderanno e deriveranno conseguenze più o meno gravi e profonde che adesso possiamo solo immaginare.

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Molte di queste parole sono state l’argomento delle nostre uscite mensili, infatti dal maggio del 2014, cioè da quasi 6 anni, il nostro magazine è on line ogni fine mese con un argomento sempre diverso, che pesca sia dalle tematiche della nostra mission, come comunicazione, marketing, social media, economia, innovazione, nuove tecnologie, sia da quelle di più stringente attualità.

Permettetemi di dire che, in un mercato editoriale dove la maggior parte dei giornali chiude, anche sul web, il fatto che da 5 anni e mezzo, dopo 68 numeri e più di 1000 articoli pubblicati (all’uscita di questo numero) noi altri si guardi al futuro con speranza e coraggio è un fatto non solo positivo ma estremamente raro. Quest’anno, insieme all’amico e collega Ivan Zorico ed ad un manipolo di irriducibili collaboratori vogliamo non solo continuare a fare le cose già fatte, e che i nostri lettori hanno dimostrato di apprezzare, ma vogliamo lanciarci in nuove sfide e cogliere altre opportunità.

Foto di Arek Socha da Pixabay
Foto di Arek Socha da Pixabay

Abbiamo cominciato già da qualche mese con la prima delle novità, la rubrica video “Il sonno della Ragione, che vede impegnati da una parte il sottoscritto e il nostro storico collaboratore Armando De Vincentiis, dall’altra lo stesso Ivan Zorico che si occupa di tutti gli aspetti legati alla postproduzione, alla grafica e al montaggio. La nuova rubrica rappresenta l’occasione per il nostro magazine di intercettare nuovi “lettori” sul canale You Tube e, soprattutto, di gettare uno sguardo fresco, nuovo e sopratutto rigoroso su tutto quel mondo che va sotto il nome di “pseudoscienza”.

Ancora più impegnativa sarà la sfida che ci accingiamo a intraprendere nei prossimi mesi: dopo 5 anni e mezzo di storia il nostro magazine e l’Associazione Culturale Smart Media che lo edita hanno deciso di aprire il “settore formazione”, promuovendo attraverso il know-how dei suoi collaboratori una serie di corsi sulle tematiche più attinenti alla nostra filosofia.

Insomma, per tornare al principio di questo editoriale e per chiudere il cerchio delle mie considerazioni, cosa ci dobbiamo aspettare dal nuovo decennio?

Foto di Gerd Altmann da Pixabay
Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Credo che il futuro, il nostro “comune futuro” sia, nonostante i pericoli e le insidie, pieno di possibilità ed opportunità, credo che il nostro futuro sia quanto mai aperto, come ci ha ricordato già il secolo scorso il filosofo austriaco Karl Raimund Popper:

“Il futuro è molto aperto, e dipende da noi, da noi tutti. Dipende da ciò che voi e io e molti altri uomini fanno e faranno, oggi, domani e dopodomani.
E quello che noi facciamo e faremo dipende a sua volta dal nostro pensiero e dai nostri desideri, dalle nostre speranze e dai nostri timori.
Dipende da come vediamo il mondo e da come valutiamo le possibilità del futuro che sono aperte.”

Buona lettura, buon anno e buona vita a tutti voi.

Raffaello Castellano
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Gli imperdibili: i 5 film di Natale che dovete assolutamente vedere


Come molti sanno il Natale è il periodo più importante per l’industria cinematografica: tutta la filiera è in fermento, dai produttori ai distributori, dagli esercenti fino agli spettatori finali.

Infatti le uscite e le anteprime più importanti, sia italiane che mondiali, vengono programmate proprio in questo magico periodo.

Anche i network televisivi ripropongono grandi classici e prime visioni a tema natalizio da metà novembre ai primi di gennaio; i dati di ascolto infatti hanno un’impennata proprio in questo periodo, in virtù del fatto che il freddo e la voglia di riunirsi con la famiglia e/o gli amici per serate di gioco e cene porta molta gente a rimanere a casa, dove i televisori rimangono sempre accesi.

Negli anni molte pellicole sono diventate degli autentici tormentoni natalizi, e risulta alquanto difficile stilare una lista dei migliori 5 film da vedere assolutamente, nondimeno vogliamo provarci lo stesso, spaziando fra quelli che a noi di Smart Marketing sono rimasti nel cuore e cercando di prendere in considerazione quanti più generi possibili, nonostante sia la commedia a farla da padrona.

Cominciamo allora!

1°) Una poltrona per due (di John Landis, USA, 1983)

Per chi ha tra i trenta è i quarantacinque anni è senza dubbio questo il film natalizio più famoso e atteso di sempre. Il film narra le vicende di due personaggi agli antipodi nell’America reaganiana, il ricco agente di borsa Louis Winthorpe III, dai modi altezzosi, e Billie Ray Valentine, un senzatetto, imbroglione ed insolente, che a seguito di una scommessa dei fratelli Mortimer e Randolph Duke (datori di lavoro di Winthorpe) si vedranno scambiate le loro vite con risvolti, come si può intuire, davvero esilaranti. Nei ruoli dei due protagonisti troviamo i due brillanti attori Dan Aykroyd (Louis Winthorpe III) e Eddie Murphy (Billie Ray Valentine) perfettamente calati nelle parti e in piena sintonia.

In principio i due protagonisti dovevano essere rispettivamente Gene Wilder e Richard Pryor, con quest’ultimo che dovette rifiutare per un serio incidente. Fu allora che gli sceneggiatori e il regista presero in considerazione l’astro nascente Eddie Murphy che, ottenuta la parte, fece pressione affinché il ruolo di Winthorpe fosse dato ad un altro attore per non essere considerato il rimpiazzo di Pryor, in quel sodalizio artistico che si andava consolidando fra la coppia Wilder-Pryor. Si ride molto, ma il film è in controluce una critica abbastanza caustica, per non dire feroce, all’America degli yuppies, arrivista, cinica e spietata sotto la presidenza di Ronald Reagan.

Il film è diventato un classico natalizio soprattutto in Italia, complice sia l’ambientazione della pellicola stessa, sia soprattutto a causa della consuetudine di inserire il film nei palinsesti delle feste natalizie fin dal 1989. Dal 1997 “Una poltrona per due”, viene trasmesso regolarmente su Italia1 la sera della vigilia. Se volete sapere altre curiosità qui trovate la nostra recensione.

2) The Family Man (di Brett Ratner, USA, 2000)

Il film racconta le vicende di Jack Campbell, uno squalo di Wall Street che vive in un attico a New York, frequenta bellissime modelle e guida una Ferrari. Il giorno di Natale, dopo aver sventato una sorta di rapina in un negozio di alimentari la sera della vigilia, a Jack viene offerta la possibilità di vedere cosa sarebbe stata la sua vita se, 13 anni prima, invece di andare a studiare economia a Londra fosse rimasto con la sua fidanzata Kate Reynolds. Il 25 dicembre, in effetti, Jack Campbell si risveglia nel letto, in una casa della periferia nel New Jersey, con affianco la moglie Kate e due figli. Jack scoprirà che il suo gesto altruistico della vigilia gli ha permesso di dare un’occhiatina a come sarebbe stata la sua vita se non avesse sacrificato tutto per il successo ed il potere.

Il film da una parte rilegge e riscrive il classico “Canto di Natale” di Charles Dickens e dall’altra si ispira per atmosfere e tematica di fondo al superclassico “La vita è meravigliosa” di Frank Capra, che dal 1946 è il vero capostipite dei tormentoni di Natale. Perfetti i due attori protagonisti, con un Nicolas Cage che interpreta un Jack Campbell prima cinico e poi stralunato e un po’ goffo e la splendida Téa Leoni che interpreta una Kate Reynolds forte ed appassionata.

Sì, il film è una favola un po’ melensa e buonista, ma in realtà parla di seconde occasioni e dei bivi che incontriamo sul percorso delle nostre vite. Seconde occasioni e strade che non sempre cogliamo e percorriamo, e allora ben venga un film come questo, che a Natale ci ricorda che una famiglia è meglio di una Ferrari e che l’amore è l’unico traguardo a cui dovremmo ambire. Se volete sapere altre curiosità qui trovate la nostra recensione.

3) La Vita è meravigliosa (di Frank Capra, USA, 1946)

Lo abbiamo appena citato, ed eccolo qui il più classico fra i classici di Natale: La Vita è meravigliosa racconta di George Bailey, un uomo generoso ed altruista, che per aiutare gli altri, famigliari, amici e comunità, ha rinunciato ai suoi sogni e che la sera della vigilia di Natale, in previsione del fallimento della sua piccola società per debiti non onorati, decide di farla finita gettandosi da un ponte. Nevica copiosamente, fa molto freddo e George è ubriaco e disperato, ma proprio mentre si sta per gettare nel fiume un uomo, un certo Clarence, si butta in acqua prima di lui, costringendo il nostro protagonista a gettarsi a sua volta per salvarlo. Una volta scampato il pericolo si scoprirà che Clarence è un angelo custode di 2° classe (ancora senza ali) che è stato inviato sulla terra per impedire a George di suicidarsi e mostragli che cosa sarebbe stata la vita delle persone a lui care se lui non fosse mai esistito.

Insomma, Clarence offre a George una sbirciatina in un mondo alternativo, dove il nostro protagonista scopre come le sue innumerevoli buone azioni e i suoi sacrifici per gli altri hanno plasmato la vita delle persone a lui care, rendendole esseri umani migliori. Insomma, si rende conto di come tutti e tutto siano collegati ed interdipendenti e quanto la sua vita sia stata significativa.

Il film è diretto da uno dei massimi registi della Hollywood dei tempi d’oro, Frank Capra, che con i suoi film ispiratori ha plasmato, più di qualunque altro regista, quell’american way of life fatto di ottimismo, fiducia, speranza e voglia di riscatto, in un periodo fra gli anni ’30 e ’40 del secolo scorso in cui l’America cercava di riprendersi dalla grande depressione. I protagonisti sono una delle coppie d’oro del cinema classico, James Stewart (nei panni di George Bailey) e Donna Reed (nei panni di Mary Hatch Bailey), con l’angelo di seconda classe Clarence interpretato da un Henry Travers, neanche a dirlo, in stato di grazia.

Il film riceverà 5 candidature agli Oscar e il suo impatto culturale sarà immenso. Due esempi fra i tanti possibili: l’Enciclopedia Britannica ha inserito questo film fra i sinonimi della parola Natale; nel 1987 un giudice della Florida ordinò la visione del film, come parte della pena, ad un imputato che aveva ucciso la moglie gravemente malata e aveva tentato poi il suicidio. Un film da vedere e rivedere, che pone al centro del suo sguardo la sacralità dell’individuo.

4) Babbo bastardo (di Terry Zwigoff, USA-Germania, 2003)

Qui siamo di fronte ad un film sul Natale sui generis e politicamente scorretto. La pellicola narra della coppia di ladri specializzati nel derubare centri commerciali il giorno di Natale, facendosi assumere come Babbo Natale ed elfo. Marcus (l’attore Tony Cox) è affetto da nanismo ed è il basista della squadra e naturalmente l’elfo; Willie (uno straordinario Billy Bob Thornton) invece interpreta un Babbo Natale con gravi problemi di alcolismo.

Decisi a svaligiare l’ennesimo centro commerciale, i due balordi, fattisi assumere, cominciano a studiare planimetrie, orari e abitudini degli altri impiegati. Le cose prendono una piega diversa quando un giorno, fra i bambini venuti ad incontrare Babbo Natale, arriva Thurman Merman (l’attore Brett Kelly), ingenuo, credulone e con problemi di obesità, che instaurerà con Babbo Natale (credendolo vero) un rapporto che piano piano diverrà autentico e trasformerà, in meglio, entrambi i protagonisti. Il film dapprima prende in giro il buonismo tipicamente natalizio, ma poi mette in scena la trasformazione, anzi l’evoluzione dei due protagonisti, che imparano ad affrontare le sfide della vita o i propri demoni interiori attraverso una vera amicizia.

All’inizio il ruolo di Babbo Natale doveva essere affidato a Bill Murray, che non poté accettare perché aveva firmato il contratto per Lost in Translation. Il ruolo da protagonista fu poi offerto a Jack Nicholson che, benché interessato, dovette rifiutare sempre per problemi di lavoro. Billy Bob Thornton regalerà al personaggio un carattere cinico, disincantato e perfido al punto giusto, che farà la fortuna del film e darà una decisa impennata alla sua carriera. Il lungometraggio merita una visione proprio in virtù della sua originalità, una commedia nera che rappresenta quasi un unicum nel settore delle pellicole natalizie: si ride tanto e si riflette abbastanza, cosa volere di più da un film?

5) Nightmare Before Christmas (di Henry Selick e Tim Burton, USA, 1993)

Anche qui siamo di fronte ad un grande classico. Questo film di animazione in stop motion è nato dalla mente geniale di Tim Burton quando ancora lavorava come animatore per la Disney. Burton disse che l’idea per il soggetto gli venne un giorno, quando vide un negoziante, all’approssimarsi delle festività natalizie, che rimuoveva le decorazioni di Halloween per fare spazio a quelle di Natale. Fu in quel momento che prese forma il soggetto di un film che combinasse entrambe le festività. All’inizio la storia divenne una poesia illustrata che l’autore propose alla Disney, che la rifiutò a causa dei temi e dei toni decisamente dark che non si ritennero adatti ad un pubblico di bambini. Dopo il successo di pellicole come Edward mani di forbice (1990) e Batman – Il ritorno (1992), Burton rimise mani al progetto di Nightmare Before Christmas, affidando la regia al suo amico e socio Henry Selick, che girò il film con l’intento di realizzare un classico di Natale.

La storia narrata è quella del paese immaginario di Halloween, dove risiedono tutti i mostri della festività. Questo paese è governato dal re delle zucche, Jack Skeletron, uno scheletro alto due metri con la testa a forma di zucca trapuntata, il cui compito principale è organizzare ogni anno la festa di Halloween. Negli ultimi tempi però Jack è stanco ed annoiato di organizzare sempre la stessa festa e di seguire lo stesso copione ed un giorno si imbatte per caso in un portale che lo trasporta in un altro mondo, il nostro, dove vede gli esseri umani intenti ai preparativi per le feste di Natale. Jack rimane folgorato dal clima e dallo spirito natalizio e, tornato nel suo mondo, decide di organizzare insieme a tutti i suoi abitanti la prima festa di Natale nel paese di Halloween. Ovviamente i risultati saranno comici e del tutto imprevedibili.

Il film fu un ottimo successo di botteghino sia nel mercato statunitense che nel resto del mondo e, da allora, è diventato un classico dei palinsesti natalizi, registrando sempre ottimi indici d’ascolto ad ogni passaggio televisivo. Il film merita di essere visto perché miscela grottesco e poesia, toni dark e buoni sentimenti, in perfetto stile burtoniano.slider-articolo-hd

Questi 5 sono secondo noi i film natalizi che dovete assolutamente vedere: certo nella lista mancano tanti altri classici del Natale, ma, si sa, ogni lista è, per forza di cose, una sintesi e qualche volta rimangono fuori grandi capolavori.

Noi di Smart Marketing vi abbiamo proposto un elenco che contiene: l’immancabile tormentone (Una poltrona per due); la storia natalizia che mette in scena il dualismo avere o essere (The Family Man); il classico di Natale per antonomasia (La vita è meravigliosa); la storia più politicamente scorretta e sui generis sul Natale (Babbo bastardo); uno dei più originali e magici film di animazione a tema natalizio (Nightmare Before Christmas).

E voi? Quale è la vostra top 5? Quale è il film di Natale che vi ha fatto sognare, tornare bambini e divertito? Fatecelo sapere.




Il Natale che verrà – L’editoriale di Raffaello Castellano


Raffaello CastellanoCon il 29 novembre, e l’arrivo del Black Friday, possiamo dire anche noi che il Natale 2019 è veramente iniziato.

Anche se, a dire il vero, sono settimane che, sulla scia delle grandi compagnie di e-commerce, molte catene di supermercati, abbigliamento, elettronica, etc., ci bombardano con campagne promozionali incentrate sul Black Friday.

Insomma, una ricorrenza tutta americana, che segue il Giorno del Ringraziamento (l’ultimo giovedì di novembre), che ha attecchito nel nostro paese da poco più di 10 anni ed è diventata popolare da meno di 4, sta trasformando la ricorrenza del Natale in un appuntamento sempre più connotato dal consumismo più sfrenato. Il tutto a scapito di quella ricerca di spiritualità, vicinanza, comunione, condivisione e amore che il Natale dovrebbe innescare e favorire in tutti noi.

Allora, cosa vuol dire? Che la nostra vita è oramai segnata, che anche queste feste natalizie 2019 saranno l’occasione per riempire le nostre pance senza ritegno, stordirci con brindisi pantagruelici, svuotare i nostri portafogli e riempire i conti in banca delle solite multinazionali?

Purtroppo ho paura di si! E credo, onestamente, che a nulla serviranno i consigli alla moderazione, gli inviti ad uno stile di vita più austero o gli appelli alla ricerca di spiritualità, comunione e condivisione.

Infatti, se volete vedere la vittoria più schiacciante che il consumismo più sfrenato ottiene sui valori più autentici dell’uomo, allora dovete volgere lo sguardo proprio al periodo natalizio.

Foto di Виктория Бородинова da Pixabay
Foto di Виктория Бородинова da Pixabay

Mai come in questo periodo dell’anno la pubblicità, i negozi, i brand, le vetrine, le luci e tutto il resto della scenografia operano per dimostraci che la “felicità” non sia qualcosa che vada ricercato, attratto, scoperto o costruito; no, la felicità è qualcosa che posso acquistare alla modica cifra che le mie finanze mi possono consentire. La felicità un tanto al chilo insomma, più o meno cara, a seconda delle mie disponibilità finanziarie, una felicità prêt à porter, d’alta gamma o super lusso, tutto comodamente a portata del mio smartphone e del mio conto in banca.

Inutile dire che questa felicità è effimera, illusoria e, quando non è amara, quantomeno di sicuro è salatissima.

Ma chi mi conosce sa bene quanto sia testardo, quindi io non mi arrendo e, benché sia consapevole che i miei consigli rimarranno per lo più inascoltati, ve li voglio dare lo stesso. Saranno pochi e semplici, ma come tutte le cose semplici saranno i più difficili da mettere in pratica.

Consiglio n°1: approfittate del Natale per riunirvi con la vostra famiglia, quella di sangue, quella nucleare, quella allargata, quella degli amici o quella della vostra comunità, non importa, ma circondatevi delle persone che amate, sono loro il regalo più grande che farete quest’anno e il più grande che riceverete.
Consiglio n°2: fate i vostri regali con il cuore, non con i vostri portafogli, cercate di ricordare quanto era bello quando eravate bambini e confezionavate i regali per la mamma e il papà a scuola con le maestre. Si, sto parlando di quegli orribili centrotavola o svuota tasche fatti con le mollette o le stecche dei gelati. Erano bruttini, ma per i vostri genitori, e per voi, erano la misura più grande che il vostro amore poteva colmare, erano strutture fragili, ma contenevano tutto il vostro cuore.

Foto di Alexas_Fotos da Pixabay
Foto di Alexas_Fotos da Pixabay

Consiglio n° 3: se proprio dovete acquistare degli oggetti, fatelo con attenzione, non comprate d’impulso ma con la testa, ricordate che il vostro cervello contiene, con buona pace di Google, ancora l’algoritmo più complesso del Mondo. E soprattutto ricordate che le commesse ed i commessi dei negozi sono esseri umani come voi, rispettateli e trattateli con gentilezza; questo mese di shopping sfrenato esaurisce non solo i vostri conti ma anche la loro pazienza.
Consiglio n°4: approfittate delle feste per miglioravi umanamente, fate esperienze nuove, la settimana bianca è out, impegnatevi in una qualche opera sociale: servire il pasto ad una mensa dei poveri potrebbe essere l’esperienza più significativa e trascendentale della vostra vita. Insomma, se donerete voi stessi quello sì che sarà un regalo vero ed originale.
Consiglio n°5: in ultimo, le feste natalizie possono essere l’occasione per accrescere i propri orizzonti culturali, approfittate di film, libri, teatro e musica a più non posso, e osate, non battete sempre gli stessi sentieri, non abbiate paura, il viaggio di scoperta, quello vero, comincia quando vi siete persi e cercate la strada per tornare a casa. Perché ciò che in definitiva vi fa crescere, maturare, migliorare ed evolvere è il viaggio stesso.

Cosa altro dirvi, se non augurarvi buona lettura con i nostri articoli e Buone Feste di vero cuore?

Raffaello Castellano