Ci sono alcuni film che, visti e rivisti più volte nell’arco degli anni, finiscono per diventare iconici ed assumono nella nostra memoria un ruolo predominante: il loro ricordo è vivido, scolpito, ingombrante quasi, e, pure col passare degli anni, l’oblio non li tocca minimamente, rimangono lì fieri, potenti e irremovibili, eterni potremmo dire.

Appartengo ad una generazione, quella nata negli anni ‘70 del secolo scorso, che è cresciuta in un immaginario cinematografico, ma pure televisivo, particolarmente fecondo, opulento verrebbe da dire; i film che vedevo al cinema, ma soprattutto in casa con i miei genitori, sono quelli che hanno formato il mio immaginario, il mio gusto cinematografico e dato, letteralmente, forma alla mia memoria.

Sono stato iniziato all’arte cinematografica dai gusti dei miei genitori, soprattutto da quelli di mio padre.

Penso ai film di Sergio Leone, di Stanley Kubrick, di Alfred Hitchcock, di Steven Spielberg, ma pure agli attori ed attrici come Gian Maria Volontè, Sofia Loren, Totò, Peppino de Filippo, Anna Magnani, Vittorio Gassman, John Wayne, Yul Brynner, Charles Bronson, Marilyn Monroe, Charlton Heston e soprattutto Sean Connery.

Lo spazio che Sean Connery occupa nei miei ricordi, e nel mio immaginario, fin da quando ero un cinefilo in erba, è speciale, perché è legato ad una serie di film che ha accompagnato tutto l’arco della mia crescita. Ovviamente sto parlando della serie di film dell’Agente 007, alias James Bond, tratti dai romanzi dello scrittore britannico Ian Fleming e trasposti su pellicola già dal 1962.

Quella dei 007 è la serie cinematografica più longeva di tutti i tempi, fino ad ora sono stati prodotti 25 film, tenendo presente solo quelli “ufficiali”, perché ci sono anche quelli “apocrifi”, e fra questi almeno tre sono degni di nota: il primo è “Casino Royale” 3° episodio della 1° stagione della serie antologica statunitense “Climax!”, che addirittura è del 1954, con James Bond interpretato da Barry Nelson che è, in assoluto, il primo attore a impersonare lo 007 cinematografico/televisivo; poi c’è “James Bond 007 – Casino Royale” del 1967, film parodia con David Niven nei panni dell’agente segreto; ed infine “Mai dire mai” del 1983, un remake apocrifo di Thunderball: Operazione tuono, 4° film della serie ufficiale, con Sean Connery a ri-vestire lo smoking di James Bond 12 anni dopo l’ultimo suo film “ufficiale”.

Non ricordo quanti anni avessi quando vidi i primi film di 007, saranno stati 8, forse 10, mi vengono alla mente alcune scene come se fossero le sequenze di un mio ricordo, o di un mio sogno. Rammento quest’attore aitante ed atletico (Sean Connery era alto 1,88 m), vestito in maniera elegante, che dice, interrogato sul suo nome, “il mio nome è Bond, James Bond”. Ricordo una donna bellissima che esce dalle acque del mare con un bikini e un coltello alla cinta, la splendida Ursula Andress (Agente 007 – Licenza di uccidere 1963). Ricordo soprattutto una bellissima donna stesa su di un letto, coperta interamente di vernice d’oro (Agente 007 – Missione Goldfinger 1964). Sono immagini così forti, come tutte quelle della nostra infanzia, che sembrano risalire a massimo uno, due mesi fa, e non certo ad un passaggio televisivo di inizio anni ’80, di circa 40 anni fa, ma è questa la magia, spesso sottovalutata, del cinema: la sua capacità di creare ricordi, di diventare memoria, non una memoria qualsiasi, ma la nostra parte più intima e profonda.

La morte di Sean Connery, avvenuta il 31 ottobre scorso, mi ha lasciato una profonda tristezza unita alla paura che, adesso che questo attore non c’è più, anche il suo ricordo possa pian piano affievolirsi e svanire; avrei voluto scrivere questo articolo prima di adesso (8 novembre 2020), ma avevo bisogno, in un certo modo, di elaborare il lutto, riorganizzare le idee, capire da che punto di vista affrontare questo articolo, che avrebbe dovuto essere il classico coccodrillo, ma che adesso è diventato qualcosa di diverso, forse un omaggio a questo mito del cinema che, come ha detto l’amico Domenico Palattella in un altro pezzo, ma riferendosi a Gigi Proietti: Ah, ma dunque anche i Miti muoiono?”.

Purtroppo la risposta è sì, anche i miti possono morire, ma più che di miti, nel caso di Sean Connery io parlerei di “icona”, perché questo straordinario attore è stato un’icona del cinema ed allo stesso tempo un’icona dell’agente segreto, dell’idea stessa che di agente segreto abbiamo più o meno tutti noi.

Eppure, nonostante questo suo essere così iconicamente un agente segreto, Sean Connery seppe nella sua lunghissima carriera staccarsi dall’ingombrante personaggio di James Bond e interpretare splendidi ruoli per i più grandi registi della sua generazione.

Come dimenticare le sue interpretazioni in film come “Marnie” del 1964, di Alfred Hitchcock, od ancora il suo ruolo di Zed nel film di culto “Zardoz” del 1974, di John Boorman, o ancora il suo Daniel Darvot in “L’uomo che volle farsi re” del 1975, di John Huston, oppure il suo ruolo del frate Guglielmo da Baskerville nello splendido “Il nome della Rosa” del 1986, di Jean-Jacques Annaud, o il suo Jimmy Malone, il ruvido, ma simpatico poliziotto irlandese nello straordinario “Gli intoccabili” del 1987, di Brian De Palma, che gli farà vincere l’unico Oscar della sua carriera, quello per attore non protagonista.

50 anni di carriera, oltre 65 film, contando solo quelli per il grande schermo, una carriera iniziata nel 1954 e conclusasi nel 2003 con il ritiro dalle scene, con la sua interpretazione dell’anziano soldato e tiratore scelto Allan Quatermain in “La leggenda degli uomini straordinari” di Stephen Norrington, sono questi i numeri, solo alcuni, che ne hanno fatto un’icona del cinema.

Un uomo straordinario, come quello interpretato nel suo ultimo film, un attore immenso, un volto familiare, che è stato, per le diverse generazioni che lo hanno conosciuto, prima il bel seduttore, poi il sex symbol, poi l’uomo posato ed affidabile ed infine il nonno che tutti avremmo voluto avere.

Con Sean Connery se ne va una delle ultime icone del cinema classico hollywoodiano, ma i suoi film, non solo quelli di 007, ma anche tutti gli altri, che vi invitiamo a scoprire e/o riscoprire, sono i segni, i simboli e le tracce che questo attore ci consegna affinché con lui non se ne vada anche il suo ricordo e il suo lascito, che ha nutrito e deve continuare a nutrire il nostro immaginario collettivo.

Perché Sean Connery è un’icona che appartiene a tutti noi e la “leggenda di questo uomo straordinario” deve continuare a vivere, prima che nei festival, nelle retrospettive e nei passaggi televisivi, nei nostri occhi e nei nostri ricordi.

Ciao Sean, noi continueremo a vederti oggi e per sempre.

 

 

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