Si dice spesso che siamo un Paese senza memoria. Frastornati da salotti più o meno politici, piazze populiste, partite di calcio, reality e talent televisivi, l’Italia (come pure l’intero Occidente) sta lentamente, ma inesorabilmente, recidendo le proprie radici, smarrendo la propria identità, sfarinando il proprio avvenire.

Il cinema, più e meglio di altri media, si è spesso rivelato un ottimo “archivio” per supportare le nostre fragili memorie. Questo in virtù del suo essere un mezzo di comunicazione che codifica il suo messaggio in forme e canali diversi: l’immagine, il suono, i dialoghi, la recitazione.

Qualunque film, a suo modo, è un archivio ed un’antologia di un dato momento storico che può essere più o meno lungo, ma c’è un genere cinematografico che più di altri assolve questo compito più compiutamente e naturalmente: è quello documentario.

senza-titolo-168Durante l’ultimo Festival Internazionale del Cinema Documentario “Marcellino De Baggis”, svoltosi a Taranto dal 3 al 7 maggio, e complice un concomitante corso di aggiornamento professionale, mi sono goduto una serata di proiezioni del cosiddetto cinema del reale, imbattendomi in un film che mi ha davvero colpito, sia  per la storia che raccontava, di cui non sapevo quasi nulla, sia perché rappresenta uno di quei film che ci riconnettono con la nostra storia recente, disinnescando quell’oblio che pare diventato un vero e proprio buco nero.

Il documentario è “Sassi nello Stagno”, opera prima del regista Luca Gorreri, nativo e cittadino di Salsomaggiore, che racconta l’ascesa ed il declino del Salso Film & TV Festival, che dal 1977 fino al 1991, per 14 edizioni, rappresentò un evento cinematografico di riferimento per un pubblico numeroso, appassionato e curioso.

Il festival era nato come “Incontri cinematografici di Monticelli Terme”, in seguito divenne “Incontri cinematografici di Salsomaggiore”, poi “Salso Film & Tv Festival” ed infine “Cinema Art Festival”. Fin dall’inizio fu una vetrina importante per un certo cinema sperimentale e d’autore, ma pure palco prestigioso per autori, attori e registi di fama internazionale, fra i quali Bernardo Bertolucci, Jean-Luc Godard, Samuel Fuller, Jim Jarmusch, Pedro Almodovar, Aki Kaurismaki, Otar Ioseliani e Amos Gitai.

postersassinellostagnoInoltre al Festival parteciparono molti giovani registi, che poi sarebbero diventati autori apprezzati, come Silvio Soldini, Marco Tullio Giordana, Fiorella Infascelli, Marco Bechis.

Nel documentario “Sassi nello Stagno” il tutto prende avvio con la più classica delle cartoline su Salsomaggiore, importante e rinomata località termale e turistica che fra le altre cose fu la sede storica del concorso di bellezza nazionale, quel “Miss Italia” che ancora di più avrebbe sdoganato questa località presso un pubblico sempre più numeroso.

Ma, dopo l’inevitabile cartolina iniziale, il documentario vira subito verso la tematica principale, il festival “dimenticato” di Salsomaggiore.

Per farlo l’autore intervista i tre animatori e promotori principali dello stesso: il direttore Adriano Aprà, il vicedirettore Patrizia Pistagnesi ed il segretario Luciano Recchia. Gli interventi dei tre si alternano alle interviste di testimonial prestigiosi, fra cui Enrico Ghezzi, Marco Melani, Christa Lang e Samantha Fuller.

Mentre il racconto si dispiega, scopriamo che il Festival di Salsomaggiore Terme era nato a Roma da un’idea di Giuseppe Bertolucci e dall’esperienza del famoso Filmstudio di Roma. Si parte dalle prime due edizioni  degli “Incontri cinematografici di Monticelli Terme” (1977 e 1978), attraversando i quattro anni degli “Incontri Cinematografici di Salsomaggiore Terme” (dal 1980 al 1983), passando per le sei edizioni del “Salso Film e TV Festival (dal 1984 al 1989), per giungere alle ultime due edizioni del Cinema Art Festival (1990 e 1991).

Il direttore del Festival di Salsomaggiore, Adriano Aprà.
Il direttore del Festival di Salsomaggiore, Adriano Aprà.

Il film di Luca Gorreri fin dal titolo aspira ad essere un ammonimento per la pratica “molto” italiana dell’oblio: si apre simbolicamente con l’immagine di un sasso gettato nello stagno e dei cerchi concentrici e delle increspature che crea sullo specchio d’acqua, una metafora, secondo l’autore perfetta, per delineare quello che fu questa importante manifestazione. “Il Festival di Salsomaggiore fu un sasso nello stagno. Una grande pietra miliare che scosse le acque placide e oscure dei festival e della città termale che lo ha ospitato” – ma anche il documentario stesso vuole essere un sasso – “Un secondo sasso a 25 anni di distanza dal primo che vuole, spero, smuovere le acque torbide dell’oblio in cui sono caduti il ricordo di questo innovativo Festival e lo spirito di Salsomaggiore”.

Scorrendo le informazioni sul sito del documentario www.sassinellostagnodoc.com, scopriamo che, per caso e fortuna, il regista partecipa giovanissimo all’ultima edizione del 1991, ma poi la sua vita prende altre strade, fino a quando, grazie ad una discussione con la compagna e collega Stefania Pioli (che del documentario ha curato montaggio, luci, audio, riprese aggiuntive e backstage) il festival dimenticato ritorna. Da una semplice ricerca su internet prende avvio un lungo viaggio alla scoperta di un festival che fu innovativo, di ricerca, prestigioso e che, come tutti i fenomeni culturali rivelanti, rappresentò pure uno spaccato importante del costume e della storia, non solo cinematografica, dell’Italia dal 1977 al 1991, quattordici edizioni e quattordici anni che sono stati particolarmente convulsi e cangianti per il nostro Paese.

Il film di Luca Gorreri è un film onesto, asciutto, senza fronzoli, pieno di informazioni, curiosità e fatti come un documentario dovrebbe essere e, benché sia l’opera prima del regista, già presenta elementi di maturità ed uno stile rigoroso e ricercato. Questo si evince, ad esempio, dall’incipit/metafora del sasso nello stagno e dalla poetica chiusura girata nella stazione ferroviaria di Salsomaggiore, dove un treno che parte dalla stessa rappresenta un delicato omaggio al famoso film dei fratelli Lumiere, del quale riprende il tema ribaltandone il significato. Lì dove l’arrivo del treno nella stazione e nel film dei Lumiere rappresenta l’arrivo del cinema nelle nostre vite, l’immagine del treno che lascia la stazione di Salsomaggiore rappresenta il cinema che esce dalla storia e dalla vita di questa città.

Cosa altro dire di questo gustoso film? Come tutti i documentari nasce soprattutto per insegnarci qualcosa, per istruirci, per raccontarci una storia che, forse, non conoscevamo, non credevamo o semplicemente abbiamo dimenticato. Come una lama, il documentario, qualunque buon documentario,  si fa strada nelle nostre viscere, penetra nelle nostre carni e ci ricorda che la verità, la storia, il passato possono essere dure, fredde e acuminate come un coltello, ma ci ricorda altresì che l’esercizio della memoria, collettiva e personale, è inevitabile e, una volta compiuto, è anche catartico. Perché, come diceva Honoré de Balzac:

“Se vuoi essere veramente universale, parla del tuo villaggio”.

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