L’impennata di digitalizzazione che la pandemia da Covid-19 ha portato con sé, ha riacceso le riflessioni sul Digital Divide, una problematica presente già da tempo, ma che in questo difficile periodo si è evidenziato come un divario sociale importante e decisivo nel determinare la qualità di vita dei cittadini.

Con il termine di divario digitale si indica le disuguaglianze nell’accesso e nell’uso delle ICT (information e communication technologies), distinguendo coloro che hanno la possibilità di utilizzare facilmente le tecnologie e di avere accesso ad Internet, e coloro che, per motivi economici, sociali e tecnici, incontrano delle difficoltà.

Già nel 1996, il tema fu trattato dall’allora ex vice-presidente degli USA, Al Gore, che utilizzò il termine proprio per indicare il gap esistente tra gli “information have” e “havenots”, nell’ambito del programma K-12 Education. La Rete diventa elemento fondamentale, come sottolineato dall’art.19 della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo e del cittadino, che la definisce come “una forza nell’accelerazione del progresso verso lo sviluppo nelle sue varie forme” e chiede agli Stati di “promuovere e facilitare l’accesso a Internet”, come sottolineato anche dal Rapporto ONU 2012 sulla Promozione e protezione del diritto di opinione ed espressione,

La difficoltà, o addirittura, l’impossibilità di accesso e utilizzo della Rete diventa quindi un gap che influisce sulle condizioni di vita dei popoli e che crea differenze evidenti. Il gap digitale può infatti essere “globale” se si riferisce alla differenza fra i Paesi più e meno sviluppati; “sociale” per quanto concerne le diseguaglianze all’interno di un Paese, e “democratico” se riguarda la potenzialità di partecipazione alla vita politica e sociale sulla base di un uso consapevole delle tecnologie digitali.

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La ripartenza è un tema quanto mai attuale. Dopo due anni di pandemia sentiamo il bisogno di lasciarci alle spalle questo lungo periodo complesso (tenendo quello che di buono c’è stato) e di affacciarci con ottimismo al tempo che verrà.

Secondo la Commissione Europea si può parlare di un Digital Divide di primo livello, nel caso di mancata copertura della banda larga fissa ad almeno 2 Megabit, mentre si definisce di secondo livello se vi è mancata copertura della banda ultralarga. Ma per il prossimo futuro si ipotizza la possibilità di un gap di terzo livello relativamente alle zone non coperte dalla fibra ottica.

Il fatto di vivere in quella che viene chiamata “società dell’informazione” ci porta ad evidenziare l’importanza, ma potremmo addirittura dire, la necessità, di accedere all’uso delle tecnologie digitali, e, seppure questo concetto potrebbe sembrare banale, così non è. Il lavoro si svolge sempre più online, così come la formazione, e la necessità di un livellamento digitale si avverte forte e prepotente.

Cosa stiamo facendo per colmare il gap?

Da tempo i capi di Stato si interrogano sulla soluzione al divario perché questo comporterebbe una vita migliore per i cittadini a livello mondiale. L’ambizione della riduzione del gap si è resa ancora più necessaria dopo la diffusione del virus Covid, che ha mostrato, prepotentemente, anche a Paesi più arretrati dal punto di vista tecnologico, l’importanza imprescindibile che le tecnologie hanno nella vita contemporanea.

Riflettendo sulla situazione italiana, notiamo che il nostro Paese, fino a pochi mesi fa, risultava poco incline al lavoro in remoto, ma un’emergenza di tale portata ci ha imposto di aprire gli occhi e non voltare la testa. Secondo i dati del Rapporto Bes Istat del 2021, nel Mezzogiorno il 63,4% di individui ha accesso alle tecnologie, rispetto al 72,3% del Nord e del Centro. Con l’intento di colmare questa differenza italiana è stato istituito il Ministero per l’innovazione e la digitalizzazione, la cui strategia trae ispirazione dagli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, per promuovere l’innovazione e la digitalizzazione dei servizi pubblici, l’adozione di nuove tecnologie, mettendo al centro dell’attenzione la comunità e i territori, per creare un rapporto trasparente tra cittadini e Pubblica Amministrazione.

Nell’ultimo rapporto 2020 della Commissione Europea, che ha elaborato  l’indice DESI (digital economy and society index), per valutare il livello di digitalizzazione dei paesi comunitari attraverso quattro ambiti (connettività, capitale umano, uso dei servizi Internet e integrazione delle tecnologie digitali e servizi pubblici), si evince che l’Italia si posiziona al venticinquesimo posto su ventotto paesi membri in termini di Digital Economy, dando evidenzia proprio dell’ampia disparità tra Nord e Sud.

Le recenti riflessioni circa la situazione poco rosea del Belpaese, hanno spinto verso la ricerca di soluzioni utili, una su tutte la Repubblica Digitale, iniziativa del Ministero per l’innovazione e la transizione economica, sorta con l’obiettivo di combattere il divario e favorire l’educazione sulle tecnologie. Il progetto si avvale della Coalizione Nazionale per le Competenze Digitali, composta da soggetti pubblici e privati per realizzare una cittadinanza attiva, inclusiva, democratica, e contribuire alla formazione scolastica e per i lavoratori. L’Agenda 2025 prevede di operare al fine di potenziare i diritti di cittadinanza, partecipazione consapevole e riallineamento delle competenze digitali richieste nel mondo del lavoro contemporaneo, e investimenti sulla formazione di cittadini, imprese e amministrazioni locali. L’iniziativa prevede che, attraverso il Servizio Civile Digitale, mille volontari, definiti “facilitatori digitali”, abbiano il compito di agevolare la collaborazione tra cittadini e Pubblica Amministrazione, integrandosi con l’obiettivo di investire sui giovani e la formazione.

La riduzione del gap digitale rappresenta, oltre che un modo per migliorare i servizi pubblici, una possibilità per incrementare la partecipazione dei cittadini, relativamente all’ambito lavorativo e privato, rendendo la società democratica, partecipativa e inclusiva.

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