Remote Life: sembra un nome simpatico, innovativo, un po’ futuristico, che rimanda a una vita comoda, in cui possiamo svolgere tante delle nostre attività a distanza, comodamente da casa, senza muoversi dal divano, senza stress, senza complicazioni. 

Mi conosco abbastanza da sapere che in qualunque altro momento, in qualsiasi altro periodo storico, l’idea mi avrebbe intrigato per tanti aspetti e mi avrebbe indotto a fantasticare su tutte le potenzialità della “vita con opzioni da remoto”. 

Sarà perché vivo in una regione d’Italia non particolarmente ben collegata con le altre, ma l’idea di un mondo in cui è possibile fare un po’ tutto quello che vuoi a distanza, a me attira molto. Come ho scritto in precedenti articoli di questo giornale, si incrementerebbero le opportunità lavorative e non solo, diminuirebbero le disparità legate alla geolocalizzazione di ognuno di noi, insomma a primo impatto sembra tutto positivo.

Però nel 2021 l’entusiasmo è a dir poco smorzato. Abbiamo provato l’esperienza e ci siamo trovati faccia a faccia con l’altro lato della medaglia, quello meno apprezzabile. 

Continuo a trovare un certo fascino nelle opzioni a distanza, ma inizio a nutrire al contempo una certa repulsione. Dal mio punto di vista è tutta una questione di obblighi e percentuali

Mi spiego meglio.

Poter fare tante cose a distanza sicuramente è un plus non da poco, ma intendo poterlo fare, non doverlo fare necessariamente. Nell’ultimo anno non abbiamo potuto scegliere, ci siamo dovuti piegare a questa opzione. Chiusi nelle nostra case, abbiamo scimmiottato la nostra vita di un tempo: quella reale e sociale; l’abbiamo digitalizzata fingendo che fosse più o meno la stessa cosa, cercando di ingannare anche noi stessi e convincendoci che poco era cambiato. 

E-commerce a go go, smart working, videochiamate, eventi online, tour virtuali, corsi on demand, workout in salone. Abbiamo provato a non fermarci, a continuare nelle nostre abitudini, illudendoci che fosse solo una parentesi, un periodo breve anche se difficile. 

Non è stato breve, ancora oggi non sappiamo quanto durerà e iniziamo a cambiare abitudini, a sentirci scarichi, a capire che è molto complicato continuare a fare quello che facevamo, soprattutto se obbligati a farlo in altro modo.  

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A distanza da un anno dal primo lockdown, siamo ancora qui a confrontarci con chiusure più o meno generalizzate e con abitudini di vita e di lavoro che fatichiamo ancora a fare nostre. Ecco i nostri suggerimenti per la vostra remote life.

In secondo luogo, è certamente bello poter fare alcune cose da remoto, che si aggiungono, completano e rendono più semplice la vita quotidiana normale, fatta di relazioni sociali e contatti umani. Dover trasformare tutte le nostre attività quotidiane nella loro versione digitale non può farci bene, e lo abbiamo ben sperimentato in questo anno di vita difficile e apatica. 

La trasposizione della nostra vita in digitale ci fa sentire un po’ come degli avatar. Ricordate Second Life? Il social network lanciato nei primi anni del 2000 che permetteva di avere una sorta di vita parallela digitale. Ecco a me questo ultimo anno ha dato un po’ questa impressione, ma con una grande differenza: Second Life partiva da un presupposto, che ci fosse prima di tutto una first life, una vita principale reale, normale, fatta di contatti sociali e di scambi veri. 

Avete anche voi questa impressione? E soprattutto com’è il vostro avatar digitale ?

Il mio è diverso da me: ha una soglia di attenzione più bassa, interessi limitati, ha soppresso tante passioni come i viaggi o gli eventi culturali (chi davvero si accontenterebbe dei tour virtuali o di vedere una mostra o uno spettacolo online?), parla meno, è meno gioioso e spesso passa dal vedere il bicchiere mezzo pieno a volerlo lanciare contro un muro. 

Un dato che deve farci riflettere: secondo il 54° Rapporto Censis sulla situazione sociale in Italia, pubblicato a fine 2020, gli italiani danno sempre maggiore valore alla loro identità virtuale, tanto da associare la propria identità a quella dei profili social, soprattutto i più giovani. Siamo confusi insomma, e i ragazzini ancora di più.

Continuo a pensare che poter studiare in prestigiose università a km di distanza, non dover per forza spostarsi per riunioni di lavoro o eventi di settore, o anche semplicemente poter fare la spesa online, avere un certificato medico senza doversi necessariamente spostare o poter acquistare sul web da qualunque negoziante (visto che sono tantissime le aziende e PMI che hanno approfittato del periodo per lanciarsi nell’e-commerce) sia un enorme passo avanti che non possiamo non valutare come positivo. Abbiamo fatto progressi e oggi abbiamo tantissimi servizi pubblici e privati prima quasi inimmaginabili e sviluppati a tempo record. 

Di tutto questo non potrei mai lamentarmi, le opzioni da remoto sono una benedizione.

E’ la remote life che siamo stati costretti a vivere che invece ci demoralizza, ci spersonalizza e ci lascia un vuoto. E’ una costrizione che va contro natura: siamo animali sociali, abbiamo bisogno di contatti umani, di serotonina, del sole con la sua vitamina D e di tante altre cose che gli schermi non possono darci. Come si suol dire: stiamo tirando a campare, con tanti sforzi stiamo facendo il possibile per andare avanti. E va benissimo così per il momento, non abbiamo scelta. 

Ancora una volta: è tutta una questione di obblighi e percentuali. Quando non saremo obbligati ad avere una remote life apprezzeremo tutte le remote options che sono nate in questi mesi e che ci faciliteranno la vita in futuro, e quando potremo scegliere quanto inserire di digitale nelle nostre vite e quanto mantenere di reale potremmo effettivamente fare tesoro di queste novità, apprezzarle smettendo di sentirci come degli avatar. 

Nel frattempo, abbiamo capito che quest’anno e questa situazione non ci stanno rendendo migliori o potenziati, ma che un anno fa avevamo bisogno di crederlo (e di disegnare arcobaleni). Oggi possiamo solo ammettere che è stato ed è ancora difficile, ma che non ci vogliamo arrendere, che guardiamo avanti e aspettiamo di poterci abbracciare e stringere le mani senza paura, con una vita più vera e tante opportunità nate da una situazione che avremmo volentieri evitato.

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