Parlare di Native advertising significa parlare di una pubblicità su Internet che ha l’obiettivo di attirare gli interessi degli utenti, mimetizzandosi letteralmente all’interno del sito su cui è ospitata per migliorare la user experience.

Nel Native advertising, quindi, il contenuto si mimetizza sia dal punto di vista grafico, sia dal punto di vista dei contenuti, che devono essere pertinenti con il sito in cui vengono inseriti. Ad esempio si parla di pubblicità nativa quando si propone una pubblicità di scarpe da calcio in un articolo che parla di una partita o un calciatore.

Un po’ di storia del Native Advertising

Oggi fare native advertising è una pratica comune per le aziende e la pubblicità nativa è la migliore risposta alla banner blindness, ovvero la capacità dell’utente di non vedere i contenuti pubblicitari delle pagine web che visita, diventando così indifferente a promozioni e offerte.

Si tratta di un fenomeno in costante espansione e, quindi, ogni azienda deve studiare nuove forme di pubblicità per stimolare interesse ed engagement del pubblico di riferimento. Proprio questa tecnica diventa, quindi, particolarmente efficace dato che il contenuto sponsorizzato è immerso nel contenuto editoriale.

Parlare della storia della pubblicità nativa significa risalire al 2008 con il primo investimento significativo da parte del gruppo editoriale Gruner + Jahr, che acquisisce Ligatus, pionieri del native adv. Nascono, successivamente, negli USA piattaforme per gestire la pubblicità nativa per sti diversi come Nativo e Sharethrought, con Dan Greenberg, che per primo parla di native advertising così come viene definito oggi.

Si sviluppano poi, via via negli anni, altre piattaforme come WP BrandConnect e Forbes’ Brandvoice e dal 2013 questa forma di pubblicità innovativa compare anche sul New York Times. Nello stesso anno lo IAB (Internet Advertising Bureau) pubblica il Native Advertising Playbook, il primo documento ufficiale sul Native Advertising.

Differenze tra Native Advertising e Content Marketing

Forse, a prima vista, potresti pensare che pubblicità nativa e content marketing siano la stessa cosa, ma non è così. Ricordiamo, infatti, che il content marketing ha come finalità l’informazione ed è più simile al giornalismo online, che alla scrittura promozionale e commerciale.

Per questo possiamo dire che il native advertising è comunicazione commerciale e il content marketing va, invece, oltre l’interrruption marketing fornendo contenuti utili e informativi.

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Differenze tra Native Advertising e pubblicità tradizionale

Dietro la pubblicità nativa c’è il modo di pensare del consumatore, trattandosi di una pubblicità contestuale e ottenendo pertanto maggiore attenzione negli utenti online. Ormai i banner e le pubblicità invadenti non sono più efficaci in termini di persuasione e conversioni e il Native Advertising è una strada che tutte le aziende devono perseguire.

Differenze tra Native Advertising e il pubbliredazionale

Chi legge una pagina web è interessato all’argomento e, di conseguenza, sarà interessato anche alla pubblicità. Si parla, in questo caso, di pubbliredazionali come contenuti pubblicitari inseriti tra i post dei blog come articoli a sé stanti. Il contenuto del Native Advertising, allo stesso modo, si inserisce con naturalezza nella conversazione sui social media o nella pagina web per parlare al lettore, senza distinzione con il contenuto editoriale.

I vantaggi del Native Advertising

La caratteristica di integrarsi perfettamente nel contesto in cui è inserita, fa della pubblicità nativa il principale strumento di web marketing delle aziende moderne, con l’obiettivo di creare engagement con il pubblico.

Non essendo una forma di pubblicità interruttiva, si tratta di un ottimo strumento di marketing da inserire in ogni strategia di marketing, ancor più delle tradizionali campagne di PPC (Pay Per Click). Si tratta di una tecnica pubblicitaria da adottare soprattutto se sul sito ci sono contenuti gratuiti e di qualità, da intervallare a contenuti di native adv. Ecco alcuni dati a supporto di questa strategia:

  • un annuncio nativo ha il 53% in più di visualizzazioni rispetto alla pubblicità tradizionali;
  • l’intenzione di acquisto aumenta del 18% in seguito a questa tipologia di annunci.

Le aspettative del Native Advertising per il 2020

Yahoo e Enders Analysis hanno fatto uno studio denominato “Native Advertising in Europe to 2020” che analizza le stime di crescita del Native Advertising nel 2020:

  • l’aspettativa di crescita è pari al 156% nei prossimi 5 anni;
  • entro il 2020 il Native Advertising sarà il 52% di tutta la pubblicità del display advertising in Europa;
  • entro il 2020 l’investimento in Native Advertising sarà pari al 8,8 milioni di euro in Europa;
  • nel 2020 si arriverà a 6,3 miliardi di euro da investire in social network native advertising;
  • i marketers nel 2020 spenderanno 5,1 miliardi di euro in video in-stream, contro i 2,4 miliardi del 2015.

Nel dettaglio il native advertising è la soluzione ideale per gli editori che possono differenziare l’offerta pubblicitaria da proporre ai clienti, andando oltre banner e annunci. Per le agenzie, invece, è una forma di pubblicità più efficiente da proporre ai clienti al posto della pubblicità tradizionale e, soprattutto, evita l’ad blocking non essendo rilevata dai software.

Conclusioni

Fare Native Advertising è una soluzione win win per il mercato, che rende più efficiente l’investimento pubblicitario per i professionisti dell’adv, offre maggiore valore agli editori ed è di maggiore valore per gli utenti. Inoltre è perfetta per un contesto caratterizzato da smartphone e tablet e proprio la diffusione crescente dei dispositivi mobili è stata e sarà uno dei motivi alla base della crescita del native advertising.

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