Raffaello Castellano direttore responsabile Smart MarketingÉ da più di un anno che oramai si sente parlare delle “Grandi Dimissioni” (o “Great Resignation” in inglese), é  questo é forse uno dei pochi lasciti positivi di due anni e passa di pandemia da Covid19.

Come è ormai risaputo, il fenomeno è nato nell’estate del 2021 negli Stati Uniti all’interno delle grandi aziende tech, per poi diffondersi abbastanza rapidamente anche in Europa e perfino in Italia, da sempre baluardo del posto fisso duro e puro a prescindere dal mutare socioeconomico della società, che, è bene ricordarlo, non è più quella del boom economico degli anni ‘50 e ‘60 del secolo scorso, dove bastava una licenza media, al limite un diploma, per farsi assumere in un’azienda che permetteva un contratto sicuro e uno stipendio dignitoso con cui costruire e mantenere una famiglia.

In particolare, nel nostro paese è stato il secondo trimestre del 2021, da aprile a giugno, a registrare il dato record, con una percentuale dell’85% rispetto all’anno precedente.

A guidare la classifica dei nostri grandi dimissionari sembrano essere i Millennial, a dimettersi infatti sono lavoratori di età compresa fra i 26 ed i 35 anni, il 70%, e tra 36 ed i 45 anni, con una percentuale del 30%, e quindi, all’interno di quest’ultima percentuale, con una rappresentanza di appartenenti anche alla Generazione X.

Il fenomeno, un po’ dappertutto nel mondo, sembra aver preso tutti alla sprovvista, eppure, secondo alcuni osservatori, era già in preparazione da diversi anni. Il mondo ed il mercato del lavoro sono cambiati negli ultimi 20 anni, i mercati sono diventati sempre più fluidi, Zygmunt Bauman direbbe liquidi, le strutture organizzative e le imprese sono sempre più delocalizzate ed i team di lavoro sono spesso e volentieri a distanza, un fenomeno quest’ultimo ben descritto da quelle “Intelligenze Remote” di cui parla l’economista Richard Baldwin nel suo sorprendente e profetico “Rivoluzione Globotica – Globalizzazione, robotica e futuro del lavoro”, scritto e pubblicato in Inghilterra nel 2019 e di cui abbiamo parlato in un articolo del 2021.

Una ragazza con in mano la lettera di dimissioni - Smart Marketing
Image by Freepik.

Sia come sia, la goccia che ha fatto traboccare questo vaso di Pandora, liberando la grande ondata dei dimissionari, è stata la pandemia, che “dimostrando”, soprattutto durante il primo lockdown, l’inconsistenza delle nostre certezze, ci ha costretti ad una grande seduta di psicanalisi collettiva estesa a tutto il pianeta.

D’improvviso il Covid si è dimostrato il nostro miglior psicoterapeuta e ci siamo tutti destati dal torpore del nostro confinamento con la “rivelazione”, per molti una vera epifania, che non esiste certezza e che vale davvero la pena di provare a realizzare se stessi ed i propri sogni in “questa vita”, visto che non ne abbiamo un’altra.

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Il lavoro assorbe tanto di noi e allora perché non impiegare il proprio tempo, energie e capacità per un progetto personale? O per un’azienda che sentiamo più vicina sotto l’aspetto valoriale e che riconosce opportunamente quanto valiamo?

Per dirla con le sempre attuali parole del grande Oscar Wilde che, come dico spesso, se fosse vivo oggi sarebbe una star di Instagram: La vita è troppo breve per sprecarla a realizzare i sogni degli altri”.

Ed eccoci qui, anche in questi ultimi mesi del 2022, a registrare un fenomeno, quello delle Grandi Dimissioni, che continua a fare sentire i suoi effetti anche adesso, e che, con un’economia statunitense e soprattutto europea in piena recessione e con un’inflazione, o meglio stagflazione, da record, non riusciamo ancora a comprendere.

Un ragazzo regge un cartello con la scritta "I quit" - Smart Marketing
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Un fenomeno che non solo sembra “contro-intuitivo”, ma forse anche un po’ folle, eppure, a volerle trovare, le “motivazioni” c’erano già, alcune addirittura documentate da pubblicazioni di un certo successo; Daniel H. Pink già nel 2011, ad esempio, pubblicò il suo saggio più celebre, quel “DRIVE. Cosa davvero guida la nostra motivazione” (ne abbiamo parlato in questo articolo), nel quale, dati e studi alla mano, sgretolava molte certezze su quali fossero le vere molle che ci spingono all’azione. 

L’autore parlò di Autonomia, Padronanza e Scopo, tre molle che non solo le organizzazioni, ma anche i singoli, sembrava avessero dimenticato e accantonato, e che abbiamo ri-scoperto grazie alla pandemia.

E voi, avete autonomia, padronanza e scopo?
E, domanda ancora più importante, state vivendo il VOSTRO sogno o state realizzando il sogno di un altro?
Buona lettura!

 

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